Euromediterraneo. Il momento è adesso.

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Vi segnalo il mio pezzo sul Fatto Quotidiano di oggi.

Nei giorni della Brexit e dell’EU “a due velocità”, dunque mentre si assiste al crollo, apparente, di un progetto, occorre riflettere e immaginare. E questi pensieri vanno fatti oggi. Tenendo conto degli errori del passato.

Ecco l’articolo, cliccate qui.

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Quelle buone

Parlare di un libro. Una tautologia, in qualche modo, giacché se l’autore aveva qualcosa da dire, certamente, lo ha scritto, e quel che non ha scritto non serve. Ma questa è teoria. In realtà un autore ha un mucchio di cose da dire sul suo libro, sulla storia, sui personaggi. Ogni romanzo è il primo volume di un’enciclopedia, e forse è per questo che di un autore (almeno uno di quei pochi che non scrivono sempre la stessa storia) bisognerebbe leggere tutto. Ma allora perché non abbia infilato quel che ha da dire direttamente nel volume pubblicato, questo, proprio, non lo so.

Come possano tuttavia venir fuori, quelle gran matasse di pensieri e intuizioni, è cosa misteriosa. Ho fatto presentazioni in cui sono riuscito a dire il cinque per cento di quel che avevo nel cuore, nella pancia, nelle braccia (ieri?), vuoi per la sala, per il ghigno involontario del signore in terza fila, per la voglia di bermi un Margueritas che non poteva attendere, per una parola detta storta la sera precedente, e sentita ancora più storta, perché oggi proprio non mi sento, perché certe cose non me le sentirò mai. E poi, raramente, ne ho fatte di piane, chiare (“sei troppo diretto!”), ruvide quel che basta (“ti ho visto strano!”), sentite quanto lecito (“stavi benissimo ieri sera!”), vere quanto minimo. Ascoltate… mah!

Quella che potete seguire qui sotto è una di queste, venuta abbastanza bene. Ho detto qualcosa, almeno, credo…, sul romanzo che ho scritto, che ho amato tanto, che forse è venuto fuori come si deve, su cui ho patito, e che come spesso accade a uno scrittore… mi ha salvato nei momenti difficili. Chissà. Buona visione.

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Senso

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Per altro qui non si sta mai soli un attimo tra granchi di fiume e scoiattoli dalla lunga coda pelosa…

Sono molto contento che stamani ci sia il sole, che scalderà casa mia, che si è svegliata fredda come al solito, e contento di non poter scegliere il menù del giorno, perché ho ancora pomodori e melanzane dell’orto da consumare, e che la legna che userò per scaldarmi insieme al sole sia la mia, tagliata e trasportata da me, e che oggi sarà un’altra giornata a costo quasi pari a zero, perché non ho bisogno di nulla per divertirmi e onorare il tempo, e che non dovrò andare a lavorare per guadagnare denaro inutile a rendermi felice, perché basta vivere diversamente e il tempo si libera, perché oggi è un’altra giornata unica, una gemma preziosa che non torna, e io scriverò per parte del mio tempo, che è quello che devo fare, e poi leggerò il mio Rais, appena uscito, che è bellissimo rileggere avendolo scritto proprio per questo, e che stasera davanti al camino sentirò di essere vissuto al meglio che potevo, facendo errori ed evitandoli, certo, come tutti, ma mai al di fuori della mia storia, ben dentro invece, cioè nel solco dell’autenticità, guardando fuori questa splendida campagna a ridosso del mare, in cui ho la fortuna di trovarmi, pensando pensieri buoni o meno buoni, ma non inquinati da argomenti inessenziali che non ho scelto, in contatto con sole persone che amo e che mi amano, e non con gente imposta che non ho scelto, studiando (perché bisogna studiare sempre, per imparare, per sapere, per avere un pensiero proprio), scrivendo, progettando rotte, sognando (sogni che intendo realizzare) e avrò avuto il tempo e la disponibilità di ascoltare chi mi chiamerà, e anche me stesso (perché noi ci chiamiamo ogni giorno, solo che mai rispondiamo a quelle chiamate), che di cose ne ho da dirmi parecchie, un lungo discorso mai interrotto che se non lo ascolto divento un alienato, come tutti, e io invece vorrei essere collegato, non alienato, e tutto questo, a me pare, ha un senso.

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Eldorado e Itaca non esistono

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Qualcosa di reale

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Che rotta fai? Non lo so…

Che romanzi scrivi?” Quando me lo chiedono vorrei essere lontano… Sarebbe come se io domandassi: “Che vita vivi?” “Ma no dai, intendevo: che genere…?” Ecco, appunto…

Vita dramma, vita comica, vita avventura, vita d’amore, vita tedio, vita obblighi, vita libera, vita studio, vita fuga, vita errore, vita tradimento, vita speranza, vita sogno che non mi posso consentire di sognare, vita che quel giorno speravo mi dicessi quella cosa, vita che non me l’hai mai detta, vita che quando ho capito che dovevo dimenticare ho ricominciato a vivere. Vita buttata, vita errore, vita di cose che non so, vita che mi piacciono solo le cose che già so, e non saprò mai il resto, vita che oggi sto bene ed è bella, vita che oggi sto male e non mi ammazzo solo grazie a te, vita che è andata, vita che ancora ce n’è. Vita che non c’è stata mai. “Che vita vivi? Drammatica? Umoristica? Avventurosa? D’amore? Storico-aneddotica? Poliziesca? Rosa, noir, gastronomica, manualistica, di viaggio, di formazione?”. E io di cosa dovrei scrivere? Guarda che scrivo a te

Ogni volta che per capire chiudo, segmento, recinto, sfoltisco, so già che non servirà a niente. Ogni volta che per ascoltare devo aver già capito, ho una fitta al cuore. Ogni volta che mi chiedono di spiegare sento che non ce la farò: non avrò parole, o ne avrò troppe, e chi ho di fronte non resisterà. (Di che parla il mio romanzo? Allora…). Ogni volta che quella cosa non me la dici, vorrei capire perché. Ogni volta che l’attendo, anche. Quando mi chiedo che tipo sei, mi domando: “che ci faccio qui?”.

Quasi tutto quello che merita attenzione, non può essere definito se non con un lungo giro di parole vane. Io non saprei definirlo, ecco, diciamo così. Ogni cosa che scrivo vorrei non fosse definibile, perché somigliasse a qualcosa di reale. Altrimenti per capirlo dovremmo uscire. Mentre scrivere, come leggere, come vivere, è entrare.

Lei non vede il mondo. È più recluso di me, perché io, schiava, osservo ciò che non sono, mentre lei, libero, vede soltanto se stesso.” (Rais, Frassinelli, 2016)
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Due (Tre)

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Una con tutti noi non ce l’ho. Dunque metto questa, che così ci rappresenta tutti. I Mediterranei e gli amici che vogliono salire a bordo una volta almeno per condividere la rotta.

Due. Che poi, se si considera l’anno prima, sono tre. Due-tre, che è meglio ancora, incerti sull’arrivo, come saremo tra tre anni (o quattro?), incerti sulla durata della rotta (in totale cinque o sei anni?), poiché incerti sulla partenza. Fatto sta che tre anni fa Mediterranea perlustrava il golfo di Corinto e di Patrasso, risaliva per tutti i Balcani fino all’Istria e poi scendeva l’Adriatico fino a San Benedetto del Tronto, faceva nuove amicizie, rischiava di affondare, salvata da angeli amici che mai dimenticheremo, e poi salpava, due anni fa, proprio oggi, il 17 maggio. Ed eccoci qui, dopo Adriatico, Ionio, Egeo, Mar Nero da est a ovest, Egeo ancora. Barca a Samos, adesso, e una bella rotta in prua. Noi sparsi dovunque, oltre che a bordo, come sempre, ma con un occhio sempre in mare.

Niente sponsor o aiutini, anzi, un mucchio di inciampi per la via, grandi e piccoli, non fa differenza, perché poi li superi e te ne dimentichi. Ma lo sapevamo, e chi non lo sapeva lo ha imparato. Non si va per mari alti senza avarie, senza defezioni, ma non si resta in porto per paura di affrontarle. L’ostacolo che ti frena nasce il giorno che non riesci a superarlo, non prima, e fino a quel momento su di randa, su di mezzana, fuori genoa e trinchetta. Si va.

Quasi cento intellettuali intervistati, decine e decine di prelievi di plancton, settimane a studiare microplastiche e a insegnare e imparare l’astrofisica. E poi ancora test di validazione di sistemi di forecast meteorologico, test di prodotti biologici per la pulizia, qualche aiuto tecnico di amici dell’ambiente e delle rinnovabili, l’Ansa come grande partner media, decine di servizi tv e sui giornali, e via discorrendo. Soprattutto un test: un esperimento sociale. Noi. Un gruppo di quarantacinque persone, persone qualunque ma non gente comune, nessun campione della vela, nessun nome da rotocalco, nessun magnate. E tanti tanti uomini e donne che ci sono venuti a trovare, centinaia di lettori, osservatori, o gente che ha solo letto il sito, si è fatta affascinare e ci ha raggiunti. Con noi, con loro, Mediterranea ha navigato per seimila miglia, tre volte la traversata atlantica (rotta ARC) con rigore, con rispetto, con ordine. Ha preso botte, ma non si è spezzata. Ha preso pioggia, ma è rimasta asciutta dentro. E’ entrata in cento porti, ed è stata sempre accolta.

Il Mediterraneo, casa di Mediterranea. Casa nostra. Che ora conosciamo meglio. Una dimora splendida, un peccato che nessuno, o quasi, possa descriverla. E ora si prosegue: ancora isole, poi Rodi, Turchia, Cipro, Libano e Israele. Nessuno ferma una buona idea e gente motivata che la ama. Nessuno ferma il tempo buono, speso bene, che ha costruito migliaia di momenti indimenticabili, sempre grati a chi ha iniziato, che ci sia ancora o che sia andato a fare altro. Ma ancor più orgogliosi, e tanto, di chi va avanti, oltre gli ostacoli sempre, dando valore alle idee e ai progetti che li riguardano davvero, e per cui nutrono autentica, personale passione. Quelli (mi piace pensare) che quando l’universo intero vibra, suona per loro. Noi

www.progettomediterranea.com

Dal minuto 42′, su Linea Blu, Rai1, il giorno della partenza.

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Quello che volevo dire

Egeo

Adesso

Scrivere del Mediterraneo è talmente difficile che oggi che volevo farlo non l’ho fatto, cioè, l’ho fatto, ma non ci ho messo dentro questo, e voi direte questo che? questo, quello che ho di fronte adesso, che teoricamente vedete nella foto, ma non basta, la foto è Flatland, bidimensionale, simula la quadridimensionalità ma senza potersi neppure avvicinare, perché non c’è l’uomo! cioè chi quella scena la guarda, e che ne fa parte perché un giorno ha deciso di smettere di fare lo spettatore e si è fatto un culo quadrato per essere qui adesso, che nella fattispecie sarei io, dunque l’uomo che non vede ciò che vede, ma vede se stesso riflesso nello specchio, ed eccolo il Mediterraneo, è lo specchio, era così facile… cioè il se stesso capovolto, sinistra dritta, e perfino alto basso, dunque ciò che non sai di te, ciò che non sospetti, o meglio, forse un sospetto ce l’hai, ed ecco il guaio, quel sospetto, se non ce l’hai è molto, ma molto meglio, oppure devi darti un gran daffare, e la vita è dura per quelli che hanno il sospetto, la domandina, il tarlo, dunque sanno che devono stare lì, ma non ci stanno, e per una vita si chiedono, ma che forse io dovrei stare lì? esatto, solo che esatto non se lo dicono, perché alla fine mettono un mucchio di belle frasi su facebook, sono tutti scrittori in quest’epoca, tutti filosofi, ma poi alla fine se ne stanno col culo bello inchiavardato dove sta (il culo, e anche loro), ma è giusto! devono stare lì! e infatti avete mai visto uno che deve stare in un posto e sta in un altro? ma figuriamoci, quello che c’è si vede, avviene, perché le scelte vengono fatte, perché la storia si ripete, immutabile, e ci definisce, e quello che odiamo e quello che diciamo di amare sono tutte stronzate, quando poi non avvengono, e infatti eccoci alla scena d’apertura, equipaggio a terra, tutti a vedere la cittadina, che è carina, e chi lo nega, e il comandante resta a bordo, perché c’è vento, e anche se ho una linea d’ancoraggio di un traghetto non mi fido, il comandante a bordo non si fida mai, in terraferma si fida troppo, e infatti guarda lì, ma lasciamo perdere, e allora si siede sulla tuga e guarda, e che vede? ma vede se stesso, ovviamente! anche se ha il nome di un’isola, di una baia, un cazzo di nome qualunque, ma qualunque non è, perché guardando, mirando, gli interminati spazi di là da quella (siepe, ma nel mio caso: prua), scorge se stesso, vede la rifrazione del mondo, il riflesso di sé, e dato che per settimane non si è visto, finisce che si scopre, e quel momento (sole che va giù, pensieri, emozioni, carne, sangue, memoria e tutto il resto) vale il viaggio, ed eccolo il Mediterraneo! quel momento, preceduto da settimane senza, seguito da settimane senza, ma impreziosito da un momento con, e quel momento, beffardo, assurdo, inestimabile, è costato un lavoro enorme per garantirselo, e infatti si chiama col suo nome, si chiama essenza, si chiama se stesso. Ecco, cos’è. Il Mediterraneo. Per me, s’intende… No, in assoluto.

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Cosa mi affascina

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Stati mediterranei all’alba

Navigare nel Mediterraneo, per chi non fosse familiare con la cosa, è un eterno transeunte di ipotesi. Non si prende e si va così, perché si decide nel tumulto di un’idea. I piani migliori vengono sempre modificati. Altri esseri, e maggiori, decidono sempre al nostro posto. Noi possiamo solo fallire o far bene quel che ci indicano. Nel Mediterraneo dominano infatti la serendipità, il trovare ciò che non si cerca (Enea), e la delusione, il non trovare ciò che si rincorre (Ulisse). Tra i due estremi c’è lo spazio per ipotesi e sogni, incerti come lo è la mutevolezza del tempo (Giasone).

Non so cosa mi affascini tanto di questo mare. Può essere che sia il suo vuoto, silenzio di grida e spazio gremito di assenze. Oppure la ricca scena delle sue isole equidistanti. Forse è la lentezza del suo tempo immemore. O il suo essere rivelazione della nostra cecità. Quando ti guardi in un angolo del Mediterraneo fai fatica a vederti, perché spesso non ci sei. Non esserci è molto frequente qui. Il tuo corpo è lì, intendo dire, ma questo non basta. In questa epoca, càpita che frequentiamo le cose più intense della vita senza esserci altro che in minima parte, o solo nominalmente.

Il Mediterraneo non può essere nominato, invece, perché il suo nome è come dire “uomo”, contiene tutto e il suo contrario. Soprattutto, Mediterraneo non è una terra, e neppure un mare, semmai una linea di costa, una collana di porti. Un limite, ma di cosa? Il paradosso è anche qui: Mediterraneo immagine di armonia. L’armonia è l’equidistanza dagli estremi? La sicura distanza dal limite? Forse no. Se le cose stanno così, ho capito cosa mi affascina.

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Poesia del Mediterraneo

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“Il Fieno”, casa di Antonio a Ponza. Luogo magico…

Antonio De Luca. Chi ha letto i miei due romanzi “Uomini senza vento” e “L’Equilibrio della farfalla”, lo conosce. Un poeta, un folle filosofo. Un esistenzialista mediterraneo. Vive a Ponza, isola amata. Vi consiglio di leggere la sua prima raccolta di poesia “Adespota“, bellissima.

Qui, solo per voi, un’anteprima sull’uscita del suo prossimo volume di poesie. Prendetevi un istante, in silenzio, senza distrazione. Rispettate le parole, ma rispettate soprattutto voi stessi nel momento della poesia. Buona lettura, e buone suggestioni di mare.

 

BREVIARIO MEDITERRANEO

Ulivi secolari avete sangue nelle radici
così nelle vene mie ogni illusione
il tronco contorto è specchio al passante

vite ti aggrappi a reggere gli acini lucenti

e l’arcano tralcio spingi verso la luce
come ossa umane al loro tronco
tutta la mia vita è legata a voi

eredità di emigranti nomadi
che dall’Africa passarono per l’antica Persia
e poi sulla terra ogni passo
Tra grotte ipogee d’eremiti

la vita mistica di contadini e pescatori
animali e mestieri il gesto e il verbo
la magia della terra natale
qui banchi di pesce avvistati dall’alta scogliera
transitano con balene e delfini
per orizzonti indefiniti
salgono gli abissi dalle radici del nomade
navigheremo in eterno

Resistono le isole tra i loro resti
la materia evaporata non ha il tempo
massi scagliati da mano divina
inconsapevoli e smarriti
galleggiano alla deriva tra le terre emerse

così di noi il cammino

Oh isole tristi e nobili
tra le rive di Omero
il porto aveva degli scogli alla bocca
un tempio si ergeva dalla macchia di mirto e di lecci
tra i cipressi sentivo il mormorio della cicala
il battito d’ali di una cicogna madre
s’affacciava sopra una palma
ombra all’altare di Apollo
poi resti di anfore e resine marmi sparsi
una statua di un ignoto sapiente muschio
tra colonne mozzate capitelli abbattuti

dove sono ora Argo e Mitilene e l’isola di Paros
le isole celebranti terre di mare
Epidauro ed Olimpia
i templi e il teatro gli oracoli
i bianchi cortili all’ombra del fico
dove gli amanti riposano
bella la terra mediterranea!

il mio approdo
l’uomo che ero di molti secoli fa
dialoga col tempo insulare

chi scrive versi non ha regole

labirinti di muri a secco muraglie
costruzioni di pietra viva come basiliche
la civiltà antica il rumore della terra
un paesaggio immobile contiene ogni verità

su questo suolo trovai il necessario a vivere
condivisi l’acqua e il pane salai il pesce
rompevo gli acini e fermentavo il succo
il sole d’agosto appassiva i frutti carnosi
la sera raccoglievo legna votiva agli dei

padrone della povertà e della fortuna
avevo il privilegio ricco dell’ozio
e i divini doni della follia

le viscere bagnate dal sale materno
il Mediterraneo

una musa venne dal mare

la poesia anticipa la strada
mi assolva il tempo
la conchiglia dove il fato ha l’eco
e il mare grida profeta

solo il sogno ha la verità

scivola allora ogni giorno il mio corpo
nella culla mediterranea
tra le rive delle lontananze
in attesa dell’ultima barca
la prua che non vedrà ritorno.

Antonio De Luca

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Antonio De Luca

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