Libri di altri

Qualche libro, tra i tanti, che mi farebbe piacere anche altri leggessero:

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Bel titolo, nel suo paradosso.

Paolo Ermani mi fa incazzare, quasi sempre. E sapete perché? Perché è cocciuto come un mulo, testardo fino a farti uscire dai gangheri, coerente come neanche un monaco buddista, e soprattutto perché ciò di cui parla lo fa. Non riesci a trovargli dei punti deboli, non riesci a prenderlo in castagna, non lo trovi mai con le mani nella marmellata. E se c’è una cosa che fa incazzare, a questo mondo, è la gente come lui. Cioè le stesse ragioni per cui finisci con l’adorarlo e volergli bene. Soprattutto, lo stimi e ne hai rispetto.

Ma mi fa incazzare, sia chiaro. Non condivido un mucchio di cose del suo approccio che a parer mio è eccessivamente radicale (la sua avversione per alcuni vizi, ad esempio, che io adoro umanamente, e anche per i media, che lui guarda con sospetto e io invece penso che vadano usati), approccio che considero vagamente millenaristico, e che non tiene conto di un paio di cosette molto importanti. Sarà che io sono un anarchico nichilista e individualista, che suppongo faccia incazzare lui di me.

Vedo con piacere nella sua ultima fatica saggistica che Andrea Strozzi, cofirmatario, lo piega un po’ ai numeri, alle analisi macro, e trovo che il sodalizio tra i due sia decisamente fervido e produttivo. Mi fa piacere. Quando ho scritto “Ufficio di scollocamento” (Chiarelettere) con Paolo ho sudato sette camicie per evitare che quel libro diventasse un manifesto oltranzista. Dunque massima solidarietà a Andrea, immagino che non sia stato facile neanche per lui.

Va detto, dopo questa premessa, che la mia stima per Paolo Ermani è totale. Vive come scrive e scrive come vive, prima di tutto. E questo, scusate, ma nella fiera dell’ipocrisia imperante non è poco. Soprattutto vive come dice che bisognerebbe vivere da oltre venticinque anni, cioé quando la Decrescita manco si sapeva che esistesse, o quando la fede nelle magnifiche sorti e progressive della crescita non era quasi intaccata dal dubbio. Ne sa davvero tanto di ciò di cui si occupa e solo per la sua assurda repulsione per i media non è diventato un guru contemporaneo (non per le masse, almeno, anche se tantissimi lo considerano davvero un punto di riferimento). Questa di non andare in televisione, ad esempio, è una delle questioni su cui abbiamo litigato più volte.

Ma veniamo al libro. In questo “Solo la crisi ci può salvare” (Edizioni il Punto d’incontro) Paolo e Andrea danno fondo a tutto quello che sanno. Uno ex bancario, l’altro esperto di resilienza e cultura alternativa da sempre, affrontano e smontano i capisaldi della cultura della crescita, dall’alto e dal basso, e ragionano, ove mai ancora possibile, su ciò che eventualmente fosse rimasto fuori dalla vasta letteratura di “Adesso Basta”, che chiamo così solo per farmi capire ma che ha luminari e grandi firme assai maggiori di me e di noi al suo attivo.

Un saggio non del tutto sistematico, che saltabecca tra questioni macroeconomiche e piccoli dettagli contemporanei, e fa bene a fare così, perché quando bracchi un animale in una battuta di caccia non è il tuo percorso che devi seguire, ma il suo. I due cacciatori non lasciano scampo alla loro preda, infatti. Rincorrono l’illogico e l’assurdo delle nostre vite in tutte le pieghe della nostra società, e riescono a catturarlo. Ci spiegano alcuni retroscena del Sistema e di come tutto sommato non sia impossibile, neppure difficile, cambiare rotta. Se non ci trovate dentro troppe cose sull’individuo, sulle sue crisi interiori, sulla sua storia umana di essere mediocre che si dibatte come tutti noi tra destino, aspirazioni e bisogni irrazionali, non vi preoccupate: potete tornare su questo punto ad altre letture. Quello che conta qui è l’ipotesi concreta che questo sia il momento giusto per cambiare vita, per se stessi e per il pianeta. Appuntamento non da poco.

Conosco un mucchio di gente che si sentirà spiazzata leggendo questo libro. E questo, lo so per certo, è l’effetto rivelatore della giustezza di un libro.

Questo libro è da consigliare a tutti quelli che hanno amato e si sono sentiti provocati da Adesso Basta, Avanti Tutta e Ufficio di scollocamento, perché vi troveranno pezzi, pezzulli, pezzoni o pezzettini di ciò che è rimasto fuori da quelle pagine e solo i due autori, con le loro complementari esperienze, potevano aggiungere.

Da mettere nella propria libreria. E già che ci siete, da leggere senza indugio.

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Due viaggi in Rojava raccontati da un autore sufficientemente onesto e acuto

Io non sono un fumettaro. Cresciuto coi fumetti della Marvel (l’Uomo ragno, soprattutto, un po’ innamorato di Gwendalin Stacy), a quattordici anni ho letto “Così parlò Zarathustra” e la mia infanzia si schiantò sulla vita. Fine. Lo dico perché non ho letto questo fumetto per affinità, semmai il contrario: nonostante

Avevo già sfogliato qualcosa di questo autore romano trentenne, come di altri, in libreria. Non mi era parso migliore o peggiore. Certamente dotato, ma senza doverlo memorizzare in alcun modo. Mi riprometto di leggere altro. Intanto ho letto il suo “Kobane Calling” all’ancora in una baia orientale di Cipro, a qualche decina di miglia dalla Siria. Forse anche questo ho il suo peso…

Ad ogni modo: mi è piaciuto molto. L’ho trovato onesto quanto sufficiente (con alcune sbavature di parte), e intelligente più di quanto prevedibile. Ci ho trovato lo slang attuale dei trentenni, le battute e i modi di dire taglienti dei romani (Satura tota nostra est), ho riso almeno dieci volte in modo pieno e profondo, cosa che non ricordo di aver mai fatto almeno dopo la lettura del primo libro di Fantozzi. Ma ho anche riflettuto, ho imparato alcune cose, ho avuto un quadro anche diverso della situazione curda. Il che, se mi consentite, in questa epoca di follia mediatica mediocre e fuori controllo, è moltissimo.

Kobane Calling è il reportage di due viaggi nel vicino e poi dentro il Rojava, stato autoproclamato tra confine turco, siriano e iracheno, dove i curdi hanno liberato una striscia di terra, combattendo contro l’Isis e i suoi tanti occulti e palesi fiancheggiatori, aiutati (proforma o davvero) da alcuni sostenitori internazionali. Ma dove, soprattutto, un popolo di religione musulmana sta combattendo una battaglia civile, culturale, di dignità per impostare un mondo diverso. Rispetto delle donne (uno degli assi portanti della lotta dell’Ypg e Ypj), rispetto di ogni differenza etnica e religiosa, rispetto del nemico e dei morti di ognuno, confederazione democratica tra diversi, coesistenza civile, rispetto per l’ambiente. Tutti temi presenti da sempre nella questione curda, ma oggi più che mai attuali per l’avanzata dell’Isis e il tentativo, strenuo, di resistergli.

Non sono in grado oggi, come ieri, di esprimere giudizi sulla questione curda in senso fondamentale. Non lo faccio mai, neppure sulla questione israelo-palestinese o su altro. Bisogna sapere troppe cose, informarsi troppo in profondità, per troppi anni, essere troppo liberi dalle emozioni, prima di parlare senzientemente di cose come queste. E lo stesso sembra dire l’autore di Kobane Calling, saggiamente cauto quando parla di assiri e turcomanni, arabi e curdi, turchi e siriani (con qualche sbavatura… i curdi sono sempre tutti rappresentati con visini carini e gentili, mentre a me risulta che siano anche loro delle belle facce da culo, quando vogliono, tanto quanto i turchi, gli italiani etc. Qualche etnia, paese, nazionalità, popolo può essere rappresentato solo in un modo?). Tuttavia, che in seno alla guerra civile sunniti-sciiti, e che nell’area dilaniata del medioriente arabo tra interessi petroliferi, grandi potenze, sanguinari assassini vestiti di nero, vi sia, secondo infinite testimonianze, un esperimento duro e tragico di costruzione di un modo diverso di convivere e rispettarsi, è notizia da prima pagina, che invece trovo solo (o quasi) in un libro. E quando di un libro si può dire questo, be’… siamo davvero nella condizione di segnalarlo.

Zero Calcare continua a sembrarmi il figlio illegittimo adottato dallo snobismo dei quartieri alti della cultura e dell’editoria romana e italiana che fa i sorrisini di fronte alle parolacce e si fa venire il brividino lungo la schiena nelle cene per bene, dunque non sospendo una mia sostanziale ritrosia verso il fenomeno, ma tutto sommato questo riguarda il salotto, non lui, e tanto meno questo libro, che invece saluto con un plauso convinto.

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Copertina… invitante!

Quando finisco un romanzo, soprattutto uno per cui ho letto e studiato tanto, per anni…, ho bisogno di due o tre letture distensive, che mi portino altrove. Un’amica mi ha invece regalato questo libro, sapendo dei miei interessi gastronomico-letterari, e allora l’ho letto. Uno dei tanti “Zenzero e Nuvole”, nati e cresciuti dopo che il mio libello aprì per primo (1995) la strada della relazione tra erotismo, viaggio, storia, e cibo. Qui, in salsa storica, e in ciò sta la sua originalità. Scritto bene, questo libro, con ricette tradizionali e a volte inusitate, girovagando tra ottomani e napoleonici, nelle pieghe di momenti chiave come l’esilio all’Elba dell’imperatore francese, la resa di Granada, i massacri dei conquistadores. Un divertimento dell’autore, esimio professore di storia e buon gourmet (si vede…), scritto bene, con aneddoti gustosi. Può star bene in una biblioteca, a patto che non si consideri il cibo come mero nutrimento. Lo segnalo senza dubbio.

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Citazione da Piperno che farà il suo effetto in libreria

Quattro amici dai tempi del liceo. L’abitudine di vedere insieme i Mondiali di calcio. Un’idea: scriviamo su un bigliettino cosa vorremmo che si realizzasse nei quattro anni a venire, prima dei prossimi Campionati.

Ma non si possono fare i conti senza la vita, senza la fatale Yaara, senza la dispettosa, sorprendente simmetria dei desideri di chi cresce insieme, si vuole bene, oltre ogni ostacolo. Il silenzioso Yuval arriverà a non odiare il brillante amico Churchill, che gli ruberà il sogno? Si può riuscire a non odiare chi ti fa la peggiore bastardata immaginabile e ti toglie tutto ciò che hai? Sì, quando c’è molto di vero in comune, sembra confermare l’autore di “La Simmetria dei Desideri”, l’israeliano Eshkol Nevo. Sì, si può. E forse se non si può vuol dire che è andata bene così, era giusto così, perché il destino esprime sempre quello che c’è davvero, quello che siamo, anche se su quel biglietto d’auspicio avevamo scritto tutt’altro.

Romanzo sull’amicizia, apparentemente, in realtà romanzo sul rapporto che ognuno di noi ha con la conoscenza di sé, con la propria natura ineludibile, col destino che apparentemente scompiglia le carte, mentre in realtà si impegna disperatamente a rimettere in ordine quello che noi facciamo di tutto per confondere. E alla fine, ci riesce sempre.

In un Israele ovattato, Nevo lascia sullo sfondo i clamori delle intifade, degli attentati, dei drammi sociali, e riesce nell’intento, apparentemente irrealizzabile, di riportare l’attenzione su quello che è sempre la nostra vita: un continuo tentare, una Prima senza prove, un esperimento senza possibilità d’errore. Perché per le stirpi condannate a cent’anni di solitudine non c’è mai una seconda opportunità sulla terra.

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Davis Bonanni, Il buon selvaggio, Marsilio

Copertina orrenda, secondo me. Ma il libro vale.

Vi consiglio un libro: “Il buon selvaggio”, di Devis Bonanni. Ve lo consiglio prima di tutto perché l’autore è un montanaro, della Carnia, ragazzo carino e simpatico, con cui dopo una presentazione insieme a Trieste e una bella serata con alcuni amici e lettori mi sono preso una sbronza degna di memoria. Ricordo che verso l’una di notte, già parecchio alticci, iniziammo a bere grappa e io pensai “ora il montanaro ci mette tutti a dormire”. Dopo un’oretta, quando stavo tutto sommato ancora in piedi, lo vidi socchiudere gli occhi e crollare a corpo morto all’indietro, dove grazie al cielo c’era un letto. Il marinaio non è facile sdraiarlo con l’alcol, ma soprattutto Davis ha molte lune meno di me sulle spalle, e per bere, in certe notti, serve avere esperienza. 

Ma a parte i ricordi personali, vi consiglio il nuovo libro di Devis perché trovo assai cresciuto il suo autore. Dalla timida eppure interessante testimonianza di Pecoranera (sempre per Marsilio) in cui riferiva come avesse abbandonato l’attività di tecnico informatico per mettersi a fare l’agricoltore, registro una sua crescita marcata, il permanere di una fondamentale autenticità e sincerità, la metamorfosi della sua esperienza in coscienza pedagogica. La sera della sbronza mi parve incerto circa l’intento politico della mia testimonianza, e vedo che si è ricreduto. Ottimo segno.

Il libro inizia a pag. 79, cioè dopo un lungo e fin anche piacevole excursus di ordine antropologico botanico. Da lì in avanti le cose crescono, la testimonianza si fa puntuale, i racconti sui suoi compromessi vengono almeno accennati (forse qui sarebbe dovuto essere più dettagliato), e sopratutto usa l’acronimo PIL solo a pag 270, che è già un ottimo segno.

Dopo molti anni ormai, Devis, come me, non ha mollato. Semmai ha accentuato e vivacizzato la sua esperienza di alternativo, il più possibile controcorrente, fabbro del proprio sistema di vita, essere senziente che cerca di capire e agire in concordanza perfetta. Hanno mollato invece i suoi detrattori, come anche i miei. Non hanno avuto costanza sufficiente nel pretendere coerenze, ortodossie e non contraddizioni che loro non avrebbero saputo assicurare per se stessi. Li ha sconfitti l’evidenza: sono passati anni, noi siamo ancora qui, e loro che hanno fatto?

Non condivido molte delle cose che scrive Devis, naturalmente. Il mito rousseauviano del buon selvaggio non mi ha mai convinto, certo come sono che l’uomo sia un essere assai più complesso di quel che lui stesso crede, così come del fatto che la naturalità sia solo una componente della nostra anima universale. Inoltre, sono un marinaio, dunque un nomade, e se amo la terra, amo l’orto, amo la natura, gli alberi, il bosco, non posso abbracciare la filosofia agricola se non come ingrediente periodico della mia natura metamorfica. Tuttavia rispetto chi lo fa. Particolarmente rispetto chi, come Davis, lo fa con indipendenza intellettuale, idee proprie, autenticità, ed è consapevole della portata rivoluzionaria della propria azione. Bravo Bonanni, alla via così.

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Tradotto coi piedi. Ma bello.

Tbilisi, Georgia. Anni Ottanta. Sette ragazzi. E una grande voglia di libertà.

La storia di Dato Turashvili, romanzo tradotto in molti paesi e ancora best seller georgiano, fonte per uno spettacolo teatrale di grande successo, è vera.

Sette ragazzi dotati e talentuosi, che avrebbero potuto trovare una via nel mondo della Georgia soggiogata dal tiranno sovietico, decidono di partire. In gran segreto, e in modo molto dilettantesco, ordiscono un dirottamento aereo, coinvolgendo anche Tina, la ragazza di Gega, incinta di tre mesi e appena diventata moglie del giovane attore che fa da protagonista alla storia. Sarà lei ad evitare il metal detector per il pancione dove oltre al figlio che non vedrà mai la luce della vita nasconde anche le armi.

Ma il Grande Fratello sovietico sa già tutto, e al momento del dirottamento l’aereo inverte la rotta, torna a Tbilisi, viene assaltato dai corpi speciali in quella che viene ricordata come una delle peggiori carneficine della cortina di ferra. Il Presidente Georgiano, Shevarnadze (in seguito “eroe” della Perestroijka con Michail Gorbachov), vuole dare un segnale forte a Mosca e ci va col pugno di ferro. Muore un dirottatore. Un altro si suicida. Decine tra i 58 passeggeri del volo vengono falciati senza riguardo dalle raffiche della polizia. E cosa accade agli altri? Hanno dirottato un aereo, ma non hanno torto un capello ad alcun passeggero. Ma la politica ha altri obiettivi, e non si cura delle conseguenze…

Storia tragica, romantica, appassionata, tradotta malissimo ma piena di simboli che la rendono emblematica. Un documento sulla follia dell’uomo quando pensa di limitare la libertà, che per molte persone, non per tutte, vale più della vita. Un film, che dopo il teatro, speriamo qualcuno giri, prima o poi.

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pescatore d'islanda - Nutrimenti

La copertina più brutta degli ultimi dieci anni.

Di diritto tra i classici della letteratura di mare, questo romanzo ci richiama alla mente un po’ Olmi, un po’ Saramago (quello di “Una terra chiamata Alentejo”). E’ il “Pescatore d’Islanda” di Pierre Loti (viaggiatore, romanziere, radioestesista d’atmosfere esotiche), ovvero un quadro dell’Ottocento. Sapete quei quadri con soggetto rurale, contadini, donne con la cuffietta, covoni di fieno, carri trainati dai buoi, masserie tra il granturco, quelle scene di vita agreste che spiegano più su un’epoca e una società di chissà quanti saggi storico-antropologici? Ecco, un’immagine del genere, ma sulla costa e sul mare. Anzi, sulla transumanza piscatoria tra l’Islanda e la Bretagna, sorta di cammino d’espiazione e di minute, profondissime gioie dove Gaud e Gaos percorrono la loro incerta, sofferta, sublime marcia amorosa.

Una storia d’amore dolcissima, struggente, semplice e al tempo stesso incomprensibile, resa incerta da una solenne promessa fatta al Mare, dalla timidezza, eppure sostenuta da un amore limpido, di quelli che infatti non esistono, ma di cui ognuno di noi ha (chissà perché, chissà come) una latente e interiore matrice, che ce lo fa comprendere, seguire, sperare. Fino all’ultima pagina, quando…

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Copertina fascinosa ma un po’ vista

 

“Il viaggio del sestante – Storia dell’invenzione che ha spostato i confini del mondo”, David Barrie, Rizzoli.

A volte i titoli non aiutano. E’ il caso del libro di David Barrie “Il Viaggio del Sestante”, che a un titolo fuorviante aggiunge un sottotitolo ancor più erroneo: “Storia dell’invenzione che ha spostato i confini del mondo”. Il testo non è quel che il titolo indica, per sua fortuna, ed è assai migliore della copertina. Anzi, è uno dei libri sulla navigazione che vanno inseriti di diritto e a pieno titolo nel novero dei testi obbligati, cioè dei libri che chi va per mare o ami l’argomento nautico deve necessariamente aver letto. E per molte ragioni, non ultimo lo stile, tipicamente anglosassone, a metà tra l’avventura, il resoconto scientifico, il libro di viaggio. Genere molto poco praticato, dalle altre culture, ma davvero efficace, puntuale, avvincente. 

La prima ha a che fare col titolo, questa sì. Il sestante, così come il cronometro di Harrison, è uno dei pochi strumenti che hanno rivoluzionato la navigazione dell’uomo. Non che non si fosse navigato, e valorosamente, anche prima della fine del ‘600. Ma la possibilità di misurare il mare e la posizione delle isole e delle coste, dunque di poter disegnare il mondo, che scaturì dall’invenzione e dal perfezionamento di Isaac Newton e seguenti, consentì di capire il pianeta, spingendosi fino nei suoi meandri più sconosciuti. Non solo. La navigazione astronomica è e resta un argomento imprescindibile per ogni marinaio che debba solcare il mare con una barca sotto la sua responsabilità diretta, e se anche oggi è stata superata dalla tecnica (tanto da spingere l’accademia navale USA a toglierla dall’insegnamento) è assai bene studiarla, conoscerne almeno gli assunti fondamentali, e rinverdirne i capisaldi di tanto in tanto.

Tuttavia, questo libro voluminoso e ricchissimo ha il pregio di compiere un excursus sulla storia della marineria transoceanica che non può e non deve passare in secondo piano rispetto alle nozioni che approfondisce sulla teoria e tecnica della misurazione astronomica di posizione. Al contrario, ne è l’elemento di maggiore valore.

In scia ai tanti che studiarono e inventarono i metodi per geolocalizzare una barca e le terre emerse, Barrie compie un volo a bassa quota su alcuni dei più grandi navigatori della storia e sulle loro incredibili avventure. Da Magalhães a La Perouse, da Bougainville a Blight, da FitzRoy e dal Beagle all’Endurance di Shackleton, raccontandone avventure, gesta, problemi, aspirazioni, entrando non di rado nella loro mente di marinai eternamente divisi tra spinta verso l’esplorazione, paura, coraggio, fatica, rimpianto.

Come ho spesso sostenuto, navigare è un’operazione intellettuale, per di più complessa, che sollecita l’uomo all’osservazione, all’ascolto, alla misurazione dei dati, alla soluzione di problemi tecnici, alla cura della psiche dell’equipaggio, attraverso le proprie conoscenze e quelle della storia. Troppi e troppo orgogliosamente ne fanno una questione solo tecnica, o peggio solo riferita alla tenuta fisica o al coraggio. Navigare senza conoscere le avventure della Boudeuse o dell’Endeavour, inclusi gli errori dei loro comandanti Bougainville e Cook,  è come essere ciechi e voler andare al cinema: una cosa inutile e insensata.

Ecco perché questo libro va inserito negli imprescindibili. Quel che si può leggere al suo interno contiene molti elementi utili al navigatore. Primo tra tutti il sentimento che lascia nel suo cuore alla fine della lettura: un misto di rispetto e timore verso il mare e i suoi più grandi frequentatori.

Unica (grave) pecca, la voluminosa lacuna riguardo la storia della navigazione dagli albori fino al 1500.

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Il club Dumas

Bel libro per chi cerca storie da cui non puoi staccarti

Pérez-Reverte è la più bella scoperta degli ultimi mesi, e fa l’effetto di quando conosci una persona e ti chiedi come hai fatto a non incontrare prima tuo fratello. Inviato di guerra, autore coltissimo, col sacro fuoco dell’avventura nelle vene, oltre naturalmente a grande amante del mare e navigatore a vela (guarda un po’…). Il suo “Le barche si perdono a terra” (che recensirò) è un concentrato di invettive e rampogne sui valori della navigazione e dell’autentico amore per il mare. Ma si tratta di una raccolta di articoli giornalistici, dunque lascia solo intravedere le capacità dell’autore, e credo andrebbe letto come quarto o quinto libro di questo autore prolifico e dotato di propria voce. Il Club Dumas, invece, è un romanzo compiuto, articolato, ben scritto, colto, ricchissimo, un po’ Codice da Vinci (non fate gli snob…), un po’ Nome della Rosa, un po’ L’Ombra del Vento (altro spagnolo…). Ha dentro il gusto e il culto dei romanzi francesi di cappa e spada, ma la complessità del contemporaneo. Crea un personaggio che, tuttavia, non diventa protagonista unico, a quel che ne so, dei suoi libri seguenti. Con questo romanzo si impara, si spera, si trema, ci si rilassa quando la nebbia si dirada. Romanzo gotico e thriller da bibliofili, riflessione sulla sconclusionata complessità della vita e, al medesimo tempo, avventura godibile e incerta. Pérez-Reverte va necessariamente messo nel nostro scaffale, almeno se pensate che la letteratura debba avvincere pur senza essere di genere e se amate i grandi eroi del passato letterario. Con tutta l’ombra di temibile spirito d’emulazione che sanno proiettare sul nostro presente. Da legge senza alcun dubbio.

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Disegnare il vento. L'ultimo viaggio del capitano Salgari

Titolo splendido.

“Disegnare il vento” è, per ammissione dell’autore Ernesto Ferrero, un “romanzo con personaggi veri”, dunque un’opera letteraria nel senso più alto del termine e della missione. Materiali reali, studiati attentamente, catalogati con precisione millimetrica e sabauda, e storia romanzesca, personaggi che smettono di essere toponimi biografici e diventano vivi testimoni, dotati di occhio e voce. Oltretutto, additivo raro ed essenziale nella letteratura, Ernesto Ferrero è dotato di una magnifica penna.
In nessun altro modo, credo, sarebbe stato possibile scrivere in breve una storia verosimile di Emilio Salgari, uomo e scrittore in cui la mancata biografia genera realismo narrativo, più vero della realtà.
Per uno scrittore e navigatore, ma credo per chiunque, conoscere la storia di Salgari fa precipitare in un baratro d’imbarazzo. E’ giusto amare come per vere le storie meravigliose dell’autore? Oppure è giusto irritarsi sapendo che l’uomo ha mentito a se stesso e al mondo per una vita intera, sostenendo di essere stato un avventuriero, di aver solcato oceani, di aver incontrato pirati, cose mai accadute nella realtà? Cosa conta di più, il piacere del lettore che ama essere ingannato dalla finzione o il dispetto del lettore che pretende per vera la fonte della sua meraviglia? Salgari, in questo, è un autentico italiano, perché non consente di sciogliere il dubbio. Lascia divisi e incerti, mai del tutto di qua, neppure di là. E Ferrero non ci aiuta per nulla a risolvere l’incanto. Se avesse tentato di farlo il suo libro sarebbe fallito.
Invece è molto bello, avvince come un romanzo, spiega l’inesplicabile, fa respirare l’umore di un’epoca e di una famiglia, restituisce tutto l’esotismo salgariano senza sradicarlo dalle pianure e dalle città italiane. Non esalta il grande Salgari, né lo deprime. Non lo svergogna, ma neppure lo cela.
Io sono sempre stato diviso su Emilio Salgari. Come tutti ho amato alcuni suoi romanzi, letture giovanili mai dimenticate. Ma sono anche stato vittima della sua menzogna. Avevo ventuno anni, era il 1987, e viaggiavo per la Malesia, da solo. All’università studiavamo Calvino, il Cinquecento, dunque di Salgari ero stato soltanto fanciullo lettore, non sapevo niente su di lui e le sue meravigliose menzogne. Sulla cartina geografica che avevo nello zaino cercavo Mompracem, Sarawak, Labuan. A chiunque chiedevo che mi parlasse di Sandokan e di Brooks. Ma nessuno li conosceva. Non erano mai esistiti i pirati/guerriglieri della Malesia, gli unici pirati che io conoscessi. Erano un’invenzione. Ero caduto nel tranello salgariano, svelato anni dopo studiando l’autore e soprattutto l’uomo. Tornai da quel viaggio con la spiacevole sensazione dell’inganno e della fiducia mal riposta, e per anni non volli più sentire il nome di quel truffatore. Io che avevo sognato e sperato, che ero stato in ansia, avevo tremato per le sorti di Yanez e dei feroci Dajakki, ero caduto in una trappola letteraria.
Eppure devo molto a quel disincanto. Nella mia carriera di autore, la domanda su quanto valgano realtà e verità verso la finzione, non mi ha più abbandonato. A ogni riga, a ogni pagina, con una consapevolezza impossibile senza la truffa subita, mi sono domandato, mi sono interrogato, ho dovuto ammettere quando “mentivo”, quando far ricorso alla finzione per dire la verità, oppure quando raccontavo, uscendo mai vincitore da quel capestro. Ma ne ero cosciente.
Per le vittime della “trappola” salgariana, il bel libro di Ferrero è un unguento. Genera compassione e rispetto per l’uomo e le mette accanto all’ammirazione per lo scrittore. E’ molto per un libro.

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Vita e morte di Nino Bixio

Diciamo che qui il grafico, per la copertina, non si è proprio sprecato

Sappiamo tutto di Che Guevara e Camilo Cienfuegos. Sappiamo tutto dei Vietkong, di Sendero Luminoso, del Subcomandante Marcos. Sappiamo tutto di Simon Bolivar, della lunga marcia di Mao Tse Tung. Sappiamo tutto perfino di Brave Heart, del Maresciallo Tito e della resistenza antifrancese algerina. Ma non sappiamo niente dei nostri eroi, degli uomini della nostra storia, dei partigiani, ad esempio, dei quali, a parte Pertini (e perché è diventato presidente della Repubblica), sapremmo a stento fare tre nomi. Non sappiamo niente o quasi di Garibaldi (il nome della moglie, certo, o dov’è morto, ma che faceva il marinaio, che fu corsaro e pirata nei Caraibi, che combattè con Josè Martì a Cuba, che fu scrittore di romanzi nautici, ad esempio?). Non sappiamo niente di chi fosse Nino Bixio. Se lo chiedi a qualcuno per strada ti dirà: “è il nome di una via di Milano” o di chissà quante altre città (tra cui la Spezia).

E invece il genovese Nino Bixio è un personaggio da romanzo, che pare uscito dalle pagine del più valente narratore d’avventura. In special modo, è più conradiano lui di qualunque figura  dello scrittore polacco. In lui c’è Kurtz, la Linea d’Ombra, c’è Tiphoon, c’è Almayer. Genovese di nascita, fu mozzo a dieci anni, per l’Atlantico, poi ufficiale e infine giovanissimo comandante di navi a vela. Viaggiò per tutti gli oceani, prima e dopo essere stato il più importante generale italiano della spedizione dei Mille, l’eroe di Maddaloni (sorta di nostrana Termopili in salsa borbonica), il discusso autore delle fucilazioni di Bronte, e poi generale dell’esercito regolare italiano contro gli Austriaci dopo il 1860. Ferito da una palla al petto continuò a combattere, poi si incise col coltello e strappò la palla dalle sue carni con le dita. Lo fa anche Stallone in Rambo, questo invece lo sappiamo tutti. Nessuno invece sa che Nino Bixio fu parlamentare, senatore in odore di ministero, che pronunciò avventati e avveniristici discorsi in aula, e che intravide per primo l’esigenza di navi miste, a vela e motore, per facilitare i commerci intercontinentali. Chissà cosa direbbe oggi, che dopo decenni di motore si sta pensando di ridotare di vele i grandi cargo. Ebbe una visione a dir poco tempestiva di quanto il Made in Italy dovesse essere portato in Oriente, promosso, venduto in modo integrato e unitario. Fece costruire in Inghilterra la più bella e moderna nave dell’epoca, il Maddaloni, che fece scrivere di sé i giornali e seppe affrontare una coraggiosa campagna commerciale durante la quale, a Sumatra, Bixio morì di colera. Le sue spoglie andarono perdute, se si eccettua un mucchietto di ossa di dubbia provenienza che vennero cremate e rimpatriate con adeguati onori.

Bixio fu soprattutto un uomo forte, coraggioso, che senza una lira propria riuscì a dar corpo ed esercizio al sogno di una grande campagna nautica e commerciale. Un uomo, si potrebbe dire, come non ce ne sono più nel nostro Paese, che non piangeva, non si lamentava della propria sorte, ma tenacemente difendeva le sue idee e smascherava il retropensiero dei suoi interlocutori con frasi fulminanti. Bixio fu un italiano prima che ci fosse l’Italia, e lo rimase dopo che smisero di esserci gli italiani. In lui albergavano il professionista, l’uomo capace di tener fede agli impegni, il visionario, l’avventuriero, il patriota, il generale, l’imprenditore. Bixio sapeva le cose che faceva, e aveva tutta la forza per non invocare mai divinità o sconti di giudizio. Come quando navigava, Bixio si faceva il vento da solo. Lo ricordano bene i piloti di Port Sudan e del neonato Canale di Suez, che ricevettero un secco rifiuto quando offrirono i loro servizi per guidare il Maddaloni tra le secche. La sua amata nave, Bixio, la conduceva da solo. Come la sua vita.

Il libro di Mino Milani “Vita e Morte di Nino Bixio”, con lo stile del grande narratore, salva dall’oblio tutto questo, ristabilisce la verità storica di un uomo che Staglieno e Sciascia hanno forse troppo sbrigativamente giudicato come un violento e un irascibile, e restituisce a noi una delle personalità più forti e appassionate della nostra storia recente. Come in un romanzo.

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Promemoria. 15 anni di storia d'Italia ai confini della realtà. Con DVD

Bella faccia da schiaffi. Ma bravo.

Marco Travaglio, “Promemoria”, PromoMusic Books. Libro (con o senza DVD).

Compratelo subito, cercate di evitare che finisca o che vi dimentichiate (appunto…). E’ essenziale che lo abbiate, e che di tanto in tanto lo rileggiate. Serve per non perdere il contartto con la realtà. Serve per ricollocare al centro le cose come stanno, come stavano, per evitare di tornare ad essere benevoli verso qualcosa, qualcuno, che ancora circola, che sta per ricandidarsi, che non ha mai smesso di farlo, che deve essere disprezzato senza sconti. Serve, soprattutto, per ricordare che il motivo per cui il nostro Paese è in bancarotta, non è un fulmine sulla Banca d’Italia o l’eredità di un’onerosa (ma inevitabile) Guerra Fredda, bensì il risultato del sistema delle tangenti, cioè della politica malata. L’economista Mario Deaglio, nel 1992, calcolava che il sistema Tangentopoli costasse ai cittadini intorno ai 10 mila miliardi all’anno, generando un indebitamento pubblico tra i 150 e i 250 mila miliardi, con 15-25 mila miliardi di relativi interessi annui sul debito. Per questo, esattamente per questo, il rapporto debito-pil è al 60% nel 1980, al 70% nell’83, al 92% nell’87, al 118% nel ’92. Cioè, appunto, la bancarotta.

Se avete problemi col lavoro, se la crisi vi strangola, se le tasse sono alte, se i servizi pubblici sono mediocri, se non potete permettervi una casa, se siete incerti nella valutazione della politica, se vi sembra che il nucleare sia una follia, se siete incerti tra speranza in un’Italia migliore e disperazione, avete bisogno di un Promemoria per ricordarvi come sono andate le cose. Un libricino di poche pagine in cui si capisce bene come stavano le cose: potevamo essere tutti al riparo dalla crisi oggi, avere tutti un lavoro da 5 ore al giorno, tutti una casa, servizi efficienti, un Paese ordinato, pulito, senza spazzatura nelle strade, senza neppure il bisogno di pensare al nucleare, senza inquinamento. Se questo non è avvenuto è colpa nostra, solo ed esclusivamente colpa nostra: abbiamo aperto la porta a un paio di generazioni di ladri, che sono entrati cortesemente e ci hanno depredato. Senza lasciarci niente. Neppure la memoria.

***

Se Iperborea pubblicasse italiani io pubblicherei con loro. Lo dico sempre alla sua proprietaria…

Joe Speedboat – Tommy Wieiringa – Iperborea

Se non ti innamori del protagonista di una storia di ragazzini che crescono insieme, affrontano la vita, si schiantano sulla realtà, cercano di farcela… di chi ti innamori? Se poi il narratore è finito sulla sedia a rotelle, non può più parlare, può solo fare tornei di braccio di ferro e adora il suo amico Joe Speedboat, emblema dell’intelligenza, delle doti, della libertà, dell’anticonformismo, della volontà e del dinamismo, come fai a non seguire la storia con partecipazione? Se in mezzo ci finisce PJ, ragazza splendida, venuta dall’Africa, amata segretamente dal protagonista, avuta da tutti tranne che da lui, che conserva un segreto, quasi un diabolico progetto esistenziale, come fai a non cercare di capire come finirà? Tra Salinger e Auster, con qualcosa di esotico trapiantato nel nord, questo romanzo avvince e fa sorridere, strugge e fa trasalire. Dunque, un gran bel romanzo.

La copertina di Ada d'Ambra

La copertina di Ada d’Ambra

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3 thoughts on “Libri di altri

  1. Simoneeee…..che figata….una selezione critica di libri fatta da te: vere chicche la storia del sestante e il testo di Franco Cardini; di Zerocalcare invece conosco teneramente tutta la sua produzione, però quando qualcuno mi fa uscire fuori quelle sonore risate (che anche tu hai esperito) azzero ogni altra considerazione critica…
    Cmq domani grazie a te faccio un salto da Feltrinelli….

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