Archive for May, 2011

Dalla nebbia fitta e’ sbucata una barca a vela che tagliava in due il canale, perpendicolare a noi, sei metri massimo davanti alla nostra pura. Il cuore ci e’ schizzato in gola. Tempo di correggere la rotta quasi non ne abbiamo avuto, e lei sfilava gia’ sulla dritta. Un fantasma, inseguito da qualche nostra parola…

Mi rimarra’ questa immagine, forse, piu’ di ogni altra, del nostro arrivo a New York, ieri mattina. Il lungo canale tra boe rosse e verdi (che qui sono al contrario, rosso a dritta, verde a sinistra in entrata) che conduce fino alla baia di fronte alla citta’, era immerso nella nebbia fitta. Non si vedeva davvero nulla. Sul radar intuivamo navi enormi, sentivamo il loro corno sfilare a pochi metri da noi (davvero, pochi metri), ma non le vedevamo. Il rombo dei loro motori ci schivava via. Noi navigavamao a vela, 7 nodi, neppure lenti. D’un tratto, quella vela: uno schizzo d’adrenalina che macchiava l’anice…

 …fino al Ponte da Verrazzano. Duecento metri prima, d’improvviso, l’azzurro del cielo, la campata immensa che traspariva, sospesa nelle nuvole, staccata da terra, carica di macchine e camion che marciavano veloci, suonavano il clacson. Abbiamo visto prima lui di Long Island, di Coney Island, e naturalmente della statua, dietro, e piu’ in la’ ancora Manhattan. Ho desiderato fin da ragazzo entrare a vela nei porti di alcune citta’. Una era Larnaka, una era questa. Un piccolo sogno che si realizza. Me ne sono andato a prua, tra le vele a farfalla di questa splendia vecchia barca. Me ne sono andato via un istante, per sentire, accorgermi cosa stava accadendo. “Io non guardo, io vedo. Io non cerco, io trovo“. Ho pensato a queste parole di Pablo Picasso…

Siamo entrati nel North Cove Marina, South End West, proprio di fronte a Ground Zero, dove una delle 5 torri del progetto sta crescendo alta e imponente: arto mutilato da cui si rigenera il primo dito della mano. Quel luogo e’ osceno, indecente, fa ribrezzo. Siamo sbarcati. Piedi sul molo galleggiante, come a compensare l’eccessivo contrasto tra la barca e la terraferma. Poi terra, ma su un’isola, Manhattan, per compensare ancora tra mare e continente. Finito il viaggio.

Mi ci vorra’ del tempo per capire bene alcune cose. Abbiamo parlato molto, molte domande sono sorte. Troppo denaro nelle nostre parole… Comunque, ora non e’ il momento. Sbarcare dopo cosi’ tanto mare non aiuta il pensiero. Lo atrofizza. “Il marinaio parla poco, spesso delira. Non vuol convincere nessuno” (Biamonti). Ieri notte passeggiato a lungo tra Tribeka, Soho, il Greenwich Village, Chelsea. Avevo urgente bisogno di solitudine, e l’ho trovata tra le vie di questo splendido girone infernale. Troppo sbronzo per ricordare qualcosa… ma molto lucido per sentire. Alcune bombe innescate tra le onde sono esplose. Altre non ancora. Ci vorra’ tempo per capire.

40°37′ N – 70°32′ O
155 miglia da New York
Mare calmo
Brezza tesa
Velocità 8,5 nodi

Un capodoglio di una quindicina di metri ciondola in direzione contraria alla barca. Soffia due o tre volte, poi espone la sua coda morbida e larga e si inabissa. Un capodoglio ci ha salutati alla partenza, appena fuori dal porto di Funchal, a Madeira, e un capodoglio ci accoglie all’arrivo.

Improvvisamente capisco una cosa importante, qualcosa che so da sempre, ma che non ho mai messo a fuoco così lucidamente, così ferocemente: io non appartengo a nessun mondo.

L’ho capito chiaramente in queste settimane di navigazione, forse perché avevo davanti due campioni dell’appartenenza. Giovanni è il mondo della vela, almeno quanto il mondo della vela è lui. Ha iniziato da giovanissimo, appeso al suo sogno di libertà e di vita di mare. Ci ha raccontato decine di aneddoti, in questi giorni, dalle sue fughe dalla famiglia al suo continuo saltare da una barca all’altra (da questo proviene il nome del mestiere dello skipper: colui che skippa da una barca all’altra), prima come marinaio, poi come comandante, istruttore nei villaggi a Cuba e via così. Da allora ha sempre devoluto tutte le sue energie, ha prodotto tutti i suoi sogni (per quel che ne so, almeno) nell’unica grande e amata direzione del mare. Conosce tutti in quell’ambiente, ha incontrato chiunque, prima o dopo, ha condiviso disavventure e avventure su barche e mari disparati. Mi è capitato spesso, in questi giorni, di parlargli di amici che girano per il mondo, che hanno belle storie di navigazione sulle spalle: lui li aveva almeno incontrati, sapeva qualcosa, poteva riferire di un incontro.

Lo stesso vale per Oscar. Nell’incipit del suo libro (scritto da Anna Sartorio) racconta di quando, ragazzino, provò gioia, euforia, perfino eccitazione fisica nel tentare, correndo, una corsa contro il rintocco di una campana. Doveva tornare a casa, ma era in ritardo. Si era fissato a guardare le autoscontri alle giostre del paese, colmo di meraviglia, e aveva fatto tardi. Anzi, era impossibile che riuscisse a rientrare prima del secondo rintocco di campana. In quel momento, spacciato, dove tutti si sarebbero rassegnati, lui aveva provato piacere. Aveva ingranato la quinta, aveva deciso che poteva farcela, contro ogni evidenza. Provava, ancora bambino, il gusto della sfida. E l’aveva vinta. Da allora la sua vita era stata un crescendo nell’unico mondo della sfida, da cogliere, abbracciare, vincere. Un uomo, un mercante come ama definirsi, che aveva alzato sempre l’asticella, devoluto a questo ogni sua risorsa, reinvestendo, rischiando, vincendo ogni volta. Un mercante che sa tutto del mercato, che fa parte del mondo in cui vive, fa il surf sulla sua cresta più spumeggiante.

Ecco. Io non sono mai stato così. Neppure quando scrivo, neppure quando navigo. Io sono sempre “parzialmente” lì, anche quando chiunque sarebbe pronto a scommettere che ci sono dentro fino alle scarpe. Accade che io sia totalmente assorto, totalmente intriso, ma solo per un periodo, anche se lungo. Poi la mia mente vola, evade, diverge. la mia anima è altrove, sugli altipiani, nel mare aperto. Troppe cose, più in là, di cui mi sento parte. Era così a scuola, quando guardavo fuori dalla finestra e volavo sulle mie bizzarre fantasie silvestri. Era così all’università, nel lavoro, dovunque. L’unico luogo dove sono stato del tutto, forse, è stato l’amore. Ma temporaneamente, non per scelta, come testimonia la mia storia.

Mi sono convinto poco fa, che sono come quel capodoglio. Mi immergo anche io, di tanto in tanto, quando la piega del momento è stata consumata. Curvo la schiena e vado giù, dove nessuno può vedermi. In questo affonda le radici il mio sentimento di libertà. Come quel cetaceo, devo andar via, ritrovarmi in un luogo altro, consapevole che dove stavo c’ero temporaneamente. Anche la mia malinconia viene da questo. Non appartenere consente libertà, fa sentire uomini in valore assoluto, eppure rende sempre diversi. Ci guardano, quelli che appartengono, con un occhio semichiuso, come a scrutarci. Degli uomini che non appartengono non c’è da fidarsi, così si pensa. E pensare che nell’orgoglio di quella differenza, nel sentimento libero di quell’autonomia, languisce il desiderio profondo di esserci, di essere accolti, ritenuti parte. Forse la capacità unica, esclusiva, di smetterla una buona volta di inabissarsi, questo eterno andare, per restare.

40°32′ N – 66°36′ W
Rotta 290°
circa 336 miglia da New York
Vento S 10 nodi

Stanotte vento fresco, tra 20 e 30 nodi. Rande ridotte, via lo yankee e su la sola trinchetta. Tenere tutte le vele a riva sarebbe stato impossibile. 10-12 nodi di velocità in un’onda di tre metri, non cattiva. A tratti venivano giù corte cataratte di pioggia. Aria fredda. Sul ponte venivano i brividi.

Sono sceso a guardare la rotta e d’incanto l’ho vista: terraferma, ma non una qualunque. Sul monitor era impossibile non riconoscerlo, con la sua forma a corno di rinoceronte: Cape Cod, il capo del merluzzo, con sopra la splendida Boston e sotto Nantucket, Marta’s Vineyard, Newport. I luoghi mitici su cui fantasticava un bambino riccioluto, poi uno studente solitario, trent’anni fa. Quel ragazzino sognava le balene di Moby Dick, i ramponi di Quiqueg, i capitani coraggiosi che partivano lì sopra, da Glouchester, e i marinai avventurieri che salpavano da Boston per il giro del mondo a vela. Diventare Ismaele o Gordon Pym? Il mio braccio poteva tenere una rete da pesca con dentro un bambino di buona famiglia caduto da un piroscafo? E il mio piccolo amico, chi mi spingesse all’avventura o mi frenasse nell’impulso, dov’era? E quando andavo al mare, dov’era Cape Cod? Isola di Capo Rizzuto faceva lo stesso? Così nasceva la mia fantasia, così nel mio pensiero mi spingevo.

Eccole lì quelle coste, a cento miglia appena. Ecco quei nomi affascinanti sulla carta. Mi emozionarono quando ci viaggiai da terra. Ora quei nomi risuonano.

Al ritorno sul ponte avevo ancora tre ore di guardia. Al freddo, ho ricordato, ho immaginato, come sempre, ho raggiunto persone amate col pensiero, e ho una volta ancora evitato quelle dimenticate. Il bambino che sognava sulle carte del New England, tutto sommato, c’è ancora. L’ho visto seduto accanto a me in pozzetto. Ci siamo fatti un cenno d’intesa, invisibile come il nero cocciuto della notte.

59°57′ Ovest

Annoto sul mio diario di viaggio personale la nostra longitudine. A La Spezia siamo a 9° e rotti Est. Fa abbastanza impressione veder scorrere veloci i “primi” e i “secondi” della longitudine. La longitudine…

Fino alla metà del 1600 era ancora sconosciuto il modo di misurarla. L’unico metodo, sbagliato, era francese. Ecco perché il meridiano zero passava da Parigi. La Corona inglese fece una gara aperta per capire come dividere il mondo in una rete capace di essere rilevata e misurata. Come individuare questo dato, naturalmente, era di natura strategica. Gli inglesi volevano la supremazia sui mari, smettere di perdere navi nella nebbia, o battaglie con flotte troppo disperse nei mari, o isole delle spezie scoperte dai propri avventurieri e segnate su carte troppo imprecise.

La gara era rivolta al mondo accademico, che si scervellava da anni su stelle, sole, angoli sull’orizzonte. Ma niente. Nessuno riusciva a scovare l’idea. Tranne uno: un oscuro e anonimo orologiaio della campagna inglese. Si presentò col cappello in mano, quasi scusandosi per l’ardire. Aveva inventato un cronometro, grande come un’automobile di oggi. Gli unici orologi, fino a quel momento, erano a pendolo. Impossibile usarli sulle navi. Il mondo, tra est e ovest, poteva essere diviso in 24 ore di rotazione, dunque in minuti e secondi. L’idea.

Tralascio che ci vollero oltre settant’anni, morto ormai l’orologiaio, perché il premio venisse assegnato. L’accademia non tollera mai gli outsider. Resta che oggi il meridiano zero passa per Greenwich, dove c’è il Museo della Longitudine e il primo cronometro della storia.

Penso a quell’uomo, di cui non ricordo il nome, mentre il mare scorre in direzione contraria, da ovest verso est, e il nostro scafo macina miglia nel vento da nord ovest. Tra non molto, quattro giorni al massimo, ritroveremo terra. Sappiamo che è lì perché un marinaio, senza neppure sapere cosa fosse la longitudine, la scoprì alla fine del ’400. Un altro genio. Stavolta italiano.

Navighiamo insieme a questi uomini, alle loro scoperte. Navighiamo ricollegandoci alla loro storia. Di loro abbiamo memoria. Che bella la memoria, e anche chi ce l’ha. Dimenticare fa male a chi dimentica, oltre che a chi è dimenticato.

Decimo giorno di navigazione
1850 miglia percorse
1000 miglia da New York
Vento reale 15 nodi da 230°
Rotta 300°
Velocità 9 nodi

Prima bolina dalla partenza. Dopo circa 30 ore di calma abbiamo ripreso vento, sud a tratti sudovest. Siamo entrati nella corrente del golfo prima della notte. Il grande flusso di acqua calda piena di plancton fosforescente che naviga dal Golfo del Messico verso l’Inghilterra. Con due nodi di corrente contraria arranchiamo un po’. Però che atmosfera stanotte…! L’acqua calda della corrente intiepidiva l’aria, solo appena umida. Il mare aveva perso la lucentezza setosa del giorno, satinato ora dalla brezza in ascesa. Una luna ancora grande è sorta dietro di noi dopo ore di cielo invaso di stelle. Quando ha perduto il rosso dell’alba ha argentato ogni cosa. Io e Giovanni ci siamo alternati sul ponte. Non era sera da grandi discorsi. Molti silenzi, qualche pensiero isolato, che non riceveva commento. Mi sono tornate in mente le parole di un brano di Francesco Biamonti. “Il marinaio parla poco. Spesso delira. Non vuol convincere nessuno”. Ognuno di noi riannodava i suoi fili…

Davanti a noi potrebbe riformarsi una depressione abbastanza violenta. Non è certo, ma potrebbe. Nell’imminenza di un cambio di vento e mare, il cuore sta sempre all’erta. Ieri e oggi solo una vibrazione. Dopo tanti giorni senza vedere che mare, siamo in armonia con l’Oceano, che fino ad ora ci ha lasciati passare. Aspettiamo comunque un rinforzo e un piccolo giro a sud, poi un cambio secco da nord, poi chissà. Nell’Oceano avere le previsioni serve solo a prepararsi. I fenomeni sono così grandi che anche se vedessimo di fronte a noi una tempesta perfetta non potremmo neppure tentare di evitarla. Sapere che non si può evitare nulla, solo viverlo, solo entrarci dentro e comportarsi come si deve, come è scritto da sempre, allevia la responsabilità. Nessun uomo ha una missione. Il marinaio ha solo quella di farcela.

Ho pensato tanto in questi giorni. Poco fa mi sono accorto che si sono mescolate talmente tante cose nella mia testa, da rendere impossibile qualunque racconto piano. Potrei iniziare e poi spezzare ogni discorso, le frasi, mozziconi di parole inseguite da altre. Non si capirebbe molto. Dovrei ammettere che non so raccontare. Impossibile per uno scrittore.

Al passaggio delle 1000 miglia abbiamo aperto una bottiglia di vino e abbiamo brindato. Eravamo già sbronzi da un pezzo. Non so quanto abbiamo bevuto, Giovanni aveva raccontato molte storie. Ognuno aveva detto la sua. C’è una bella ebbrezza tra i marinai che fanno il turno di guardia sul ponte, di notte. Pensate ai vostri ultimi dieci giorni a tutto quello che avete fatto, minuto per minuto, ora per ora. Noi, in quel tempo, eravamo in mare, sempre, senza requie. A bordo, di questo, c’è consapevolezza, coscienza. Una sorta di stato mentale. E lo stato della mente è tutta la storia.

Ora proseguiamo. Mure a sinistra, vento teso. 10 nodi di gioia. La vita, questa porca vita, è meravigliosa.

Dagli anni ’70, dopo aver risolto le questioni di primaria necessità del dopoguerra, non abbiamo fatto altro che generare e inseguire bisogni immaginari. Ben assistiti dalla macchina del consumo e da quella mediatica, la nostra società, la nostra cultura, hanno spostato giorno per giorno sempre più in là l’asticella del benessere, sostenendo che sempre più condizioni, sempre più oggetti, sempre più servizi fossero necessari per acquisirlo e mantenerlo. Pubblicità e informazione hanno reso questi concetti immaginario collettivo, e tutti, più o meno, abbiamo iniziato a inseguire quelle icone. Per farlo, anche in periodo di crescita economica, è stato necessario mettere in secondo piano ogni cosa.

Se l’acquisizione di beni era il fine, lo strumento era il denaro e l’unico modo per produrlo: il lavoro. Con un lavoro da 40, 50 ore a settimana sulle circa 60 diurne disponibili e con il denaro che ne fruttava, abbiamo iniziato a sentirci felici, inseriti, moderni. Non ci sfiorava neppure il sospetto che il costo di questo benessere fosse eccessivo. Non ci siamo neppure posti il problema che si trattasse davvero di benessere. Il mondo nordoccidentale non è in decadenza solo perché la politica è fallita. Decade per l’egemonia della cultura mercantile, che è stata fin qui incapace di perseguire altro che la produzione di beni, la loro promozione, distribuzione, vendita, senza che vi fosse un’armonizzazione tra questo e il resto: il tempo che corre e non torna, le relazioni con se stessi e gli altri, l’equilibrio psicologico e spirituale, l’armonia con l’ecosistema circostante. La cosa più grave a cui assistiamo oggi è che l’immagine di milioni di persone che passano il loro tempo libero nei non-luoghi dei centri commerciali non pare penosa a tutti, non genera riprovazione, commiserazione, disgusto.

Per cambiare il nostro Paese, non serve cambiare le leggi. Non servirà, almeno, fino a che non sarà mutata la cultura che le ha espresse. Occorre fare un passo avanti per superare il vero ostacolo alla crescita e alla salvaguardia del Pianeta, e cioè il consumismo e l’egemonia della cultura mercantile economica e finanziaria che, da tempo, si è sostituita alla politica e fa da metronomo di ogni attività umana. Per farlo, ottenendo subito il risultato di vivere diversamente, in modo più efficiente e soddisfacente, occorre togliere la propria spalla dalla portantina su cui noi, ogni giorno, portiamo in trionfo il Sistema. Occorre togliere tutto il possibile dallo spazio dei bisogni, lasciando che la presenza o meno di simboli e ruoli nella nostra vita sia accessorio, secondario, trascurabile. Occorre impiegare solo parzialmente il tempo per la produzione di reddito, il minor tempo possibile, e sfruttare le risorse solo parzialmente per la produzione di beni accessori. La terra, come il tempo, devono essere sfruttati quanto basta per produrre e quanto è necessario per rigenerarsi e vivere in dimensioni lontane dalla convenienza e dallo sfruttamento. Individualmente, il prima possibile, possiamo cambiare le proporzioni della nostra vita, e facendolo cambiare quelle del sistema sociale ed economico. Vivere per consumare, per sprecare, per impressionare, con denaro che ci costa troppa vita guadagnare, che spesso non abbiamo, e che depaupera troppe risorse, non ha senso. Soprattutto non è bello.

Ecco: tutti rivolti alla produzione, al lavoro, al consumo, abbiamo smesso di essere belli. Forse, con un po’ di amor proprio, è necessario tornare a occuparci della nostra bellezza.

Atlantico nordoccidentale, VI giorno. Mare calato, insieme al vento. Sono trenta ore che navighiamo con spinnaker, trinchetta e due rande. 9-10 nodi di speed. Continuiamo a procedere per 300 gradi, anche se stanotte il vento è girato a est-nordest costringendoci ad alzare la prua fino a 320°. Le previsioni sono sbagliate, quel che dovremmo trovare è un sudest da una quindicina di nodi. Dovremo procedere in base a quello che troviamo.
In ogni caso, dopo quasi 1000 miglia di navigazione abbiamo ancora 1800 miglia davanti prima di New York. Non siamo messi male, ma acqua davanti ce n’è.

A bordo si parla, si discute. Difficile farlo su tutto. Alcune posizioni sono decisamente agli antipodi e forzare sui temi, in uno spazio ristretto, per molti giorni, non ha senso. La differenza delle personalità e delle impostazioni, tuttavia, è sempre fertile. Suscita riflessioni, mette in risalto i temi. Eccone uno, frutto della navigazione notturna.

Su simboli e ruolo

Simboli e ruolo non sono veri. I primi servono a mostrare qualcosa che, senza, non si vedrebbe, per il semplice motivo che non c’è. Il secondo, in modo del tutto identico, serve a rappresentare qualcosa che, senza quei galloni sulle spalle, non apparirebbe. Senza quella divisa sarebbe impossibile.

Entrambi sono collegati al concetto di qualità. Con quel simbolo al polso o quell’automobile, la qualità di una persona aumenta. A volte appare dal nulla. In quel ruolo una persona viene rispettata, considerata, di lei si parla. O almeno pare definita da una qualità specifica. Aumentata rispetto alla realtà.

Non è sbagliato che ci si avvalga di simboli. Anche un orecchino per un marinaio è un simbolo. Ma non è grave. La cosa seria è che oggi assistiamo al paradosso del capovolgimento: il simbolo è diventato un fine, dotato di valori che non ha.

Ogni volta che vedo un uomo in un certo ruolo, penso sempre: fuori da quella divisa, che uomo sarebbe? Me lo sono chiesto in questi giorni osservando Giovanni Soldini, dandomi un’ottima risposta. Anzi, mi sono accorto (come sempre capita per le persone molto in gamba) che il suo ruolo rischia di sminuire l’uomo che lo interpreta.

Mi diverto anche a spogliare la gente dei suoi simboli. Mi piace togliere di dosso orologi, abiti, o dalle mani telefoni e computer. Mi capita spesso di levare da sotto il sedere della gente le loro automobili, le case, i giochi. Cerco sempre di capire cosa c’è dietro, cosa c’è sotto, senza metafore, senza ausili simbolici. L’uomo o la donna che sono, che sarebbero dovunque e comunque.

La maggior dote del simbolo e del ruolo è che accorciano la via.
E’ più facile trovare un lavoro o fare carriera per apparire potenti che non diventare realmente tali. Ciò che affascina del ruolo non è altro che la considerazione che produce, il potere di attrarre attenzione, di generare palliativi di affetto, amicizia, amore. Più amore di quanto sapremmo garantirci senza quel ruolo, senza quel simbolo. Tentare la via del ruolo e del simbolo è, in fondo, una testimonianza di quanta poca considerazione abbiamo di noi stessi. Siamo talmente convinti di non valere granché che ci affanniamo a coprirci di simboli, a interpretare ruoli, pur di valere qualcosa.

Simboli e ruolo non vanno rifiutati per questo. Come sempre, non c’è un nemico cattivo, ma un cattivo uso di noi stessi e della realtà. Però io mi chiedo continuamente il perché di ciò che faccio. Ogni volta che uso qualcosa come un simbolo o che interpreto un ruolo, vorrei essere sicuro di saperlo. Pensare di essere quel simbolo o di essere quel ruolo, non essendo vero, essendo io altro (di meno o di più, poco importa), mi spiacerebbe molto.

Ragionare sulle 7 mosse per il cambiamento significa anche, senza dubbio, parlare del denaro.

Ora, è vero che sulla barca di un mercante parlare di denaro può sembrare sconveniente. Parlarne come ne parlo io, almeno… Così come può sembrare sconveniente (a qualcuno è parso tale) che io che la penso così sia salito su una barca con queste caratteristiche. È vero, qui di gente povera non ce n’è. Sono tutti uomini di successo, che si sono guadagnati qualche benessere esprimendo forme di genio, di creatività, artigianato.

Del resto io non ho proprio niente contro questo, come non ho nulla contro il denaro in sé. Quel che mi interessa del denaro è la sua caratteristica di droga. Il denaro somiglia molto al vino, che se non sei in equilibrio ti prende la mano e diventi un alcolista, o alle droghe, che ti rendono prono, incapace di scegliere altro che loro. Il problema è che le droghe hanno una pessima immagine, mentre il denaro ne ha una ottima. Del denaro non si fa che parlare, e sempre come una meta dorata, come qualcosa cui tutti ambiscono indiscriminatamente, tutti certi che a esso sia collegata la felicità. Il denaro non è più uno strumento, come forse fu all’alba dell’economia, ma un fine. La stessa cosa capita al drogato, che se anche ha iniziato ad assumere droghe per alleggerire la tensione, per distrarsi, per comunicare, poi le cerca spasmodicamente, il suo fine è trovarne e assumerne, e tutto il resto non conta più. La nostra cultura piega ogni cosa al denaro: gli affetti, le relazioni sociali, gli stili di vita, le scelte su figli, amori, passioni.

Non viviamo dove vorremmo, ma dove c’è lavoro, cioè dove possiamo garantirci del denaro. Non frequentiamo chi vorremmo, ma chi dobbiamo per esigenze economiche. Non compriamo ciò che vorremmo, solo quando vorremmo, con l’obiettivo, se possibile, di essere più felici, ma ciò che non ci serve, con denaro che neppure abbiamo, per impressionare persone che non ci amano o essere accettati nel branco. Una delle 7 mosse, dunque, non può che essere un’azione di formazione e sensibilizzazione, che contrasti questa cultura.

Il denaro deve avere il suo ruolo, ma inferiore a quello che ha oggi. Uomini che aspirano alla libertà non possono passare la loro vita a parlare di denaro, a fare denaro, a spendere e sprecare denaro. Vivere più sobriamente, come ho scritto nei miei ultimi tre libri (che non a caso ho chiamato la trilogia della libertà: Adesso Basta, Uomini Senza Vento, Avanti Tutta), è possibile. Non occorre essere ricchi di famiglia o avere tesori nascosti. Occorre sentirlo come un’opportunità, volerlo, organizzarsi. È un passo decisivo per allentare la pressione sui nostri cuori, diminuire l’ansia in cui viviamo, rendere più libera e lenta la nostra vita, favorire le nostre passioni, farci somigliare maggiormente all’idea che abbiamo di noi. Prima che sia troppo tardi.

Per cambiare questo Paese, anzi, il Nord-Ovest del pianeta, occorre ridurre il ruolo del denaro, arginare la cultura mercantile che piega a esso qualunque cosa, aiutare la gente a farsi domande, a dire dei no, a cercare una vita più autentica, fuori dal condizionamento dilagante e dall’omologazione. Liberare le vite dal denaro attraverso la sobrietà e la dignità di proprie scelte originali non è solo essenziale per cambiare. È una delle cose più urgenti da fare. Al riposizionamento del ruolo del denaro nelle nostre vite è collegato molto: l’idea dello sviluppo, il concetto di decrescita armonica, il risparmio energetico, la riduzione del superfluo, un nuovo equilibrio tra vita e lavoro per vivere meglio e battere la disoccupazione, la soluzione al gravissimo problema della previdenza. Da troppo tempo i problemi vengono affrontati superficialmente. Parlare del ruolo del denaro significa prendere la questione del nostro sistema di vita dalle radici.

Mare e vento che impegnano l’equipaggio. Si fatica, non è una passeggiata, ma si sapeva. oggi abbiamo fatto 15 nodi di velocità, marciamo bene. Di fronte a noi però c’è un vento in rinforzo. Vedremo stanotte, tra le 5 e le 6.

Io avrei molte cose da dire, ma abbiamo problemi seri di comunicazione. Mandare i video non è semplice, perdiamo il segnale continuamente e dobbiamo ricominciare da capo. Speriamo di riuscire meglio nei prossimi giorni.

Da qui, da in mezzo all’oceano, vedo sempre più chiaramente quello che mi serve per vivere in equilibrio e in armonia. Questa traversata è bella, è affascinante, è un’occasione di vita, ma io resto sempre più focalizzato su quelle due o tre piccole, semplici cose che compongono il nucleo della mia vita. Pensare, scrivere storie, amare, costruire cose con le mani, essere autonomo il più possibile, essere libero. Per questo ogni cosa è utile, ma solo poche sono essenziali. Guardo l’orizzonte increspato di questo grande mare, ricordo tutte le email di gioiosa invidia che ho ricevuto, immagino quelle di invidia vera che non mi sono state spedite, e sorrido. Se ci fosse una cosa facendo la quale si è felici, l’invidia avrebbe un senso. Ma non c’è. Quella cosa, da fare senz’altro, siamo noi.

Le partenze. Tutto il tempo che corre prima di andare fremo. Sempre. Mi pare che Il Tempo vero sia quello, non quello che manca. Non è impazienza. Non so cosa sia.

In realtà non si tratta di un’attesa, ma di vita. Marcel Proust, che di tempo perduto se ne intendeva, scriveva che il tempo di un’attesa fuori programma, quando siamo insofferenti per qualcosa che tarda ad avvenire, non è tempo perso, ma tempo ritrovato. Tempo che non avremmo avuto, se tutto fosse andato come doveva, e che invece ci ritroviamo a disposizione, come una provvista piena. Tempo in cui pensiamo cose che non avremmo pensato. Ci ragiono su seduto al tavolino del bar. Un caffè, ottimo, 0,60 euro al tavolo.

Qui si parla, si parla. Stamattina colazione con Giorgio Faletti, dispiaciuto di partire. Gli ho molto chiesto, mi ha raccontato. Poi con Oscar Farinetti. L’uomo c’è, è intelligente, velocissimo. Di un discorso che gli ho fatto ieri ha subito mandato a Baricco una sintesi, per introdurre un punto nel documento 7 Mosse. Indovinate che punto… L’invito urgente a tutti a prendere in mano la responsabilità della propria vita. A non attendere nessuno, che tanto nessuno sta per arrivare. L’invito urgente a smettere di ragionare collettivo, a iniziare a pensare alla comunità come una conseguenza dell’azione individuale. Cambiare il proprio mondo per sé, per crescere, per diventare simili all’idea che si ha, a ciò che vorremmo essere, e dunque cambiare il mondo. Un uomo che cambia cambia ogni cosa intorno a sé, lontano da sé, perché dentro di sé. Questo gli è molto piaciuto.

Ma ora c’è l’Oceano. Abbiamo una previsione buona per tre o quattro giorni, con vento da grecale. Come se fossimo più bassi di latitudine. Speriamo. Molto a ovest c’è una depressione enorme, con 600 miglia di diametro. prima o poi dovremo farci i conti. Ma poi.

L’animo balla, la mente vola, si freme. E’ così. Tutto si stempererà col largo. Vedremo.

ciao a tutti.