GigaByte

Stamattina a Terracina. Nuvole dopo il sole

Stamattina a Terracina. Nuvole dopo il sole

C’è un aspetto della scelta di cambiare vita che non avevo del tutto considerato, ma che è molto importante: la Memoria di Massa. Gli informatici sanno che la Memoria di Massa è quella dell’hard disk, quella dove salviamo tutti i file, le foto, i video, e dove andiamo a ripescare le nostre informazioni quando ci servono. Ogni tanto quella memoria si riempie troppo e il computer rallenta…

Oggi sono a Terracina. Sveglia sul presto e passeggiata sul mare. Sole splendido, il tempio di Giove lassù, i gabbiani tutti sulla battigia, il mare un po’ mosso. Mi accorgo che mi commuovo appena, per varie ragioni, ma anche per una specifica: questa curva che immette nella via Flacca e porta a Terracina l’ho fatta molte volte da ragazzo, sul motorino o sulla motocicletta. Da Frascati partivo e venivo qui al mare. Un piccolo viaggio, che a me sembrava immenso. Andavo all’avventura, chissà dove sarei arrivato… Era la mia adolescenza, e questi luoghi non li vedevo da anni.

Ebbene, cambiare vita pulisce l’hard disk, libera memoria, fa spazio dove non ce n’era. Col risultato che il nostro processore va veloce, è fervido, sensibile. Venire qui con l’hard disk pieno e il computer affaticato (come sarebbe stato se domani fossi dovuto tornare in ufficio o qui, ora, stessi pensando a responsabilità e doveri), sarebbe stato tutt’altro.

Ecco un nuovo aspetto della faccenda: cambiare vita rende più sensibili, permeabili, alleggerisce da pesi superflui, muta il nostro modo di vedere luoghi, fatti, persone. E non è una cosa da poco. Le emozioni nascono da dentro, non da fuori. Un luogo porta con sé da niente a tutto, dipende da come lo viviamo. “Per un vero viaggio di scoperta non servono posti nuovi, ma occhi nuovi” scriveva Marcel Proust. Ecco: cambiare vita ridona nuovi occhi. E nuovo cuore (l’hard disk).

Share Button

Tribute

E’ morto. JD Salinger, l’uomo di “The Catcher in the Rye”, uno dei romanzi generazionali più amati al mondo, è morto dopo una vita da recluso, lontano da riflettori e notorietà. Il che lo ha reso misterioso e famoso come pochi altri, per curioso paradosso. Aveva una voce, come si dice in gergo, cioé aveva un mondo che uno stile originale rendeva suo, riconoscibile. Per chi non avesse letto i suoi pochi libri è il momento di farlo. Per chi li ha letti è legittimo sperare che sia vera la leggenda. Quella che lo vuole prolifico, anche se ancora inedito. Arriveranno le battaglie legali per il suo patrimonio di manoscritti? Forse. Speriamo arrivino i suoi romanzi, soprattutto.

Oggi tribute a JD Salinger, che aveva una voce vera, sua. E soprattutto fece qualcosa di dignitoso della sua vita. Lui la vedeva fuori dal caos, fuori dalle cene e dai pranzi editoriali, senza chiacchiere inutili. Non che sia giusto o sbagliato far questo, ma tenne fede alla sua scelta. E secondo me questo lo rese felice, pur nel disagio. Roba rara.

Share Button

Generazione C (Cambio Vita)

Ricevo un post ricchissimo di spunti e di grande valore. Ve lo sottopongo con molto piacere.

“GENERAZIONE C (a 1000 EURO)

“Ciao Simone e ciao a tutti,

è la prima volta che ti scrivo, e lo faccio dopo aver pensato parecchio a quale contributo dare alla “causa”. Ho letto il tuo libro, visto tutti i video, letto qua e là qualche post e commento sui blog e fb… ah molto bella la tua recente risposta al giornalista di Affari Italiani che ti voleva subito dare una comoda “etichetta“…Ti scrivo per fare assieme a te e magari ad altri che condividono la mia situazione di lavoratore con uno stipendio attorno ai 1.000 / 1.200 € (cioè tantissime persone) su come affrontare comunque un percorso di downshifting se questo è ciò che veramente desideriamo.

Forse altri hanno già fatto notare questo aspetto sul blog o Fb, io non ne ho trovati e mi permetto di lanciare questa riflessione, che naturalmente non vuole essere una critica. Nel libro parli della tua esperienza personale di ex manager con un livello retributivo medio alto, se non ricordo male il tuo budget annuale di aspirante “downshifter” è di circa 26.000 € che è il doppio di quanto io guadagno attualmente lavorando tutti i giorni. Quando nel libro racconti del tuo conoscente che fa il ricercatore a 1.500 € e che potrebbe fare downshifting basandosi sulla auspicabile rendita dell’alloggio dei suoi genitori che comunque prima o poi erediterà, se non ricordo male è forse l’unico momento in cui affronti l’ipotesi del downshifiting per quelli che come me hanno retribuzioni basse e quindi minori possibilità di mettere da parte soldi.

Ma le persone che vivono con 800/1.000 € nella fascia tra i 25/35 anni, anche laureate o con buone qualifiche professionali, sono tantissime, vorrei dire la maggior parte. Non stiamo li a cercare le motivazioni e le cause generazionali, ma di fatto la gran parte dei giovani in Italia riceve uno stipendio davvero basso rispetto agli attuali costi di vita, e da qui tanta frustrazione, i trentenni che ancora devono vivere con i genitori, la difficoltà di programmare il futuro da soli, in coppia, con un figlio, etc… Ma è proprio questa l’età in cui se lo si sente dentro, si può cominciare il cammino verso il downshifting, proprio come hai fatto tu 12 anni fa, in modo tale da non avere un’età troppo avanzata quando finalmente ci si potrà liberare del lavoro fisso e godere a pieno del nostro tempo e dei nostri interessi. Purtroppo chi come me ha letto il libro e ha fatto paragoni tra i conti economici che tu hai proposto e la nostra attuale situazione economica, potrebbe sentirsi un po’ escluso da questo interessante processo di liberazione. E quindi noi che dobbiamo fare??

Cerco di lanciare a te e questa comunità un messaggio che porti alcune riflessioni che mi riguardano personalmente e spero possano incontrare conferme e ulteriori approfondimenti da quella fascia di giovani che vive la mia stessa situazione lavorativa ed economica. Innanzitutto spesso mi trovo a discutere seriamente con i miei amici, anche loro della generazione 1.000 €, sul fatto che per lavorare 5 giorni a settimana per 8 h al giorno e guadagnare comunque così poco, in più senza intravedere nel nostro ambiente possibilità di crescita professionale e di aumento di compenso, tanto vale fare qualche lavoretto saltuario (bar, ristoranti, artigianato, decorazione, giardinaggio, lavori vari su internet, traduzioni, etc..) e non credo sia difficile racimolare a colpi di 100/200 € quasi la stessa cifra mensile che percepiamo di stipendio e ridurre ancora un po’ i nostri consumi e le abitudini più costose. Immaginiamo quanto tempo libero si guadagna e soprattutto si spezza la routine della sveglia fissa/traffico/lavoro/casa dandoci spazio per avere il tempo di fare anche altre cose. Già parecchie persone che conosco vivono in questo modo e vedo con piacere che se la passano meglio di tanti altri che hanno il posto fisso. Tra l’altro, a livello psicologico, lasciare un posto senza prospettive di crescita economica, potrebbe essere più facile che lasciare una carriera avviata e ben remunerata.

Ho 33 anni, una laurea breve, parlo e scrivo bene in 3 lingue straniere ed ho avuto varie esperienze lavorative alle spalle in Italia e all’estero alla ricerca del lavoro “giusto”. Da 4 anni vivo a Torino, in pieno centro, lavoro in ufficio a 15 min a piedi da casa, con un contratto di collaborazione a progetto da 1.000 euro, non ho più l’auto da 4 anni, non mi serve e soprattutto non potrei comprarla con i miei soldi e non potrei mantenerla, ma tutto questo ora non mi pesa per niente. Anche se lavoro circa 8 h al giorno, i nostri orari sono flessibili e quindi non devo essere in ufficio per forza alle 9 e chiedere permessi per le cose che ho da fare. Forse sono già una persona fortunata per questa combinazione di casa/lavoro/orari, infatti quando ho letto il capitolo del tuo libro “Tutto quello che non possiamo fare” ho constatato con piacere che erano pochissime (forse solo 2) le voci dell’elenco che potevo spuntare, quindi tutta quella serie di limitazioni tipiche di certi profili professionali già non mi riguardano. Questa cosa mi ha confortato e mi ha fatto riflettere sul fatto che sarà pur vero che ho una situazione lavorativa precaria e a basso reddito, ma la mia attuale qualità di vita è già sicuramente buona. Quindi le persone che sono nella mia situazione potrebbero pensare come faccio io, di essere più o meno consciamente in una fase di “inizio downshifting involontario” ed esserne felici; mentre chi appartiene alla categoria di lavoratori che purtroppo si riconosce a pieno nelle limitazioni da te elencate, potrebbero anche valutare il fatto di rinunciare alla loro routine frenetica e stressante per dedicarsi intanto ad un’occupazione più a misura d’uomo in termini di qualità della vita, impegno ed orario. La testimonianza di Silvano Agosti sulla qualità di vita in Kirghisia dove la maggior parte della popolazione lavora 3 ore al giorno, ci fa capire che non stiamo parlando di utopie e sogni.

Come ultima considerazione, riprendo l’idea da te proposta di una condivisione dello spazio abitativo tra più persone o nuclei familiari nella fase di avvicinamento alla vecchiaia che ritengo validissimo e che vorrei cercare di sviluppare e porto un esempio semplice da realizzare che stiamo sperimentando attualmente con gli amici. Nessuno di noi potrebbe permettersi un alloggio in montagna per sciare che sia in affitto né tanto meno in proprietà. Quest’anno però in autunno siamo andati a cercare un alloggio grande per tutto il gruppo in una piccola stazione ai confini con la Francia, ideale per chi ama lo snowboard come noi. Risultato: abbiamo affittato una mansarda con una zona comune grande con cucina e 2 camere con 12 posti letto, riscaldamento con stufa a pellet (un sacco costa 4/5 € e scalda tutto l’ambiente per un giorno intero) alla cifra di 1.500 € per tutta la stagione da Dicembre ad Aprile. A seconda dell’uso che ognuno ne fa, con 100 /150 € a testa abbiamo a disposizione una casa in montagna per quasi 5 mesi. Good deal!!

Bene mi sono reso conto che la mail è stata forse un po’ troppo lunga, ma da tempo queste riflessioni mi girano per la testa e te le volevo comunicare. Ti saluto ringraziandoti per lo stimolo che hai saputo dare con il tuo libro a me e a tante altre persone. Peccato che non sei venuto a presentare il libro a Torino.

Un abbraccio

Cesare”

 

Share Button

Umane risorse…

adesso basta 6 edizioniDodicesimi in classifica sul Corriere della Sera. La “Generazione C” (Cambio Vita) continua a furoreggiare. A Natale una marea di libri-strenna ci aveva spinti indietro. “Adesso Basta” continuava ad essere ricercato, ma tanti boss dell’editoria (da Vespa al Papa) parevano aver fatto scomparire o almeno retrocedere il fenomeno. E invece no: passato Natale sono finite le vendite di un mucchio di libri, ma sono rimaste immutate quelle di “Adesso Basta”. Circa 1.800 persone lo acquistano ogni settimana. E pare che la lettura del libro sia intorno al rapporto 1:4. Come dire che le circa 35mila copie vogliono dire 120/130mila lettori. In soli tre mesi. E se continua così?

Se continua così i Direttori delle Risorse Umane dovranno prendere atto che mentre i corpi della classe portante del Paese (cioè i quarantenni, tra 30 e 50), sono effettivamente in ufficio, i loro cuori sono sugli altipiani, le loro menti sono sul grande mare. Quegli uomini e quelle donne hanno un problema: vorrebbero essere altrove, non credono più integralmente a quello che fanno e non si riconoscono nell’assunto vivo-lavoro-consumo, che esaurisce il tempo e le energie migliori.

E cosa accadrà? Chi lo sa… Certo, la relazione tra l’uomo e il lavoro va ripensata. La relazione tra uomo e territorio, tra uomo e viabilità, abitazioni, relazioni, consumi va ripensata. In troppi hanno preso coscienza che la vita, quella buona, quella che vale la pena di essere vissuta, è diversa, altrove, e non si svolge in quei luoghi. Se continua così, far lavorare gli schiavi sarà sempre più dura, farli consumare sarà sempre più difficile. Non farli sognare sarà praticamente impossibile.

Share Button

On the road…

Share Button

Ricevo e volentieri pubblico

Soccorritori russi all'opera (Reuters) 

Caro Simone, spero che tu sia d’accordo a dare spazio a questo mio post con un piccolo appello per Haiti. Io credo che sia molto importante e non del tutto fuori tema e sono certa di raggiungere qui delle persone sensibili e veramente in gamba (che non per caso si sono raccolte attorno a te). Da domani (spero) comincero’ a lavorare come volontaria per una associazione attiva ad Haiti in questi giorni di grandissima e gravissima emergenza. Mi avvicino per la prima volta a questo mondo e so di dover imparare tutto, comincero’ con il lavoro di ufficio che e’ quello che so fare. Quando ancora lavoravo dicevo sempre che questa era una cosa che mi sarebbe tanto piaciuto fare, uno dei miei sogni, ma mancava il tempo, poi come si fa con i figli e lo stipendio, ecc.. ecc…..Vorrei dire a tutti voi di questo bellissimo blog che ogni giorno insegna qualcosa (e mi diverte anche tantissimo) di fare qualcosa per Haiti, se potete. E’ una buona occasione per cominciare a cambiare sè stessi. Ciao. Adele

Ho pubblicato questo post di Adele per alcune ragioni. La prima è che me lo chiede e non ho motivi per non farlo. La seconda è che non chiede denaro ma dice che va lei, che fa, che si impegna in prima persona. La terza è che è una storia di downshifting e delle sue mille sfaccettature.

Share Button

Reading… ingombranti

Affari Italiani, nota testata online, dà notizia delle mie presentazioni. Il “fenomeno” di Adesso Basta si fa sempre più sentire. E non manca di generare qualche… fastidio. Chissà perché…

http://www.affaritaliani.it/culturaspettacoli/simone_perotti_tour_da_record_in_libreria_ma200110.html

Share Button

Basta!

Un padre divorziato costretto dal giudice a pagare gli alimenti alla figlia 32enne. Lo racconta il Corriere di oggi. Ecco che mi incazzo di brutto di prima mattina. Mi viene voglia di prendere la macchina, andare a Trento, suonare alla porta di questa deficiente, anzi no, alla porta del giudice di Bergamo che la protegge, e di arringarlo per un paio d’ore, ma forte però, senza lasciargli neanche il tempo di replicare, dicendogli tutto il mio disprezzo per lui, per la sua legge, per la gente che si fa assistere, che ruba, che non ha rispetto per se stessa e per gli altri, che ignora ogni minimo senso di responsabilità. Poi, naturalmente, me ne frego, penso ad altro, per non dare a questa notizia la possibilità neppure di irritarmi, che di danni ne ha già fatti troppi.

Comunico ufficialmente a tutti coloro che si fanno mantenere, a tutti coloro che si fanno assistere, a tutti quelli che per una ragione o per l’altra non si alzano la mattina liberi, autonomi, fieri della loro storia, consapevoli della responsabilità che li riguarda, e che cercano subito qualcuno a cui appoggiarsi, a cui rubare tempo, ascolto, denari, opportunità… che li disprezzo. Considero loro la peggiore dimensione umana possibile. Meglio un ladro vero, che almeno infrange qualche legge e rischia in prima persona. Meglio un baro, che deve almeno studiare tecniche truffaldine. Meglio un criminale, o un pazzo che ha almeno l’attenuante dell’infermità mentale. Meglio chiunque di questa disperata razza di usurpatori, che invoca sempre qualche tutela, qualche appoggio, qualche sconto per evitare di farsi il culo in proprio e vivere con dignità.

Siamo asfissiati da questa cultura assistenziale. Sapete che ci sono centinaia di padri in carcere perché non possono pagare gli alimenti a qualche donna paracula, a qualche famiglia di parassiti? Non parlo di chi è giusto che paghi (cioé fino alla maggiore età dei figli, ad esempio), parlo delle migliaia di altri per cui non è giusto, perché il matrimonio è finito, la moglie è in grado di lavorare, i figli sono in grado di andare per la loro strada, e che invece per la nostra legge devono farlo, non si sa bene secondo quale giustizia. Neppure cito (perché mi voglio bene) le donne che prendono soldi da ex mariti in assenza di figli…

E’ qui che inizia tutto. Quando si postula che qualcuno possa vivere al netto della propria storia, della propria responsabilità, invocando qualche provvidenza che sopporti una parte degli sforzi necessari per vivere. Gliela darei io a questa bambocciona… A lei, al giudice irresponsabile che la scorta, a tutti quelli che rubano senza ritegno gli sforzi e la vita di altri. Vergogna.

Share Button

Il Giusto…

Albero, tramonto e laguna in Mozambico

Albero, tramonto e laguna in Mozambico

Di una cosa non ho mai parlato, e nessuno me ne ha mai chiesto. Eppure è un aspetto molto importante: cosa perdi (soldi a parte) smettendo di fare la vita che tutti fanno? Si è detto molto di quel che acquisti, di quel che guadagni, di come la tua vita si arricchisca di libertà, serenità, calma, tempo, etc. Ma cosa perdi?

Non poche cose, a dire il vero. Ma ce n’è una molto raffinata, non così immediatamente misurabile e prevedibile. La chiamerò “Il Riposo del Giusto”.

Ricordate la leggerezza provata il giorno dopo un esame universitario? Avete presente l’ebbrezza, quasi la vibrazione corporea, che scuote ognuno il sabato mattina, dopo una dura settimana di lavoro, certi di esservi guadagnati il riposo, di aver dato tutto e di meritare ora una mattinata senza responsabilità, senza peso, senza doveri? Avrete tutti ben chiaro cosa accade il primo giorno di vacanza, quello stordimento leggero, quell’inquietudine positiva, che suona come “Ahhh… finalmente, ora per un po’ di giorni mi sono meritato un po’ di riposo…”. Avete capito?

Ecco: questo, con il downshifting, scompare. Ed è una perdita secca, guardate, diciamo le cose come stanno. Una vera e propria perdita. Nella nostra vita c’erano momenti così, in cui il guerriero che aveva combattuto nel traffico, sgomitato coi colleghi, fatto tardi per finire il suo lavoro etc… finalmente si riposava, e la sua coscienza era tranquilla, certa di aver dato quel che doveva, forse di più del dovuto, e ora però… ah, ora meritava tutto, tutto il proprio riposo, la propria quiete. Un premio. Ecco: questa serie di momenti, scompare.

Tuttto si gioca sul filo della coscienza, del nostro dover essere, del modo in cui viviamo i nostri impegni. Noi SAPPIAMO che dobbiamo fare, esserci, adoperarci. Sappiamo che se non lo facciamo, siamo deprecabili, siamo fuori dal giusto. Ecco da dove nasce il piacere di quei momenti, dal fatto che li viviamo nella coscienza di poterceli consentire moralmente, o almeno secondo la morale imperante.

Capite che cambiando vita, tutto si capovolge. 24 ore al giorno, semmai, rischiamo di aver il senso di colpa di non meritare tutta quella libertà. Non è un premio, infatti, ma una conquista immorale. Mentre tutti sgobbano, noi… siamo liberi. Vergogna! Non siamo nel giusto, perché il sistema ci accusa di essere sfuggiti al dovere. Mai più proveremo quei momenti ebbri e leggeri conseguenti all’obbligo. E’ un po’ come l’evaso finalmente libero, che gode più dell’uomo libero da sempre.

Solo se abbiamo lavorato bene dentro di noi riusciremo a spalmare quegli istanti, con meno ebbrezza ma più consapevolezza, sull’intero arco della nostra vita. Solo se arriviamo a quel momento solidi e preparati sfuggiremo al senso di colpa, ci approprieremo di tempo e volontà e saremo, nella media, più felici di prima. Senza quei picchi, senza quelle vette. Ma con molte altre cime maestose su cui vivere.

Share Button

Volentieri…

una delle spiagge di Metundo, Nord Quirimbas

una delle baie di Metundo, Nord Quirimbas

 

Colgo qua e là qualche vibrazione, ricevo alcuni messaggi… “Ecco, tu vai ai tropici e noi invece…” “Ecco, sei un privilegiato… la vita quotidiana è un’altra cosa.” Capisco che devo ancora spiegare. Bene, lo faccio. Volentieri.

Sono stato ospite alle Quirimbas (biglietto aereo e soggiorno) perché la mia possibilità di muovermi e lavorare nel charter nautico si è ben associata all’idea di un imprenditore che vuole fare lì la stessa cosa. Inoltre, sono in grado di decidere, di muovermi, andare, stare o non stare, in virtù delle mie scelte di libertà. Semplice. Nessun privilegio, ma voglia di fare cose in mare, il mio mondo, e voglia di spendermi, progettare, trovare strade, mezzi, occasioni.
“Sì ma così torni a lavorare come prima”. Neppure questo. Io in questa operazione farò lo skipper, che è quello che faccio qui, che so fare. Poi troverò skipper che facciano altri periodi. Punto. Del resto io non ho soldi per mantenermi se non lavoro un po’, cioè quanto basta, cioè poco (altrimenti restavo dov’ero), ma SOLO su mare e scrittura, le mie vite.

“Ma tu dicevi che la scelta non è per andare sull’isola deserta…” E infatti non lo è. Qui, lì, altrove, a Milano, a Spezia, alle Quirimbas… c’è qualcuno che crede che la felicità si trovi in qualche luogo? Non è abbastanza chiaro che la felicità è roba nostra, che cresce dentro, e che semmai si applica, POI, a persone, cose, luoghi, circostanze?! E che aspettiamo a metterci impegno e energia?

Inizio d’anno che conferma tutto, dunque. Più convintamente e più inossidabilmente che mai:
• Ho smesso di lavorare in azienda
• Non frequento più chi non voglio
• Non guadagno più buttando via il tempo in cose non autentiche
• Vivo di poco
• Guadagno quel che mi serve come capita (ma nell’alveo delle mie cose)
• Sono molto più libero, posso scegliere, sprecare tempo se serve
• Nessun  successo mi ha avviluppato. Timone al centro anche con mare grosso…
• La scelta tiene, è giusta, è vera, è possibile, è mia. La riconosco a ogni passo (come stamattina, con calma, a leggere il giornale al bar mentre la città ansimava)
• La mia vita non passa via, non scorre identica e invano.

Basta dire “Ma tu… e io invece…”! E’ tutto tempo perso. Energie buttate. Fare invece di dire, pensare a sé invece che criticare gli altri. Godere delle economie di scala. Godere del buono che capita a tutti. Prendere esempi, rubare con gli occhi. Sognare, lavorare, realizzare. E’ tutto più possibile di come si crede. Il tempo è l’unica cosa che non torna. Sprecatelo a ragion veduta. Chiunque abbia qualunque opinione… almeno su questo non può che convenire con me. E non è cosa da poco. Buon anno a tutti.

Share Button