Morte & altro…

Smettere di lavorare e cambiare vita libera tempo, risorse, occasioni. Niente più (quasi) che si DEVE fare. Molto, invece, che si PUO’ fare. Finalmente

E’ facile capire che la decisione di cambiare la propria vita apre problemi, più che offrire soluzioni. Già, perché quel “PUO'” è soggetto alle stesse regole, ha gli stessi vincoli, costa lo stesso prezzo di prima. Il fatto che noi non facessimo una serie di cose (quando non potevamo) non era dovuto alla mancanza di tempo, all’inserimento nell’ingranaggio, etc. Anche a quei vincoli, certo, ma soprattutto alle nostre debolezze, alla nostra mancanza di metodo, alla nostra non focalizzazione.

Intendo dire che se uno non leggeva prima (“perché come fai a leggere se la sera sei stanco dopo una giornata di lavoro?”), non leggerà neppure dopo. Se uno era stressato prima, è facile che lo sia anche dopo (magari per il motivo opposto). Se uno non aveva tempo e voglia di dedicarsi ad amici, parenti, compagne, non ne avrà neppure dopo, quando le condizioni di vita fossero cambiate liberando energie, tempo, occasioni.

Quello che ci capita non è (quasi) mai dovuto a un vincolo esterno, e tanto meno a una fatalità. E’ la proiezione della nostra immagine sul foglio, è il nostro ritratto. E se vogliamo cambiare quel ritratto non basterà prendercela con il Sistema, non sarà sufficiente smettere di lavorare, smettere di guadagnare soldi per comprare beni inutili, e tanto meno andare a vivere al mare. Al mare, con nostra grande delusione, proietteremo la stessa ombra. Ci avrà seguito passo passo…

Ci pensavo qualche giorno fa mentre riflettevo su come organizzare un piccolo seminario sulla morte con la mia famiglia. Io ho molta paura della morte, della sofferenza, della malattia. E’ forse l’argomento su cui sono più ignorante, su cui ho lavorato meno, fatto meno strada. Ma è essenziale muoversi. La morte ci riguarda, ci tocca col pensiero e col sentimento, ogni giorno. Ci toccherà direttamente, tragicamente, un giorno. Toccherà noi e le persone che amiamo. E’ una certezza. E’ mai possibile andare a un esame importante senza mai aprire uno dei libri di testo? E’ possibile andare verso la morte senza essersene occupati mai, anzi, avendo rifuggito del tutto l’argomento?

Mentre ci pensavo, tuttavia, mi sono accorto che avevo molte volte progettato come occuparmi delle tante cose che avevo tralasciato nella vita precedente, ed ero certo che dopo aver cambiato avrei finalmente avuto calma, energie e tempo per recuperare. Mi sarei dedicato anche al pensiero della morte, ne ero sicuro. Ma non l’ho ancora fatto.

Ecco uno dei miei fronti, un’area di lavoro: perché non ho iniziato a riflettere, studiare, parlare della morte? Era una delle tante cose che volevo fare! Dunque?

Non l’ho fatto perché quella via è buia per me, non so come fare, non ho le palle per farlo. Io come prima, esattamente come prima di questo cambio di vita. Nulla è mutato, anche se oggi non ho più alibi.

Ecco: molto spesso i limiti indotti da un sistema di vita assurdo come il nostro non sono il vero ostacolo alla nostra inazione. Sono alibi (ai quali dobbiamo la nostra assoluzione). L’ostacolo (come per riuscire a cambiare vita) non viene da fuori. Non è il denaro, la sussistenza, le sicurezze, gli altri. Siamo noi.

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40 pensieri su “Morte & altro…

  1. Vero che sei sei grande prima di cambiare, lo sei anche dopo, e viceversa se eri un cazzone lo rimani. Sulla morte, semplicemente ho una visione molto fisica: l’organismo smette di funzionare e stop. Niente anima, vita ultraterrena etc. Ciò che resta è il ricordo, l’unica trascendenza è la consapevolezza/comunione col tutto che una persona riesce a raggiungere in vita. Etica laica + intelligenza x estasi (terrena).

  2. Io non riuscivo ad amare e a capire la vita. Non riuscivo assolutamente a capire perchè la gente se la passasse di generazione in generazione come un contagio. Non volevo morire, ma non ero nemmeno sicura di voler vivere. Respiravo. Allora ho pensato che approfondire la morte mi avrebbe aiutata a scoprire cosa volevo davvero. Al limite, avrei scelto di morire, ma almeno avrei scelto qualcosa, invece di sprecare il mio tempo nell’inquietudine. Ho trovato la possibilità di fare una full immersion di una settimana sulla morte. Non volevo parlarne, volevo viverla, calarmici. Fu un’esperienza abbastanza estrema, il 95% delle persone che conosco non potrebbe nemmeno pensare di fare un’esperienza così (e probabilmente non saprebbe nemmeno perchè è necessario farla). Alla fine, capendo la morte, mi pare di aver capito anche la vita. E ho iniziato a viverla sul serio, prendendo delle decisioni che quasi nessuno capisce, ma che finalmente hanno un senso per me. Non sto più sprecando il mio tempo e non ho più paura. Semplicemente, ho davanti un percorso chiaro e ogni giorno ne faccio un pezzo.
    A volte certe paure tornano su a tradimento, allora cerco di calarmi di nuovo lì, di rivivere quello che ho sentito e di riprendere il filo di quello che ho capito, e la paura se ne va.
    Mentre ero lì, scrissi pagine e pagine di appunti. Te ne regalo un pezzettino, Simone, ringraziandoti per questo tuo blog.
    “Non trattenerti mai dal fare qualcosa solo perchè hai paura. La paura non è reale, è solo il modo con cui il tuo cervello resiste ai cambiamenti. Fai tutto quello che ti sembra importante fare, e inizia a farlo subito. Ama senza riserve tutti quelli che ami. Alla fine vedrai come sarà bella, dolce e leggera, la condizione che adesso chiami morte”.

  3. Un post che fa riflettere davvero tanto e mi ha fatto venire in mente come la mia vita sia cambiata nel preciso istante in cui – a causa di una malattia – ho creduto che avrei potuto anche morire. Nel momento in cui ho affrontato la morte (non come stasi ma come limite estremo dei miei progetti) sono rinata. dico sempre che per me quel giorno è stato importantissimo e da quel giorno è iniziata una nuova vita (e per inciso, anche la malattia cronica che ho, si è attenuata).
    Grazie davvero

  4. E’ la più grande presa di coscienza: dipende tutto da noi, solo che è difficile ammetterlo e darsi da fare per cambiare tutto. Ma è necessario.
    LaStancaSylvie

  5. Pingback: Solo se comincio da me « Una vita da Part time

  6. Caro Simone,

    sto leggendo con molto interesse “Adesso basta” e con altrettanto interesse le belle pagine di questo blog.
    Io credo che sia la scarsità di un determinato bene a stabilirne il valore.
    E questo è un principio che non vale solo per l’economia.
    Se potessi avere tutta la pizza che desidero (non credo ne esista tanta…) sicuramente finirei con il detestare la pizza.
    Il fatto che tutti noi dobbiamo morire rende limitata (speriamo non scarsa) la nostra vita, ma allo stesso tempo ne definisce il valore.
    Riporto un passo della prima lettera di Seneca a Lucilio che secondo me lega perfettamente il concetto di morte vita tempo (e quindi libertà) e considera la morte come un bellissimo pretesto per parlare della vita.
    Seconde me offre anche lo spunto per un’altra importante riflessione: noi non siamo altro che il nostro tempo (nè un minuto di più nè un minuto di meno) e questo è davvero l’unico bene che realmente conta. Nonostante questa evidenza gestiamo il nostro tempo (e purtroppo anche il tempo degli altri) come se non valesse nulla. Come potremmo mai risarcire un uomo al quale abbiamo fatto perdere 5 minuti?

    Un caro saluto a tutti

    Andrea

    “Comportati così, Lucilio mio, rivendica il tuo diritto su te stesso e il tempo che fino ad oggi ti veniva portato via o carpito o andava perduto raccoglilo e fanne tesoro. Convinciti che è proprio così, come ti scrivo: certi momenti ci vengono portati via, altri sottratti e altri ancora si perdono nel vento. Ma la cosa più vergognosa è perder tempo per negligenza. Pensaci bene: della nostra esistenza buona parte si dilegua nel fare il male, la maggior parte nel non far niente e tutta quanta nell’agire diversamente dal dovuto. Puoi indicarmi qualcuno che dia un giusto valore al suo tempo, e alla sua giornata, che capisca di morire ogni giorno? Ecco il nostro errore: vediamo la morte davanti a noi e invece gran parte di essa è già alle nostre spalle: appartiene alla morte la vita passata. Dunque, Lucilio caro, fai quel che mi scrivi: metti a frutto ogni minuto; sarai meno schiavo del futuro, se ti impadronirai del presente. Tra un rinvio e l’altro la vita se ne va. Niente ci appartiene, Lucilio, solo il tempo è nostro. La natura ci ha reso padroni di questo solo bene, fuggevole e labile: chiunque voglia può privarcene. Gli uomini sono tanto sciocchi che se ottengono beni insignificanti, di nessun valore e in ogni caso compensabili, accettano che vengano loro messi in conto e, invece, nessuno pensa di dover niente per il tempo che ha ricevuto, quando è proprio l’unica cosa che neppure una persona riconoscente può restituire.”

  7. Esattamente. Cominciare da sé è il segreto. Lasciare il lavoro non è la soluzione, toglie l’alibi (forse il sintomo) ma non cura. Bisogna partire da dentro, se niente cambia dentro di noi, niente puo’ cambiare fuori. E quello di scoperta dentro di me resta il viaggio più affascinante. Ed è il presupposto per cambiare vita, non una conseguenza.

  8. Buona idea quella di confrontarci un pò sul tema della morte.
    Un pò di idee me le sono fatte e gradirei sapere che ne pensa Simone e che ne pensano anche gli altri.
    Io innanzitutto distinguerei: secondo me sono due approcci completamente diversi quelli che dobbiamo avere a seconda che si parli della propria morte oppure di quella dei nostri più cari affetti.
    La morte dei nostri cari infatti, a ben vedere, non riguarda soltanto il tema della morte ( che è LORO, non nostra ) bensì anche il tema del dolore ( quello sì, NOSTRO, per averli persi ).
    Per quanto riguarda la nostra morte penso che i mezzi per affrntarla con più serenità siano questi:
    – innanzitutto penso che la morte – quando arriverà – debba trovarci ancora VIVI. Quante persone – quando vengono visitate dalla morte – già da troppo tempo vivacchiavano svogliatamente avendo perso il piacere di scoprire cose nuove, viaggiare, conoscere ecc. ? La mia risposta è: troppe !
    Per prima cosa quindi bisogna ricordarsi di non banalizzare la nostra vita e restare sempre consapevoli che si tratta di un’avventura straordinaria (nel senso letterale del termine “extra ordinem, cioè “fuori dal normale”).
    La normalità del mondo è infatti il nostro non esserci: se anche campassimo 100 anni quel tempo sarebbe comunque sia ridottissimo rispetto ai milioni di anni di cui è fatta la storia dell’umanità.
    Quindi, dal mio punto di vista, anche se si campa cent’anni si tratta di un’esperienza breve, anomala rispetto alla regola ( che vede il mondo, da sempre e per l’eternità, fare benissimo a meno di noi !).
    Da questa banale considerazione ne traggo un’altra: siccome sono di passaggio per un brevissimo periodo su questo mondo non ho tempo da perdere in boiate; ogni giorno devo imparare qualcosa, ogni giorno deve darmi qualcosa che non mi ha dato quello di ieri e che non mi darà quello di domani.
    Devo vivere in modo intenso, e non vegetare.
    Intenso vuol dire, per me, “sentito”, “partecipato” e “non banalizzato”.
    La seconda considerazione è che – proprio perché cerchiamo di vivere in modo “intenso” – non dobbiamo avere paura della morte.
    Soltanto chi si sente in colpa perché non sta sfruttando la propria occasione straordinaria si ritrova ad avere paura di morire.
    Perché teme di non avere tempo sufficiente per tornare sulla “giusta” rotta e godersi la bellezza del “proprio” viaggio.
    Per questo mi piace molto l’approccio di Simone alla vita: perché anche lui è convinto che la rotta “giusta” non è giusta per tutti allo stesso modo e nei medesimi termini; ognuno compie il suo viaggio, in modo irripetibile per chiunque altro, e solo chi compie un viaggio che sente come proprio può dirsi felice.
    E secondo me chi vive la vida in modo pieno, senza sprecarla in cose che non gli interessano può evitare di pensare alla propria morte.
    Io ci penso ormai sempre più raramente, anche perché quando lei arriverà io non ci sarò più !
    Cerco piuttosto di pensare alla mia vita; da quella passata cerco di imparare per il presente e per il futuro, da quella presente cerco di trarre nuova linfa per quella futura e a quella futura … beh a quella ci stiamo pensando un pò tutti no ? Altrimenti qui a pianificare il nostro Ds che ci staremmo a fare ?
    Ps Avrei scritto volentieri qualcosa anche sul tema del dolore ma mi sembra di aver già scritto anche troppo e semmai manderò un altro post più avanti.

    Un saluto a tutti

  9. #m.

    E’ ancora più difficile scrivere la sera quando i pensieri della giornata si affollano nel cervello… E c’è sempre qualcosa di più “importante” da fare!

  10. Ho letto questo post e c’ho pensato per giorni….
    E’ morta mia madre, all’università ho studiato la morte dal punto di vista anatomico, farmacologico, fisiologico, emozionale, storico, filosofico…..al lavoro “ci faccio a spadate di frequente” (e non sempre vince lei),continuo a fare corsi su questo tema poi è morto mio padre.
    Eppure io credo di sapere ben poco della morte.
    Difronte a quest’evento (proprio o altri) non puoi essere preparato e/o organizzato, non conta quanto tu sia capace di relazionarti, razionalizzare, distaccarti, sopportare o confondere il dolore, quanto coraggio riesci a donarti, quanto hai studiato…..quanto ti sei predisposto per gestire quell’inevitabile o quanto ti abbia colto di sorpresa…e neppure il numero di volte in cui ti ci sei già confrontato.
    Quello che io posso apportare a questa discussione è solo conoscenza in negativo (bada bene non negativa, la morte a volte può essere una benedizione, credimi sulla fiducia), volevo dire che posso dire solo quello che non è, e questa non è conoscenza…..
    Si muore soli, il viaggio per gestire il lutto va fatto da soli…..e l’esperienza è irriproducibile e non sovrapponibile.
    Ma qui, credo, non si parla solo di questo: soggetto poteva essere l’amore, come la gestione emozionale o provare il parapendio…cioè il soggetto è la paura, quello che provoca in noi, come ci condiziona, che per Simone è la morte, per un altro….chissà…
    E per me?….l’ho detto, mi sono frugata dentro per giorni.
    Grazie

  11. uno dice: “com’è romantico svegliarsi all’alba il mattino e, abbeverando la penna sulla tavolozza feconda dell’alba, lasciando che l’inchiostro esondi da sè sul mare bianco del foglio…” uno dice: “com’è bello al mattino svegliarsi per scrivere”
    poi invece, prima ancora che il pensiero si formi e il buio tratto si faccia corpo e sostanza di parola, prima che tutto abbia inizio, invece succede che una qualsiasi incancrenita abitudine ha la forza dell’urgenza, la prepotenza dell’indifferibile, la vacuità dell’importanza dovuta.
    e la vince anche il sonno.
    allora uno dice: “come sarebbe infinitamente dolce far lo scrittore, di mare per giunta, quando il sole si sveglia, se non ci fosse da tribolare ogni giorno, e far tardi la sera, e da guadagnarsi da vivere e dar spazio agli amici, ai vicini al condominio…”
    la morte viene quando non si fa luce e caldo, essendo sole; quando non si fa fresco e scompiglio, essendo vento; quando non si fa fluido blu e ima potenza, essendo mare.
    la morte viene quando non si scrive più.

  12. è adesso il momento giusto per stare bene!
    è adesso il momento giusto per meravigliarsi ancora!
    è adesso il momento giusto per FARE!
    è adesso che devi incominciare!
    il primo passo verso un obiettivo è essenziale tanto quanto l’ultimo che taglia il traguardo, smetti di pensare “domani”, perché è solo adesso che puoi veramente!
    Mi viene in mente questo, se penso alla morte …niente di più del caro, vecchio, “carpe diem”.
    Sono fortunata, la morte mi ha sempre sfiorata da lontano, di lei conosco solo il dolore di chi resta… e per ora riesco a viverla così, con un muerto messicano appeso al soffitto che mi ricorda di non perdere troppo tempo e troppo cuore in cose poco importanti…
    un abbraccio a tutti!

  13. La morte. Per un periodo l’ho amata e desiderata, fino a sfiorarla. Invece sono ancora qui a battagliare con la vita. Mi spaventa molto più il dolore fisico che la fine del corpo, eppure non ho la fede a supportarmi.
    Ora mi trovo davanti alla possibilità di far morire la mia vecchia vita e tuffarmi in una completamente nuova. Mi sono presa qualche giorno per pensare e valutare (anche gli aspetti pratici e organizzativi e questa “razionalità” la devo anche all’incontro con il libro di Simone) invece di tuffarmi a pesce. Ho sempre avuto un sogno: lasciare questo ufficio e gestire una trattoria tipica. Un mio carissimo amico mi sta offrendo proprio questo e mi vuole al suo fianco già da inizio maggio.
    Dentro di me la decisione per il “sì” è già presa anche se trattandosi di lasciare Genova e trasferirsi in Val di Susa, ci sono una miriade di piccole facezie burocratiche (dimissioni dall’ufficio, tempi di preavviso sia qui che per la padrona di casa, trasloco e imbiancatura della vecchia casa) ho bisogno di tempo che forse non ho.
    Ma i treni passano una volta sola e anche la possibilità di realizzare un sogno per quanto sia rischioso e meno comodo di questa sedia.
    Mio padre mi ha detto “ricordati che bisogna vivere e non sopravvivere, quindi valuta e decidi come senti”
    Buona giornata a tutti

  14. Ehi Simone,
    questa volta il post mi sembra un po’ triste, e visto che tu hai fatto tante cose per me (non specificamente per me, ma insomma io ne ho ben usufruito) voglio provare a tirati su – con un po’ di complimenti…
    Io ti ringrazio di avere aperto in modo così ampio la discussione sul downshifting. Ti ringrazio anche di ricordarne quotidianamente le difficoltà, con grande realismo e regalandoci la tua esperienza – guai a chi crede che la fuga sia la soluzione di tutti i mali! La tua costante presenza è il regalo più grande che ci puoi fare. Come mai il post sembra frequentato molto più da gente che il DS lo sogna piuttosto che da gente che il DS l’ha fatto (qualcuno c’è, ma rari….)? Perchè chi l’ha fatto ha molto meno bisogno di confronto. Il coraggio l’ha già avuto, e sta ora affrontando le conseguenze. Ma noialtri sognatori? Pensate a cosa sarebbero i nostri sogni se non ci fosse l’opportunità di discuterne! Pensate che fatica ha fatto Simone a fare la sua scelta senza il privilegio di poterne valutare pro e contro con altri che l’hanno fatto (magari l’hai fatto, Simone, ma hai avuto più difficoltà a trovarli di noi che ti abbiamo trovato in libreria). Io ti ringrazio, Simone, delle parole di coraggio del tuo libro e del post. Ti ringrazio per avere condiviso e per continuare a condividere il bello il brutto e le difficoltà della tua scelta. Ti rungrazio per non esserti chiuso in un “privato” pieno di pudore che rallenta la crescita dei tuoi simili, per impossibilità di imparare dall’esperienza degli altri. Io non ti conosco direttamente, ma mi sembri una persona di enorme autenticità (qualcuno ogni tanto la mette in dubbio nel post, ma non io). La tua esperienza e la tua disponibilità a discuterne sono un grande regalo – e la dimostrazione che sei un grande uomo.
    Per quanto riguarda la morte – Io cerco di prenderla come il guardiano della giostra – che ti viene a ricordare che devi scendere perchè ci sono altri bambini che aspettano di salire a fare il loro giro, e bisogna lasciargli il posto. E’ un loro diritto, non ci stiamo tutti…. Ecco quindi il senso della vita – è un giro di giostra – bisogna cercare di farlo rendere al meglio, perchè non ce ne sarà un altro, e non sai mai quando il guardiano arriva a farti scendere….
    Un abbraccio

  15. PAOLO CREPET
    Se mi chiedessero di scrivere una lettera a una bambina che sta per nascere, lo farei così.
    Cosa hai sentito finora del mondo attraverso l’acqua e la pelle tesa della pancia di mamma? Cosa ti hanno detto le tue orecchie imperfette delle nostre paure? Riusciremo a volerti senza riempire il tuo spazio di parole, inviti, divieti? Riusciremo ad accorgerci di te anche dai tuoi silenzi, a rispettare la tua crescita senza gravarla di sensi di colpa e di affanni? Riusciremo a stringerti senza che il nostro contatto sia richiesta spasmodica o ricatto di affetto? Vorrei che i tuoi Natali non fossero colmi di doni-segnali a volte sfacciati delle nostre assenze ma di attenzione. Vorrei che gli adulti che incontrerai fossero capaci di autorevolezza, fermi e coerenti: qualità dei più saggi. La coerenza, mi piacerebbe per te. E la consapevolezza che nel mondo in cui verrai esistono oltre alle regole le relazioni e che le une non sono meno necessarie delle altre, ma facce di una stessa luna presente. Mi piacerebbe che qualcuno ti insegnasse a inseguire le emozioni come gli aquiloni fanno con le brezze più impreviste e spudorate; tutte, anche quelle che sanno di dolore. Mi piacerebbe che ti dicessero che la vita comprende la morte. Perché il dolore non è solo vuota perdita ma affettività, acquisizione oltre che sottrazione. La morte è un testimone che i migliori di noi lasciano ad altri nella convinzione che se ne possano giovare: così nasce il ricordo, la memoria più bella che è storia della nostra stessa identità. Mi piacerebbe che qualcuno ti insegnasse a stare da sola, ti salverebbe la vita. Non dovrai rincorrere la mediocrità per riempire i vuoti, né pietire uno sguardo o um’ora d’amore. Impara a creare la vita dentro la tua vita e a riempirla di fantasia. Adora la tua inquietudine finché avrai forza e sorrisi, cerca di usarla per contaminare gli altri, sopratutto i più pavidi e vulnerabili. Dona loro il tuo vento intrepido, ascolta il loro silenzio per curiosità, rispetta anche la loro paura eccessiva. Mi piacerebbe che la persona che più ti amerà possa amare il tuo congedo come un marinaio che vede la sua vecchia barca allontanarsi e galleggiare sapiente lungo la linea dell’orizzonte. E tu allora porterai quell’amore sempre con te, nascosto nella tua tasca oiù intima.

  16. # Oh Miguel…

    Guarda che i bambini piccoli sono i più grandi downs… del mondo! Il problema sono gli adulti con le loro paure!

  17. Mi sembra, Simone, che negli ultimi post tu stia mettendo l’accento sul fatto che il Downshifting non è una favola. O semplicemente che il lavoro più importante che possiamo fare nella nostra vita è quello su di noi, sul nostro essere limite di noi stessi, ed è un lavoro che non finisce mai. O, forse, quando l’abbiamo finito, quando abbiamo fatto ciò per cui siamo nati, è giunto il momento di andarcene serenamente da questo mondo.
    Mi azzardo a dire che è per questo che abbiamo paura della morte, perché sentiamo di non avere realizzato il nostro compito. Credo che ogni vita, anche ogni stella cadente che passa su questo mondo, abbia un senso, per quanto incomprensibile ci possa sembrare. A noi sta trovare il nostro, anche grazie al tuo libro e a queste riflessioni.

    • nicola, sono convinto di quel che dici. Convinto che il downshifting sia esattamente il contrario di un viaggio “rose e fiori”, ma che detto questo sia un’essenziale percorso di riflessione, comprensione, consapevolezza e cambiamento. Il punto qui non è smettere di lavorare, ma cambiare vita. Dentro.

  18. Se morte mi cogliesse improvvisa, sarei pronto a riceverla soavemente,

    Se morte mi trovasse sospeso a sorridere, sarei pronto a donarle l’emozione,

    Se morte mi rubasse il tempo, sarei pronto a regalarle l’eternità.

    Passeggiando mi ritrovo ad essere felice per la mia vita, una vita orientata alla morte, sempre presente, una vita consacrata alla morte che ogni giorno permette di crescere, di tendere verso l’Amore senza perdere lo spirito del tempo.

    Non la chiedo, verrà da sola quando sarà il momento, ma sarà un attimo d’estasi.

  19. ma attenzione gente: si puo’ essere “morti” anche in vita. Succede a quella moltitudine di persone che semplicemente si lasciano vivere, che non riescono a vivere come vorrebbero.
    Per questo alla fine della fiera il D.S. altro non e’ che una vera resurrezione. Tornare a vivere , veramente, con passione ed entusiasmo. Con la gioia che oggi non vediamo piu’ negli occhi della maggior parte di noi.
    Quindi:
    downshifting = vita.
    costrizioni della vita moderna attuale= morte.
    Attenzione allora a dire di non conoscere la morte ma di averla gia’ resa protagonista nella vita di tutti i santi giorni….
    Questo e’ il vero pericolo.
    La morte fisica, quando arrivera’ non ci dara’ scampo. chiuso. Perche’ preoccuparsene…
    Quella fittizia che ci frega da vivi va COMBATTUTA!
    mf

  20. Con le parole di un poeta urbinate, Umberto Piersanti:

    … a chi nasce spetta
    spezzare la dura, gelata
    crosta della terra,
    sempre si viene fuori
    al mondo al freddo
    e al gelo,
    in una primavera che tarda,
    stenta e desolata,
    il seme che abbandona
    la sua tiepida nicchia
    sotto la terra…

    C’è una sola via per venire al mondo, ma molti modi per andarsene.

  21. Ciao Simone
    dal corso di Paea non è passato molto tempo, ma il tuo libro l’ho già finito. Ieri. Adr lo comincia adesso.
    A me è piaciuto molto, specie i riferimenti in cui mi ritrovo, come fare le statali in auto…dove fermandosi si possono bere ottimi caffè e trovare cornetti NONprecotti. Cosa che in autostrada, fila a parte, te la scordi.
    O le parole di quel grande di Erri DeLuca, tante cose: è come se varie parti di Adesso basta le avessi “già lette” prima di leggerle.
    Noi nel percorso di cambiamento ci stiamo dentro..leggere il tuo libro è una specie di conferma o di rassicurazione.

    Se passi a nord di Roma, anche tu sei benvenuto a cena. I nostri comuni amici M. oppure P. hanno i nostri cellulari.

    Nota: Adr ha la fissa dei pesci di legno: regnano su tutta la casa. Sono 24, senza contare appendi asciugamani e altro.
    Quelli che fai te sono davvero belli, li ho visti adesso sul sito!

    Venerdi 9 al teatro India a Roma c’è la presentazione del libro di Marco Boschini e Michele Dotti:
    http://www.anticasta.it
    (è molto più leggero de Il Partito del cemento, che comunque va letto ma quando sei di buonumore…)
    ovviamente se sei in zona ci farebbe piacere vederti, e se puoi fai passaparola con amici romani. L’anticasta è un grande libro, da leggere anche quando ti girano le scatole (ampi stralci li trovi in rete, comprese parti del DVD allegato)
    ciao, spero a presto, R
    y Adr

  22. Pensare alla morte può essere terribile, specie quando ti rendi conto che hai trascorso troppo tempo, nella tua vita, a correre come il criceto nella ruota, convinto di arrivare ad una meta che qualcuno ti mostra, ma che non raggiungerai mai…la propria morte fa rabbia.
    La morte di una persona cara lascia un grande senso di vuoto, che penso possa essere colmato solo sforzandosi di concentrarsi sulla pienezza di tutto ciò che questa persona, nel tempo, ti ha donato.

  23. hmmm, Simone,incomincio a preoccuparmi…nella foto di questo post torni vestito come ai “bei tempi”…non è che mi torni a fare il manager, magari…di te stesso??? Appena vieni a Reggio ne parliamo, di questo ritorno di “fiamma”…

  24. La morte è vita perché senza la morte non esisterebbe la vita come il giorno e la notte. Tutti abbiamo paura della morte perché abbiamo paura di ciò che non conosciamo. Purtroppo non è umanamente possibile conoscerla. Quando c’è lei non ci siamo noi, però possiamo conoscere la morte degli altri durante la nostra vita. Cosa ci sprigiona? Pietà e dolore. Pietà per quella persona che non c’è più, dolore perché non avremo più la possibilità di parlarci. Ecco, il dolore e la pietà si nutrono di una convinzione errata che abbiamo noi uomini, quella dell’eternità terrena. Niente dura in eterno, gli amori finiscono, gli anni finiscono e così via…

    …ecco, fermo qui il mio flusso di pensieri per dirvi che sì…anch’io ho una tremenda paura della morte…quindi in realtà quello che ho scritto qui sopra serviva a me per farmi forza…non ci sono riuscito!

    Ciao Simone

  25. Ciao Simone,
    Non e’ che semplicemente hai raggiunto l’obiettivo e ora te ne serve un altro ?

    Per il resto del post, questa volta passo.

  26. Ho appena finito “Adesso basta”, e continuo a tornarci su perchè lo trovo interessantissimo. Sono davvero grata quando qualcuno mi offre un punto di vista totalmente diverso per valutare il nostro modo di vivere, e mi ritrovo in molte delle riflessioni che fai, anche se la mia storia lavorativa è diversa dalla tua.
    Venendo alla questione della morte, ho dovuto recentemente vivere sulla mia pelle la perdita di mio padre, e il mio punto di vista è che la cosa più saggia da fare per “prepararsi” a questo incontro sia trovare il tempo per la vita, per dedicare una giornata in più ai nostri genitori, anche quando si avrebbe qualcosa di più divertente da fare, o quando si è troppo impegnati e stanchi. Chiediamoci: tra qualche anno mi importerà di più aver avuto la casa a posto o aver passato questo giorno con mio padre? Sembra assurdo, ma credimi, poi ci pensi. Io ci penso, senza farmi prendere dai rimpianti più del dovuto, ma ci penso. E gli ultimi mesi, quando ho mollato tutto per occuparmi della sua improvvisa malattia, con tutti i momenti duri che ho passato, ti giuro, non vorrei essermeli persi per niente al mondo.
    Non credo che sia necessario dedicare giorni a meditare sulla morte. Portati in barca chi ami, e respira.
    Sei un grande, Simone.

  27. Sono d’accordo con Simone, dipende da noi, anch’io faccio un po’ di sano outing, volevo già parlarne nel post relativo al ritmo e le efficienze. Proprio il “nuovo ritmo da costruire” è, nella mia esperienza, una delle fasi più problematiche da affrontare, quella che mi spaventa di più, quella su cui sto lavorando in questi ultimi anni, ma la strada è ancora lunga. Tra i 25 e i 30 mi sono ritrovato in periodi diversi senza lavoro, e ho sperimentato esperienze di “tempo libero forzato e non conquistato”. Sintetizzo dicendo che sono stati momenti davvero bui.

    Ho sempre desiderato istintivamente la libertà, da vincoli, orari, capi, etc.. Terminati studi e servizio militare, ecco la libertà! E ora cosa me ne faccio? Come impiego il mio tempo? (soprattutto quando non ho un lavoro che mi occupa l’intera giornata). Non leggervo libri, raramente i quotidiani, ignoravo la politica e l’attualità, avevo perso per strada gli sport praticati per anni da giovane, nessun hobby, incapace di stare fermo 20 minuti a riflettere con serenità, alla ricerca di un LAVORO che mi avrebbe fatto trovare la mia strada…Davo la colpa al luogo dove sono cresciuto, alla provincia, poi all’Italia, al lavoro sbagliato, al sistema capitalista, etc. Erano solo balle, alibi….

    Non erano fatti esterni a impedirmi di vivere serenamente cercando la mia libertà, ero io, solo io, che non sapevo descrivere quella condizione tanto desiderata. Per fortuna che SI IMPARA. L’apprendimento è stata la chiave, imparare a CONOSCERE dai libri, dai giornali, cercando sul web, dalle esperienze di altre persone e poi imparare a FARE, tanto bricolage, sporcarsi le mani, dipingere pareti, restaurare mobili, crare oggetti… Questo lavoro personale di apprendimento, che non dovrebbe finire mai, mi ha dato forza e stabilità, mi aiuta nei rapporti umani e nel lavoro, ma soprattutto ha cambiato il mio modo di vivere il tempo libero ed è fondamentale per la gestione pratica ed emotiva del “ritmo” che devo acquisire nel mio DS.

    azz… sono stato un po’ lungo, sorry !!!
    Ciao

  28. Se posso permettermi e se non li hai già letti, ti consiglio gli ultimi 2 libri di Tiziano Terzani “Un altro giro di giostra” e “La fine è il mio inizio”. Parla molto, moltissimo della morte in una maniera delicata e allo stesso tempo reale, la stava vivendo ogni giorno…

  29. Strana empatia con uno sconosciuto. Proprio in questi ultimi giorni ripensavo al tuo libro e una scelta di vita che non ho ancora avuto il coraggio di fare ma che mi appare sempre più indispensabile. E contemporaneamente riflessioni sulla morte, soprattutto delle persone care. Come arrivarci senza essere completamente impreparati, nudi? Un percorso interiore bisogna farlo, prima che sia troppo tardi. Depressione, dirà qualcuno. Vita, per me.
    C’è una bella e dura canzone dei Radiohead che mi veniva spesso in mente leggendo il libro, si chiama No surprises.
    Un saluto
    Chiara

  30. Ciao Simone,
    difficile parlare della morte in una societa’ che la rifiuta come rifiuta la vecchiaia. Secondo me bisogna rispettare la morte , come bisogna rispettare la vita, fa parte anch’essa della nostra eperienza di vita , anzi una parte essenziale.
    Chi e’ arrivato alla accettazione e al rispetto della sua esistenza secondo me e’ pronto a vivere la sua vita al meglio.
    Perche’ vivra’ nel presente.
    Ciao Barbara

  31. Ciao Simone,
    spero siano stati bei giorni in mare, nonostante la pioggia!
    A proposito di quello che dici, hai proprio ragione. Più penso alla realizzazione concreta del mio personale salto all’ingù, più mi rendo conto di quanto gli ostacoli da superare siano soprattutto ostacoli interiori. Finchè non avrò risolto certi nodi che mi legano più o meno da quando ho consapevolezza di me, non sarò veramente pronta per il cambiamento. I miei “fantasmi” mi rincorrerebbero in qualunque situazione. Anzi, con molto più tempo libero a disposizione, con molti meno “alibi”… sarebbe ancora più difficile conviverci. E rischierebbero di mandare a monte tutto.
    Quindi… continuerò a lavorare anche su questo fronte durante il cammino.
    Per quanto riguarda il tema morte: non so, io forse ci ho sempre pensato. Sicuramente in maniera più consapevole da quando il mio compagno di liceo Samuele si tolse la vita a soli 16 anni (io ne avevo 14). Per quanto ci pensi, per quanto provi a interiorizzarla…. non ne sono venuta a capo e penso che forse non ne verrò mai. Ma siamo sicuri che ci sia davvero una possibilità di arrivare anche solo a sfiorarne davvero il senso e di giungere “preparati”? Non so. Mi sembra tanto come la storia dell’infinità dell’universo. Per quanto mi sforzi, la mia mente finita non riesce proprio a comprendere dentro di sè il senso di spazio infinito. Vale lo stesso per l’assenza di vita.
    Boh…

  32. Ciao, sono portoghese ed ho letto il suo libro “Adesso basta”. Un libro assai interessante, che mi ha colpito.
    Volevo farle gli auguri per la nuova vita, e per il libro; io purtroppo non potrò fare un downshifting adesso…perché è una via possibile solo per chi non ha famiglia, cioè, dei bambini piccoli.
    Forza “downshifter”!

  33. capisco e condivido simone il tuo ragionamento: l’ostacolo siamo noi. Ma non credo che tu non stia lavorando sul concetto di morte; l’aver reimpostato la tua vita e’ gia’ una forma di preparazione all’ “evento morte” lungo il tuo percorso. Perche’ dedichi sicuramente (o hai intenzione di farlo) piu’ tempo a te stesso e alle persone che ti sono care, perche’ hai meno la mente occupata da inutili faccende mentre puoi riflettere e pensare a cose piu’ intime e se vuoi filosofiche. Ecco chi si preparava bene ad affrontare l’evento morte durante la propria vita: i filosofi dell’antichita’ che trascorrevano molto piu’ tempo di noi ad elaborare pensieri e ragionamenti e ne discutevano e ne riflettevano con i loro compagni di viaggio…. e non e’ quello che anche tu stai facendo con questo post??
    Non vedo poi perche’ temerla dal momento che e’ ineludibile…. la cosa importante e’ aspettarla sereni e l’unica maniera per farlo e’ far si che non arrivi quando non abbiamo ancora realizzato i nostri sogni .
    mf

  34. Simone, proponi un argomento pesante difficile, assolutamente antimoderno perchè della morte non si deve mai parlare in questa nostra turbosocietà del lavora guadagna spendi e tutti vogliono essere ggiovani (vedi il nostro B.); ma è antichissimo perchp in passato c’era il culto della morte.
    La cosa certa è che moriremo.
    Ma perchè pensarci ora, se ora in questo momento siamo vivi? dobbiamo vivere pienamente il momento presente, non attaccarci al passato, non possiamo cambiare il futuro. Quando arriverà arriverà. Vivendo la meglio ORA, saremo pronti per l’ALLORA che verrà.

  35. La propria morte è un dono agli altri affinchè apprezzino la propria vita.
    L’altrui morte è stimolo ad apprezzare la mia vita.
    Se usciamo da discorsi religiosi sulla vita eterna, la reincarnazione ecc…, in vita l’affrontare la morte è darsi il tempo per elaborare il lutto, tutto il tempo che necessitiamo per “gestire” il conflitto con essa e assimilare il concetto che la vita finisce.
    Altro non saprei che dire.
    Le prime morti che ho dovuto affrontare mi hanno fatta incazzare. Era solo espressione di una totale incapacità di affrontare i distacchi.
    L’ultima morte, quella di Lord avvenuta a seguito di leucemia, in età molto prematura mi ha insegnato a vivere. Ho sofferto e soffro il distacco, lo cerco e gli parlo nel vento.
    Altro non saprei dire.
    Alla mia morte a volte ci penso.
    Cerco di lasciare tracce di me nella vita e nella vita di mio figlio affinchè mi porti avanti nel tempo anche “dopo”.
    Altro non saprei dire.
    A volte vorrei essere così religiosa da non dovermene preoccupare.
    A volte cerco il senso della vita nel concetto che la vita finisce.
    Credo sia una ricerca inutile.

    Paola

  36. Ciao Simone… ma come si fa per contattarti direttamente? Non hai un indirizzo email pubblico? Grazie. Gabriele.

  37. Solo quando muore una persona cara, solo in quei momenti, ci ritroviamo a riflettere sulla morte, o meglio sulla temporaneità della vita. La morte non è davanti a noi, ma dietro, ci insegue ogni giorno. Ogni volta che ci penso i problemi si ridimensionano, ma mi coglie anche una rabbia terribile. Dovremmo essere sempre in movimento, dovremmo esplorare la vita e il mondo prima che sia tardi e invece stiamo qui a coltivare quattro ciuffi d’erba stenta in un cortile che chiamiamo giardino. Il coraggio dei samurai, insegna l’hagakure, il codice dei samurai, viene dalla consapevolezza di essere già morto. Quando sei già morto puoi spingerti oltre, osare, agire. Una filosofia molto lontana dalla nostra, ma da cui può valere la pena di attingere, qualche volta. In ogni caso ritengo fondamentale pensare alla morte più spesso, senza pessimismo, ma con la coscienza sempre vigile della sua presenza accanto a noi, qui e ora.

  38. Vi posto una citazione da un articolo interessante tratto da http://www.geagea.com/49indi/49mostra_dariviste.htm è una rivista di psicanalisti che si trova su internet e che leggo con piacere perché mi dà sempre molti spunti di riflessione:”Le nostre abitudini e il nostro modo di pensare subiscono cambiamenti epocali nel giro di pochi anni, e pochi di noi se ne accorgono. La tecnologia ci offre una libertà impensabile fino a pochi anni fa ma muta il nostro stesso modo di ragionare. Lo stile di vita occidentale ormai viene accettato piuttosto acriticamente, e anche le persone più consapevoli rimangono imbrigliate nella rete virtuale ma asfissiante delle regole di vita da seguire. I ritmi lavorativi, gli ideali da raggiungere, le consuetudini nel divertimento sono più o meno già delineati e ciascuno si conforma a tutto questo. L’alternativa è radicale: non c’è spazio transizionale tra omologazione e radicalità. Ecco allora le scelte estreme, le possibili nicchie in cui rifugiarsi: può essere un convento o una vita da contadini, partire per l’Africa o per qualche luogo dell’anima privato. Quindi il senso di comunità si perde: o il cambiamento è individuale oppure è solo una maschera per conformarsi allo stile di vita attuale.”

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