Due (Tre)

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Una con tutti noi non ce l’ho. Dunque metto questa, che così ci rappresenta tutti. I Mediterranei e gli amici che vogliono salire a bordo una volta almeno per condividere la rotta.

Due. Che poi, se si considera l’anno prima, sono tre. Due-tre, che è meglio ancora, incerti sull’arrivo, come saremo tra tre anni (o quattro?), incerti sulla durata della rotta (in totale cinque o sei anni?), poiché incerti sulla partenza. Fatto sta che tre anni fa Mediterranea perlustrava il golfo di Corinto e di Patrasso, risaliva per tutti i Balcani fino all’Istria e poi scendeva l’Adriatico fino a San Benedetto del Tronto, faceva nuove amicizie, rischiava di affondare, salvata da angeli amici che mai dimenticheremo, e poi salpava, due anni fa, proprio oggi, il 17 maggio. Ed eccoci qui, dopo Adriatico, Ionio, Egeo, Mar Nero da est a ovest, Egeo ancora. Barca a Samos, adesso, e una bella rotta in prua. Noi sparsi dovunque, oltre che a bordo, come sempre, ma con un occhio sempre in mare.

Niente sponsor o aiutini, anzi, un mucchio di inciampi per la via, grandi e piccoli, non fa differenza, perché poi li superi e te ne dimentichi. Ma lo sapevamo, e chi non lo sapeva lo ha imparato. Non si va per mari alti senza avarie, senza defezioni, ma non si resta in porto per paura di affrontarle. L’ostacolo che ti frena nasce il giorno che non riesci a superarlo, non prima, e fino a quel momento su di randa, su di mezzana, fuori genoa e trinchetta. Si va.

Quasi cento intellettuali intervistati, decine e decine di prelievi di plancton, settimane a studiare microplastiche e a insegnare e imparare l’astrofisica. E poi ancora test di validazione di sistemi di forecast meteorologico, test di prodotti biologici per la pulizia, qualche aiuto tecnico di amici dell’ambiente e delle rinnovabili, l’Ansa come grande partner media, decine di servizi tv e sui giornali, e via discorrendo. Soprattutto un test: un esperimento sociale. Noi. Un gruppo di quarantacinque persone, persone qualunque ma non gente comune, nessun campione della vela, nessun nome da rotocalco, nessun magnate. E tanti tanti uomini e donne che ci sono venuti a trovare, centinaia di lettori, osservatori, o gente che ha solo letto il sito, si è fatta affascinare e ci ha raggiunti. Con noi, con loro, Mediterranea ha navigato per seimila miglia, tre volte la traversata atlantica (rotta ARC) con rigore, con rispetto, con ordine. Ha preso botte, ma non si è spezzata. Ha preso pioggia, ma è rimasta asciutta dentro. E’ entrata in cento porti, ed è stata sempre accolta.

Il Mediterraneo, casa di Mediterranea. Casa nostra. Che ora conosciamo meglio. Una dimora splendida, un peccato che nessuno, o quasi, possa descriverla. E ora si prosegue: ancora isole, poi Rodi, Turchia, Cipro, Libano e Israele. Nessuno ferma una buona idea e gente motivata che la ama. Nessuno ferma il tempo buono, speso bene, che ha costruito migliaia di momenti indimenticabili, sempre grati a chi ha iniziato, che ci sia ancora o che sia andato a fare altro. Ma ancor più orgogliosi, e tanto, di chi va avanti, oltre gli ostacoli sempre, dando valore alle idee e ai progetti che li riguardano davvero, e per cui nutrono autentica, personale passione. Quelli (mi piace pensare) che quando l’universo intero vibra, suona per loro. Noi

www.progettomediterranea.com

Dal minuto 42′, su Linea Blu, Rai1, il giorno della partenza.

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Caro Simone

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Da un po’ di tempo, mi scrivo. Mi mando email, lettere, messaggi. Mi descrivo sensazioni, convinzioni, errori. Parlo con me per capirmi, o forse perché quando parlo agli altri vedo con non capiscono quasi mai. Forse hanno ragione loro. Certo, non condivido tutto quello che mi mando, ma almeno riesco ad ascoltare, che è sempre un gesto d’amore. Non mi imputo grandi cose, oppure lo faccio, dipende dai momenti. Sono belle lettere, oppure orribili, alcune ho anche timore di rileggerle. Ci trovo dentro tanto di quello che ero, che sono sempre stato, che divento parola dopo parola, e scorgo buoni indizi per capire cosa sarò. Non è un diario, Dio ne scampi e liberi. Sono missive, corrispondenze, pizzini da un mondo che a volte mi si confà, più spesso no, in cui da mezzo secolo tento comunque con impegno e dignità (diciamo…) la mia cittadinanza. Sono una confessione, forse, o una dichiarazione. Una relazione dettagliata e disordinata del mondo che sono e che mi attornia, sentendomi sempre, irrimediabilmente, inevitabilmente diverso. Parole inutili, lo so da me. Ma, alla fine, le uniche che posso fraintendere liberamente.

Oggi giornata difficile di pensieri, cali di energia, viaggi, problemi tecnici a Mediterranea da risolvere, fatica fisica, solitudine mentale. Creta, spazzolata da un maestrale inclemente, non ha aiutato. O forse sì. Per stasera, dopo una buona cena per rilassarmi, conto molto in un viaggio precoce nei sogni. Quanto vorrei tornarne sempre potendo ricordare! Ma non accade quasi mai.

Intanto, la mattina presto, lavoro al romanzo. Ho iniziato il montaggio, che già si preannuncia durissimo. Quattro voci che dialogano, un coro assiduo e pieno, molto difficile da dirigere. Se riesco nel mio intento, tuttavia, credo ci sarà da emozionarsi. La notizia solo buona del giorno: l’editore ristampa Adesso Basta. Che storia infinita…

Sabato salpo, dopo una settimana di lavori. Speriamo, come quando (ci) si scrive, di capire tutto. E di avere il favore del vento. Senza, non si va da nessuna parte.

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Adesso Basta (e Mediterranea) a RAI3

Dal minuto 20′.52″. Riflessioni sul cambiamento a “Ambiente Italia”, su RAI 3. Buona visione.

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Sono stati bravi…

Li vediamo arrivare per caso, gettando un’occhiata sul mare immobile di questa splendida giornata a Kos, Grecia orientale. Li vediamo come si scorge per pura fatalità un tronco a pelo d’acqua. Come fossero un oggetto. Invece sono esseri umani. Remano lentamente, non ce la fanno più. Hanno un motorino elettrico che deve averli abbandonati da molte ore. Uno di loro mi sorride. Gli dico “Welcome!” lui mi ringrazia con la mano sul cuore. Gli faccio segno che l’entrata del porto è dalla parte opposta, sul lato nord. Restano incerti, faticano a dirigere la prua, caracollano in mare.

Prendiamo una cima, per gettargliela dal molo e trainarli, poi arriva un gommone del porto. Sono in salvo. Li guardo arrivare a terra. Forse hanno controllato la meteorologia, hanno calcolato le correnti, il vento. A bordo sono il giusto numero per un piccolo gommone. Hanno navigato bene, sono stati bravi! Faccio il tifo per loro, come se fossi io a sbarcare. Ce l’hanno fatta. Un misto di gioia, lacrime e commozione. Ce l’hanno fatta, per Dio, almeno loro ce l’hanno fatta

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Voci del Mediterraneo

Voci dal grande viaggio di Mediterranea. Primi diciotto mesi di navigazione. Grande esperienza, grandi visioni, grandi uomini, grandi parole.

Buona visione.

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Facciamo così

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Salpati da Samsun (TK), h07.00. Mar Nero.

Pubblico anche sul mio sito un brano scritto per la comunicazione di Mediterranea.

“Qui su Mediterranea facciamo così, che i più esperti lasciano il posto a chi deve fare esperienza. Nel primo anno di navigazione la nostra imbarcazione ha richiesto l’umiltà dell’attesa, la cura dei lavori. Chi è venuto a bordo, che avesse tanta o poca esperienza, ha lavato, messo e tolto parabordi, partecipato ai lavori, ascoltato le rotte e le interpretazioni di vento e mare, senza farle. Chi è venuto, nel primo anno, che fosse schiavo, che fosse Re, ha dovuto chinare il capo a Mediterranea, conoscerla, rispettarla e prendersi cura di lei, imparando a stare a bordo. Il mare non perdona, e comunque non premia, i frettolosi, gli ambiziosi, chi non è umile e non ha pazienza. Per condurre una barca bisogna amarla, prima, e per andar per mare bisogna smettere di non avere paura.

Qui su Mediterranea facciamo così, che in questo secondo anno i Rais fanno a turno il “Secondo in comando“, quello vero. Mestiere indefinito e difficile il Secondo, fatto di servizio, d’intuizione, di previsione, di preparazione. E’ il consigliere privilegiato del Comandante, qualcuno che potrebbe stare al suo posto, che ne ha la sapienza e l’esperienza perché sa leggere il giorno, appena sveglio, capire al primo sorso di caffé se il mattino annuncia gioia o sofferenza, se occorre andare, e rapidamente, o aspettare, anche a lungo. Il Secondo in comando sente la barca, le tasta il ventre, le batte le dita sulla schiena-carena mentre gorgoglia il suo “trentatré”, dunque la ausculta. Il Secondo è anello forte della debole catena di comando, fatta d’un niente significativo, d’indizi, e capisce equipaggio e comandante, guarda la prua e la poppa della barca, del mare, del viaggio. Ho conosciuto pochi veri Comandanti in vita mia, pochissimi veri Secondi, e sulle loro barche si navigava con invisibile ordine, con sovrana e sobria dignità. Questo devono imparare i Rais di Mediterranea, quest’anno, e stavolta devono impararlo per sé.

Qui su Mediterranea facciamo così, che il Comandante fa spesso compiere le manovre al Secondo. Che sia in mare, alla vela, che sia in porto, per l’ormeggio, che sia una passe, che sia un fiordo, che sia un istmo, che sia un capo, discute con lui, decide con lui, spiega, racconta. Con pazienza, con autentico amore per la marineria, insegna. Il Comandante deve imparare ancora dal mare, e se è vero Comandante lo sa. Ma quel che sa ha il dovere di raccontarlo. Quel che sa davvero, tuttavia, non ciò che suppone, non ciò che spera di sapere. In ogni gesto, in un nodo, in un arco di rotta, in mare c’è il tentativo della perfezione, che è sempre e solo interpretazione dell’inesplicabile. Troppe forze concorrono perché un solo uomo, un solo equipaggio, le governi. Per questo il Comandante spiega che navigare è un’operazione intellettuale, prima che fisica, e i suoi ingredienti sono la previsione, la preparazione, l’intuizione, la finzione di qualcosa che ancora non è, perché quando sarà possa essere già vissuto, almeno nell’immaginazione che è maestra dell’esperienza.

Così i Rais di Mediterranea accumulano centinaia, migliaia di miglia. Così imparano che sapere il mare è difficile senza umiltà, senza tempo. Così comprendono che qui, su Mediterranea, cerchiamo di creare quello che di solito non ha nessuno: l’opportunità di vivere il mare, davvero. Perderla o coglierla è questione che riguarda l’individuo, prima del marinaio. Non offrirla, sarebbe un grave problema di Comando.

Qui su Mediterranea facciamo così“.

 

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L’ultima

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Una lettrice (suppongo…)

Gregorio va in televisione a difendere l’azienda da uno scoop sfuggito di mano. L’intervistatore, tuttavia, non sa come affrontarlo. I suoi argomenti vengono sistematicamente ribaltati. Gregorio è un uomo diverso, pensa cose diverse, dice cose diverse.

Uno dei brani che considero tra i più efficaci del romanzo. Ed è anche l’ultima audio-clip da “Un uomo temporaneo” (Frassinelli). #unuomotemporaneo

Buon ascolto.

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Che sa?

Milano

Italia. Sbarcato a Samsun, in attesa di imbarcarmi ancora, a giorni. Il Mar Nero orientale, sia anatolico che caucasico, è un mondo remoto. Vi domina il silenzio, grandi moli deserti, tanta accoglienza. Arrivavo in barca, su Mediterranea, forse era facile essere guardato con stupore, curiosità, gentilezza, disponibilità, da chiunque. Però i modi, i toni, le parole, i gesti della gente, gli occhi… difficile che ingannino. Pochi euro per un taxi, pochi euro per mangiare, pochi euro per tutto, e tante volte niente euro. “Siete i benvenuti”, solo sorrisi. Forse anche David, a Batumi, che abbiamo giudicato male.

Milano. In questi giorni passeggio, guardo, cerco di riabituarmi, anche se non dovrei. Il nomade che si abitua comincia a soffrire del movimento, che gli ha sempre dato riparo (ma io sono un nomade?). Città che sale. A tratti bellissima, come mai prima. Tante cose che non avevo visto, che non conoscevo. Tanta gente in giro. Pochi sorrisi. Oggi cartoleria e banca, un consolato per il visto, un bar. Nessuna accoglienza. Solo facce serie, grinte un po’ scure. A parte gli amici eritrei del Red Café, cari come sempre. E un ragazzo, Salvatore, che mi corre incontro: “Tu sei Simone? Ti ho riconosciuto! Sei un grande, ho letto tutti i tuoi libri…”. Grazie.

Qui è tutto costoso. I prezzi si sono impennati dall’ultima volta. Un aperitivo 12 euro, due caffè e un tramezzino minuscolo, 15. Un bicchiere di birra e tre polpettine: 12 euro da Eataly. Nutrire il pianeta. Quanto costerà cenare? Ricordo Trebisonda, cena Ramazan, due grandi piatti a testa di carne e verdure, oltre ai mezé e all’acqua, 7 euro. Ma come al solito non colpisce il denaro, anche se con queste cifre non posso più neppure uscire qui.

Intanto mi chiedo, come sempre. A quasi cinquant’anni dovrei forse essere più fermo, solido, fisso, definito? Dovrei assumermi più responsabilità? Che sia sano, come vivo? E la responsabilità di essere io, di cercare l’autenticità, di offrire le poche cose che ho nelle mani, ma tutto quello che ho? Non basta, mi sa. Chissà come deve andare il mondo, la vita. Più cerchi di capirlo, di rovistare, e meno ci riesci. Morirò che non saprò più niente, neppure il mio nome, mentre a vent’anni sapevo tutto. Oppure no. Forse sto capendo davvero, ma solo quel che si può. Il nomade può sapere qualcosa di definito mai? E chi nomade non è, cosa sa?

#unuomotemporaneo

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Potrebbe, dovrebbe…

Mediterranea naviga per la Georgia

Qualcosa ha visto, per certo.

Sul ponte. SoloIl floscio tonfo del capo di cima che piomba in acqua. Il gorgoglio della prima scia. Le montagne dell’interno illuminate dal sole dell’alba. Poco prima il calcolo del vento, come staccare il pachiderma dal molo, un uomo, l’intelletto antico del marinaio, nonni e bisnonni, una vita per mare. Poi è bastato un gesto, la fede in una traiettoria capace di battere le forze avverse, e via. L’avamporto, il capo di molo, la lunga onda ormai innocua. Sguardo all’orizzonte, prima, senza preoccupazione, poi alla mappa, già trascorsa da righe. Il sentimento d’appartenenza che dà riconoscere una costa, sapere che si è a sud, e di quale nord. La prua, orientata dove c’è il ritorno. Sul ponte, solo. Il marinaio è già stato lì.

Chi è stato in mare dovrebbe essere sempre accolto. Ha maneggiato a lungo l’inesplicabile, lo ha sentito, chissà se capito. Sul ponte, da solo, qualcosa ha visto, per certo. Qualunque cosa dica, faccia, bisogna comprenderlo, tener conto che è stato laggiù, dove quasi tutto il mondo ha paura di andare. Quando torna non sa dire, ma potrebbe, dovrebbe, e non capirlo è come rinunciare a sé. Il vero ritorno, quando il marinaio sbarca, è per chi lo aspetta, per chi finalmente si ritrova. Lui, laggiù, sospeso sull’abisso, su quel ponte, solo, non era mai partito.

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Ormai lo so

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La mia ultima installazione nel bosco. S’intitola: “La Finestra”

Ad aprile sono arrivati circa 2000 euro di diritti d’autore dello scorso anno. 2.350 sono arrivati con l’anticipo per la pubblicazione del romanzo, qualche giorno fa. Eventuali proventi della vendita arriveranno ad aprile 2016. Quasi 600 euro li ho guadagnati lavorando a bordo, con i trasferimenti (il terzo in un mese, ieri: Spezia – Genova, splendida veleggiata a scorrere le Cinque Terre. Qualcuno, che non ha tempo, aveva lasciato la barca qui senza riportarla indietro e ha pagato me, che tempo invece ne ho, per andare su una barca pagata da lui e riportarla alla base. Simbolico). 150 euro circa li ho guadagnati con qualche pezzo sui giornali (ieri l’ultimo, sul Fatto Quotidiano, anche se chissà quando me li daranno). Totale 5.100 euro. E siamo a maggio. Me ne mancano, diciamo, 4000 per il mio budget annuo. Sono in media, più o meno. Anche se stare in terraferma costa più che stare in mare (meno male che riparto tra poco) e da fine agosto a dicembre navigherò (dunque meno costi ma difficile guadagnare). Vedremo. Qualcosa arriverà. Da sette anni cerco di sistematizzare le entrate, senza riuscirci. Mi sono sempre mantenuto lavorando come marinaio, e mettendo da parte i soldi dei libri. Ora con Mediterranea faccio fatica. L’unica cosa che sono riuscito a fare sempre, e con molto ordine, è contenere le uscite. In ogni caso, stamattina mi sono svegliato così: carta alla mano. Ogni tanto mi capita.

I miei forecast non tornano mai. Da questo punto di vista non è cambiato niente con la vita in azienda. Qui però ho tutte le leve in mano, tanto quelle delle entrate quanto quelle della spesa. Il che offre almeno l’opportunità di non avere conflitti di gestione. Diciamo che Direttore commerciale e Direttore finanziario, almeno qui, non bisticciano mai. Ma il punto, naturalmente, non è questo.

Verso le 6.00 avevo già preso il caffè e scrivevo, come tutte le mattine. Una buona pagina, carica di pathos: una donna reclusa in un’isola solitaria del Mediterraneo che risponde a un misterioso inquisitore e rivela particolari drammatici (ma anche divertenti) sulla sua vita da schiava, apparentemente fuori dalle cose del mondo, e invece crocevia di destini. Verso le 7.00 ho finito il lavoro di restauro del mio tavolo “LIFE”, che ho costruito sei anni fa con un pallet e che aveva urgente bisogno di essere rimesso a nuovo. Verso le 7.30 ho aggiustato il fermo della chiusura del cancelletto, sostituendo una vitona, ormai arrugginita, con un perno mobile. Tra poco esco, commissioni e perfino un caffè al bar. Oggi festa.

Appena sveglio ho ascoltato il silenzio. I colori del sole si avvicinavano lungo la valle, potevo vedere la linea di luce avanzare da ponente. Passeggiando ho goduto dell’aria fresca e immobile, osservato con meraviglia il primo fiore di zucchino arancione e giallo spiccare sull’orto verde e i piccoli fiori gialli dei cetrioli sbocciati all’improvviso. Soprattutto, ho sentito che le energie, anche oggi, hanno ripreso a scorrere, come da qualche giorno. Sarà un buon mattino, lo sento. Anche questo, devo ricordarmi, va messo nel budget. Anzi no, non serve. Ormai lo so.

#unuomotemporaneo

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