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	<title>Piccolo Cabotaggio II (Parole in navigazione)</title>
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		<title>Qualcuno ha bisogno di una scusa?</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Feb 2012 09:41:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>simone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[Questo sistema è sbagliato. E sbaglia anche chi se ne lamenta ma vi aderisce. La promessa che saremmo stati felici era una balla, e noi ci abbiamo creduto. Io da questo sistema mi sono tirato fuori il più possibile e continuo a farlo. Molti, per questo, mi accusano di radicalismo. In modo del tutto controintuitivo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://cdn.c.photoshelter.com/img-get/I0000fvlvQziV5zM/s/600/600/210AB004AAH0067.jpg" alt="" width="412" height="260" /></p>
<p>Questo sistema è <strong><span style="text-decoration: underline;">sbagliato</span></strong>. E sbaglia anche chi se ne lamenta ma vi aderisce. La promessa che saremmo stati felici era una balla, e noi ci abbiamo creduto. Io da questo sistema mi sono tirato fuori il più possibile e continuo a farlo. Molti, per questo, mi accusano di radicalismo. In modo del tutto controintuitivo e paradossale, data l’attuale corsa all’occupazione, <strong>ho ipotizzato la nascita di un Ufficio di Scollocamento</strong>. E’ nella pagina finale di Avanti Tutta (Chiarelettere).</p>
<p>Quando il libro è uscito (gennaio 2011) non ho ricevuto <strong>una sola voce di biasimo </strong>per quell&#8217;idea, anzi, moltissime suggestioni, contributi, plausi, incoraggiamenti. La sua provocatorietà, in un momento di ansia da collocamento, ha convinto e interessato migliaia di persone, con mia grande soddisfazione e curiosità. Qualcuno (l’associazione PAEA e il Cambiamento) ha studiato e realizzato quell&#8217;idea, che io potevo registrare ed esercire e che invece, per parte mia, ho regalato. Immagino che tutti sappiano che le idee sono la cosa di maggior valore in questo mondo dominato dall&#8217;intellectual property. Quante persone conoscete che regalano idee di un qualche valore? <strong>Io nessuna</strong>.</p>
<p>Per altro, ho anche dedicato tempo e risorse per svilupparla, sempre gratuitamente. Mi è parso uno dei benefici effetti della mia scelta: poter dedicare tempo gratuito a quello che mi interessa, stando con gente che incontro per la via e che mi piace, che stimo, che è da tempo impegnata nella controcultura, nel cambiamento del mondo (che se non ci lavora nessuno, non cambierà mai. Le idee sono belle, poi bisogna sporcarsi le mani e tentare di realizzarle, altrimenti sono inutili. Per me, come si sa, è uno sforzo vano, e infatti non mi ci metto, ma ammiro chi non perde le speranze e se posso lo aiuto). <strong>Qualcuno dice che questo è una contraddizione</strong>, ma io non vedo in cosa. Semmai ci vedo continuità col mio pensiero.</p>
<p>Segnalo che in questi due anni e mezzo qualche migliaio di persone (oltre a un buon numero di società del settore) mi ha proposto di organizzare corsi, seminari, meeting per aiutare chi non ha idea di come cambiare. Cosa dalla quale mi sono garbatamente sottratto (va già bene se riesco a cambiare io), inclusi PAEA e il Cambiamento, che mi hanno gentilmente offerto di essere della loro iniziativa in modo integrato e protagonista. In ogni caso, se ne avessi organizzato, anche solo a cento euro a testa, <strong>adesso avrei un mucchio di quattrini</strong>, che però, come si sa, non cerco se non per sostentarmi, e in questo momento (grazie ai libri) non mi servono.</p>
<p>Quanto al problema di come si cambi, e se sia possibile farlo da soli o se sia necessario farsi aiutare, direi che ci sono casi e casi, come sempre. Come per chi voglia smettere di fumare o di bere o di drogarsi, <strong>c&#8217;è una minoranza </strong>che trova dentro di sé le risorse, che ha la forza, in qualche angolo del proprio spirito, per risollevarsi, liberarsi e ricominciare. Io sono uno di questi. <strong>Poi c&#8217;è la maggioranza </strong>che, invece, quella forza non ce l&#8217;ha. Me lo scrivono tutti i giorni. Traggono beneficio e a volte stimolo dai libri, o dalle frequentazioni o hanno bisogno di amici, guide, qualcuno che li aiuti. Io a questa seconda ipotesi, lo ammetto, ci credo poco. Non so come si possa aiutare gli altri veramente. Tuttavia, ammetto che psicologi, uomini saggi, scrittori, filosofi, pedagoghi, esperti hanno un ruolo sociale importante: fanno da stimolo, offrono occasioni di riflessione, indicano la via per alcuni passaggi del guado, confortano, danno informazioni, qualche strumento, testimoniano. Per chi non ha forze proprie bastanti, non è poco. Migliaia di persone leggendo i miei libri sul cambiamento mi hanno scritto dicendomi “<strong>grazie, mi hai cambiato la vita</strong>”. Io mi sono schermito e non ho idea di cosa avrei cambiato, ma loro questo dicono e io questo riporto.</p>
<p>Mi pare dunque che abbia senso, da parte di Paea e del Cambiamento, che questo fanno per missione e mestiere, tentare. Non io, loro. In tutto ciò, che ha carattere di proposta, di iniziativa che può essere semplicemente accolta, osservata o tralasciata, non vedo contraddizioni. A me le iniziative, le azioni, piacciono <strong>più delle parole</strong>. A me chi si incammina piace più di chi se la racconta troppo. Tentare è già riuscire, in qualche modo. Non farlo è certamente fallire. Le modalità del tentativo, poi, sono insondabili. <strong>Sapete voi quale sia quello giusto</strong>? Lo so io? Direi di no. Le iniziative personali riescono sempre? I corsi falliscono sempre?</p>
<p>Ma tutto questo mi fa riflettere molto. <span style="text-decoration: underline;"><strong>La corsa a cogliermi in contraddizione continua e diventa sempre più accesa</strong></span>. E vedrete che si inasprirà ancora. Quando poi qualcuno passa all’azione e io lo sostengo capisco che molti vadano in crisi: &#8220;aderisco al corso, visto che volevo tanto cambiare, o lo critico? Oppure non dico niente?&#8221;. Le azioni spaccano, è sempre stato così. <em>Le parole volano</em>.</p>
<p>Io, naturalmente,  <strong>sono sempre qui</strong>, esattamente dov&#8217;ero quando questo blog è iniziato, non ho mosso il timone di un grado bussola dalla mia rotta. A casa mia fa sempre freddo ma ci vivo bene, le tentazioni sono sempre forti ma non mi paiono irresistibili, la mancanza dello stipendio resta un problema ma non irrisolvibile. Sono quasi cinque mesi che scrivo, in solitudine, sereno, come avevo progettato. L&#8217;ispirazione che ho, il senso che trovo nelle mie scelte, sono gli stessi.</p>
<p><strong>Ma il tempo corre. Come ogni fidanzamento, anche questo nostro dialogo entrerà in crisi. </strong>Chi si è manifestato entusiasta del cambiamento  e della mia storia <strong>non potrà venire su questo blog per tutta la vita <span style="text-decoration: underline;">parlandone e basta, senza fare niente</span>.</strong> Dovrà fare, prima o poi,<strong> i conti con la realtà. </strong>Dopo i fidanzamenti, nella vita, o ci si sposa e si fa un figlio o ci si lascia. <strong>Prevedo che, prima o poi, qualcuno avrà bisogno di una scusa per abbandonare questo blog</strong>. Magari accusando me di essermi contraddetto, <strong>o di averlo deluso</strong>.</p>
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		<title>Nasce l&#8217;Ufficio di Scollocamento</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Feb 2012 11:28:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>simone</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;idea di un Ufficio di Scollocamento è nell&#8217;ultima pagina di Avanti Tutta (Chiarelettere). La pubblicai come una provocazione, ma l&#8217;associazione Paea e il giornale web Il Cambiamento l&#8217;hanno presa per buona, studiata, e ora nasce davvero il primo Ufficio di Scollocamento. Che roba&#8230; Fantastico. Io, lo dico subito, ho prestato l&#8217;idea avuta con Paolo Ermani, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;idea di un Ufficio di Scollocamento è nell&#8217;ultima pagina di <strong>Avanti Tutta </strong>(Chiarelettere). La pubblicai come una provocazione, ma l&#8217;associazione Paea e il giornale web Il Cambiamento l&#8217;hanno presa per buona, studiata, e ora nasce davvero il primo Ufficio di Scollocamento. Che roba&#8230; Fantastico.</p>
<p>Io, lo dico subito, ho prestato l&#8217;idea avuta con Paolo Ermani, la mia consulenza gratuita, farò anche qualche testimonianza, ma non ci lavoro. E&#8217; un&#8217;iniziativa culturale e imprenditoriale di Paea e del Cambiamento. Ci mancherebbe che io, <strong><em>il primo scollocato </em></strong>dell&#8217;era moderna, mi rimettessi a lavorare&#8230; Ciao!</p>
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		<title>Freddo fuori</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Feb 2012 10:51:52 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[&#160; In questi giorni di freddo tagliente rido come un matto. Tutte le volte che passo davanti a una finestra, o allo specchio che ho in bagno, guardo la mia immagine riflessa e rido, ma sul serio, non per dire. Quello che vedo è un enorme fagotto antropomorfo, che a dispetto della roba che ha [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><img id="il_fi" src="http://www.eccezziunalo.com/sfondi/sfondi/Igloo.jpg" alt="" width="640" height="480" /></p>
<p>In questi giorni di freddo tagliente <strong>rido come un matto</strong>. Tutte le volte che passo davanti a una finestra, o allo specchio che ho in bagno, guardo la mia immagine riflessa e rido, ma sul serio, non per dire. Quello che vedo è un enorme fagotto antropomorfo, che a dispetto della roba che ha addosso, è pure congelato. E giù a ridere…</p>
<p>Il freddo è una variabile psicologica, o almeno lo sono i suoi effetti.  Come per il piacere, esistono due tipi di freddo: quello <strong>reale </strong>e quello <strong>percepito</strong>. Quello reale conta poco, come sempre poco conta l’oggettività, diciamo un trenta per cento. Quello che vale di più è la percezione, che è una funzione composta da una molteplicità di fattori, quasi tutti legati all’emozione e alla mente.</p>
<p>In se e per sé la situazione è questa: Per vivere qui quando fa freddo <strong>occorre avere addosso</strong>: sottocerata di microfibra pantaloni e maglia; salopette di pile da vela integrale; maglia in polartek; due pile grossi; giaccone di pile stile Armadouk; due paia di calze; cappello di microfibra; guanti. Ricordo il primo inverno in cui, a questo, si aggiungeva la pioggia. Avevamo dimenticato la guaina e avevo trentasei vie d’acqua tra tegole e legno. Dunque, più di una volta, ho dormito con la cerata oceanica. La cosa che mi disturbava di più era il tic-tic-tic della <strong>goccia sulla schiena</strong>. Non riuscivo a prendere sonno.</p>
<p>Martedì è venuta una troupe televisiva, sono stati qui un giorno intero, e volevano morire, non potevano credere che fosse così freddo. E non era ancora nevicato…. Il tutto dipende dal fatto che casa mia è di pietra, per nulla coibentata, è poco meno che vivere all’esterno. E poi non uso petrolio o gas per il riscaldamento, solo camino e, in questi giorni, stufa a pellets che di solito, invece, non accendo. E’ riservata a quando viene la mia compagna o qualche amico, cui non voglio far pagare il prezzo delle mie scelte. Ma il camino e il pellets non possono essere bruciati a ciclo continuo. Se non economizzo il primo, la legna non mi basta per finire l’inverno, mentre per il secondo ho un budget che non posso sforare. In sintesi, descritta così, casa mia dovrebbe essere <strong>un inferno</strong>.</p>
<p>Va detto che non abito a Stoccolma, ma nel Levante ligure, dove queste condizioni di freddo sono eccezionali e, durante l’inverno, le settimane veramente dure sono tre o quattro al massimo. Ma il punto è un altro: <strong>il freddo percepito</strong>. Io ho effettivamente freddo, non posso negarlo. La mia vita si svolge esclusivamente entro un metro dal camino, quando è acceso. Ma non soffro. Non sto male. Non rinnego la mia scelta di trovarmi qui. Mi copro come dovessi affrontare un deserto polare. Escogito ogni sistema, ogni ritmo della giornata, per cavarmela. Oggi c’è il sole, ad esempio, e io mi metto a far cose solo dove i raggi tiepidi entrano dalle finestre. Poi mi muovo: ogni due ore spacco legna, faccio qualche lavoro all’esterno, cioè mi scaldo col movimento. Mangio cose bollenti, che per un paio d’ore cambiano la mia temperatura interna. E poi, soprattutto, <strong>rido quando mi vedo allo specchio</strong>. E il riso scalda. Magari non il corpo, <strong>ma l’anima sì</strong>.</p>
<p>L’essenziale, dunque, ancora una volta, è non morire. Meglio avere freddo all’interno di una vita percepita come sensata, che essere al calduccio in una vita di merda. Poco fa ho chiamato un amico e ho scoperto che era <strong>domenica</strong>. Non lo sapevo. Quando ho realizzato che domani è lunedì, che girare in città sarà un inferno, che dovunque si polemizza sulla protezione civile, sulle ferrovie, sul traffico impazzito&#8230; ho sorriso. Mi è parso subito <strong>meno freddo</strong>.</p>
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		<title>La regola</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Jan 2012 08:36:38 +0000</pubDate>
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		<title>Anche per la metà&#8230;</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Jan 2012 11:29:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>simone</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ieri tale Mario C. Rossi, su Facebook, esercitando il suo legittimo diritto di critica, scrive sulla mia bacheca: “Bernard Moitessier non faceva tanto marketing”. Mario lo scrive sotto al mio annuncio della presentazione che farò giovedì 19 a Roma (a proposito, ore 18.00 da MelBookstore, in via Nazionale. Ci vediamo lì.).  Io, esangue, esausto, con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img id="il_fi" src="http://zekereviews.files.wordpress.com/2011/09/klaus-kinski_88__p-744-190_40.jpg" alt="" width="400" height="301" /></p>
<p>Ieri tale Mario C. Rossi, su Facebook, esercitando il suo legittimo diritto di critica, scrive sulla mia bacheca: “<strong>Bernard Moitessier non faceva tanto marketing</strong>”. Mario lo scrive sotto al mio annuncio della presentazione che farò giovedì 19 a Roma (a proposito, ore 18.00 da MelBookstore, in via Nazionale. Ci vediamo lì.).  Io, esangue, esausto, con un violento desiderio di suicidarmi, ho commentato laconicamente: “Mario, che palle…”. Chiedo scusa a Mario, sinceramente, per l’esclamazione poco incline al dialogo, ma lo rassicuro circa la sua spontaneità. Mi è proprio venuta <strong>dal cuore</strong>.</p>
<p>Qualche tempo fa scrivevo che ognuno dei miei lettori vorrebbe che io facessi qualcosa di diverso per somigliare il più possibile al suo scrittore ideale. Mario qui s’inserisce nel filone di quelli che mi vorrebbero più silenzioso, meno presente, che fa senza dire. Vorrebbero che manifestassi <strong>disprezzo per le vendite</strong> dei miei libri, non soddisfazione. Lo fa usando come paragone il grande navigatore Bernard Moitessier, un vero zingaro dei mari, che se ne andava in giro per il mondo con la sua barca a vela e rifiutò di vincere la prima regata intorno al mondo pur di restare un uomo libero. Mario dimentica che anche Moitessier scriveva libri, li vendeva in libreria, campava con i proventi di tali vendite, faceva presentazioni, video, scriveva ai giornali, quando ne aveva l’opportunità. Mario dimentica che io ho rinunciato a stipendio, carriera, pensione, tredicesime, bonus, eccetera, per lo stesso suo motivo. Ma non m’interessa, questo…</p>
<p>Ho tuonato dovunque contro l’egemonia del marketing e della pubblicità, che generano bisogni inesistenti, approfittano delle nostre debolezze, ci vincolano a schiavitù logoranti per mantenere status e simboli. Credo che su cosa penso di questo, non ci siano molti dubbi, come anche credo non ve ne siano sugli elementi di radicalismo che venano la mia prospettiva. Mi colpisce però la <strong>visione oltranzista </strong>che alcuni manifestano. Secondo loro io dovrei quasi godere se non vendo libri, anzi, per essere davvero credibile li dovrei regalare. Certamente non ne dovrei parlare, non dovrei presentarli, dovrei sperare che i giornali non ne parlassero, dovrei perseguire l’anonimato, con la speranza che solo il passaparola comunicasse al mondo (poco) che esistono. Per loro fare marketing sul dentifricio che ha tanti micro scudi contro la placca e promuovere le idee e le storie dei miei libri sono la stessa cosa. Dire &#8220;ho scritto questo!&#8221; essendone orgogliosi e sperando nel consenso del lettore, non va bene.</p>
<p>Secondo le regole di questa cultura è meglio se<strong> fai senza dire</strong>, se dimostri disinteresse per la diffusione di quello che scrivi, se la pianti di raccontare come stai, cosa avviene alla tua vita, le ragioni delle tue scelte. Il fatto che si parli di me e dei miei romanzi o dei miei saggi per loro identifica un fenomeno commerciale. Questa è la più snob delle prospettive, la stessa di quelli che godono di una spiaggetta solo se non la conosce nessuno, e quando ci viene gente dicono, con la “r” moscia: “certo che ormai non ci si può proprio più venire qui.” Il fatto che io parli e scriva del mio lavoro di scrittore li irrita, vorrebbero che fossero in pochi (i “giusti”) a conoscermi. Li fa andare in bestia se dicono: “Ho letto un bel libro su…” e qualcuno li interrompe: “ma chi Perotti?! Li ho letti tutti, ma scherzi?!” Se in tanti parlano di me non sono più un fenomeno <strong>di nicchia</strong>, e questo proprio non va.</p>
<p>Che io abbia voglia, piacere, desiderio di<strong> comunicare </strong>quello che scrivo… Che io cerchi di evitare l’ipocrisia di quegli autori che fanno finta di non tenerci alle classifiche, alle vendite, e poi farebbero<strong> carte false</strong> per mille copie in più… Che io ci viva coi soldi dei miei libri, ci compri <strong>da mangiare</strong>… Che io abbia detto dovunque che la mia speranza non è vendere un milione di copie ma venderne diecimila di ogni libro (cioè diecimila euro di guadagno) per poter sempre pubblicare i miei lavori… di tutto questo a Mario <strong>non interessa per niente</strong>. Se faccio una presentazione a Roma il prossimo giovedì 19 gennaio (a proposito, ore 18.00 da MelBookstore, in via Nazionale. Ci vediamo lì.) e spero che vengano in tanti, non va bene. Sto facendo marketing. E Moitessier ne faceva di meno.  Vabbè….</p>
<p><strong>PS</strong>: nel 1962, nella baia di San Francisco, uno sconosciuto ammiratore offrì a Moitessier <em><strong>30.000 dollari</strong></em> (cifra spaventosa, all’epoca) per portarlo a Tahiti e insegnargli a navigare. Era Klaus Kinski, che in Fitzcarraldo aveva solo simulato di guidare deliranti battelli nel cuore dell’Amazzonia, ma di mare ne sapeva poco. Moitessier, com’è comprensibile, accettò, anche se il viaggio venne poi annullato all’ultimo momento dall’attore, che gli chiese comunque, previo pagamento, di condurlo in Messico. Se qualcuno, anche meno noto di Kinski, mi offre la metà per portarlo a Civitavecchia, sappia che io accetto.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La zappa e la mente (buon anno!)</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Jan 2012 17:55:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>simone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[Giornata perfetta. Aria asciutta, assenza di vento, sole, colori. Come ieri. Come l&#8217;altro ieri&#8230; Alle 6.15 scrivevo già, poi due caffè e un biscottoall’alba. Ho finito alle 12.00, più o meno. Mi sono messo a lavorare a un nuovo orto. Non ho molto spazio, l’orto è diviso in tre punti diversi intorno a casa. Ora [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img src="http://blog.casase.it/wp-content/uploads/2010/07/simone.jpg" alt="" /></strong></p>
<p><strong>Giornata perfetta</strong>. Aria asciutta, assenza di vento, sole, colori. Come ieri. Come l&#8217;altro ieri&#8230;</p>
<p>Alle 6.15 scrivevo già, poi due caffè e un biscottoall’alba. Ho finito alle 12.00, più o meno. Mi sono messo a lavorare a un nuovo orto. Non ho molto spazio, l’orto è diviso in tre punti diversi intorno a casa. Ora è il momento di preparare il terreno per piantumare a marzo, oppure per seminare cipolle, fave, ravanelli, piselli. Tra poco sarà già il tempo di radicchio e insalata, se non fa troppo freddo. Farò anche una piccola serra. Comincio a capirci qualcosa, dopo quattro anni, e questo mi mette di ottimo umore. Quando non capisco <strong>mi deprimo</strong>.</p>
<p>Zappare è un’operazione eminentemente intellettuale, tutto il contrario di quello che si crede. Certo, fai fatica, la schiena urla. Però mentre sei lì e batti, spingi, scavi, dissodi, <strong>sei solo</strong>. Intorno non c’è alcun rumore, forse un gallo che canta, il ronzio di una motosega a chilometri da qui, nella valle. Sei solo, <strong>ma c’è qualcuno</strong>… Ci sei te, la tua mente va veloce, pensi e ripensi a mille cose, anche difficili da confessare. Fino al momento in cui non ti accorgi del pensiero, vai giù più profondo. Mentre non sei cosciente di pensare&#8230; pensi <strong>sinceramente</strong>, ti dici le cose come stanno, non c’è make-up, non c&#8217;è mediazione. Quando te ne accorgi (che stai pensando) diventi più cauto, ma l’ultimo pensiero, almeno, quello te lo ricordi. Di solito, se sei onesto, impari qualcosa su di te: “Io stavo pensando a questo…! Dunque io sono così! Che merda d’uomo a pensare queste cose…&#8221; oppure &#8220;che paraculo…&#8221; oppure: &#8220;che bel pensiero!&#8221;, quest&#8217;ultimo è già più raro. </p>
<p>Difficile ammettere quello che pensiamo. Da soli, in silenzio, di solito, siamo peggio di quello che si sa. Anche di quello che sappiamo noi…. Cosa <strong>molto importante da conoscere</strong>. Se non sai di che <em>peggio </em>stiamo parlando non puoi né condannarti né assolverti.</p>
<p>Domani è il 9 gennaio. Sono già cinque volte che non riprendo a lavorare <strong>dopo </strong>la pausa natalizia. Per <strong>tutta la settimana ci sarà il sole, </strong>e le notti saranno chiare (chi abita in Val di Vara? Ma avete visto verso le 5.00 la luna che si tuffa nella valle? Ma che spettacolo è?!). Cercherò di lavorare all’aperto più che posso, appena smetto di scrivere. Ho fatto la spesa già una settimana fa, e non devo neanche scendere in paese. Sto qui, non mi muovo. Costa fatica stare da soli, perché chi ami non c’è. Però è necessario, per l’equilibrio, per l’armonia, per pensare, per lavorare nel bosco o all’orto, che sono due esercizi spirituali. Domani, lunedì, e nei giorni a venire, è molto importante per la mia salute non trovarmi nel traffico, non incontrare gente che non amo, con cui ingaggiare assurdi duelli. Sono contento di non fare un lavoro <strong>inutile</strong>, che serve a guadagnare denaro che non mi può rendere felice. Sono contento di non usare più l’automobile. Ho deciso che la mia auto non uscirà mai più dal cirucuito urbano. Fuori da Spezia ci andrò solo in treno. Dunque il rincaro dei carburanti mi spinge a una scelta di risparmio, <strong>non a un costo maggiore</strong>. Sono anche contento di consumare un secchio di legna al giorno per scaldarmi, ma soprattutto di avere il tempo necessario per scrivere il mio romanzo, come faccio ormai da due mesi. Sono contento, sì, di un gran mucchio di cose. Penso che sarà un grande anno. A giudicare da molte cose, <strong>è cominciato bene</strong>.</p>
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		<title>Chiatte</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Jan 2012 08:35:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>simone</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un ulivo da piantare, mani gelate, cuore pieno di azione. E soprattutto, un progetto. Il Maestrale, il signore dei venti del Mediterraneo, il grande nemico dello Scirocco oggi è gonfio e spietato. Dove il sudest è malmostoso e cupo, tutto intento a annebbiare e confondere, il Maestrale spinge e scuote. Due uomini e un progetto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://a7.sphotos.ak.fbcdn.net/hphotos-ak-ash4/p480x480/399909_2777468671407_1098833715_32996199_242886401_n.jpg" alt="" width="557" height="418" /></p>
<p>Un ulivo da piantare, mani gelate, cuore pieno di azione. E soprattutto, un progetto. <strong>Il Maestrale</strong>, il signore dei venti del Mediterraneo, il grande nemico dello Scirocco oggi è gonfio e spietato. Dove il sudest è malmostoso e cupo, tutto intento a annebbiare e confondere, il Maestrale spinge e scuote. Due uomini e un progetto <strong>vanno d’accordo </strong>col Maestrale.</p>
<p>Il primo albero di Filippo, del suo progetto “Un albero per amico”, è in terra. Abbiamo scavato, trascinato l’albero con la benna, infossato, coperto, spalato. Ora lo vedi se arrivi al suo stazzu. E’ in cima alla collina. <strong>E’ bello</strong>. Sarà l’ulivo Perotti, lo seguiranno alberi dedicati ad altri amici, una foresta pulsante di gente che ha senso che stia qui, dove il nordovest pettina l’anima.</p>
<p>Scendendo abbiamo riso. Ci è venuta in mente, nello stesso momento, la pubblicità di <strong>un amaro</strong>. “La band era in difficoltà. Il loro barcone era in avaria, dovevamo andare a prenderli….” La scena dello spot, per chi va per mare come me e Filippo, fa ridere, fa arrabbiare. Quella che chiamano “barcone” è una chiatta, non ha timoneria, non ha motore, non può navigare neanche volendo. E’ una fetta inerte di terraferma, e là dove si trova può esserci finita solo al traino. Non può essere in avaria più di quanto non si possa dire che un tronco d’albero ha dovuto effettuare un atterraggio di fortuna. Filippo è stato un art director a Milano, conosce la pubblicità. Ora fa l’agricoltore in Gallura. Ne parliamo con disgusto.</p>
<p>Finisce l’anno, ancora con <strong>troppe chiatte </strong>chiamate barconi. Stavolta era sul mare, e l’ho notato. Ma quante altre volte non sapevo, non sono stato capace di capire? Inizia un nuovo anno, e sarà un grande anno. Sarà popolato di ulivi col nome di chi li ha piantati, di chiatte che non si muoveranno mai, felici della loro stasi, di amici da andare a trovare in cima al mondo, dovunque essi si trovino, e di balle da rifiutare, emendare, criticare, disprezzare. Un anno di gente che dovrà vergognarsi delle sue bugie, delle sue frodi, dei suoi trucchi. Un anno di cose vere, <strong>per quel che di vero hanno mai le cose </strong>in questa vita. Poche cose, forse, ma possibilmente <em>vere</em>.</p>
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		<title>Senza</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Dec 2011 06:40:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>simone</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La cosa che mi colpisce del tempo è la sua capacità ipnotica. Come il nomade del deserto che con il suono stridulo del suo piffero riesce a far salire il cobra dalla cesta. Come lui, il tempo ha sguardo vago, volto segnato e un’infinita pazienza. Il suo serpente, come facciamo noi, ondeggia, si leva e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img id="il_fi" src="http://lnx.contro-mano.net/wp-content/uploads/mezzepenne/Persistenza_1.jpg" alt="" width="520" height="369" /></p>
<p>La cosa che mi colpisce del <strong>tempo </strong>è la sua capacità ipnotica. Come il nomade del deserto che con il suono stridulo del suo piffero riesce a far salire il cobra dalla cesta. Come lui, il tempo ha sguardo vago, volto segnato e un’infinita pazienza. Il suo serpente, come facciamo noi, ondeggia, si leva e corica con la ritualità del maniaco o del servo. Né lui né noi, per una vita intera, sovvertiremo questo ritmo. Mai decideremo di piegare il tempo a noi, cambiare il giro, soffiare per far sorgere o calare il pifferaio.</p>
<p>Ogni mattina, ogni mattina, sole che sorge, sole che si alza, sole che scende, come ogni sera, ogni sera. Che ora è adesso? Sono le sei e venticinque. <strong>Quante volte </strong>sei e venticinque nelle mie giornate? Sei e venticinque fa trentuno, quante volte trentuno nei miei mesi? E per quanto ancora? Il piffero suona. Non si sentiva, ora si avvicina, si allontana.</p>
<p>La cosa che mi colpisce del tempo è che tutto muta in relazione a lui, le età, le disponibilità, le generalità, per mescolare carte e fare un gioco: <strong>il gioco dei divieti</strong>. Fino a quel tempo questo non si fa. Poi non si può fare quello, e poi non è più tempo per fare questo e quello. Si può stare soli, ma solo da quel momento. L’amore non si può ancora, solo dopo quell’incontro. Non sempre è bello non dormire, non sempre è bello avere un posto dove andare. L’amore non si può più, dopo quella donna. A un certo punto è tardi per tornare. In quel posto, dove eravamo certi, non si può più vivere. Ma come?! Prima era presto e <strong>ora è tardi? </strong>Non sempre è tempo di desiderare, non sempre ci si deve addormentare. Non sempre, ma inesorabilmente, sarà venuto tardi per qualunque cosa che non sia andare. Il gioco è il tempo stesso, e quando l’hai capito simularlo non sarà possibile. Non più.</p>
<p>La cosa che mi colpisce del tempo è che scorre sempre in una direzione, e io ne ho davanti un po’, lo vedo arrivare veloce, abbastanza per sperare ancora. Ma è un’illusione, e per capirlo basta che mi volti, che veda quello che sta dietro me, di tempo scorso, che è il davanti di uno che non ha capito ancora il gioco, come non potevo sospettarlo io quando ero dov’è lui, e che dietro ha un altro che non sa neppure che si gioca, e invece io davanti a me ho un tipo, uno anche sveglio, uno simpatico, che il gioco invece <strong>l’ha finito</strong>. Era così contento… invece s’è stufato. S’è steso. Non s’è più rialzato. E’ il gioco che si gioca avanti, quello che non ho giocato ancora.</p>
<p>Quello che mi colpisce del tempo è che ci sono istanti in cui <strong>capisci tutto</strong>, perfettamente, fin nel dettaglio, e potresti viverci così come capisci. Dall’aereo, mi ricordo: guardavo giù e tutto era chiaro. Poi atterravo e non mi ricordavo più. Oppure momenti in cui non si capisce niente, eppure sembra anche meglio, tutto va come un orologio, come una sveglia. Ma come!? Senza capire, senza motivo, senza stare a cavallo. <strong>Il cavallo è il tempo</strong>. E’ una sveglia a forma di cavallo senza sella, senza cavaliere, senza briglia. <em>Senza</em>.</p>
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		<title>Dentro. Fuori.</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Dec 2011 23:41:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>simone</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#160; Allora accade questo: io riporto su questo blog un brano. E’ un dialogo tra un uomo sui quaranta e due personaggi femminili. Sono in mare, e discettano della relazione tra persone, del fatto che qualcuno attende dall’altro (amante o amico che sia) parole, azioni, che l’altro invece non dice e non fa. Una dinamica corrente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><img id="il_fi" src="http://leggo.lafeltrinelli.it/files/2011/09/crisi1.gif" alt="" width="350" height="250" /></p>
<p>Allora accade questo: io riporto su questo blog un brano. E’ un dialogo tra un uomo sui quaranta e due personaggi femminili. Sono in mare, e discettano della <strong>relazione </strong>tra persone, del fatto che qualcuno attende dall’altro (amante o amico che sia) parole, azioni, che l’altro invece non dice e non fa. Una dinamica corrente nei nostri rapporti, una delle questioni grazie alle quali (o a dispetto delle quali) amiamo, soffriamo, sperimentiamo la diversità. Dietro questo dialogo ci siamo noi, le nostre vite. Della facoltà di capire, accettare, gestire tutto ciò… si ciba il nostro destino.</p>
<p>Eppure qualcuno (legittimamente, certo…) si stupisce che io faccia <strong>filosofia </strong>invece che occuparmi della crisi. Qualcun altro bolla la faccenda come una questione arcana e complessa (quasi a dire che fa troppa fatica parlarne). Altri ancora evitano l’argomento, parlano d’altro. Qualcuno è in vacanza. Qualcuno tace…</p>
<p>Non è la prima volta che constato la nostra ritrosia verso i temi più profondi. E tutte le volte che ci siamo sentiti in difficoltà perché non capivamo un silenzio inatteso? E tutte le volte che abbiamo parlato, tanto, diffusamente, ci siamo aperti, senza essere attesi, forse neppure voluti…? Non sono quelli gli attimi in cui <strong>siamo morti</strong>? Non è la somma di questi momenti che genera la nostra estinzione? No?! Ah, è l’età, certo… la malattia… o in modo più attuale: la crisi… Della crisi però non moriremo. Di queste cose, invece, sì.</p>
<p>Non capiamo le dinamiche, non capiamo che cause hanno, non sappiamo gestire gli strumenti d’azione e di comunicazione… Le domande che contano, quelle per mettere cemento nelle falle delle nostra mura screpolate, non ce le facciamo. Il nostro nemico continua a non insegnarci nulla. I più sensibili di noi cercano scampoli di questo nella letteratura, l’ultima possibilità di non archiviare il discorso. <strong>Però… parliamo molto della crisi</strong>, e di tutto ciò che avviene <em>fuori</em>.</p>
<p>Molto interessante…</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Istantanee da Renato Reis&#8230;</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Dec 2011 17:10:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>simone</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Non c’è bisogno di dire. Si dice sempre dopo. Prima ci sono le cose. Ma se ci sono già le cose, allora parlare, dopo, è superfluo.” “Condivido, anche se non bisogna esagerare,” la stuzzico. “Io invece amo ascoltare. Mi piace che un estraneo mi racconti le sue storie. Senza storie saremmo perduti. Quello che viviamo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.liberainformazione.org/img/contoluce-10.jpg" alt="" /></p>
<p>“Non c’è bisogno di dire. Si dice sempre <strong>dopo</strong>. Prima ci sono le cose. Ma se ci sono già le cose, allora parlare, dopo, è superfluo.”</p>
<p>“Condivido, anche se non bisogna esagerare,” la stuzzico.</p>
<p>“Io invece amo ascoltare. Mi piace che un estraneo mi racconti le sue storie. Senza storie saremmo <strong>perduti</strong>. Quello che viviamo è sempre molto meno di quello che diciamo, sentiamo, immaginiamo. Come quei versi… Ciò che di più importante abbiamo è invisibile agli occhi. Quando qualcuno ti parla ti racconta quella parte invisibile.”</p>
<p>“Io la pensavo così, Gilda. Ma credo di aver cambiato idea. A me quello che è invisibile <strong>mi fa incazzare</strong>… Se una cosa non si vede per me non c’è.” Sabrina si schiera dalla mia parte, cosa che un po’ mi stupisce. A pelle mi tiene lontano, ma razionalmente vuole che siamo simili.</p>
<p>“Ma non è possibile sapere tutto!”</p>
<p>“Beh, però anche non sapere<strong> mai niente</strong>…!”</p>
<p>“Meglio niente che farsi dire delle palle,” sentenzia Sabrina.</p>
<p>“Beh, questo è indubbio. Ma il problema è di chi aspetta segni o di chi dovrebbe <strong>farli</strong>? Chi ci perde di più: chi non si manifesta o chi si illude che prima o dopo qualcosa verrà?”</p>
<p>“Bel problema Renato… Fammici pensare.”</p>
<p>“<strong>Chi si illude</strong>! Chi lo autorizza ad illudersi?” dice Sabrina, con un vago sentore di disprezzo nelle parole.</p>
<p>“Qui non sono proprio sicuro, Sabrina. Non dire fa male a chi attende quelle parole, ma soprattutto a chi non dice. Non fare fa male a chi non fa. Chi aspetta può soffrirne, certo… restare deluso, ma la sua anima non è <strong>dannata</strong>. Se ci pensi… quello era pronto, volendo c’era. Solo, non è stato fortunato. Ma con altri, domani, potrà andare meglio. Chi s’illude compie peccato mortale verso la propria vita, verso la realtà, ma c’era, era lì, e questo rendeva possibile che tutto accadesse. Chi si nega invece non ha speranze, perché non se ne dà lui stesso. Pensaci… <strong>Poteva dire</strong>, fare, rilanciare, proporre, tentare… ma non l’ha fatto. Non stiamo parlando di chi sceglie di non dire, ma di chi non sa, non riesce, non capisce che può volere. Nessuno saprà mai quel che non ha detto o fatto. Neppure lui stesso. E alla prossima occasione accadrà <strong>ancora</strong>, e ancora, perché illudersi è un difetto morale, mentre non dire è una condizione interiore, un limite esistenziale. Una tara permanente.”</p>
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