Archive for May, 2011

Madeira che sembra unire la liguria e i tropici. Mai visto vigna accanto a cedri del libano, rododendri accanto a bouganville accanto a fichi d’india, a orchidee.
La simpatia sorniona di Oddifreddi che disputa di coscienza con Farinetti. Che belli gli uomini quando usano la testa a modo loro, secondo logica.
Giovanni soddisfatto, appena stanco, consapevole che quello che ci attende non e’ una cosa da niente. Venti italiani in tutto hanno fatto questa rotta fino ad oggi.
Matteo Marzotto che sembrava tutto in-gessato (la battuta e’ di Farinetti) e invece e’ assai simpatico.
Faletti che racconta le sue disavventure con il bagno della barca, ma anche i suoi progetti.
Cedroni che mi racconta, entusiasta, quasi rapito, come lavora in cucina.
Teo, il birraio, che mi fa assaggiare due birre che hanno dell’incredibile.
Farinetti che a cena racconta una storia sul perche’ non crede nel federalismo (un secessionismo mascherato) come se fosse un racconto di Italo Calvino: il nord vide che produceva molto piu’ valore del sud e decise giustamente di separarsi. Poi pero’ la lombardia si accorse che produceva piu’ valore della liguria o del piemonte, e decise di separarsi, giustamente. Del resto non e’ giusto che chi produce valore debba stare con chi lavora meno, ne produce meno etc. Poi pero’ la Brianza si accorse che produceva piu’ e meglio del pavese, e si divise. Cosi’ fecero anche tra Bergamo alta e Bergamo bassa, e poi tra rioni di Bergamo alta. Poi rimasero soli, e uno si accorse che anche il suo copro produceva in modo disomogeneo, la testa, la parte nord del corpo, assai piu’ della parte sud. E si divise. E cosi’ avanti di organo in organo, fino all’atomo, in cui alcuni componenti consumano o producono maggiore enrgia. E divisero l’atomo, scatenando un’enorme esplosione nucleare. Fu la fine.
Bella storia…
A bordo, alle due di notte, un po’ sbronzi, si stava bene. Si parlava di mare, come si deve nell’imminenza di una traversata impegnativa. Cielo luminoso a meta’, le luci della costa. L’Oceano sospirante qui accanto.

Elmo’s Fire salpato per l’Oceano, rotta su Madeira. Terza tappa. Sono felice di conoscere Oddifreddi, ceneremo insieme in porto a Funchal. E vedere quel barcone pesante che fila quasi 11 nodi fa venire voglia di essere già a bordo. I fili si sciolgono, o cominciano a riannodarsi, a seconda di come la si guarda. Dopo queste strane settimane di solitudine, pensieri contorti, ho bisogno di prendere il mare. Ma ormai ci siamo

A Madeira andrò in cerca di qualcosa che generalmente cerco nel Mediterraneo, con sempre maggiore difficoltà. Oggetti di lavoro, utensili, vecchi pezzi di barche. Un tempo se ne trovavano con facilità, a due lire. Oggi sono diventati merce rara e costosa. Ma Madeira è un isola di pescatori oceanici, un luogo isolato, ho la sensazione che ne troverò. Se c’è qualcosa che mi emoziona sono i pezzi di legno mangiati dalla salsedine, che un tempo furono vecchi scalmi, spolette per la cucitura delle reti, galleggianti da nasse. Oggetti poveri, che però hanno preso il mare mille e mille volte, sono stati tra le mani ferite e consumate di vecchi pescatori, hanno assistito muti alle loro avventure, ascoltato i loro racconti. Se c’è una cosa che mi affascina è ciò che ha fatto miglia, che è riemerso sempre dall’onda, senza soccombere mai. Una delle 7 mosse deve essere questa: le mani, la loro perizia nel cercare pieghe e fessure, la loro durezza nonostante la precisione. La balsamica sensazione che trasmettono alle braccia, poi al corpo, poi alla mente, di saper fare, di saper tirare fuori dai guai, di saper creare. Le mani ci salveranno. Sono l’unico antidoto alla testa.

Tra pochi giorni salpo per quasi un mese di navigazione, 2.300 miglia senza terraferma alle viste, nell’alto mare aperto. Fuori stagione e fuori rotta sarà un viaggio duro, ma non è questo a mescolare dentro di me desiderio di partenza e ritrosia. In queste due settimane, da quando ho gettato l’ancora dopo mesi e decine di città, di incontri, parole… ho ripreso il mio ritmo, all’interno delle mie cose. Non è stato facile, all’inizio. Ritrovarsi improvvisamente soli, nel proprio, può dare il capogiro dopo tanto movimento. Ora però sto meglio. La mattina verso le 6.00 mi sveglio, prendo il caffè e attendo il sole. Poi scrivo per tre o quattro ore. Sto lavorando a un romanzo a cui tengo molto, e anche se la logica vorrebbe che mi sbrigassi, ho deciso di lavorarci senza tempo, senza scadenze. Poi si fatica: ho costruito due scale, una in casa e una nel bosco, ho trapiantato il semenzaio, ho fatto il sistema di irrigazione, finito la staccionata, eccetera. Ma l’Oceano si avvicina, e il cuore entra in subbuglio.

In questi giorni ho provato forte la sensazione di Ismaele, il narratore di Moby Dick. Per chi non è abituato a navigare potrà essere difficile da capire. Non so quanti sperimentino la condizione nomade del muoversi, dell’andare, del desiderare la pausa, per poi riprendere il mare. E’ una condizione interiore, che spinge al viaggio e a fermarsi seguendo tensioni insondabili e logiche mutevoli. Non vorrei partire, per un verso. Ho cose da fare qui, importanti, seguire fili nel cuore. Eppure sono pronto a partire, desideroso di mollare le cime dal porto di Madeira e mettere la prua a ovest, para el ponente.

In questi anni ho viaggiato come mai avevo fatto prima. La libertà mi ha reso instabile fisicamente e saldo nell’animo. Muoversi, l’ho scritto, è la condizione dell’uomo libero. Andare via quando vuole, arrivare quando è l’ora, stare, per poi muoversi ancora. C’è molta vita in questo, nei tempi resi giusti dalle decisioni e non nelle scelte rese obbligatorie da tempi altrui. Ho pensato spesso alla mia vita precedente in questi giorni. C’era un centro troppo saldo, e quel centro non era quello della mia vita.

“Chiamatemi Ismaele…  Alcuni anni fa – non importa quanti esattamente – avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che m’interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione e vedere la parte acquea del mondo. È un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione. Ogni volta che m’accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni volta che nell’anima mi scende come un novembre umido e piovigginoso, ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente dinanzi alle agenzie di pompe funebri e di andar dietro a tutti i funerali che incontro, e specialmente ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me che mi occorre un robusto principio morale per impedirmi di scendere risoluto in istrada e gettare metodicamente per terra il cappello alla gente, allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto.” Moby Dick, Herman Melville