Arboricoli

Meno male che poi guardo il prato

Periodo di crescita e di riflessioni. (Crescita: quando in ciò che non ti piace cerchi i tuoi errori, e rinunci alla tentazione di chiamarli torti subiti). Soprattutto su un punto: la deformazione della realtà, cioè tutte le volte che ho avuto la tentazione di vedere solo il lato migliore delle cose, o delle persone, cieco sul resto, e poi la tentazione opposta di vedere solo il peggiore, cieco sul resto. Capita con le amicizie, gli amori, il lavoro: prima meraviglia, dopo delusione e rancore. Quella cristiana (o quel cristiano, o quel progetto) non erano santi prima e non sono demoni adesso, sono esseri umani, progetti fatti da umani… peccato che facciamo di tutto per non vederli (cioè per non vedere noi stessi in loro). Polarizzare il giudizio su qualcosa (tutto buono e poi, dopo, tutto cattivo) è una forma di menzogna grave. La peggiore, quella detta a noi stessi. Occhio, dunque, quando diciamo che qualcuno mente o ci ha delusi: credere a qualcosa di diverso dalla realtà (cioè solo a qualcosa che vediamo, non anche al resto che vediamo ma non vogliamo cogliere) è mentirsi a prescindere che ciò che vediamo sia vero o no.

Ieri un amico (molto saggio e consapevole) mi ha ricordato quando un giorno, a bordo di Mediterranea (Mediterranea è soprattutto un esperimento sociale, a bordo si fa una specie di autocoscienza in continuo, 24hxday), aveva cercato di spiegare questo concetto a due amici comuni, un ragazzo e una ragazza. Non ricordavo quell’aneddoto, ma discussero a lungo sul tema della responsabilità. I due non capivano, o comunque non accettavano, come tutto (ma tutto eh, non qualcosa soltanto) sia la proiezione di ciò che vediamo, sentiamo, determiniamo agendo. Tutto (qui di solito scatta l’iperbole per difendersi: “eh sì, tutto… e se ti prende un fulmine?!”. Quando qualcuno per spiegarci quel che dice ricorre all’iperbole ha matematicamente torto. Le cose vere si spiegano senza iperboli). A distanza di anni, tuttavia, le cose si vedono chiaramente. Cosa è accaduto? Piccolo dettaglio: essendo passati anni dobbiamo assumere che: 1) il tempo è trascorso e non torna; 2) se almeno si è capito qualcosa il futuro sarà migliore; 3) se la si pensa ancora così siamo malmessi.

Sulla quarta del mio primo romanzo c’era scritta una sola frase, citazione dal testo: “Una sola vita non basta”. Era stata scritta per significare tutt’altro, e cioè che siamo molteplici e non riusciamo a compierci vivendo una sola delle nostre vite (poi dici: da dove viene “Adesso Basta?”, ecco… diciamo: da molto lontano). Ma oggi la rileggo anche in altro modo: in una vita non si fa a tempo a compiersi sulle dinamiche principali, quelle da cui deriva benessere e malessere. Figuriamoci sul resto.

Trovo solo noioso e avvilente che si debbano ancora dire queste cose nel 2017. Finirà che considererò il mondo diviso in due: da un lato la (poca) gente normale, dall’altro gli arboricoli psicologici, tenacemente ciechi, inossidabilmente eteroriflessi, immarcescibilmente convinti di qualcosa di assurdo, tragico e palesemente non vero. E finirò col diventare intollerante. La loro “lightning philosophy” (la sindrome del fulmine, come la chiamo io) è una tossina sociale.

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Non quando ci sei

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Devo pensare, riflettere come fare.

Mi sto rendendo sempre più conto del grande dislivello di vite che facciamo. Chi ha tempo, chi segue la mente e il cuore nella fitta concatenazione quotidiana delle emozioni e dei sentimenti, che seguono cronologie e tipologie insondabili, si ritrova solo. Chi ha da fare scorre, sbatte, si stanca, si distrae, parla, parla, parla, e poi si deve riposare, stanco. E quando ha tempo è distratto, si perde molte cose, soggiace a bisogni inevitabili, compressi nel tempo e nello spazio. La libertà rende spesso soli, costringe a vivere in sé e con sé i momenti che vorrebbe condividere, è soggetta a ritmi non suoi, che non può non rispettare. Costruire, progettare, o anche solo sentire, essere parte del flusso emotivo, sensoriale e psicologico che conduce non dove dobbiamo, ma dove siamo, non sono accessori, sono la vita, ed è dura poterla mettere in comune, raccontarla, farla e viverla insieme quando accade, perché bisognerà farla e viverla quando si potrà. Cioè quando, magari, quell’emozione non ci sarà più, e ci si dovrà sforzare. Neppure l’amore facciamo quando ne abbiamo voglia, tanto che spesso la voglia non ce la facciamo neanche venire quando non si può. E quei momenti di desiderio non tornano.

Incapaci di concepirci liberi, imberbi dell’autenticità, quasi non ci pensiamo a questo. Forse neppure lo sappiamo. Distratti da mille altri problemi, non immaginiamo che si possa esistere assecondando ciò che si sente quando lo si sente, o quando sarebbe bello donarci a chi sente, regalargli ciò che lui sente, nel momento in cui lo vive. Già riuscire ad avere tempo per fare qualcosa quando si può, ci pare tanto. Compriamo biglietti con mesi di anticipo: e se quel giorno non mi andrà di viaggiare? Prenotiamo ristoranti: e se non avrò fame? Rimandiamo a quando avremo tempo e modo l’amore, le parole, il nostro tempo finalmente “libero”: e se quella settimana avrò voglia di lavorare? Non si vive quando si è vivi, ma quando qualcuno ha deciso che è opportuno.

Ecco la lunga mano del sistema imperante, che ti raggiunge comunque, anche se ti sfili. Ecco dove prende le sue rivincite, costringendoti a essere solo quando vorresti qualcuno accanto, o quando ti porta a condividere le cose di maggior valore nei momenti “utili”, non nei migliori. E’ una tragica consapevolezza questa, su cui bisogna lavorare. Devo studiare, capire come sia possibile contrastare questo colpo di coda del grande scorpione dorato. Non può tollerare di essere stato battuto. Cerca, e trova, ogni giorno, la sua rivincita.

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Cominciamo da questa guerra

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Lesvos, accanto ai migranti. Mi ha impressionato perché sono piccole, da donna, diverse, e puntavano una a nordovest, l’altra a est.

Mitilini, Lesvos, su Mediterranea: Migrano perché c’è la guerra. C’è la guerra per la sete di potere tra fazioni sunnite e sciite, un’autentica resa dei conti che i mancati concili teologici dell’Islam, mai rinnovato, mai evoluto, e mille altre cause, hanno trascinato fin qui; per la voracità economica e politica tra signori del petrolio nel periodo coloniale, poi in Africa occidentale, in Maghreb e Mashreq, dunque in Iraq, e ancora oggi dovunque; per la follia dei tiranni come Isaias Afeworki, dittatore eritreo che schiaccia e umilia il suo popolo, che il nostro ex Presidente del consiglio ha ospitato sul suo yacht privato, che Italia e stati occidentali continuano a legittimare; per il cinismo della politica estera, che gioca sulla pelle della gente, dell’una e dell’altra parte, nella questione palestinese, israeliana, e più in generale mediorientale; per lo sporco calcolo delle convenienze nel Paese Curdo, in Siria, in Turchia, terreno di scontro indiretto tra grandi potenze e nuove emergenti follie. Ecco perché migrano. Senza questo elenco, e uno ben più lungo che potremmo fare, migrerebbero meno. Alcuni, forse, per nulla.

E invece fuggono, come farei certamente io, dai disequilibri che conseguono a scelte prese altrove, dalla violenza in cui termina una firma su un contratto commerciale spregiudicato in Niger, in Sudan, in Cina, dai soprusi in cui si manifesta l’effetto della mazzetta presa da un politico greco, albanese, o di chissà dove, dalle discriminazioni in cui si palesa il disprezzo del dolore di politici fondamentalisti, o solo ignoranti, che non hanno sogni per sé e per i loro popoli. L’intellettuale turco in prigione per reati d’opinione, come il migrante che muore, come l’armeno perseguitato, come il darfuriano esule, non sono eventi inevitabili, inspiegabili, fatali, sono effetti di azioni, oltre che endemici fatti di questa assurda vita. Cominciamo a non fare il prossimo errore, a non siglare il prossimo contratto, a non perdonare la prossima corruzione, a non tollerare il prossimo gesto diplomatico dettato dall’avidità e dall’analfabetismo culturale, a stigmatizzare con forza il Comitato per i Diritti Umani dell’ONU che chiuse il fascicolo sulla morte sospetta di Thomas Sankara. Cominciamo da questa guerra, come dice Gino Strada, senza preoccuparci che sia impossibile la pace nel mondo. Cominciamo dal prossimo mitra che vendiamo, dalla prossima mina antiuomo, dal prossimo gommone, dal prossimo giubbotto salvagente, dal prossimo pieno di gasolio. Cominciamo dal prossimo campo petrolifero nel Mediterraneo, dalla licenza estorta o avuta oliando politici che andrebbero defenestrati. Cominciamo da gesti ancor più semplici, quotidiani, ognuno i suoi. Cominciamo dalle parole che usiamo. Dai libri che non leggiamo per pigrizia. Dalle scuse con cui ci assolviamo sempre. Dai pensieri. Che non facciamo. Dalla vita. La nostra, che non scegliamo. Con cui, spesso, avalliamo tutto.

 

«Per l’imperialismo è più importante dominarci culturalmente che militarmente. La dominazione culturale è la più flessibile, la più efficace, la meno costosa. Il nostro compito consiste nel decolonizzare la nostra mentalità. » (Thomas Sankara)
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Fungibili

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Lymnos

Ricordo di aver messo su da zero un’intera direzione aziendale. Ero giovanissimo, e la disegnai e costruii da manuale, anche perché ne sarei dovuto essere il direttore. Andò tutto bene, un’azienda che cresceva e mieteva successi sul mercato. Un impegno enorme, eravamo sempre in televisione, decine di migliaia di articoli in rassegna ogni anno. Il mio motto era “una notizia al giorno”, avevo un gruppo splendido, tutti assunti da me. La gente lavorava a fianco, eravamo uniti, avevamo un metodo tutto nostro. C’era entusiasmo, profitto, riconoscimento, formazione. Poi, un giorno, cambio di vita, andai via da Roma e da quell’azienda. Oddio, finirà tutto, che accadrà?!

Non accadde niente. Chi mi sostituì fece il lavoro che doveva, con gente diversa o uguale, con obiettivi che cambiarono col tempo. Tutto identico. Io ne rimasi colpito. Pensavo di essere insostituibile, ne erano certi i miei collaboratori. Mi sbagliavo. “Tanto di noi si può fare senza, chi vuoi che noti mai la nostra assenza?” (P. Conte).

Capii in quella circostanza (e in molte altre) che siamo totalmente fungibili. Esseri apparentemente insostituibili destinati a non essere mai stati, non solo a non essere più adesso. C’eravamo, qualcuno potrebbe perfino ricordarlo, giurarlo, ma ora non ci siamo più. Spazio trasparente, oppure occupato da altri. Il senso messo nelle cose, il misto di aspettativa e speranza, d’impegno e creatività, di desiderio ed energia, si è diluito nel tempo, si è espanso fino a diventare aria fuggita nel vento, divenuta respiro di chissà chi, lontano ormai. Il maledetto ego estinto, quello su cui un tempo si poteva far leva per la schiavitù, rivela la sua illusorietà. E io che credevo di essere speciale

Niente per niente, tanto valeva niente da sempre. Su questo occorre ragionare, prima o dopo. Segniamocelo. Ogni forma di unicità è illusoria, ogni manifestazione dell’ego è destinata a naufragare. Non siamo niente, e si vede l’istante dopo che siamo andati via, (quando non si è già visto mentre c’eravamo).

Il presente allotropo ed egocentrico è la menzogna a cui crediamo più ingenuamente, più facilmente. Come fosse vera. Ma è una pura illusione. Non c’è niente, non siamo niente, ma abbiamo in noi tutte le illusioni di essere unici, irripetibili, insostituibili, del mondo. Fungibili. Come galeoni di cenere che appaiono e scompaiono nella nebbia di fronte a un cieco. Oggi mi sento così.

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Risultato

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Energia

Sapere chi sei, onestamente, sapere dove vai, ma dove vai davvero, conoscere i luoghi dove non andrai, le persone che non sarai, perché non è roba tua. Il centro è lì, e l’azione è quella della finzione, cioè fingersi, immaginarsi, ciò che siamo in pectore, che diventeremo, ma ancora non siamo. E’ lei a farlo essere già oggi, a farlo diventare.

Dirsi stupidaggini, stanca. Tanto quanto non fingersi. Nel primo caso il motore gira a mille per mostrare a sé e agli altri ciò che ad andatura nostra non saremmo mai. Nel secondo caso il motore non gira affatto, l’immaginazione non raggiunge quel gesto futuro che possiamo già compiere oggi, diventandolo. Siamo stanchi a fine giornata, o durante, a parte gli eventuali disagi fisici in corso? Ecco

L’energia genera, ma anche rivela. Se tentiamo di essere l’uomo che non siamo, come se non tentiamo affatto di vivere come l’uomo che possiamo diventare, non ne produciamo, anzi, ne consumiamo tanta di più di quella che abbiamo. Risultato: sfiniti.

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L’ultima

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Una lettrice (suppongo…)

Gregorio va in televisione a difendere l’azienda da uno scoop sfuggito di mano. L’intervistatore, tuttavia, non sa come affrontarlo. I suoi argomenti vengono sistematicamente ribaltati. Gregorio è un uomo diverso, pensa cose diverse, dice cose diverse.

Uno dei brani che considero tra i più efficaci del romanzo. Ed è anche l’ultima audio-clip da “Un uomo temporaneo” (Frassinelli). #unuomotemporaneo

Buon ascolto.

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Su Grazia

#unuomotemporaneo

racconto su Grazia

A proposito di Jobs Act e Grande Fratello

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Quarta audio-clip

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Libro e cappuccino. Mattino

Quarto brano da “Un uomo temporaneo” (Frassinelli). Un brano breve, ma molto intenso. Il momento della presa di coscienza del superamento della soglia, quella oltre la quale avvengono i mutamenti e lasciano spazio a nuove evoluzioni. Quando le cose cambiano, non sono finite. Siamo noi a non accettarne la diversità, a pensare che si siano esaurite. Ma molte delle nostre avventure, in questa vita, soprattutto quelle importanti, non terminano mai. Mutano. Siamo più noi, che loro, a non voler cambiare perché tutto si evolva.

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Audio-clip

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Un lettore. A bordo della sua barca. Con Gregorio…

Ecco per voi una breve audio-clip. La terza.
Un brano a settimana dal mio ultimo romanzo, Un uomo temporaneo (Frassinelli), letto dall’autore, cioè da me medesimo.

Perché, forse, nessuno come l’autore sa quale sia la musica di un testo. Ma soprattutto perché ascoltare è gesto rivoluzionario, in questa epoca di (non) vedenti.

Ogni cosa è immagine, spesso veloce, incalzante. Ma qui, come dice la polizia sulla scena del crimine, non c’è niente da vedere. Semmai, da immaginare.

Niente come le parole di una storia possono suscitare immaginazione.
Aguzzate le orecchie. Provate a sentire.

Buon ascolto.

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Gregorismo

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Tblisi – Torre di Gabriadze. Storta? No diversa.

Gregorismo, influenza destinata forse a generare una nuova cultura umana, un nuovo approccio psicologico e delle relazioni, fondato, ad esempio, sulla non reazione convenzionale, quella che il “nemico” si attende, ma su tutt’altra, distratta, costruttiva, capace dunque di destabilizzarlo. Anzi, il Gregorismo è la disposizione a non averlo neppure un nemico, tanto si è pervasi dall’iniziativa cangiante, anche perché il nemico è solo la nostra controfigura, noi con una maschera (che si chiama “merito nostro” quando qualcosa va bene e “colpa sua” quando va male). L’attitudine, il Gregorismo, a costruire senza distruggere, a inventare senza abbattere ciò che superiamo con le nostre invenzioni. L’atto stesso del fare assumendo tutta la responsabilità dell’azione invece di lamentare colpa di chissà chi. Un equilibrio interiore per nulla basato sul livellamento emotivo, semmai caratterizzato dalla continua eccitazione progettuale, dall’eterno slancio creativo, dal priapismo emozionale prodotto dall’idea, dominato dalle intuizioni eppure contraddistinto da una sorta di incrollabile serenità, imperturbabile saldezza morale, pur se venata da comprensibili e saltuari disincanti. Il Gregorismo necessita l’assenza del bisogno e l’estensione massima del desiderio, e gode nella generazione di piacere, vantaggio, emozioni altrui. Sfugge alle categorie tradizionali e ormai vecchie del denaro, del potere, della gerarchia, delle regole, degli stati convenzionali e punta non tanto al loro superamento, ma alla loro emarginazione e sostanziale estinzione. Il Gregorismo non ha obiettivi politici, economici, sociali, ma genera inevitabilmente un nuovo ordine sociale, economico e politico. Qualcosa di temporaneo, mutevole, prismatico e perdurante nella sua estemporaneità. Dunque solido, concreto, autentico.

Un Uomo temporaneo” (Frassinelli). #unuomotemporaneo. 

Per il termine Gregorismo, grazie a Ruggero Todesco

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