Ispirazione

Invictus - l'Invincibile

C’è della retorica dentro. Ma certo, e chi lo nega. Ma non fa niente. Invictus è un bel film per ben altri motivi. Prima di tutto perché fa emozionare (se non vi emozionate in un film così fatevi vedere, con urgenza). Poi perché è vero, perché i fatti di cui si racconta sono accaduti, i protagonisti sono reali. E ancora, perché si usa la metafora dello sport, della contesa, in cui non vince il più forte, ma chi vuole farcela con più intensità. Soprattutto, però, perché si parla di Ispirazione.

“C’è un modo per convincere le persone che sono migliori di quel che temono di essere: è l’ispirazione” dice Freeman/Mandela. E io avrei voluto applaudire. Qualcuno lo ha anche fatto, al termine del film. Qualcun altro era troppo impegnato a chiacchierare, dire cose inutili al vicino, distrarsi. Povera Italia, in cui la gente non ha la forza di stare due ore in silenzio a guardare un buon film.

Film sul perdono, sull’energia delle idee, su quanta differenza c’è tra vivere sotto scacco delle proprie paure e farlo sperando di evolversi. Film sull’ispirazione, appunto, su quel qualcosa capace di farci superare i limiti, di farci essere più forti della realtà. Il SudAfrica nel 1995 ospitò la Coppa del Mondo di rugby. Forse era squadra da quarti di finale, non di più. Invece vinse. Vinse, capite? In finale contro gli AllBlaks. Un sogno.

Un sogno anche la storia e la vita di Mandela, per 27 anni in carcere, poi liberato ma sempre stato libero, in realtà, perché un uomo incarcerato ingiustamente che non odia il suo carceriere non è mai stato rinchiuso. “Ringrazio qualunque dio sia là fuori per avermi dato un’anima invincibile. Io sono il padrone del mio destino, il capitano della mia anima”. Film da vedere il prima possibile, e a cui dedicare ogni nostra commiserazione.

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Giornata dura…

Le nuovle nel golfo di Spezia, stasera

Le nuvole nel golfo di Spezia, stasera

Giornata dura oggi. Umore scuro, cupo. Molto ha inciso la lettura dei giornali di questi giorni: quanta follia nella corruzione, nell’urlo vuoto del denaro, nel potere. Gli uomini giocano a farsi la guerra, incoscientemente, drammaticamente. Inseguono senza sosta qualcosa che non c’è. Molto hanno inciso questioni personali, pensieri, languori, dolori. Mi viene da sorridere quando qualcuno esprime invidia per la mia scelta. Come se io ora fossi al riparo dalla vita, dai suoi dolori. Che leggerezza, che incoscienza, che ignoranza…

La vita va. Sono più libero, ne sono felice. Ma non basta. Questo è un nuovo percorso, tutto da fare. La vita non offre a nessuno alcun riparo. Il padre di R. è morto ieri sera. L’ho sentita piangere, al telefono. I miei genitori… le mie paure… i miei bisogni di uomo. Quanti pensieri. Quanti pochi strumenti, poca dotazione, e quante paure. Cosa sarà di me, di voi che leggete?

Oggi lavori pesanti. Prima il romanzo, che cresce, che sale, che si complica. Poi la costruzione di un oggetto, i lavori di ristrutturazione. Un noce da potare duro per evitargli la morte. Mi serve vivo, perchè le sue radici tengono una balza di terra. Poi lavori a bordo, da solo, dove servivano almeno due uomini esperti. Soddisfazione per avercela fatta, pur nel quadruplo del tempo, quasi senza fiato. Non chiedere aiuto è una nevrosi. Il premio, come per ogni nevrosi, è altissimo.

Stasera tramonto dolcissimo sul golfo. Mare come una lastra d’acciaio. Cielo chiaro, riflessi rosa. La giornata ha preso un verso appena migliore. Forse è per questo che ho pensato che sono qui, sono vivo, lavoro, mi concentro, penso, e sono fortunato a farlo adesso, a 44 anni, in un giorno che, per un niente, avrei potuto trascorrere con uguale durezza, ma immerso in un mondo non mio, senza senso, che non mi avrebbe portato in alcun luogo. Non che mi ritrovi chissà dove… Non esiste alcuna area protetta, l’ho detto. Ma ogni passo, anche quelli indietro, anche quelli duri, sono veri, miei, credibili. Esiste un modo migliore di vivere che soffrire delle pene di tutti autenticamente?

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Pulsano…

748° giorno della mia nuova vita

Giorni di solitudine e silenzio. Il mio ‘adesso basta’, lo ricordo bene, è stato pensato per questo. Vita essenziale, orto, lavori alla casa (la ristrutturazione va avanti), lavori al porto, ma soprattutto scrittura. Ho ripreso a scrivere, a lavorare al romanzo. Ora per la prima volta ho una data di consegna. Mi fa piacere, non mi pesa. Mi aiuta nella disciplina.
Mi alzo tutte le mattine alle 6.00. Caffè, una fetta biscottata col miele e inizio a lavorare. Scrivo nel silenzio assoluto, nella solitudine totale (neanche un passante sulla via, intendo), fino alle 9.30, le 10.00 al massimo. Poi lavori nel bosco. Poi alla casa. Camino acceso. Dopo pranzo scrivo ancora, ma poco. La magia dell’alba è andata, si può solo correggere, cambiare frasi, specializzare parole, non creare. Nel tardo pomeriggio leggo. Sto rileggendo tutto Sciascia. Che bella riscoperta. Ieri anche un breve racconto di Jack London, “Il Discendente di McCoy”. Quando me lo chiedono scrivo un articolo, come quello che uscirà su Panorama, o su Yacht and Sail, sul Giornale della Vela.

Non faccio del male a nessuno. Non faccio rumore. Non ingorgo il traffico. Non compro roba inutile. Non vado in posti dove non ha senso andare. Non frequento chi non voglio. Non ascolto cose che mi urtano. Inquino il meno possibile. Mi informo il minimo possibile, per sapere cosa accade nel mondo. Se posso dico la mia, altrimenti fa niente. Un lettore mi chiede se così non mi tiro fuori dalla mischia, se così non lascio fare ad altri. Sì, un po’ sì, in questa fase della mia vita non saprei cosa fare di persona, fisicamente. Quel che posso fare è scrivere, e quando ho presentato il libro ho parlato. Di questo, di “Adesso Basta”, di quello che è, di cosa farne, perché. Questo è il mio contributo. Basso, alto, non lo so. Ma ora non è questo che penso. Cerco di capire un po’ di più di chi sono, di cosa accade qui, ciò che diamo per assunto, per ovvio, vivere, respirare, per cosa, per dove, in che modo. Io queste cose non le so. A volte le intuisco, e subito diventano pagina. Senza saperne di più non saprei comunque che fare. Come contribuire prima di aver fatto strada su questo sentiero? Dicendo cose vaghe? A caso? Ispirandomi a ideologie e pensieri non miei? Accalorandomi su che? No. Prima qui. Poi semmai altrove. E qui, dentro, c’è così tanto che non so. E poi io scrivo…

La mente si abitua a non pensare quando c’è rumore. Tra la gente abbiamo a mente cose specifiche, persone, cosa dire loro. E’ come utilizzare solo la corteccia, la parte esterna. Da soli, a lungo, il pensiero prende un altro ritmo. Ci mette un po’, poi scava, divaga, si concentra. Tocco memorie impensate da anni, ricordo cose che neppure sapevo. Quando mangio, penso. Da giorni sto quasi digiunando, sia per smaltire eccessi precedenti, sia perché mangiare poco è un altro modo per sentirsi di più. Poco cibo, mangiato con calma, a piccoli morsi. Sembra tanto, ha un sapore diverso, sazia. Mangio verdure e pesce, soprattutto. Oggi al mercato vendevano le seppie a 4 euro, minimo storico. Ne ho comprato un chilo, mi basterà per molto.

Anche il tempo è diverso. Il tempo atmosferico. In una casa di pietra si sente tutto, ogni minimo cambiamento. Da due giorni c’è sentore della nuova stagione. Guardarla minuto per minuto riempie le giornate. E’ sorprendente vedere come ciò che sembra immobile si muova, in realtà, si evolva. Visibilmente intendo. Bisogna solo fasare il nostro tempo su quello della natura.

Giorni speciali questi. Il romanzo che si sviluppa. Il pensiero dei personaggi, le loro vite. Sono persone reali adesso, come avessero carne e parola. Li conosco, potrei descriverveli, giurare di averli visti ieri, o stamani. Vedo nei loro cuori, so se mentono o no, conosco le loro intenzioni. Di alcuni ho paura, altri li difenderei da ogni periocolo. Li sogno, a volte.
La storia che sto raccontando non esisteva, ora c’è. I suoni, le parole, i gesti, una fuga, un inseguimento in mare, lo sguardo di un uomo e quello di una donna, un grande amico. Cose concrete, che pulsano. Difficile spiegare.

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Uomini

Sul Corriere di oggi un bel pezzo di George Orwell. Non è un gran pezzo di giornalismo o letteratura, ma è significativo. Il grande scrittore fa i conti, sterlina su scellino, di quanto costi leggere, e di quanto sia meno dispendioso che andare alle corse dei cani, sulla spiaggia o a fare molte delle nostre quotidiane attività. Evidentemente i conti gli stavano a cuore, perché si impegna a fondo e riesce a dimostrare che per leggere serve poco denaro a fronte di un gran divertimento. Si intuisce che lui volesse togliere argomenti ai non lettori (che non ammettono che leggere costa impegno e fatica, soprattutto all’inizio, se non si è abituati, e preferiscono trincerarsi dietro il costo dei libri).

Il Mahatma Ghandi, per liberare l’India dagli inglesi, digiunava, filava da solo il cotone, disegnava e realizzava i suoi abiti, andava a piedi. Proponeva, in grande sintesi, una sorta di fuga dal consumo. L’idea era semplice: il nemico campa sui miei bisogni, ma se io li azzero, o li riduco fortemente, gli tolgo benzina, essicco il canale da cui si abbevera. Ma non lo disse genericamente: iniziò a farlo lui, come individuo, senza tante chiacchiere (era uno che parlava poco).

Tiziano Terzani ripropone il digiuno moderno come una sorta di anticonsumismo. Non proprio il digiuno alimentare, ma il digiuno dalle spese, dagli sprechi, cioè da ciò che determina il nostro bisogno di denaro e, dunque, di lavoro-a-qualunque-costo per guadagnarlo. Non consumare versus schiavitù.

Tre esempi illustri di gente che non si lamentava, che non imprecava, che non faceva confusione con teorie avveniristiche (cioé che devono sempre arrivare domani), ma faceva i conti, oggi, era sobria oggi, consumava poco, viveva soprattutto di sé, o d’altro, o degli altri, cioè cercava dentro (anche gli altri sono dentro) invece che comprare fuori. Erano uomini liberi.

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Rileggere

1961. Luciano Bianciardi scrive “La Vita Agra”, opera che fa da palinsesto (come disse Geno Pampaloni) ai motivi che animeranno qualche anno dopo la contestazione giovanile. Il successo è immediato. “Ormai sto girando come un rappresentante di commercio” lamenta lo scrittore durante il suo giro d’Italia per presentare il libro “a volte sembro un comico d’avanspettacolo: sempre le stesse battute e sempre con l’aria di chi le dice per la prima volta” (quanto lo capisco!). La cosa sorprendente di questo libro (metà romanzo, metà saggio sociologico, metà tesi politica) è che delinea al presente e al futuro quel che noi possiamo raccontare oggi al passato e al presente, cioè descrive con chiarezza essenziale quanto stavamo per trovarci di fronte, accanto. Dentro. “Faranno insorgere bisogni mai sentiti prima. Chi non ha l’automobile l’avrà, e poi ne daremo due per famiglia, e poi una a testa, daremo anche un televisore a ciuascuno, due televisori, due frigoriferi, due lavatrici automatiche, tre apparecchi radio, il rasoio elettrico, la bilancina da bagno, l’asciugacapelli, il bidet e l’acqua calda. A tutti. Purché lavorino, purché siano pronti a scarpinare, a fare polvere, a pestarsi i piedi, a tafanarsi l’un con l’altro dalla mattina alla sera. Io mi oppongo.” Nessuno lo accusò di millenarismo, anche se ipotizzare questo scenario, all’epoca, era davvero fantascienza. Eppure, è accaduto. E nessuno (o quasi) si oppose.

Fin d’allora la sua ricetta anti-decadenza era chiara: “Ora so che non basta sganasciare la dirigenza politico-economico-social-divertentistica italiana. La rivoluzione deve cominciare da ben più lontano, deve cominciare in interiore homine. Occorre che la gente impari a non muoversi, a non collaborare, a non produrre, a non farsi nascere bisogni nuovi, e anzi a rinunziare a quelli che ha”.
Parole sante. E inascoltate. In interiore homine, nell’animo di ognuno. Per dire adesso basta ognuno a suo modo, ognuno con la sua voce. Ognuno con la propria forza e il proprio coraggio di uscire dal coro.
Luciano Bianciardi è una delle tante voci italiane pure, convinte, militanti, che sui giornali e nei libri (memorabili i reportage con Carlo Cassola sui minatori della Maremma) formarono il coro dei grandi moralisti italiani, come Pasolini, come Calvino. Gente che manca oggi come non mai alle nostre coscienze, alla nostra cultura. Proviamo almeno a rileggerli.

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Ancora due…

Ponza dalla Dragonara, andando al "Fieno"

Ponza dalla Dragonara, andando al "Fieno"

Oltre tremiladuecento chilometri in meno di venti giorni. Trentasei treni, e poi navi traghetto, automobili, e un po’ di strada a piedi. Circa milleduecento persone incontrate.

Grande occasione per la mia vita, incontri continui con italiani di ogni età, gente piena di sogni, passione, ascolto, parole. Gente che vive, che non si sente morta, che si sforza di pensare con la sua testa, che cambia le proprie opinioni. Gente che studia sul gran libro della propria vita. Ne ho ricavato un’opinione assai migliore di quella che avevo: c’è tanta gente in gamba, non arrabbiata, che si fa domande, che fa tanta fatica ogni giorno, senza perdere il filo.

E anche un grande Paese. L’Italia della provincia, radiosa, scorci di mondo che sistematicamente dimentichiamo, che non conosciamo in una vita intera. Sapori, odori, luci, mari diversi. Luoghi dove si potrebbe vivere bene, dove già da tempo si organizza un nuovo modo di stare al mondo, di abitare, di lavorare.

Poi l’Italia delle città, asfissiate e stanche, rumorose, monumentali, intense, che generano e distruggono energia. Le città dove tutto è più duro, dove cambiare sembra impossibile.

Ancora due presentazioni e poi… basta. Mi fermo. Torno nel mio angolo di mondo, a fare la vita che mi sono conquistato. Silenzio, libri, la scrittura del mio romanzo, le barche da pulire, la manutenzione. La solitudine. Vita, condizioni, momenti conquistati, che non ho avuto in dono dalla provvidenza, che costano paure e incertezza. Il prezzo è sempre lo stesso. Quando si decide e si parte, non si fanno saldi, nessuno sconto. Ma resiste, forte, anche la ferma convinzione di volerci provare . La speranza salda di essere su una rotta interessante, che vale la pena di essere navigata. Oggi è lunedì, un buon giorno per riconfermare una scelta. E’ anche febbraio, un buon mese per seminare tante cose nell’orto.

Tornare nel mio spazio, ogni volta, è un nuovo “no”. No alla redditizia proposta di lavoro (il vecchio lavoro…) che mi è arrivata qualche giorno fa. No a fare o dire cose che non producono benessere reale. No a vivere per consumare. No a trascorrere tempo prezioso con gente che non scelgo io. No a ripetere strade, gesti, rituali quotidiani nevrotici. No a vivere con la mappa segnata, perché il bianco sul foglio è così appassionante, così avventuroso. No alla mancanza di curiosità per gli incontri che verranno, che non sono prevedibili, che dunque mi appassionano. E poi l’orgoglio, un pizzico di orgoglio lo ammetto, per “Adesso Basta”. Migliaia di persone che lo leggono, lo apprezzano, che mi scrivono messaggi entusiasti, mi ringraziano. Per uno scrittore è un’emozione indescrivibile. Nuova forza, nuovo stimolo per scrivere.

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Frizzi e lazzi…

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Isola dell’anima

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