Tutti i bellissimi libri letti e recensiti per oltre tre anni sono scomparsi insieme al mio primo blog. Ricomincio da oggi, dall’ultimo letto.
Sappiamo tutto di Che Guevara e Camilo Cienfuegos. Sappiamo tutto dei Vietkong, di Sendero Luminoso, del Subcomandante Marcos. Sappiamo tutto di Simon Bolivar, della lunga marcia di Mao Tse Tung. Sappiamo tutto perfino di Brave Heart, del Maresciallo Tito e della resistenza antifrancese algerina. Ma non sappiamo niente dei nostri eroi, degli uomini della nostra storia, dei partigiani, ad esempio, dei quali, a parte Pertini (e perché è diventato presidente della Repubblica), sapremmo a stento fare tre nomi. Non sappiamo niente o quasi di Garibaldi (il nome della moglie, certo, o dov’è morto, ma che faceva il marinaio, che fu corsaro e pirata nei Caraibi, che combattè con Josè Martì a Cuba, che fu scrittore di romanzi nautici, ad esempio?). Non sappiamo niente di chi fosse Nino Bixio. Se lo chiedi a qualcuno per strada ti dirà: “è il nome di una via di Milano” o di chissà quante altre città (tra cui la Spezia).
E invece il genovese Nino Bixio è un personaggio da romanzo, che pare uscito dalle pagine del più valente narratore d’avventura. In special modo, è più conradiano lui di qualunque figura dello scrittore polacco. In lui c’è Kurtz, la Linea d’Ombra, c’è Tiphoon, c’è Almayer. Genovese di nascita, fu mozzo a dieci anni, per l’Atlantico, poi ufficiale e infine giovanissimo comandante di navi a vela. Viaggiò per tutti gli oceani, prima e dopo essere stato il più importante generale italiano della spedizione dei Mille, l’eroe di Maddaloni (sorta di nostrana Termopili in salsa borbonica), il discusso autore delle fucilazioni di Bronte, e poi generale dell’esercito regolare italiano contro gli Austriaci dopo il 1860. Ferito da una palla al petto continuò a combattere, poi si incise col coltello e strappò la palla dalle sue carni con le dita. Lo fa anche Stallone in Rambo, questo invece lo sappiamo tutti. Nessuno invece sa che Nino Bixio fu parlamentare, senatore in odore di ministero, che pronunciò avventati e avveniristici discorsi in aula, e che intravide per primo l’esigenza di navi miste, a vela e motore, per facilitare i commerci intercontinentali. Chissà cosa direbbe oggi, che dopo decenni di motore si sta pensando di ridotare di vele i grandi cargo. Ebbe una visione a dir poco tempestiva di quanto il Made in Italy dovesse essere portato in Oriente, promosso, venduto in modo integrato e unitario. Fece costruire in Inghilterra la più bella e moderna nave dell’epoca, il Maddaloni, che fece scrivere di sé i giornali e seppe affrontare una coraggiosa campagna commerciale durante la quale, a Sumatra, Bixio morì di colera. Le sue spoglie andarono perdute, se si eccettua un mucchietto di ossa di dubbia provenienza che vennero cremate e rimpatriate con adeguati onori.
Bixio fu soprattutto un uomo forte, coraggioso, che senza una lira propria riuscì a dar corpo ed esercizio al sogno di una grande campagna nautica e commerciale. Un uomo, si potrebbe dire, come non ce ne sono più nel nostro Paese, che non piangeva, non si lamentava della propria sorte, ma tenacemente difendeva le sue idee e smascherava il retropensiero dei suoi interlocutori con frasi fulminanti. Bixio fu un italiano prima che ci fosse l’Italia, e lo rimase dopo che smisero di esserci gli italiani. In lui albergavano il professionista, l’uomo capace di tener fede agli impegni, il visionario, l’avventuriero, il patriota, il generale, l’imprenditore. Bixio sapeva le cose che faceva, e aveva tutta la forza per non invocare mai divinità o sconti di giudizio. Come quando navigava, Bixio si faceva il vento da solo. Lo ricordano bene i piloti di Port Sudan e del neonato Canale di Suez, che ricevettero un secco rifiuto quando offrirono i loro servizi per guidare il Maddaloni tra le secche. La sua amata nave, Bixio, la conduceva da solo. Come la sua vita.
Il libro di Mino Milani “Vita e Morte di Nino Bixio”, con lo stile del grande narratore, salva dall’oblio tutto questo, ristabilisce la verità storica di un uomo che Staglieno e Sciascia hanno forse troppo sbrigativamente giudicato come un violento e un irascibile, e restituisce a noi una delle personalità più forti e appassionate della nostra storia recente. Come in un romanzo.
Marco Travaglio, “Promemoria”, PromoMusic Books. Libro (con o senza DVD).
Compratelo subito, cercate di evitare che finisca o che vi dimentichiate (appunto…). E’ essenziale che lo abbiate, e che di tanto in tanto lo rileggiate. Serve per non perdere il contartto con la realtà. Serve per ricollocare al centro le cose come stanno, come stavano, per evitare di tornare ad essere benevoli verso qualcosa, qualcuno, che ancora circola, che sta per ricandidarsi, che non ha mai smesso di farlo, che deve essere disprezzato senza sconti. Serve, soprattutto, per ricordare che il motivo per cui il nostro Paese è in bancarotta, non è un fulmine sulla Banca d’Italia o l’eredità di un’onerosa (ma inevitabile) Guerra Fredda, bensì il risultato del sistema delle tangenti, cioè della politica malata. L’economista Mario Deaglio, nel 1992, calcolava che il sistema Tangentopoli costasse ai cittadini intorno ai 10 mila miliardi all’anno, generando un indebitamento pubblico tra i 150 e i 250 mila miliardi, con 15-25 mila miliardi di relativi interessi annui sul debito. Per questo, esattamente per questo, il rapporto debito-pil è al 60% nel 1980, al 70% nell’83, al 92% nell’87, al 118% nel ’92. Cioè, appunto, la bancarotta.
Se avete problemi col lavoro, se la crisi vi strangola, se le tasse sono alte, se i servizi pubblici sono mediocri, se non potete permettervi una casa, se siete incerti nella valutazione della politica, se vi sembra che il nucleare sia una follia, se siete incerti tra speranza in un’Italia migliore e disperazione, avete bisogno di un Promemoria per ricordarvi come sono andate le cose. Un libricino di poche pagine in cui si capisce bene come stavano le cose: potevamo essere tutti al riparo dalla crisi oggi, avere tutti un lavoro da 5 ore al giorno, tutti una casa, servizi efficienti, un Paese ordinato, pulito, senza spazzatura nelle strade, senza neppure il bisogno di pensare al nucleare, senza inquinamento. Se questo non è avvenuto è colpa nostra, solo ed esclusivamente colpa nostra: abbiamo aperto la porta a un paio di generazioni di ladri, che sono entrati cortesemente e ci hanno depredato. Senza lasciarci niente. Neppure la memoria.
Joe Speedboat – Tommy Wieiringa – Iperborea
Se non ti innamori del protagonista di una storia di ragazzini che crescono insieme, affrontano la vita, si schiantano sulla realtà, cercano di farcela… di chi ti innamori? Se poi il narratore è finito sulla sedia a rotelle, non può più parlare, può solo fare tornei di braccio di ferro e adora il suo amico Joe Speedboat, emblema dell’intelligenza, delle doti, della libertà, dell’anticonformismo, della volontà e del dinamismo, come fai a non seguire la storia con partecipazione? Se in mezzo ci finisce PJ, ragazza splendida, venuta dall’Africa, amata segretamente dal protagonista, avuta da tutti tranne che da lui, che conserva un segreto, quasi un diabolico progetto esistenziale, come fai a non cercare di capire come finirà? Tra Salinger e Auster, con qualcosa di esotico trapiantato nel nord, questo romanzo avvince e fa sorridere, strugge e fa trasalire. Dunque, un gran bel romanzo.

La copertina di Ada d'Ambra
Aglio, menta e basilico – Jean-Claude Izzo – Edizioni E/O
“Jean-Claude Izzo era prima di tutto una bella persona”. Così inizia la prefazione di Massimo Carlotto a questo libretto perfetto, pubblicato meritoriamente da E/O. Sarà stato probabilmente lui a consigliarne il sottotitolo: “Marsiglia, il noir e il Mediterraneo”, che non c’entra nulla o quasi col testo. O meglio, quel che c’entra, anzi, il protagonista assoluto, è Marsiglia, cioé il Mediterraneo, non il noir. Sarà forse l’ansia di vedere noir dovunque per chi di noir vive, o sarà per l’opportunità editoriale di rendere noir tutto ciò che si può, perché il noir vende. Chissà. A Carlotto resta per sempre la stima di aver fatto tradurre e pubblicare Izzo in italiano, cosa di cui occorre ringraziarlo.
Izzo era un innamorato del Mediterraneo e di Marsiglia come sua metafora. Il Mediterraneo delle sponde contrapposte che dialogano, di paradossi verissimi come: “Marsiglia è orientale quanto Beirut è latina”, del miscuglio di razze, lingue, profumi che costituiscono una sola razza, un solo linguaggio, un solo profumo: quello del Mediterraneo, appunto. Le pagine su Marsiglia sono più utili di qualunque guida turistica, svelano quello che l’occhio non vede, quello che il cuore sente. Righe d’amore su una città, ma soprattutto su un mondo, su tutte le città che si affacciano sul nostro mare, eterno, sempre in ascolto, sempre loquace. Libro di quelli che durano lo spazio di tre sigarette e un caffé, magari bevuto su un lungomare, dove perdere occhi e anima oltre ogni limite. “Lasciai vagare il mio sguardo sul mare. Verso l’orizzonte. Non avevo ancora trovato di meglio per dimenticare la schifezza del mondo”.
La Camera azzurra - George Simenon – Adelphi
“Sei così bello” gli aveva detto un giorno Andrée “che mi piacerebbe fare l’amore con te davanti a tutti…”. Cosa dire, come comportarsi davanti a una donna così? Una donna da capire, che non parla per imbarazzo o provocazione, dunque una donna pericolosa, capace di pagare e far pagare un prezzo altissimo a sé e a Tony, sposato, con una figliola piccola, che crede di avere un’amante, e invece sta mettendo in gioco la sua stessa vita.
La camera dove i due amanti si incontrano, nell’hotel del fratello di lui, è azzurra. L’anima di Andrée è invece oscura. E’ lei l’autrice delle tragedie che seguono questa appassionata, irresistibile storia d’amore? Tony è davvero allo scuro di quel che si compirà? Oppure ha ragione il Pubblico Ministero, e cioé Tony sapeva tutto, non lo vuole confessare ma aveva capito e lasciò che la donna compisse i suoi orrendi crimini?
Ma la trama di questo romanzo viaggia sul filo del pensiero di Tony, è tutta dentro di lui. Simenon ha amato e avuto centinaia, forse migliaia di donne. Nel ritratto di Tony questo si comprende, si vede, se ne legge tutta l’intensa complessità, il gioco di dubbi e fascinazioni, paure e irresistibili attrazioni. Un libro che racconta quanto stupido o astuto (chissà!), quanto schiavo o dominatore sia l’uomo.
Una terra chiamata Alentejo – José Saramago – Einaudi
Questo romanzo costituisce la sutura tra la prima produzione del grande Saramago e il resto della sua monumentale bibliografia. Appare qui, per la prima volta, lo stile “orale”, com’è stato definito, e cioé la scrittura che mescola discorso indiretto, diretto, soggetti non espressi che mutano continuamente, costringendo il lettore a sintonizzarsi su un rebus senza troppi segnali d’aiuto. Vedi “L’autunno del patriarca” di Marquez.
Un romanzo sui vinti, sulla povera gente, sulle lotte sindacali, sul lavoro nel latifondo. Soprattutto un romanzo sulla penuria di gioia per intere vite, eppure sull’umanità di così tante esistenze, destini che colmano la misura del tempo. Uomini e donne senza speranza, inchiodati da una natura immobile mentre il mondo cambia, incatenati a mani vuote, a cuori sanguinanti, parole mozze. Un romanzo che fa male al petto, eppure lascia speranzosi, in attesa di una pagina di riscossa, una parola ben detta, un gesto che faccia risorgere. Ironia e dramma, verismo e fantastico, molti opposti, com’è contraddittorio l’animo dell’uomo e delle donne condannate a cent’anni di solitudine.
Teresa Batista Stanca di Guerra - Jorge Amado – Eniaudi
Teresa che viene venduta da una matrigna crudele. Teresa bambina, stuprata, violentata, resa schiava da un verme d’uomo che pagherà per la sua malvagità. Teresa che s’innamora dell’uomo sbagliato, ma per lui diventerà libera. Teresa che ama un padrone buono, che muore dentro di lei, nell’estasi. Teresa che aspetta Janù, il marinaio, perduto sulla nave Bilboa. Teresa che chiede sue notizie per gli angiporti, nei lupanari, nei ritrovi. Teresa che non perde la speranza. Teresa che guida una rivolta di donne allegre, che non può godere della vittoria per la visita, una volta ancora, di Sua Signora la morte. Teresa che getta cadaveri in mare, forse libera per sempre .
Inutile tentare di sintetizzare, raccontare, la poesia di Teresa-pelle-di-rame, Teresa Batista, donna d’animo esemplare, simbolo di un popolo, popolata di simboli. Inutile come lo è sempre per le eroine dei più grandi romanzi, fatte di nulla, eppure di fili d’oro, esili e meravigliose, fatte di parole. Una donna di parole esplosive, d’immenso sapore tropicale, che Amado tesse per lei come trame di un salmo. Teresa che si lascia prendere, lasciare, teresa che si fa amare e lascia fare. Teresa che verrebbe voglia di entrare nelle pagine e difendere. Teresa che interviene a difendere il lettore, se serve. Donna uomo, uomo donna, ermafrodito simbolico che nessuno può evitare di ricordare. Un romanzo col coro, pure se intorno a un unico vero personaggio. Romanzo che non rinuncia ad alcun luogo comune per restare originale, per dipingere un quadro unico, indimenticabile, al quale si vorrebbe restare prossimi, parenti, sposi. Teresa Batista Stanca di Guerra. Come ognuno di noi, stanco, senza mai disperare.
Dalla mia prefazione a questo libro:
(…) “Scrivo questa prefazione perché Luigi è riuscito nell’intento (che ritenevo impossibile) di scrivere un libro di mare in cui i protagonisti sono gli incontri. Glissa volontariamente su burrasche, secche, scogli e quant’altro capita a un marinaio che naviga sul serio. Lo fa per precisa scelta, dimostrando di essere un architetto, un marinaio, ma anche un ottimo comunicatore, che soggiace (mentre molti dimenticano di farlo) alla regola base della comunicazione non letteraria: cosa posso scrivere che qualcuno abbia interesse a leggere? Cosa mi è capitato che, descrivendolo, non sia qualcosa di già visto, letto, straletto? E lo fa molto bene…
Luigi e Silvia sono partiti per il loro giro alla chetichella. Nessun proclama, nessun manifesto di cambiamento del ritmo di vita, nessuna ideologia. Liberi come sono, hanno mollato gli ormeggi e via. Vivono solitari, come capita a chi viaggia per mare, ma non sono isolati. Forse lo erano di più quando vivevano sulla bella isola di Pantelleria. Sono persone che amano la gente, che incontrano volentieri gli altri, che amano ascoltare e parlare. Nel loro viaggio non c’è alcuna fuga, piuttosto avvicinamento. A cosa? Lo sanno loro, o forse neppure loro. Ma nel frattempo c’è l’avventura.
Questa avventura la apprendiamo dai racconti, la leggiamo filtrata dai loro incontri, ed è molto interessante anche per noi. Il libro che state per leggere non vi farà paura per le descrizioni del mare tempestoso, e non vi aizzerà verso radicali scelte di vita alla volta di paradisi tropicali dove la vita è ritenuta felice (e dove fatalmente le cose sono assai diverse da come ognuno le immagina). Piuttosto dimostra come la vita, che la si percorra in macchina, in barca o a piedi, è soprattutto una grande esperienza umana, gravida di circostanze, occasioni, e popolata da gente diversa come neppure immaginiamo. Persone semplici, oppure sofisticate, avventurieri sabbatici o uomini e donne libere, che prendono la realtà ognuno a suo modo e così facendo ci danno una grande speranza: possiamo scegliere.” (…)
Il Discendente di McCoy
Racconto lungo perfetto, iniziato a scrivere il giorno dopo che il grande London aveva finito Martin Eden (si vede che dopo lo sforzo del romanzo desiderava il libero territorio del racconto, di nuovo in mare). Il discendente di uno dei terribili ammutinati del Bounty è oggi Governatore della comunità di Pitcairn. Salito a bordo di una nave che sta bruciando nella stiva (una nave che brucia, se la si chiude in ogni osteriggio o fessura, può continuare a navigare e lentamente bruciare anche per giorni, per via dell’assenza di ossigeno), McCoy si trova a guidare il Comandante e il suo equipaggio per le isole Marchesi, tra correnti infide e venti instabili, rendendo quasi vano il tentativo di trovare una baia dove spiaggiare la nave e salvare almeno la carena. Nel tentativo il rischio della vita di tutti è altissimo. Storia a due, pur nella coralità di un equipaggio. Il Comandante, logorato nella sfida contro se stesso e il fato per condurre a compimento la sua missione di salvataggio; McCoy, sereno, quasi assente, fiducioso nella buona sorte, che non abbandona mai i marinai ottimisti. Storia breve ma di grande impatto, che si legge come racconto avventuroso o come storia simbolica. Il racconto, pubblicato a sé anche da Mursia, fa parte dei South Seas Tales.