Non vedi

Ieri sera, ad esempio, non si vedeva bene… Forse, per questo, si capiva molto.

Occorre smettere di fidarsi della realtà. O almeno di considerarla attendibile. Chi la guarda, e la presume vera, è un essere troppo spesso alienato, sotto sequestro delle sue nevrosi, e indossa gli occhiali dei bisogni, della gelosia, del senso di inferiorità, della consapevolezza della sua emarginazione, dell’incapacità ad ammettere la sua mediocrità, della totale assenza di umiltà, della tragica mancanza di basi, o del disagio fisico talvolta, che toglie lucidità, e di chissà quali e quanti altri agenti inquinanti.
Dunque ciò che vede non è che una presunta realtà, certamente deformata, in tutto o in parte, a seconda della devianza nel livello di consapevolezza dell’osservatore. Lui pensa che quel che ha di fronte sia proprio così, come lo vede e lo sente, e quindi reagisce a stimoli che dà per oggettivi, ma che non sono mai stati lanciati, e anzi, quasi sempre provengono da lui stesso; grida in deserti che a ben vedere sono piacevoli quartieri di un’operosa cittadina; teme di affogare in mare, spesso, mentre si trova in una valle ampia, al sicuro.
Quel che la gran parte di noi deve smettere di fare è fidarsi così tanto di sé, dare per certo e inevitabile quel che vede, o pensare che i parametri visivi, i dati che ne emergono e la decodifica che ne scaturisce, siano corretti.
Chi osserva è in verità solo un presbite, o un ipermetrope, e quando non vede neppure è un miope. A “non condivido” va sostituito “non vedo“, ricordando che a questa visione interrotta e parziale si aggiungono tanti altri perturbanti, che straniano ulteriormente le cose: ciò che non possiamo sapere, ciò che non sapremo mai. Il primo passo è dunque la perdita della certezza di sé nell’osservazione del mondo, degli altri, di sé. Come chi non vede bene, che chiede al vicino: “scusa, non vedo bene, che c’è scritto lì?”, sapendo che il suo vicino è, quanto meno, astigmatico.
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Disattenzione

Cielo sul Mare. Dettaglio.

Una delle tante dimostrazioni di quanto potremmo fare per cambiare le nostre vite è quello che io chiamo “lo spazio della nostra disattenzione”. “Ma come, non mi ero accorto di nulla!”, e invece tutto è visibile, di fronte a noi, leggibile, intuibile, e soprattutto ha natura testimoniale. Poi, se uno non vuole vedere, ci riesce benissimo. Basta raccontarsi… una storia, che serve proprio a quello: evitare di vedere la realtà. Nell’arte si costruisce una storia (musica, romanzo, quadro che sia…) per cogliere ciò che del senso ultimo della realtà ci sfugge. Come comprendere, altrimenti, l’inesprimibile? Serve un’opera, che racconti una storia capace di far provare quella sensazione, facendola propria da fuori. 

Allo stesso modo, ma a verso capovolto, con una storia ben congegnata riusciamo a misconoscere la realtà, a evitare che ci dia un cazzotto alla bocca dello stomaco. La tecnica più utilizzata è quella della “disattenzione”. Puntiamo lo sguardo dove è opportuno, “dove non si vede”, e sosteniamo che nulla è accaduto. Fraintendiamo, sottostimiamo i segnali, ad arte, perché capirli ci costringerebbe a prendere posizioni che vogliamo evitare come la peste. Facciamo rumore per evitare quei silenzi, diciamo parole inutili perché le vere non vengano mai pronunciate. Ci abbandoniamo all’ipercinetico pendolo del viso e degli occhi per non soffermarci mai a osservare ciò che abbiamo proprio dritto davanti a noi, sopra o sotto la superficie, dentro o fuori che sia. Quel che vedremmo ha un nome, e imporrebbe atti. Appunto…

Essere distratti è brutto, manifesta la nostra mancanza di coraggio, dimostra quanto siamo avulsi dal mondo che ci circonda, sospesi in una bolla che l’attenzione, l’osservazione, la cura, il renderci conto, bucherebbero facendola esplodere. Quella bolla non ci protegge, come noi pensiamo: ci separa. Dunque ci rende (etimologicamente) alienati. L’antidoto a tutto questo: frequentare sempre più l’arte, la pallottola inesorabile del senso delle cose; prestare attenzione, smettere di essere distratti, di non accorgersi, di non vedere. Dunque: dettaglio (che ci mostra) e bellezza spietata (che ci fa “sentire”). Due azioni alla nostra portata, volute e perseguite con cura, che ci “collegheranno” alla vita (nostra e altrui). Un po’ come Cielo e Mare, abissi di luce contrapposta, ci mostrano inevitabilmente la Terra. (Promessa).

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La spesa

La carne fa male. Proprio vero…

Esco dopo aver scritto e corretto per ore. Sono bello allegro, la giornata è soleggiata e fresca. Gran spesa di verdure da un contadino che sottolinea con orgoglio: “questa è roba mia!” (e una signora bella ruspante gli fa eco: “perché, l’altre de chi so’?”, satura tota nostra est). Poi m’incammino verso casa. Però è tanto che non mangio carne, non ricordo neppure l’ultima volta, forse in Piemonte, ah no a Firenze, vabbé entro dal macellaio. Mai stato prima in quel negozio, guardo il banco, la carne sembra bella, ben frollata, asciutta. Ci saranno sei o sette persone in attesa. Il macellaio sembra sapere il fatto suo. Aspetto.

Per un accenno che non ho sentito (ero soprappensiero), ecco che avviene ciò che mi auguro sempre che non accada mai. Un uomo, più o meno della mia età, risponde a qualcuno: “Esatto! Hai visto che è successo?”. (Simone lascia perdere, anche se hai già intuito cosa sta per accadere, mi raccomando. Può darsi che non sia come temi…). L’uomo però prende il telefono dal giubbotto e aggiunge: “C’ho qui un video di Salvini che dice proprio questo!”. Sento i muscoli maxillofacciali che si contraggono per dare il via all’azione muscoloscheletrica dell’apertura della mia bocca (Simone, no! Ti ho detto no! Ignoralo!). L’uomo cerca nel telefono e continua a spiegare che ha quel video, ne è sicuro, in cui Salvini dice una cosa molto importante, ma che peccato, non lo trova, ma se lo trova ce lo fa vedere. Il mio palato molle si solleva, la lingua s’irrigidisce, la laringe inizia a vibrare: “Beh, è un peccato che non lo trovi! Salvini che dice una cosa importante è un brano molto raro, roba da cineteca!”. (Simone, no, il sarcasmo no, ti avevo detto di stare zitto…)

Lui non si volta verso di me, ma replica: “Beh, meglio di tutti questi politici del PD che parlano e basta”. Io riprendo il controllo e taccio, annuisco soltanto, sardonico, guardo il bancone. (Così Simone, prendi la carne e vai via. Tutto a posto). Ma lui non ne approfitta: “E comunque io non me ne vergogno, io voto Lega. Del resto sono di Trento… Io a tutti questi extracomunitari gli darei un calcio nel culo, altroché!”. Fremito. Qualcuno borbotta, ma direi che il clima non è di dissenso tangibile. Il mio autocontrollo è a zero, mi accorgo che sto parlando solo dopo che ho già iniziato a parlare: “E se ne vanti pure di pensare queste stronzate! Lo dica anche ad alta voce quanto è ignorante! Ma soprattutto, ci spieghi perché non è rimasto a vivere a Trento, che è un quesito che mi attanaglia. Ci lasci ripercorrere l’articolata trama esistenziale per cui abbiamo vinto la sua presenza qui, a sud di Roma, e il premio inestimabile di averla qui tra noi in questo negozio ad arricchirci della sua sensibilità!”. (Simone, sei un deficiente… Cinquant’anni buttati nel cesso).

Lui borbotta, il mio tono può avere solo un epilogo, e lui evidentemente non se la sente di giungervi. Finisce di pagare masticando qualche frase sconnessa e se ne va rapidamente. Io pago, faccio a mia volta per uscire. Sulla soglia però mi fermo, mi volto verso il locale, guardo i sei o sette avventori che si osservano i piedi o fanno finta di niente.  (Simone, la morale no! Quella almeno evitala! Silenzio!). “Scusate, solo come memento per il futuro: la prossima volta, per evitare di sembrare d’accordo con certe argomentazioni subculturali, parlate. Aprite la boccuccia. Ci fate meno brutta figura. Arrivederci. (Non hai ancora capito niente. Eri e rimani un somaro.)

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Tentare la diversità

Qualcosa sul senso del nostro infinito combattere, anzi, sulla sua insensatezza. Cambiare vita. Smettere di opporci a tutto, fare pace con il mostro che ruggisce dentro. E soprattutto, tentare la diversità, per conoscere le nostre molte identità. Cambiare.

Da Rais (Frassinelli), durante la presentazione alla Libreria “Il Mare” di Roma. Buon ascolto.

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Arboricoli

Meno male che poi guardo il prato

Periodo di crescita e di riflessioni. (Crescita: quando in ciò che non ti piace cerchi i tuoi errori, e rinunci alla tentazione di chiamarli torti subiti). Soprattutto su un punto: la deformazione della realtà, cioè tutte le volte che ho avuto la tentazione di vedere solo il lato migliore delle cose, o delle persone, cieco sul resto, e poi la tentazione opposta di vedere solo il peggiore, cieco sul resto. Capita con le amicizie, gli amori, il lavoro: prima meraviglia, dopo delusione e rancore. Quella cristiana (o quel cristiano, o quel progetto) non erano santi prima e non sono demoni adesso, sono esseri umani, progetti fatti da umani… peccato che facciamo di tutto per non vederli (cioè per non vedere noi stessi in loro). Polarizzare il giudizio su qualcosa (tutto buono e poi, dopo, tutto cattivo) è una forma di menzogna grave. La peggiore, quella detta a noi stessi. Occhio, dunque, quando diciamo che qualcuno mente o ci ha delusi: credere a qualcosa di diverso dalla realtà (cioè solo a qualcosa che vediamo, non anche al resto che vediamo ma non vogliamo cogliere) è mentirsi a prescindere che ciò che vediamo sia vero o no.

Ieri un amico (molto saggio e consapevole) mi ha ricordato quando un giorno, a bordo di Mediterranea (Mediterranea è soprattutto un esperimento sociale, a bordo si fa una specie di autocoscienza in continuo, 24hxday), aveva cercato di spiegare questo concetto a due amici comuni, un ragazzo e una ragazza. Non ricordavo quell’aneddoto, ma discussero a lungo sul tema della responsabilità. I due non capivano, o comunque non accettavano, come tutto (ma tutto eh, non qualcosa soltanto) sia la proiezione di ciò che vediamo, sentiamo, determiniamo agendo. Tutto (qui di solito scatta l’iperbole per difendersi: “eh sì, tutto… e se ti prende un fulmine?!”. Quando qualcuno per spiegarci quel che dice ricorre all’iperbole ha matematicamente torto. Le cose vere si spiegano senza iperboli). A distanza di anni, tuttavia, le cose si vedono chiaramente. Cosa è accaduto? Piccolo dettaglio: essendo passati anni dobbiamo assumere che: 1) il tempo è trascorso e non torna; 2) se almeno si è capito qualcosa il futuro sarà migliore; 3) se la si pensa ancora così siamo malmessi.

Sulla quarta del mio primo romanzo c’era scritta una sola frase, citazione dal testo: “Una sola vita non basta”. Era stata scritta per significare tutt’altro, e cioè che siamo molteplici e non riusciamo a compierci vivendo una sola delle nostre vite (poi dici: da dove viene “Adesso Basta?”, ecco… diciamo: da molto lontano). Ma oggi la rileggo anche in altro modo: in una vita non si fa a tempo a compiersi sulle dinamiche principali, quelle da cui deriva benessere e malessere. Figuriamoci sul resto.

Trovo solo noioso e avvilente che si debbano ancora dire queste cose nel 2017. Finirà che considererò il mondo diviso in due: da un lato la (poca) gente normale, dall’altro gli arboricoli psicologici, tenacemente ciechi, inossidabilmente eteroriflessi, immarcescibilmente convinti di qualcosa di assurdo, tragico e palesemente non vero. E finirò col diventare intollerante. La loro “lightning philosophy” (la sindrome del fulmine, come la chiamo io) è una tossina sociale.

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One-night

“le petit pomme de mur jeune”

Viaggiare, ogni giorno una città, parlando del tuo romanzo, convivendo ancora, e ancora, con i tuoi personaggi, è struggente, bellissimo, tragico, inutile, essenziale. Non c’è relazione tra sforzo, impegno, fatica, tempo, utilità, piacere. Un frammento della famosa “Love Song of J. Alfred Prufrock” rende in modo chirurgico uno dei volti di tutto ciò:

Let us go then, you and I, / When the evening is spread out against the sky / Like a patient etherized upon a table; / Let us go, through certain half-deserted streets, / The muttering retreats Of restless nights in one-night cheap hotels / And sawdust restaurants with oyster-shells: Streets that follow like a tedious argument / Of insidious intent To lead you to an overwhelming question… / Oh, do not ask, “What is it?” / Let us go and make our visit.”

Ieri da Roma fin qui. Oggi ancora via, e ancora altra gente da incontrare. Parlare di un romanzo, facendo migliaia di chilometri, spostando atomi di anima nell’era dei miliardi bite guizzanti. E guardare un vicolo, al mattino, non sapendo nulla di ciò che a tutti pare un’ovvietà. Fingersi per un istante, breve quanto basta per non sprofondare nel gorgo, lungo quanto basta per esserci. L’identità, chi la sente molteplice, la può trovare solo dovunque. Svegliarsi senza sapere immediatamente dove sei, dovendo ri-cordare, fa orrore e sprofonda nella meraviglia.

È una fortuna non avere paura di sé, nonostante l’enormità. Essersi combattuti così tanto da amare il sé-nemico. E hai davanti un altro viaggio e una città per cantare.
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Claustrodinamici

la barca, appunto…

Rientrato in Italia. Cipro, poi un’isola greca, a manutenere una barca (non una qualsiasi) e a immaginare una vita (qui non saprei se straordinaria o qualsiasi… certamente, la mia.). In entrambi i casi, nel mio Mediterraneo, che vissuto d’inverno è sempre struggentemente affascinante (come faccio a spiegare cos’è vivere nel Mediterraneo non in vacanza, non quando è peggiore…?). Anche per ragionare tra stare e muovermi. Mi sono sempre mosso molto in vita mia, per piacere, per lavoro, per tutto. Per entrare bene dentro occorre stare, fermarsi, generare immobilità e permanenza. Ma anche il contrario. Non ho mai compreso gli ipercinetici, come non ho mai compreso gli iperstatici. Chi nasce vive e muore nello stesso posto lo guardo come un animale esotico, di cui non comprendo il senso. Ma faccio lo stesso con chi non fa che ronzare, muoversi, e mi verrebbe da dire: fuggire.

Dove sia il punto d’eccesso, dove una cosa buona diventi estremo, non l’ho ancora capito. “Fingersi” un altro spostandosi altrove è affascinante. Consente di ricominciare. “Far finta” di non vedere gli altrove è claustrofobico, avvilente, eppure c’è una vena di spiritualità nell’immobilità, almeno se si è in grado di non essere “soltanto lì”, dunque anche altrove, pur senza muovere un passo. Ho a lungo ragionato su questo aspetto quando ricostruivo la vita del Rais. E l’ho risolta come sa chi ha letto il romanzo.

Ricordo di essermi spesso mosso compulsivamente, in passato. Mi pagavano anche per essere altrove di frequente, spostando inutilmente gli atomi del mio corpo, ma senza che l’anima seguisse il ciclo. Ora non avviene più. Per qualche insondabile evoluzione i bite dell’anima e gli atomi del corpo si muovono insieme. Forse è per questo che oggi mi chiedo qualcosa sul movimento e la stasi. Disarticolarsi tra mente e cuore non è esattamene muoversi. Smembrare l’anima dal fisico non coincide con “ricominciare“, semmai sembra “sospendere“. Interessante quesito, anche perché a febbraio mi muoverò parecchio. Ho già messo il mio cuore nello zaino. Non vorrei dimenticarmene. Mi servirà

(già che ci siamo, se volete, votate RAIS come libro del mese di Fahrenheit inviando un’email (entro le 16 di domani 7 febbraio) col titolo “Rais” a fahre@rai.it)

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Vuoto

Energia, per questo anno di riempimento.

Dove non mettiamo cose, resta vuoto. E le cose, lì dentro, le mettiamo solo noi. Dopo puoi lamentarti quanto ti pare, perché quello ti ha trattato male, perché l’altro ha disatteso le tue aspettative, perché il lavoro è deludente, perché “non incontro mai nessuno interessante” (come se qualcuno, incontrando te, dovesse dire il contrario), che tuo marito ti ignora, o di essere solo. Ma il fatto è che ti sei dimenticato di mettere fiori nel vaso, fagioli nel barattolo, idee in testa, legna nel camino, vele sulla barca. E infatti è tutto fermo.

In un passo di Rais scrivo: “Khaled Imari lo aveva messo in guardia: non fidarti ragazzo mio, tu troppo capiente, ma troppo vuoto e Keithab piccolo ma pieno, e aveva ragione, grande piccolo, vuoto pieno, lo scontro delle magnitudini, solo ora forse comprende quelle parole Dragut, anche se pieno e vuoto ancora non afferra e forse non capirà mai cosa significhino“. Tutto è derivato da quei vuoti che non abbiamo riempito. L’eco di quelle assenze risuona. Proposito: riempire. Occupare gli spazi interni. Che il tempo ci trovi intenti, indaffarati, assidui, intensi. Quello che avviene fuori non ci deve distrarre. Seguiamolo, perché no, ma con la coda dell’occhio. Tanto, per la maggior parte, sono ombre. E stiamo tranquilli: ciò che non è ombra, ciò che conta, lo coglieremo proprio perché non lo stiamo guardando. Ci distrarrà davvero, dovremo girare la testa a forza, non potremo resistere. E allora vedremo quel che dobbiamo vedere. Ma quella vista, quell’attenzione, sono facoltà che avremo affinato proprio perché eravamo attenti, ma a noi, dentro, qui, alle nostre mani (alle mani!), per fare il miglior lavoro possibile, con precisione, attenzione, nel miglior modo possibile. E con partecipazione.

Calvino scrisse che il segreto del Millennio entrante era fare cose complesse, applicandosi la massimo, farle bene, nel miglior modo possibile, dedicandosi interamente. Io penso che intendesse questo: riempire quei vuoti. Riempirli di idee proprie, progetti, escogitando da soli il modo per realizzarli, dedicandosi anima e corpo a quelle attività. Qualcosa che ci renda interessanti ai nostri occhi, e degni d’interesse quando qualcuno ci incontrerà. Ci sarà qualcosa da guardare, non il vuoto. E questo genererà desiderio di frequentarci, che non è desiderio di altri, ma desiderio nostro di stare con noi, che gli altri avvertono, senza cercare costantemente qualcuno, altri, chiunque siano, pur di non trovarci da soli. Vuoti.

(9° anno della nuova vita. 640° pezzo su questo blog. 82° quest’anno)

Da domani…

 

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Sound of silence

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Sott’acqua per non affogare

Quando manca il silenzio non senti che manca qualcosa, al contrario, ti pare di aver evitato il peggio, di essere in salvo, anche se in realtà qualcosa scappa, viene sottratto, lo perdi, il pensiero che potevi fare, o il ronzio che poteva condurti al pensiero seguente, e poi all’altro ancora, l’amplesso ventresco che poteva emergere al cervello senza spreco, generando da una fecondazione omologa: una riproduzione, una procreazione, questo consente il silenzio. Il rumore sterilizza. Le parole dette a cazzo per fare rumore, per impedire la creazione, inertizzano. Inerti e sterili, ci pensiamo in salvo solo perché c’è rumore. Ma non è così. È solo tutto rimandato.

Chiudo canali, sempre, quando posso. Eppure mi arrivano le parole vuote, di tanto in tanto. Quelle del giudizio senza comprensione, dette per salvarci, anzi per salvarsi, perché io compio empietà, come tutti, ma quelle parole non le dico, e se le penso le sussurro, me ne pento, per compassione verso me stesso, tramite loro. Stessa battaglia, stessi mezzi scabri, stesse sconfitte, malattie, solitudini, cosa c’è da dire l’un l’altro? Commenti tra identici che manifestano differenze minime deformate dalla paura di sé.

Non evitare il silenzio, preferiscilo, tanto non ci riuscirai mai per sempre. Un giorno inaspettato sarà un’onda irresistibile. Inabissati prima, volontariamente e a mare calmo, per provarti che un fondo c’è, adagiati sulla sabbia, senza respiro, occhi in su, annulla la mente come dovessi restarci per sempre, immobile per non consumare energie. C’è più pace là sotto che sputando rumori e parole che ti condannano. Stai sempre parlando di te, ricordatelo. Ogni cosa detta sei tu, ogni insofferenza è di te. Ogni rifiuto è a te. Ogni fuga è da te, che però ti rincorri, indivisibile. All’infinito.

“Il vero avversario, la frontiera che include, è il giocatore stesso. C’è sempre solo l’io là fuori, sul campo, da incontrare, combattere, costringere a venire a patti. Il ragazzo dell’altro lato della rete: lui non è il nemico: è più il partner della danza. Lui è il pretesto o l’occasione per incontrare l’io. E tu sei la sua occasione. Le infinite radici della bellezza del tennis sono autocompetitive. Si compete con i propri limiti, per trascendere l’io in immaginazione ed esecuzione. Scompari dentro il gioco: fai breccia nei suoi limiti: trascendi: migliora: vinci. Si cerca di sconfiggere e trascendere quell’io limitato i cui limiti stessi rendono il gioco possibile. E tragico e triste e caotico e delizioso. E tutta la vita è così, come cittadini dello Stato umano: i limiti che ci animano sono dentro di noi, devono essere uccisi e compianti, all’infinito”. 

Da “Infinite Jest”, David Foster Wallace.

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Auguri

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“Fantasmi con tramonto e città” – opera viva

Mi sono augurato, recentemente, cose un po’ inconsuete. Che una pallina che cadeva per la via riuscisse a imboccare il tombino (immaginandomela già che naviga nel fiume e sfocia in mare); che un amico avesse soddisfazione dopo il suo impegno; che un riflesso del sole sul vetro aumentasse di minuto in minuto, fino ad abbagliarmi; che un esperimento sulla cicerchia non riuscisse (togliendo fascino a un’altra cosa che so io, che ha a che fare con le isole); che mio padre non fosse triste; che un numero che so io si abbassasse; che il cane smettesse di abbaiare su una frase di cui non riuscivo a trovare l’armonia; che il viaggio di una persona cara finisse bene; che non s’alzasse vento mentre facevo una cosa; che una ferita si rimarginasse presto; che la vecchietta vicina dormisse a tarda ora; che un po’ di gente fosse soprappensiero, si distraesse. E molte altre faccende anche più strane…

Mi sono anche chiesto cosa si auguri la gente, quando cammina per la via. Mi domando spesso cosa pensano gli altri: la peggiore condanna della vita è quella di doversene stare sempre, per sempre, dentro la propria tuta di pelle, senza poter mai evadere, entrare di soppiatto nella tuta di un altro, tirare su la zip e fingersi lui, capire che ronzii, che musiche lo abitino, cosa speri di fare quel tale oggi pomeriggio verso le sei. Posso solo augurarmi che sia qualcosa di buono…

L’unilateralità della nostra visione universale consegna agli auguri tutto quel che c’è da condividere. Non si può andare oltre. Ben poca cosa, dunque. Alla fine, io che parlo con te, non posso sapere niente. So solo (e talvolta) quello che già so, almeno se sono onesto con me stesso. Il resto delle volte non so neppure quello. Non so neppure me, intendo, figuriamoci te.

Come si faccia a comunicare con con l’altro con così pochi elementi, questo, resta un mistero. Strano che non si finisca in commedia degli equivoci a ogni tentativo. Il Grande Schema, evidentemente, deve prevedere un correttivo. Solo che non sappiamo ancora quale sia. Forse la secrezione di una proteina, o un raggio cosmico che ripiana le distonie… Troppe cose vanno in porto, se ci pensiamo bene, tirando a caso.

Ad ogni modo: l’esperimento con la cicerchia, grazie a Dio, non è riuscito. L’idea che avevo io di lei e della sua cugina greca è quasi certamente diversa dall’idea che la cicerchia aveva di sé. Per non parlare della cugina. Auguri…

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