Il guscio

La vongola si è aperta. Finalmente.
Si era discusso sull’opportunità di mangiare la carne di un mollusco rimasto chiuso durante la cottura. Ma si tratta solo di un guscio vuoto. Così, apparentemente, non c’è più problema e mia madre continua ad arrotolare i suoi spaghetti.

Mia madre ha smesso di interessarsi alla vongola quando questa ha dimenticato se stessa. Tuttavia, la vongola chiusa era una vongola a tutti gli effetti, in quanto esisteva come possibilità. E’ stata mia madre a farla cessare di esistere e a farla passare per falsa. Quella vongola che non c’era esisteva tramite il guscio. Ma se la vongola era il suo guscio mia madre avrebbe dovuto mangiarla.

Ho pensato altre volte a quegli spaghetti. All’idea che mia madre aveva del mollusco e a quella diversa che il mollusco aveva di sé. Ciò che mia madre non ha considerato abbastanza è stato quello che invece la vongola era unicamente. Un guscio.

Per questo genere animale, oltre a una marcata predilezione gastronomica, ho sempre nutrito un certo ulteriore interesse. La sua collocazione sociale nel mondo ittico è quella della solitudine monadica, segno di solidità e autosufficienza interiore. Di contro, la vongola vive in gruppo, tenendosi ad una costante equidistanza dal simile di cui, si intuisce, ignora l’esistenza. E’ lo stupore, più che il disgusto dell’altro, a far strabuzzare gli occhi e la lingua delle vongole nel marasma del lavandino in cui le precipitiamo prima della cottura. Si suppone che si tocchino sul guscio l’una con l’altra, per la prima volta, riconoscendosi dure e impenetrabili e al contempo tenere e gioviali, ricche di una profondità insospettabile per degli esseri di superficie.

Tutte insieme, le vongole vivono nell’arenile immerso, al limitare tra gli abissi e le sabbie calde della prima terraferma. Con quella loro linguina giallognola e tenera, sembra che tastino millimetro per millimetro i granelli infiniti della spiaggia su cui hanno perduto le tracce di chissà cosa. E’ come se questi molluschi dal cuore tenero – convinti come sono di essere soli al mondo per via del pesante guscio che da esso li separa – cercassero pazientemente un simile a cui raccontare un segreto senza origine.

Sta di fatto che da sempre, allungandomi sulla sabbia tiepida della prima mattina estiva e guardando il mare, ho immaginato il brulichìo delle vongole sotto il pelo dell’acqua e il velo di sabbia che le nasconde alla vista. Mi sono parse loro la vera sintesi di questo confine mobile tra gli abissi della terra, del cielo e del mare.
Un guscio che rende invisibile il mondo e un cuore che si strugge in cerca di compagnia.

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16 thoughts on “Il guscio

  1. Meraviglioso il pensiero su questo piccolo essere e anche il paragone con i nostri “gusci” esterni che apparentemente ci proteggono, mentre in realtà ci isolano dal contatto con gli altri…
    Mi viene in mente l’ostrica…stesso guscio ma alla fine, è un granello di sabbia al suo interno, un seme, che crea la perla….
    Buon vento !!
    Debo

  2. Il tempo rubato ci sottrae la capacità di osservare e ci impedisce di regalare agli altri, pensando, queste piccole perle di verità e intuizione.
    Ma basta riappropriarci dei nostri spazi, seppur nel breve lasso-frattaglia di un week end, e far coincidere il tempo esteriore, fatto di scadenze, sveglie e timer, con quello interiore, potenzialmente infinito, per vedere dilatarsi gli orizzonti, sorgere il sole e compiere il suo percorso sino ad occidente, e così il giorno dopo, non senza coglierne tutte le sfumature cromatiche del suo durante riflesso nella natura circostante, e sempre diverse a seconda delle nostre sensazioni caledoiscopiche mentali.
    Ma una cosa è certa, rapportarmi a un piatto di vongole, che non a caso è il mio piatto preferito dal momento che provengo da un posto di mare, non sarà più un atto banale, scontato nè tantomeno solo una piacevole occasione di incontro tra commensali con gli stessi gusti, magari accompagnato da una buona Falanghina, ma costituirà un’incredibile opportunità di riflessione, da non perdere.

  3. Bel concetto quello del guscio.
    Io lo vedo molto come uno stato ottimale e desiderabile per tutti noi. Assolutamente necessario. Se prima non sei in grado di costruire il tuo guscio poi sarai vulnerabile e sara’ difficile aprirsi al mondo, agli altri.
    E’ il concetto che spesso simone ricordi del lavoro prima su se stessi , sulla parte squisitamente interiore, per poi passare alla rivoluzione esterna , operativa , nella vita reale.
    Ma questo mai prima di aver capito in profondita’ cosa si desidera e aver trovato la giusta dimensione personale… il guscio.
    Quando poi questo passo e’ fatto e siamo finalmente certi di chi siamo e cosa vogliamo e’ tremendamente bello aprirsi al dialogo e agli altri . Io, ad esempio, ho avuto la netta sensazione di aver finalmente definito il mio guscio quando mi sono sposato e poi ancor di piu’ quando sono nati i miei figli. Adesso il guscio e’ piu’ grande e ci stiamo benissimo anche in quattro….
    buona vita a tutti di cuore,
    mf

  4. beh…
    con questa mi sembra che hai veramente superato te stesso…
    … sei un genio ….
    anche se questo post e’ un po’ triste… mi e’ veramente piaciuto.

    Roberto

  5. …..porsi in faccia ad uno scrittore e dire: “cavolo!!!, come sai usare le parole tu…” mi sembra schiocco, ma….dire ad un essere umano che possiede le coordinate per toccare l’intimo di un altro essere umano, mi sembra doveroso nei tuoi confronti Simone, grazie

  6. io invece la metafora della vongola non l’ho capita.
    Va beh… fa niente, sopravvivero’.

    magari il prossimo post lo capisco di nuovo 😉

    Ciao

  7. Il guscio che crediamo ci protegga potrebbe essere solo la nostra maledizione, quello che non ci consente di aprici a noi stessi ed agli altri, quello che ci impedisce di sorridere al nuovo, di incuriosirci, di raccontarci….cosa abbiamo da perdere, in fondo? qualcuno potrà farci del male, farci soffrire, ma ucciderci no. Intanto avremo vissuto. Perché tanto, come la vongola, prima o poi se non è un pesce a mangiarci, sarà la prima padella con olio e spaghetti da mantecare….

  8. io credo di essere l’antitesi della vongola e come me penso molti essere umani.
    sono venuta al mondo totalmente immersa del contatto con un altro essere umano, mia madre. addirittura il mio corpo era dentro il suo!
    da esso sono uscita ad un certo punto e piano piano mi sono staccata da quel contatto, prima totale poi via via secondario.
    ho provato l’esperienza, contraria però per condizione fisica, quando nella mia pancia c’è stato per nove mesi mio figlio.
    quello per ora è stato l’ultimo contatto integrale con un essere umano.
    ora cerco, ogni giorno sempre più intensamente, il guscio che mi isoli dal mondo e mi metta unicamente in contatto con la mia essenza ed il mio essere.
    solo quando sarà divenuta una vongola, solo allora penso che sarò pronta per perdere il mio guscio e non aver paura della vita.
    paola

  9. Il guscio era un piccolo scrigno
    senza serratura,
    non era fatto di legno
    nessun pugno poteva scalfirlo;
    era un semplice scrigno di velo.

  10. Che belle parole Simone. Sei sempre un mago! E’ sempre un piacere leggerti. Un saluto Sonia

  11. La profondità della metafora della vongola è talmente grande nella sua semplice immagine che mi ha lasciato per un istante senza fiato.

    Ho scritto su questo spazio ieri per la prima volta e la sorpresa è stata quella di essermi finora sentito protetto, sicuro, quasi garantito da un guscio.
    Non un guscio eccezionale, neanche bello, ma confortevole e capace di reggere molti urti su cui le onde hanno inferto vari colpi violenti o anche più blandi, quasi rassicuranti, confortanti.
    Certo è il mio ambiente, cerco di tenermi aggrappato e di (soprav)vivere e più in generale di trovare un equilibrio per non fare azioni troppo controproducenti (la ribellione della vongola! che onta! la vongola nera…non più monade o tramutata in cozza?) ma…riscontrare quante vongole ci sono qui in giro mi rinfranca.

    L’unico rischio, forse, è che il confronto e il rendersi conto che altri provano lo stesso desiderio di mettere la lingua fuori possa essere già bastevole per fare il passaggio, lo scalare marcia o procedere con azioni poco sensate.
    No, sono ancora molto lontano dalla meta, ma la desidero e percepisco cosa mi sentire vivo.

    Ho fatto una bell’analisi del mio budget e del mio ultimo quadro spese.
    Si può davvero fare molto per vivere meglio e senza il superfluo, pur con uno stipendio medio e in una città costosa come Roma.
    E questo sarà il mio primo imminente imperativo.

    In sottofondo: Andrea Chimenti “Il porto sepolto”.

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