Aspetto il vento

Un vulcano. Un’isola. Ieri..

Navigare. Sempre. Muoversi prevalentemente tra le isole. Tracciare rotte e percorrerle, evitando quelle soltanto immaginate come fossero teredine in grado di sbriciolare lo scafo duro della più resistente esistenza. Disegnare poi, col carboncino del fuori rotta, che differisce sempre dall’idea primigenia, immagini marine occulte, tinte di sorpresa e sconcerto, giorni duri e meraviglia. Comprendere, soltanto molto tempo dopo, che quel profilo, che pareva solo linea rotta, somiglia a ciò che non sapevamo immaginare così puntualmente, l’idea mai avuta di sé, che dovevamo avere nel “tempo sognato in cui bisognava sognare”. Assorbire, con la sensazione mutevole che recano le buone o cattive notizie, ciò che eravamo, ciò che siamo diventati, nel cazza e lasca di quella che non sapevamo fosse ben più di una tratta, ma il farsi mentre lo si sta facendo. Il divenire mentre si sta diventando. E di cui, generalmente tardi, comprendiamo il rispetto dovuto, che avremmo dovuto, incerti di essere più colpevoli o più vittima, giacché chi lo doveva dare e chi ne aveva diritto erano la stessa persona. Eppure, così, improvvisamente, prima di quel giorno, come oggi, accorgersene, in medio tratto, nella linea rotta del presente.

Mi sono accorto che sono salpato, qualche anno fa, per un lungo viaggio, con un’idea del Mediterraneo fatto delle terre-nazioni che lo attorniano; mi sono sviluppato di miglio in miglio in un’idea di Mediterraneo delle città che lo accumulano, custodi della sua anima puntiforme e della natura lunga; mi sto distaccando dal pregiudizio dell’inconoscenza con l’idea di un Mediterraneo delle isole, contenuto in luogo del contenitore, il mare, dunque, finalmente, non i paesi; il mare, non le terreferme; il mare, non i fondachi assurdi in cui, pure, godere. Isole, punti di una retta tracciata da un maniaco, che a unirli riflettono sempre e solo un’altra immagine (la sua vittima), anche se offrono senso. Da osservatori, quando si salpa davvero, si diventa amanti, poi tessitori, di lunghi dialoghi amorosi sulla tela seta della speranza.

Aspetto il vento, qui, oggi, in una baia a scirocco. Forse mercoledì arriverà da ponente. Rotta a sud per un’altra, ennesima isola. Il punto estremo e fatale di un visionario cieco, amaro: Dragut rais.

Share Button

Potevo andare prima

a me questa copertina piace molto, a voi? Bravi i grafici e gli editor di Chiarelettere.

Dopodomani, cioè il 29 giugno 2017, riesce una nuova edizione di “Adesso Basta” (Chiarelettere). A gennaio sono 10 anni dalla mia scelta e a ottobre saranno nove anni dall’uscita del saggio, long-seller con pochi precedenti nella saggistica italiana: 19 edizioni tra hard cover, tascabili, club del libro e ristampe. Quando ho cambiato la mia vita avevo pubblicato un libro di racconti, un romanzo, e pensavo a tutt’altro che a scrivere di ciò che stavo facendo. Ero già troppo impaurito per la mia vita, troppo intento a staccarmi dal mio mondo precedente, per pensare anche solo lontanamente a studiare e scrivere. Ma poi lo feci (da allora ne ho scritti 11 di libri… A fare le cose professionalmente, tutto il tempo, si produce seriamente qualcosa che poi valga la pena di essere considerato. Il dilettantismo è bello, ma è anche una grave piaga dell’epoca). E lo feci senza poter immaginare che questo libro sarebbe diventato il primo di un intero filone editoriale moderno e soprattutto un testo di ispirazione per centinaia di migliaia di persone. Ancor meno si poteva supporre che dopo nove anni fosse ancora vivo e ristampasse ancora (a questo punto chissà per quanto ancora….).

Cattiva notizia, da un lato: è ancora attuale. Come dire: il malato non è guarito, somministrare ancora il farmaco. Buona notizia da un altro: si continua a leggere una voce contraria alla vulgata imperante crescita-lavoro-soldi-felicità (#ilrestovienedopo). Chissà. Io so solo una cosa: potevo vincere le paure prima di quando l’ho fatto. Potevo “andare” prima. Potevo salvare più tempo prezioso, dunque fare prima ciò che amo fare e che è diventato integralmente la mia vita: scrivere, e poi navigare. Non c’era molto di cui preoccuparsi. Tutto ciò che temevo erano paure, cosa diversa dai rischi.

Ad ogni modo, piuttosto che mai, è meglio piuttosto, come dice un adagio popolare. E questi anni almeno li ho vissuti come ritenevo di volerlo e doverlo fare. E la storia di quella scelta, così come il libro seguente (“Avanti Tutta” Chiarelettere, cioè il manifesto su come stava andando e sui principi politici ed economici di base di una rivoluzione individuale), sono stati un utile impegno per fare il punto, confrontarmi con idee e azioni, mettere le basi per una nuova (assai antica, a dire il vero) teoria e prassi esistenziale, filosofica, e forse politica. Una cosa importante. Almeno per me.

Buona lettura.

Share Button

Canzoni

Porto Kagio. Verso l’entrata.

Facevano così i maestri d’ascia: per ogni lavoro, prima, si costruivano lo strumento. Ieri l’ho fatto. Col vento che spingeva bene, ho cercato di costruire parole usando non ciò che vedevo ma ciò che ascoltavo, con le mani che avevo. Il glottolìo della poppa, il fusciàme della chiglia, lo stinnìo dei grilli, la teorondàna delle drizze, gli spòcchi delle torsioni, il fresco fluminànte delle brezze. Parole raccolte, assemblate, tornite sul mare, godute e abbandonate, che narrano suoni incuranti dei significati. Dunque, precisamente, non si trattava di parole, ma di note. E con le note si compongono canzoni.

In migrazione, come i pelagici, seguo venti e correnti, sfruttando ogni possibile associazione tra angoli e scorrimenti. Navigare a vela è una questione goniometrica e fluidodinamica, non diversamente dalla conoscenza. Ma sono anche in grado di fermarmi, dunque sono anche dialogico: comunico, silenzi e parole, note e pause della grande ouverture, a bordo e negli sbarchi, quando come gli assassini torno sui luoghi dei miei transiti più o meno sanguinosi. Mi è capitato spesso di farlo. Ed è a questo che pensavo ieri, entrando nella baia di Porto Kagio, penisola del Mani, isola del Peloponneso. Qui ho dato àncora qualche anno fa, in uno dei due peggiori momenti della mia vita. Questa rada aspra cinta da colline e piccole montagne scabre, mi ha gaffato l’anima e la barca per tre notti e tre giorni con 40 nodi di maestro e amarezza, ponente e spaesamento. Difficile comunicare; in trappola, senza neppure poter sbarcare; guardie notturne e diurne; prostrato dentro e in allarme fuori. In quel momento avevo compiuto un gesto duro e difficile, per me, per altri. E non era un gioco per restare dov’ero, ma per cambiare davvero. La mia sofferenza si sommava ad altre. Nell’introduzione la libro che sto scrivendo, leggo: “Quando tra le isole sei vissuto a lungo, quando ne hai meritato l’atterraggio con la fatica della vela, invaso baie con circospetta intimità, o quando ti hanno torturato per notti intere all’àncora, senza poter salpare e fuggire nel mare agitato di chissà quale controvoglia emotivo… finisce che in te si agitano demoni, da temere ancora. O angeli azzurri da ancora sognare”. Pensavo a questa baia, quando ho scritto queste righe, e anche poco fa, spingendoci la prua.

Dio come sono stato male qui…. E Dio come fa male quando la cascata delle lacrime si lascia trafiggere dalla bellezza. Dovrebbe essere vietata la bellezza durante il dolore. Fa affilato ciò che già squarcia, appuntito ciò che scarnifica.

Ma nel punto dove dobbiamo incontrare il nostro destino non è mai facile fermarsi. Come ieri: tre volte ho dato e ridato àncora, non trovavo una mia posizione. Trovarsi significa esserci, e io stavo ancora tornando. Poi ci siamo riconciliati, con un’occhiata sobria, onesta, virile. E con un lieve sorriso. Chi sta a lungo in mare (o chi profondamente vive) non fa che rammendare reti, cucire strappi alle vele, come un pescatore eternamente intento. E così finiamo col sorprenderci a sorridere nei luoghi del pianto, grondanti perduta meraviglia. Navigare è questione artigianale, che si fa con le mani, ma anche spirituale, che si fa con la mente, e sentimentale, col cuore.

Alle cause e alle vittime del dolore, come a chiunque altro intorno a cui abbiamo già detto grazie o scusa, rivolgiamo un saluto e un sorriso, stanotte, al cambio del giorno. Tanta acqua è scorsa sotto la chiglia. Normale, ormai, da molto tempo, e qui, nuovamente, ora… sentirsi lontani. Ogni parola dolce è tragica nella rada del rancore. Ogni silenzio gravido è possibile nelle baie della nostra riconciliazione. Occorre solo capire con sensata umanità. Ma con entrambi i registri, ciò-di-cui-siamo-capaci (che ci misura), scriviamo (e cantiamo) sempre la nostra canzone migliore.

Share Button

Parole. Navigazioni

Isole, prua, mare, costa.

Scrivo e correggo mentre navigo nell’Egeo. Un libro anomalo, sulle isole. Linguaggio di ricerca, parole prima pensate, poi create e sperimentate, forzate al senso estremo del loro significante. Facevano così i maestri d’ascia, che per ogni lavoro prima si costruivano lo strumento. Ieri col vento che spingeva bene, ho cercato di descrivere i suoni che ascoltavo, il ciangottio della poppa, il fruscio della chiglia, il tintinnio dei grilli, le campane delle drizze, gli stocchi delle torsioni del legno. Le parole raccolte sul mare hanno una precisione particolare: spiegano anche molto coi suoni. Dunque, precisamente, non sono solo parole, ma anche note.

Vengo da Levante, dopo Cipro, Libano e Israele, dandomi il cambio a bordo con altri marinai con cui, ognuno per le sue tratte, abbiamo percorso con calma 800 miglia in cinque settimane, fino a Kythira, sud Peloponneso. In migrazione, come i pelagici, seguo venti e correnti, sfruttando ogni possibile angolo tra la prua e i flussi. Navigare a vela è una questione goniometrica e di scorrimenti.

Ma non solo pelagico, anche in grado di fermarmi, dunque dialogico: comunichiamo, silenzi e parole, note e pause del grande spartito. A bordo e negli sbarchi conosciamo, tornando come gli assassini sui passi dei nostri transiti più o meno sanguinosi. Ci rappacifichiamo con le baie patite, scopriamo rade tralasciate in remoti giorni di agitata navigazione. Come pescatori eternamente intenti, rammendiamo reti, cuciamo strappi alle vele, sorprendendoci assai spesso. Vivere in mare è questione artigianale, che si fa con le mani.

Passare molto tempo in mare: lo “strumento” più simile al “fine” che io conosca. Come l’imbarcazione, che mentre porta lontano offre cittadinanza, consente l’immaginazione di sé negli altrove senza patria che un giorno, forse, saranno casa. Ma solo se verranno sognati: il mare favorisce sane nostalgie, proietta il pensiero, ma fa derivare senza meta se il marinaio non riesce a vedere l’invisibile.

Per questa rotta, da levante a ponente, così facendo, così sentendo, così cercando, non incontro isole né approdi, che pure rincorro per il mio libro. Con le vele e con la mente sperimento la condizione insondabile e temporanea da cui vengono le idee, le immagini, e soprattutto le parole:

Erede dell’oro e protagonista della miseria, il marinaio è ricco della moneta fuori corso con cui si acquistano i sogni e si vendono le nostalgie. In bilico tra la vita e la morte, non abita mai ciò che è suo, è sempre costretto ad abbandonare ciò che gli appartiene, e risiede lungo la rotta stimata tra i diversi. Per questa rara facoltà, paradossale e metafisica, condanna che brucia sulla sua pelle più di qualsiasi ferro rovente, l’uomo di mare è l’unico a saper sillabare l’inconsapevole alfabeto del senso. Un’odiosa balbuzie, il suo racconto del Mediterraneo…

Share Button