Speciale Tg1. Buon servizio. Da vedere.

Avevo il raffreddore, forse anche la febbre, ma fu una bella chiacchierata. Dal minuto 4.50′, è la prima intervista di questo bel servizio.

Ecco il bel servizio di ieri sera (tardi…) di Elisabetta Mirarchi, Speciale Tg1 sul “Cambiamento”.

Un buon servizio. Finalmente un’oretta in cui non si parla di soldi o di life-style. Ma di motivazioni esistenziali, di fatica del cambiamento, di scelte, si tentativi. Storie di persone che ci provano davvero. Belle facce.

Molto felice che questo servizio dia avvio a una settimana importante. Mercoledì, il 18 ottobre, dopodomani, esce il mio tredicesimo libro, Atlante delle isole del Mediterraneo (Bompiani), ennesimo epigone di una scelta di vita rivoluzionaria (almeno per me…), decisa per tentare di fare ciò che io sentivo e sento di poter e dover fare, per essere autentico: pensare, studiare, scrivere. E navigare. Da quella scelta sono passati più di nove anni e mezzo. Anni che posso dire di aver vissuto.

Ci vediamo giovedì 19 a Milano per la prima presentazione. Intanto, se avete voglia, guardate questo servizio. Utile per riflettere.

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Avvertenze

Foto senza alcun effetto. In cielo c’era proprio questa immagine. Come se la cresta di quella nuvola dividesse davvero il mondo in due. Un po’ come quando ho queste “avvertenze”.

Da qualche tempo le mie antenne sul mondo captano una serie di fenomeni. Provo a elencarli:

Osservo una certa nonchalance. Quella con cui molte persone si relazionano tra loro, con se stesse, con gli altri, come se tutto fosse sostanzialmente uguale, tutto fosse più o meno lecito, e nessuno dovesse rendere conto a sé (a sé…) e agli altri (agli altri…) in merito a ciò che dice, fa, rappresenta.

Avverto una diffusa naturalezza. Quella con cui vive e si relaziona chi dovrebbe dare finalmente qualcosa dopo aver tanto preso, come se non cogliesse il punto, come se non si sentisse nella condizione di dover esprimere (esprimere…) gratitudine, come se non notasse la smisurata sproporzione tra il proprio contributo alla vita del mondo intorno a sé e il contributo alla propria che riceve dal mondo.

Avverto una strana tendenza. Quella a buttarla in caciara (romanismo che sta per: stimolare una confusione in grado di coprire tutto, per ovvie ragioni di opportunità e interesse) per evitare di arrivare al punto, per evitare di tirare righe, fare somme, bilanci, trarre conclusioni, mettere in evidenza ciò che spropositatamente appare come impellente, da riflettere, bastante a intimare cambiamenti, impedendo di continuare a cincischiare, convinti che nessuno capisca come stanno davvero le cose.

Avverto una inopinata propensione. Quella a considerare normale quello che facciamo individualmente, come se fosse un diritto inalienabile, come se la gran parte dei nostri odiosi tic, dei nostri fastidiosi comportamenti, dovesse essere ritenuta dagli altri un nostro diritto, qualcosa con cui è giocoforza dover convivere, per il semplice motivo che “ognuno ha diritto a essere come è” (oddio…! Io credo invece che ognuno abbia il dovere di esserlo sempre meno!), principio sacrosanto se detto dagli altri ma sostanzialmente immorale se sostenuto da sé VERSO gli altri, diventando (di fatto) qualcosa che avviene AI DANNI degli altri.

Avverto una fastidiosa deriva. Quella ad adagiarsi, usufruendone, alle circostanze, alle opportunità, senza costruire a nostra volta opportunità (faticando, se serve) perché altri ne godano. Come se qualcosa ci fosse dovuto per diritto naturale, quando basta guardarsi accanto per scoprire che molti (in tutto simili a noi) quel diritto naturale sembrano non averlo, e questo basterebbe a dimostrarci che diritto non è.

Avverto una strana abitudine. Quella a rompere le scatole a chi sta lavorando, magari mentre noi non facciamo nulla, criticando IL MODO in cui lavora, come se il dovere morale di darci da fare, che stiamo evadendo, non bastasse ALMENO a imporci di non infastidire chi, invece, quel dovere cerca di onorarlo.

Avverto un certo scarroccio. Quello verso posizioni di normalità che non possiamo consentirci, essendo assai lontani da un qualche traguardo, e dove invece ci accoccoliamo come se quel metro quadrato in cui abbiamo la fortuna di sostare fosse un punto di arrivo, e fosse nostro per diritto naturale, mentre non è né un punto di arrivo né tanto meno nostro, e dovremmo provare l’istinto irrefrenabile di muoverci da lì, sia per sgombrare un suolo pubblico (prima dell’arrivo degli idranti) sia per progredire verso dove sarebbe dignitoso ritrovarci domani.

Avverto una certa irrefrenabile voglia di iniziare a spiegare queste cose in modo dettagliato, circostanziato, fieramente unilaterale, consapevolmente parziale, personalizzato, non certo pensando che queste avvertenze cessino, ma per contribuire a che ciò che accade, almeno, non venisse ritenuto… la normalità.

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Lo schema

Nuvole e luce.

Lo schema è congegnato in modo praticamente perfetto. Verità non ce ne sono, non definibili ufficialmente come tali. Ognuno va a braccio, a tentoni. La sensibilità su ciò che accade è collocata dentro il sacchetto di pelle, dunque il mondo viene visto da un punto soltanto, come se vi fosse una sola possibilità d’interpretazione che stravince su qualunque facoltà anche sviluppata a mettersi “nei panni degli altri”. I riscontri sono sparsi in ogni dove, di modo che chiunque possa dimostrare quasi tutto, senza vera prova di smentita. In più c’è la solitudine, la paura di restare soli al mondo, che spinge in ultima istanza chiunque a potersi garantire qualche amico, cioè qualcuno che per terrore è disposto a fingere (senza neppure saperlo o comprenderlo) di essere d’accordo con noi (il che illude lui di sfuggire alla solitudine e noi circa il fatto di aver ragione).

Ma non basta. Qualcuno ogni tanto ci si para innanzi ci dice qualcosa di estremamente vero su di noi, qualcosa che risolverebbe il nostro rebus, la soluzione! e che dovremmo accettare anche se sovverte ogni nostra convinzione (con la quale ci difendevamo e auto-assolvevamo), dunque qualcuno che ci sta offrendo l’opportunità di vederla veramente per come è, (seguitemi qui!) qualcuno che dice dove sta il nostro baco del sistema, dove sbagliamo, cioè la falla per tappare la quale noi abbiamo costruito tutta la nostra finzione… ma che (ecco l’idea straordinaria) a sua volta è nei guai con la SUA vita, ha il SUO difetto congenito, non è dunque al di sopra del giudizio, fa a sua volta errori (magari altri rispetto ai nostri che ha capito di noi…), e dunque se da un lato finalmente potremmo ricevere da costui l’indicazione-chiave, l’agognata soluzione, e potremmo comprendere per sempre IL PUNTO dove per noi si risolve tutto… dall’altro lato la nostra disonestà può delegittimarlo, può smontarlo, depotenziarlo, salvando noi in corner ed evitandoci di dover ammettere le cose per come ce le ha mostrate e disvelate definitivamente quel tale. Pari e patta anche stavolta. Occasione preziosa andata in fumo.

Dunque non è che non si possa mai capire. Si potrebbe. E qualcuno “che vede” ci sta anche rivelando come, finalmente. Solo che nel marasma in cui le nostre peggiori intenzioni sono immerse possiamo sempre raccontarcela. E in più, dato che stiamo sempre un po’ affogando, godiamo del fatto che intorno a noi, fin da principio, si è sviluppata tutta una cultura dell’autodifesa che ci sostiene nell’atto di mandare a quel paese il mondo (“ma sì, ‘fanculo tutti! ‘Sti stronzi… Nessuno mi capisce”), nel non voler dare ascolto, nel ribattere. Nel non voler vedere.

In sintesi: nessuno (o quasi) progredisce oltre ciò che è, nessuno si svincola dalle proprie catene. E tutti vivacchiamo fino alla fine dimostrandoci che, in fondo, non è che senza capire si muoia prima (“lo vedi?!”). E per somma ironia, chi ha saputo emanciparsi, chi ha capito, non lo sa spiegare, fa esempi che valgono solo per sé, a cui è possibile controbattere cose tipo: “e vabbé, grazie, così siamo capaci tutti”. Dunque ottiene qualche ammiratore e fine lì. Come chiunque altro, stessi riconoscimenti, stesso ruolo del suo reciproco. Tutto identico.

Non so a voi, ma a me pare un capolavoro. Verrebbe da disperarsi, se non fosse che si resta ammirati per tanta perversa perfezione.

(a questo punto una bella fetta di noi dovrebbe alzare il mento, occhi sgranati, e finalmente… capire! Capire la cosa ascoltata di recente, che abbiamo avversato con sdegno, o qualcosa che ci è stato addebitato tempo addietro, che abbiamo fermamente rifiutato. Solo che dato che lo schema è perfetto, immediatamente negheremo tutto con qualche motivazione, per altro, plausibile).

(l’estrema evidenza della perfezione dello “schema” è che la prima cosa che avete fatto leggendo è stata pensare a quando voi eravate quello “che vede” e dicevate qualcosa di vero a quello che avevate di fronte, quello “che non vede”. Non il contrario. Fantastico…).

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Arboricoli

Meno male che poi guardo il prato

Periodo di crescita e di riflessioni. (Crescita: quando in ciò che non ti piace cerchi i tuoi errori, e rinunci alla tentazione di chiamarli torti subiti). Soprattutto su un punto: la deformazione della realtà, cioè tutte le volte che ho avuto la tentazione di vedere solo il lato migliore delle cose, o delle persone, cieco sul resto, e poi la tentazione opposta di vedere solo il peggiore, cieco sul resto. Capita con le amicizie, gli amori, il lavoro: prima meraviglia, dopo delusione e rancore. Quella cristiana (o quel cristiano, o quel progetto) non erano santi prima e non sono demoni adesso, sono esseri umani, progetti fatti da umani… peccato che facciamo di tutto per non vederli (cioè per non vedere noi stessi in loro). Polarizzare il giudizio su qualcosa (tutto buono e poi, dopo, tutto cattivo) è una forma di menzogna grave. La peggiore, quella detta a noi stessi. Occhio, dunque, quando diciamo che qualcuno mente o ci ha delusi: credere a qualcosa di diverso dalla realtà (cioè solo a qualcosa che vediamo, non anche al resto che vediamo ma non vogliamo cogliere) è mentirsi a prescindere che ciò che vediamo sia vero o no.

Ieri un amico (molto saggio e consapevole) mi ha ricordato quando un giorno, a bordo di Mediterranea (Mediterranea è soprattutto un esperimento sociale, a bordo si fa una specie di autocoscienza in continuo, 24hxday), aveva cercato di spiegare questo concetto a due amici comuni, un ragazzo e una ragazza. Non ricordavo quell’aneddoto, ma discussero a lungo sul tema della responsabilità. I due non capivano, o comunque non accettavano, come tutto (ma tutto eh, non qualcosa soltanto) sia la proiezione di ciò che vediamo, sentiamo, determiniamo agendo. Tutto (qui di solito scatta l’iperbole per difendersi: “eh sì, tutto… e se ti prende un fulmine?!”. Quando qualcuno per spiegarci quel che dice ricorre all’iperbole ha matematicamente torto. Le cose vere si spiegano senza iperboli). A distanza di anni, tuttavia, le cose si vedono chiaramente. Cosa è accaduto? Piccolo dettaglio: essendo passati anni dobbiamo assumere che: 1) il tempo è trascorso e non torna; 2) se almeno si è capito qualcosa il futuro sarà migliore; 3) se la si pensa ancora così siamo malmessi.

Sulla quarta del mio primo romanzo c’era scritta una sola frase, citazione dal testo: “Una sola vita non basta”. Era stata scritta per significare tutt’altro, e cioè che siamo molteplici e non riusciamo a compierci vivendo una sola delle nostre vite (poi dici: da dove viene “Adesso Basta?”, ecco… diciamo: da molto lontano). Ma oggi la rileggo anche in altro modo: in una vita non si fa a tempo a compiersi sulle dinamiche principali, quelle da cui deriva benessere e malessere. Figuriamoci sul resto.

Trovo solo noioso e avvilente che si debbano ancora dire queste cose nel 2017. Finirà che considererò il mondo diviso in due: da un lato la (poca) gente normale, dall’altro gli arboricoli psicologici, tenacemente ciechi, inossidabilmente eteroriflessi, immarcescibilmente convinti di qualcosa di assurdo, tragico e palesemente non vero. E finirò col diventare intollerante. La loro “lightning philosophy” (la sindrome del fulmine, come la chiamo io) è una tossina sociale.

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Non quando ci sei

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Devo pensare, riflettere come fare.

Mi sto rendendo sempre più conto del grande dislivello di vite che facciamo. Chi ha tempo, chi segue la mente e il cuore nella fitta concatenazione quotidiana delle emozioni e dei sentimenti, che seguono cronologie e tipologie insondabili, si ritrova solo. Chi ha da fare scorre, sbatte, si stanca, si distrae, parla, parla, parla, e poi si deve riposare, stanco. E quando ha tempo è distratto, si perde molte cose, soggiace a bisogni inevitabili, compressi nel tempo e nello spazio. La libertà rende spesso soli, costringe a vivere in sé e con sé i momenti che vorrebbe condividere, è soggetta a ritmi non suoi, che non può non rispettare. Costruire, progettare, o anche solo sentire, essere parte del flusso emotivo, sensoriale e psicologico che conduce non dove dobbiamo, ma dove siamo, non sono accessori, sono la vita, ed è dura poterla mettere in comune, raccontarla, farla e viverla insieme quando accade, perché bisognerà farla e viverla quando si potrà. Cioè quando, magari, quell’emozione non ci sarà più, e ci si dovrà sforzare. Neppure l’amore facciamo quando ne abbiamo voglia, tanto che spesso la voglia non ce la facciamo neanche venire quando non si può. E quei momenti di desiderio non tornano.

Incapaci di concepirci liberi, imberbi dell’autenticità, quasi non ci pensiamo a questo. Forse neppure lo sappiamo. Distratti da mille altri problemi, non immaginiamo che si possa esistere assecondando ciò che si sente quando lo si sente, o quando sarebbe bello donarci a chi sente, regalargli ciò che lui sente, nel momento in cui lo vive. Già riuscire ad avere tempo per fare qualcosa quando si può, ci pare tanto. Compriamo biglietti con mesi di anticipo: e se quel giorno non mi andrà di viaggiare? Prenotiamo ristoranti: e se non avrò fame? Rimandiamo a quando avremo tempo e modo l’amore, le parole, il nostro tempo finalmente “libero”: e se quella settimana avrò voglia di lavorare? Non si vive quando si è vivi, ma quando qualcuno ha deciso che è opportuno.

Ecco la lunga mano del sistema imperante, che ti raggiunge comunque, anche se ti sfili. Ecco dove prende le sue rivincite, costringendoti a essere solo quando vorresti qualcuno accanto, o quando ti porta a condividere le cose di maggior valore nei momenti “utili”, non nei migliori. E’ una tragica consapevolezza questa, su cui bisogna lavorare. Devo studiare, capire come sia possibile contrastare questo colpo di coda del grande scorpione dorato. Non può tollerare di essere stato battuto. Cerca, e trova, ogni giorno, la sua rivincita.

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Cominciamo da questa guerra

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Lesvos, accanto ai migranti. Mi ha impressionato perché sono piccole, da donna, diverse, e puntavano una a nordovest, l’altra a est.

Mitilini, Lesvos, su Mediterranea: Migrano perché c’è la guerra. C’è la guerra per la sete di potere tra fazioni sunnite e sciite, un’autentica resa dei conti che i mancati concili teologici dell’Islam, mai rinnovato, mai evoluto, e mille altre cause, hanno trascinato fin qui; per la voracità economica e politica tra signori del petrolio nel periodo coloniale, poi in Africa occidentale, in Maghreb e Mashreq, dunque in Iraq, e ancora oggi dovunque; per la follia dei tiranni come Isaias Afeworki, dittatore eritreo che schiaccia e umilia il suo popolo, che il nostro ex Presidente del consiglio ha ospitato sul suo yacht privato, che Italia e stati occidentali continuano a legittimare; per il cinismo della politica estera, che gioca sulla pelle della gente, dell’una e dell’altra parte, nella questione palestinese, israeliana, e più in generale mediorientale; per lo sporco calcolo delle convenienze nel Paese Curdo, in Siria, in Turchia, terreno di scontro indiretto tra grandi potenze e nuove emergenti follie. Ecco perché migrano. Senza questo elenco, e uno ben più lungo che potremmo fare, migrerebbero meno. Alcuni, forse, per nulla.

E invece fuggono, come farei certamente io, dai disequilibri che conseguono a scelte prese altrove, dalla violenza in cui termina una firma su un contratto commerciale spregiudicato in Niger, in Sudan, in Cina, dai soprusi in cui si manifesta l’effetto della mazzetta presa da un politico greco, albanese, o di chissà dove, dalle discriminazioni in cui si palesa il disprezzo del dolore di politici fondamentalisti, o solo ignoranti, che non hanno sogni per sé e per i loro popoli. L’intellettuale turco in prigione per reati d’opinione, come il migrante che muore, come l’armeno perseguitato, come il darfuriano esule, non sono eventi inevitabili, inspiegabili, fatali, sono effetti di azioni, oltre che endemici fatti di questa assurda vita. Cominciamo a non fare il prossimo errore, a non siglare il prossimo contratto, a non perdonare la prossima corruzione, a non tollerare il prossimo gesto diplomatico dettato dall’avidità e dall’analfabetismo culturale, a stigmatizzare con forza il Comitato per i Diritti Umani dell’ONU che chiuse il fascicolo sulla morte sospetta di Thomas Sankara. Cominciamo da questa guerra, come dice Gino Strada, senza preoccuparci che sia impossibile la pace nel mondo. Cominciamo dal prossimo mitra che vendiamo, dalla prossima mina antiuomo, dal prossimo gommone, dal prossimo giubbotto salvagente, dal prossimo pieno di gasolio. Cominciamo dal prossimo campo petrolifero nel Mediterraneo, dalla licenza estorta o avuta oliando politici che andrebbero defenestrati. Cominciamo da gesti ancor più semplici, quotidiani, ognuno i suoi. Cominciamo dalle parole che usiamo. Dai libri che non leggiamo per pigrizia. Dalle scuse con cui ci assolviamo sempre. Dai pensieri. Che non facciamo. Dalla vita. La nostra, che non scegliamo. Con cui, spesso, avalliamo tutto.

 

«Per l’imperialismo è più importante dominarci culturalmente che militarmente. La dominazione culturale è la più flessibile, la più efficace, la meno costosa. Il nostro compito consiste nel decolonizzare la nostra mentalità. » (Thomas Sankara)
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Fungibili

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Lymnos

Ricordo di aver messo su da zero un’intera direzione aziendale. Ero giovanissimo, e la disegnai e costruii da manuale, anche perché ne sarei dovuto essere il direttore. Andò tutto bene, un’azienda che cresceva e mieteva successi sul mercato. Un impegno enorme, eravamo sempre in televisione, decine di migliaia di articoli in rassegna ogni anno. Il mio motto era “una notizia al giorno”, avevo un gruppo splendido, tutti assunti da me. La gente lavorava a fianco, eravamo uniti, avevamo un metodo tutto nostro. C’era entusiasmo, profitto, riconoscimento, formazione. Poi, un giorno, cambio di vita, andai via da Roma e da quell’azienda. Oddio, finirà tutto, che accadrà?!

Non accadde niente. Chi mi sostituì fece il lavoro che doveva, con gente diversa o uguale, con obiettivi che cambiarono col tempo. Tutto identico. Io ne rimasi colpito. Pensavo di essere insostituibile, ne erano certi i miei collaboratori. Mi sbagliavo. “Tanto di noi si può fare senza, chi vuoi che noti mai la nostra assenza?” (P. Conte).

Capii in quella circostanza (e in molte altre) che siamo totalmente fungibili. Esseri apparentemente insostituibili destinati a non essere mai stati, non solo a non essere più adesso. C’eravamo, qualcuno potrebbe perfino ricordarlo, giurarlo, ma ora non ci siamo più. Spazio trasparente, oppure occupato da altri. Il senso messo nelle cose, il misto di aspettativa e speranza, d’impegno e creatività, di desiderio ed energia, si è diluito nel tempo, si è espanso fino a diventare aria fuggita nel vento, divenuta respiro di chissà chi, lontano ormai. Il maledetto ego estinto, quello su cui un tempo si poteva far leva per la schiavitù, rivela la sua illusorietà. E io che credevo di essere speciale

Niente per niente, tanto valeva niente da sempre. Su questo occorre ragionare, prima o dopo. Segniamocelo. Ogni forma di unicità è illusoria, ogni manifestazione dell’ego è destinata a naufragare. Non siamo niente, e si vede l’istante dopo che siamo andati via, (quando non si è già visto mentre c’eravamo).

Il presente allotropo ed egocentrico è la menzogna a cui crediamo più ingenuamente, più facilmente. Come fosse vera. Ma è una pura illusione. Non c’è niente, non siamo niente, ma abbiamo in noi tutte le illusioni di essere unici, irripetibili, insostituibili, del mondo. Fungibili. Come galeoni di cenere che appaiono e scompaiono nella nebbia di fronte a un cieco. Oggi mi sento così.

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Risultato

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Energia

Sapere chi sei, onestamente, sapere dove vai, ma dove vai davvero, conoscere i luoghi dove non andrai, le persone che non sarai, perché non è roba tua. Il centro è lì, e l’azione è quella della finzione, cioè fingersi, immaginarsi, ciò che siamo in pectore, che diventeremo, ma ancora non siamo. E’ lei a farlo essere già oggi, a farlo diventare.

Dirsi stupidaggini, stanca. Tanto quanto non fingersi. Nel primo caso il motore gira a mille per mostrare a sé e agli altri ciò che ad andatura nostra non saremmo mai. Nel secondo caso il motore non gira affatto, l’immaginazione non raggiunge quel gesto futuro che possiamo già compiere oggi, diventandolo. Siamo stanchi a fine giornata, o durante, a parte gli eventuali disagi fisici in corso? Ecco

L’energia genera, ma anche rivela. Se tentiamo di essere l’uomo che non siamo, come se non tentiamo affatto di vivere come l’uomo che possiamo diventare, non ne produciamo, anzi, ne consumiamo tanta di più di quella che abbiamo. Risultato: sfiniti.

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L’ultima

foto

Una lettrice (suppongo…)

Gregorio va in televisione a difendere l’azienda da uno scoop sfuggito di mano. L’intervistatore, tuttavia, non sa come affrontarlo. I suoi argomenti vengono sistematicamente ribaltati. Gregorio è un uomo diverso, pensa cose diverse, dice cose diverse.

Uno dei brani che considero tra i più efficaci del romanzo. Ed è anche l’ultima audio-clip da “Un uomo temporaneo” (Frassinelli). #unuomotemporaneo

Buon ascolto.

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Su Grazia

#unuomotemporaneo

racconto su Grazia

A proposito di Jobs Act e Grande Fratello

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