1961. Luciano Bianciardi scrive “La Vita Agra”, opera che fa da palinsesto (come disse Geno Pampaloni) ai motivi che animeranno qualche anno dopo la contestazione giovanile. Il successo è immediato. “Ormai sto girando come un rappresentante di commercio” lamenta lo scrittore durante il suo giro d’Italia per presentare il libro “a volte sembro un comico d’avanspettacolo: sempre le stesse battute e sempre con l’aria di chi le dice per la prima volta” (quanto lo capisco!). La cosa sorprendente di questo libro (metà romanzo, metà saggio sociologico, metà tesi politica) è che delinea al presente e al futuro quel che noi possiamo raccontare oggi al passato e al presente, cioè descrive con chiarezza essenziale quanto stavamo per trovarci di fronte, accanto. Dentro. “Faranno insorgere bisogni mai sentiti prima. Chi non ha l’automobile l’avrà, e poi ne daremo due per famiglia, e poi una a testa, daremo anche un televisore a ciuascuno, due televisori, due frigoriferi, due lavatrici automatiche, tre apparecchi radio, il rasoio elettrico, la bilancina da bagno, l’asciugacapelli, il bidet e l’acqua calda. A tutti. Purché lavorino, purché siano pronti a scarpinare, a fare polvere, a pestarsi i piedi, a tafanarsi l’un con l’altro dalla mattina alla sera. Io mi oppongo.” Nessuno lo accusò di millenarismo, anche se ipotizzare questo scenario, all’epoca, era davvero fantascienza. Eppure, è accaduto. E nessuno (o quasi) si oppose.

Fin d’allora la sua ricetta anti-decadenza era chiara: “Ora so che non basta sganasciare la dirigenza politico-economico-social-divertentistica italiana. La rivoluzione deve cominciare da ben più lontano, deve cominciare in interiore homine. Occorre che la gente impari a non muoversi, a non collaborare, a non produrre, a non farsi nascere bisogni nuovi, e anzi a rinunziare a quelli che ha”.
Parole sante. E inascoltate. In interiore homine, nell’animo di ognuno. Per dire adesso basta ognuno a suo modo, ognuno con la sua voce. Ognuno con la propria forza e il proprio coraggio di uscire dal coro.
Luciano Bianciardi è una delle tante voci italiane pure, convinte, militanti, che sui giornali e nei libri (memorabili i reportage con Carlo Cassola sui minatori della Maremma) formarono il coro dei grandi moralisti italiani, come Pasolini, come Calvino. Gente che manca oggi come non mai alle nostre coscienze, alla nostra cultura. Proviamo almeno a rileggerli.