Efficienze…

'Libero' - scultura in legno, alluminio, rame, spago in cellulosa, il fermo di una finestra di tram milanese (trovato per terra)

'Libero' - scultura in legno, alluminio, rame, spago in cellulosa, il fermo di una finestra di tram milanese (trovato per terra)

Un’altra delle “ricchezze” che si perdono lasciando il lavoro e cambiando vita è il “ritmo”.

Quando si è immersi nella vita normale si è abituati alle scadenze del tempo: sveglia presto, colazione, mezzi di locomozione, entrata in ufficio, riunioni, pausa pranzo e via così fino a sera. E’ stressante, spesso, ma il metronomo viaggia regolare e per stargli dietro occorre prendere un passo, organizzarsi. Perfino il nostro metabolismo è preparato, il nostro stato psicofisico pompa a dovere. Anche perché in quel tempo compresso, rimpinzato di impegni lavorativi, dobbiamo far stare molte cose: gli affetti, le incombenze di casa macchina tasse, le amicizie, l’organizzazione di ogni nostra attività privata, la palestra e via così. Occorre efficienza e buona concentrazione per fare tutto. E noi, rodati da anni di quella storia, ne siamo provvisti.

Quando si cambia vita si gode dell’opposto. Tempo dilatato. Poche incombenze impellenti. Respiro lento. Una meraviglia. Ma con un problema…

Il ritmo scompare. Scompare quello del mondo intorno a noi e dunque scompare quello che ci davamo noi per reggerne il passo. Ma la vita continua, le cose da fare ci sono, anche solo per il nostro piacere. Anzi, soprattutto all’inizio vorremmo fare un mucchio di cose, mettiamo molta carne al fuoco dei progetti, diamo ascolto e seguito a quasi tutti quelli che incontriamo. Finalmente possiamo fare quello che ci piace, e se siamo normalmente curiosi di cose ce ne piacciono un mucchio. Il tempo, svuotato, si riempie di altra vita. Piena. Chi pensa che il downshifter abbia sempre tanto tempo libero si sbaglia di grosso.

Ma noi non siamo più gli stessi. Non riusciamo a fare le cose con ritmo, ci manca lo stress. Manca, soprattutto, la costrizione. E’ lei a tirare fuori il meglio della nostra efficienza. E’ il dover essere il motore dell’azione rapida e continua, della concentrazione, del famoso “lavoro per obiettivi”.

Inutile che vi dica quanti sono i vantaggi di questo cambio. Oggi, ad esempio, dovevo fare tre o quattro cose in fila. Però c’era il sole, finalmente caldo, vero. Mi sono messo in costume e ho letto metà pomeriggio steso sull’erba. Nessun commento. Soprattutto di lunedì. Però è evidente che mentre qualche anno fa era normale per me fare tre cose contemporaneamente, scrivere al computer, telefonare, consultare un manuale, fare riunioni rispondendo alle email, lavorare, occuparmi del bollo, dell’assicurazione, organizzare una cena, prendere appuntamento con la mia fidanzata, ora non ne sono più capace. Sono diventato inefficiente, ho perso il ritmo. So fare una cosa per volta. Sono lento e, spesso, mi fermo, guardo la mia azione, la mia opera, ragiono, fumo una sigaretta, mi distraggo, inizio qualcos’altro.

Per quanto bello, il tempo ritrovato ha dunque delle insidie. Ecco un’altra cosa che si perde col cambio di vita: si diventa inefficienti. Si rallenta. E a volte si considera perfino stressante avere due impegni in un giorno solo (magari dopo dieci giorni con l’agenda vuota). Capita che mi lamenti per averli presi, per non aver saputo dire di no.

Il nuovo equilibrio, quando si cambia vita, non c’è ancora. Va cercato. Senza l’obbligo, la coercizione, la paura della sanzione, dunque tutto in positivo, basato su quel che la nostra libertà ci suggerisce, o la direzione che prendiamo per il gusto di andare laggiù. E noi non siamo stati educati così. Un nuovo ritmo non è semplice da costruire.

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Movimenti…

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Panorama…

Generazione C (Cambio Vita), su Panorama uscito oggi in edicola.

Bel contrasto tra linea del giornale e contenuto del pezzo. Ma bene così. Come parlare di laicità in chiesa. Se è vero che l’acquirente di questa testata generalmente pensa, dice, fa cose diverse da quel che si dice in “Adesso Basta”, tanto meglio. Qualcuno farà riflessioni (forse).

Vediamo

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Easy Bar. Giorni fa…

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Avvenire…

Accadono cose strane con il Downshifting. Ancor di più con “Adesso Basta”, libro politico, a suo modo eversivo. Mi aspettavo che il mondo cattolico ne avrebbe parlato a gran voce, scorgendovi dentro il messaggio delle bastonate alle bancarelle che mercanteggiano nel tempio. Quale occasione più ghiotta di un non cattolico che (per caso) dice cose in grande sintonia con i fondamenti del cattolicesimo? Invece “Avvenire” ne scrive solo oggi, pur con grande spazio e risalto. Famiglia Cristiana mi ha appena citato (con foto ?!).

Mi aspettavo anche che l’Unità, Liberazione, il Manifesto avrebbero presentato il libro soffiando sulla brace del messaggio anticapitalista, anticonsumista, antiedonista. Invece a capire il senso del libro è stato solo Il Fatto Quotidiano, e l’Unità ha scritto solo venti giorni fa, cioè tra gli ultimi.

In compenso trasmissioni televisive generalmente interessate al gossip, al vippismo, alle mode ne hanno parlato profusamente, così come i giornali più borghesi, meno “anti”. Addirittura uno dei maggiori settimanali del Paese ne farà presto la propria copertina.

I media “del Sistema”, dunque, danno grande spazio a un libro che predica il suo abbandono, la critica politica e filosofica, esistenziale e sociale al mondo che essi sostengono, o che almeno generalmente non criticano. Bizzarro, non vi pare?!

E’ come se qualcuno non avesse capito. “Adesso Basta” non è un libro sugli stili di vita, non è il racconto di una scelta di moda, non è un cameo di questa epoca colma di bizzarrie. Al contrario, è un libro dal fronte, dalla linea dove più o meno tutti immoliamo libertà e pensiero, dove ipotechiamo il tempo prezioso, la salute, le relazioni, e dove da qualche tempo, per molti, si consuma una battaglia di liberazione, di rientro nel proprio spazio vitale, di abbandono del superfluo alla ricerca dell’essenziale. Qualcosa che ha conseguenze economiche, psicologiche, sociali, relazionali, famigliari. Dunque il resoconto di un gesto atipico, controcorrente, a suo modo rivoluzionario (per il suo autore, certamente). Qualcosa che collide irrimediabilmente col messaggio consumista, modaiolo, trendy, brillante, edonista che, generalmente, quei media promulgano, propagano, propagandano. Un caso di sottovalutazione, forse. Certamente un misunderstanding. Semplice ignoranza mediatica..

O forse qualcosa di più?

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Poco lontano

Oggi nel golfo, a vela ridotta

A vela ridotta

 Giornate di vela, di mare. Aria fredda, tesa, su cui scorrere. Una lastra metallica, il golfo, satinata d’aria e correnti. A bordo uomini e donne innamorate di questo, del moto equilibrato di una barca, dei silenzi che seguono i pensieri più veri del normale. Da qui ogni cosa pare lontana. Quasi ogni cosa…

Parlare di vela, di tecnica, di materiali, di navigazione, di esperienza… rapisce. Si può specificare, dire, fino a vivere. Nelle cose di mare il racconto non è soltanto immagini e pensiero. Tanto meno soltanto parole. E’ una parte esatta della realtà.

A sera, si mangia  e si rivede. Qualcuno commenta un bordo, una manovra. Qualcuno annuisce. Se c’è soddisfazione comune, si ride. I marinai sono usciti in mare e sono rientrati, la barca è nuovamente al riparo. E’ stata una giornata buona.

In mare il cuore è diviso: sensazione di pericolo e di riparo. Il pericolo è lì, davanti, fatto di moli e colori. Il riparo è dentro, protetto dall’emozione, dalla soddisfazione. Ma non è così. Il pericolo maggiore non viene dal mare, ma dalla terraferma e dai suoi echi. Apro la posta. Ricevo quanto segue. Mi sfugge un sorriso amaro. Troppo lontano per ogni dispiacere. Poco lontano per l’indifferenza.

“Il capo del Governo si macchiò ripetutamente durante la sua carriera di delitti che, al cospetto di un popolo onesto, gli avrebbero meritato la condanna, la vergogna e la privazione di ogni autorità di governo. Perché il popolo tollerò e addirittura applaudì questi crimini? Una parte per insensibilità morale, una parte per astuzia, una parte per interesse e tornaconto personale. La maggioranza si rendeva naturalmente conto delle sue attività criminali, ma preferiva dare il suo voto al forte piuttosto che al giusto. Purtroppo il popolo italiano, se deve scegliere tra il dovere e il tornaconto, pur conoscendo quale sarebbe il suo dovere, sceglie sempre il tornaconto.
Così un uomo mediocre, grossolano, di eloquenza volgare ma di facile effetto, è un perfetto esemplare dei suoi contemporanei. Presso un popolo onesto, sarebbe stato tutt’al più il leader di un partito di modesto seguito, un personaggio un po’ ridicolo per le sue maniere, i suoi atteggiamenti, le sue manie di grandezza, offensivo per il buon senso della gente a causa del suo stile enfatico e impudico. In Italia è diventato il capo del governo. Ed è difficile trovare un più completo esempio italiano.
Ammiratore della forza, venale, corruttibile e corrotto, cattolico senza credere in Dio, presuntuoso, vanitoso, fintamente bonario, buon padre di famiglia ma con numerose amanti, si serve di coloro che disprezza, si circonda di disonesti, di bugiardi, di inetti, di profittatori; mimo abile, e tale da fare effetto su un pubblico volgare, ma, come ogni mimo, senza un proprio carattere, si immagina sempre di essere il personaggio che vuole rappresentare.”

Elsa Morante, 1945

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Senza fiato

C’era un Patto tra Provenzano, i carabinieri dei ROS, una parte del mondo politico. Un patto per far finire le stragi di Stato (Italicus, Uffizi, San Giovanni in Laterano, oltre a Lima, Dalla Chiesa, Falcone, Borsellino), in cambio della latitanza protetta dei boss e della possibilità di “immersione” della mafia, cioè consentirle i suoi affari dopo aver ricostruito un equilibrio con la politica. Nel papello con cui Riina avanzò le sue richieste c’erano la fine del carcere duro (41bis), la chiusura dell’Asinara e di Pianosa, la revisione del maxi-processo, e molti altri “favori”. E infatti dal 1993 le stragi si interrompono. E’ questa la tesi de “Il Patto” (Nicola Biondo e Sigfrido Ranucci – Chiarelettere, 2010), e i riscontri non vengono solo dalle carte.

Per anni Luigi Ilardo, un mafioso di rango, ambasciatore di Provenzano nella Sicilia dell’est, fu in realtà un infiltrato, cioè uno che faceva il doppio gioco. Nome in codice “Oriente”. Rivelò ogni cosa al Colonnello Riccio, compreso il covo di Provenzano, latitante da quarant’anni. Ma nessuno andò a prenderlo. Oggi c’è un processo a Palermo, tra i tanti, in cui le informazioni di Oriente sono alla base dell’imputazione al Generale Mori e al suo collaboratore De Donno del mancato arresto di Provenzano. Ilardo venne ucciso, inutile dirlo, proprio mentre stava per diventare un collaboratore di giustizia. Un pentito.

Ma in questo libro, di cui nessun giornale parla (a eccezione di una fredda recensione del Corriere) e che invece sta vendendo moltissimo, c’è ben altro. Si segue il filo dei rapporti tra mafia, Dell’Utri, Berlusconi, la massoneria, la politica degli anni Novanta e fino ad oggi, si pongono domande inquietanti, si portano alla luce tesi, ragionamenti, documenti, riscontri. Come l’analisi dei motivi e della dinamica della strage di via Capaci e dell’ancor più misterioso omicidio di Borsellino. Non furono uccisi per vendetta dalla mafia, ma forse dai servizi segreti, per motivi assai più gravi.

Ho trascorso tre giorni col cuore in gola, ho maledetto il nostro Paese, ho definitivamente assunto consapevolezza di quanto siamo impotenti di fronte alla conduzione della cosa pubblica, della giustizia, dell’ordine, della politica. E’ con fiero rancore, con lucida e feroce indignazione che ho chiuso il libro dopo l’ultima pagina. Sono sempre più convinto che l’unico modo sia astenersi, tirarsi fuori, non far parte di questo teatrino degli orrori manovrato da burattinai efferati, in cui l’unica cosa che ci è consentita sarebbe avallare lo scempio del potere con la nostra quiescienza di consumatori e lavoratori silenziosi, senza diritto di parola, senza dignità.

Ci resta solo una via: non chiedere niente a nessuno, fare tutto da sé, e quel che non si può, non farlo. Non desiderare il potere, gli oggetti, il favore di nessuno. Non piegarsi di fronte alle logiche del mercato, del capoufficio. Vivere in maggiore silenzio, pensare, studiare, coltivare l’idea che si ha di sé, fino all’autenticità inutile e muta di quello che siamo e che possiamo. In sintesi: requisire al potere, per quel che ognuno può, il nostro contributo di consumatori, lavoratori, membri della società, votanti perfino. Not in my name! E soprattutto non con il mio avallo, con il mio contributo, con la mia partecipazione. Quel Sistema campa e prospera solo se c’è gente che consuma, che aspira, che cerca la raccomandazione, che si candida, che partecipa al meccanismo che ha tante entrate (noi) e una sola uscita: la loro cassa piena di armi, potere, violenza, denaro.

Volevo votare l’unica voce che bilancia lo scempio, e cioè l’IdV. Non amo chi giudica, non amo le forze dell’ordine, mi fa paura la giustizia, e non stimo chi urla, ma la voce contro senza compromesso dell’IdV mi pareva l’unico residuo di equilibrio, l’unico peso sull’altro piatto della bilancia… E invece sono confuso. Penso che dopo tanti anni per la prima volta non voterò. Votare è comunque dichiarare che il sistema funziona, avere fiducia che la voce del singolo unita alle altre ha un peso e anche io governo il Paese. Se leggete questo libro, invece, capite una volta di più che non è così, che i giochi sono altri, altrove, per altre ragioni, e si cibano soprattutto del nostro voto, del nostro contributo prono al sistema. Viene in mente quel che diceva Brecht “Se il popolo non fa il suo dovere, il Governo lo scioglierà e ne eleggerà un altro”.

Pensare a Falcone e Borsellino, a Piersanti Mattarella, a Pio la Torre e ai tanti cittadini onesti di questo paese sacrificati al potere, dal potere, per mano mafiosa, fa rabbrividire. Toglie il fiato.

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