Pausa

La cosa che mi colpisce di più, quando torno a Milano, è l’ora della pausa pranzo. Resto imbambolato a guardare i piccoli gruppi di colleghi che escono e si dirigono verso il bar. Quella scena si ripete ogni giorno…

Mi pare di capire quasi tutto, solo osservando. C’è il più alto in grado che cammina con lo sguardo basso, come perso nelle sue profonde riflessioni. Accenna un sorriso, ogni tanto, come dire “ascolto, certo, ascolto…”, oppure guarda avanti e pontifica, come stesse arringando una folla. La differenza sta solo nella sua stanchezza, nel suo bisogno di conferme. Poi c’è il suo antipode naturale, il più basso in grado, che guarda i volti, da uno all’altro, sorridendo. Tutto gli sembra significativo, non osa dire la sua, a volte invece si lancia… da una battuta migliore o peggiore sente che dipende molto della sua storia. E poi gli altri, esseri occasionali, che sono media nel ruolo e nella compagnia, incerti se restare in silenzio come il più giovane o prendere parte, esprimersi, ma che non sembri troppo, che non sia eccessivo. Nessuno guarda mai in alto, verso il cielo. Eppure ci sono splendide nuvole oggi…

Quei ragazzi (che poi di ragazzi si stratta, basta immaginarli adolescenti, nel cortile, correre dietro a un pallone, ed è facile vederli) sono lì per denaro, sono lì per circostanza, per occasione e convenienza, per bisogno. Il loro buonumore deriva in parte dalla pausa che stanno effettuando, dal riposo meritato a cui hanno diritto. Per il resto galleggiano, in relazione con quello che c’è, compagni di viaggio quotidiani che non sono stati scelti, a cui non corrispondono, in luoghi assurdi, da cui dovrebbero evadere. Ma ostentano allegria, un’allegria costosissima, che li logora, che li renderà esangui, la sera, quando si ritroveranno nella loro casa dove potrebbero essere autentici, finalmente, ma troppo stanchi perfino per tentare.

Mi censuro, in questo sguardo. Provo tenerezza. Quei ragazzi fanno del loro meglio, si impegnano. Poi però non riesco, non ce la faccio… Li guardo con compassione, mi chiedo perché passare la vita su un palcoscenico tanto duro. E penso che la via c’è, che si può vivere in modo differente. Penso che qualunque sforzo, qualunque privazione sarebbero più giustificati della fatica di quella pausa pranzo a rincorrere parole, ruoli, giurisdizioni tra esseri che non comunicano, che se cambiassero datore di lavoro scomparirebbero, sostituirebbero con altri la funzione degli uni senza alcuna discontinuità.

Ogni volta che li vedo, mi ricordo. Ricordo la fatica delle parole al vento, sprecate, delle energie dissipate a non costruire niente, dello sforzo duro a essere-come-si-doveva, non come-si-poteva, come sarebbe stato giusto. Penso alla violenza di uno, due anni, dieci, trent’anni trascorsi così, o tutta la vita perfino. Sorrido, perché mi tornano a mente i discorsi di tante persone incontrate quest’anno, che hanno capito almeno questa pausa pranzo, almeno questo momento, e si rivolgono altrove. Qualunque impegno, qualunque costo, è inferiore a questo. Qualunque tentativo offre in cambio, almeno, la dignità.

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52 thoughts on “Pausa

  1. Ognuno puo’ fare scelte radicali nella vita. Quello che pero’ mi sembra strano e’ che in moltissimi casi, chi fa questo tipo di scelte (mollo tutto e fanculo alla carriera) di solito ha sempre il bisogno di spiegare agli altri come si fa a vivere veramente, di criticare e compatire con senso di superiorita’ zen quelli che sono troppo scemi o troppo vigliacchi per fare la stessa scelta che hanno fatto loro. Sul profilo di LinkedIn, Simone scrive “fatelo anche voi!”, come se stesse vendendo qualcosa. Ma a chi, a se stesso? “sono un comunicatore” non basta a spiegare questo bisogno di insegnare agli altri a vivere e elevarsi al di sopra degli altri. Chiaramente una persona molto competitiva, delusa dal mondo del lavoro Italiano, ma che non rinuncia a sentirsi migliore in qualche maniera.
    Capisco la delusione per il mondo del lavoro Italiano, e chi non e’ d’accordo? Pero’ questa mi sembra l’invenzione dell’acqua calda. Vedo alcuni commenti estasiati qui sotto e dico, non ne facciamo un caso cosi’ originale. Qualsiasi tipo di vita uno sceglie di avere, se sta bene non ha bisogno di dare spiegazioni ai quattro venti. Sta bene e basta, senza atteggiarsi a guida spirituale.

  2. Ho sempre considerato le pause pranzo con i colleghi una cosa fantozziana, così come frequentarli al di fuori dall’orario di lavoro.
    Ho passato delle splendide pause pranzo da sola, leggendo, sgranocchiandomi il mio pranzo vegetariano, ascoltando musica, sfogliando un giornale, scambiando due parole con il pizzaiolo, la pensionata, l’immigrato che mi fa la pizza ma sta facendo il Ramadan, che mi hanno arricchita di più che altri rapporti umani.
    Adesso problema risolto, faccio la giornalista da casa. Precaria, ma ero precaria anche prima.
    Vorrei poter contattare il signor Perotti per un’intervista, non c’è una mail, approfitto di qui per chiederglielo.

  3. @gloria: cara Gloria, personalmente ho già scritto che la pausa pranzo la passo rigorosamente da solo o in compagnia di amicizie extralavorative. Però, scusami, non puoi aspettarti che nei pranzi di lavoro “ci si guardi dentro”! Le Aziende sono strutture in cui ognuno interpreta un ruolo e, personalmente, non ho alcuna vogli di guardarmi dentro di fronte a colleghi che non ho scelto, con i quali condivido solo il luogo che ognuno di noi ha trovato per guadagnarsi lo stipendio. Insomma, non è certo dall’Azienda che ci si può aspettare una crescita interiore. Per il resto, è vero ciò che dici: nei pranzi con i colleghi ognuno si impegna ad occultare la sua vera natura. Io ad esempio sono un buon bevitore, ma quando sto con qualche collega ordino sempre rigorosamente acqua :-))

  4. Ho lavorato poco nelle organizzazioni pur continuando a frequentarle per lavorare con le persone che ci lavorano…ricordo anche io i pranzi super rapidi dove si parla di qualcosa (spesso qualsiasi cosa sufficientemente stupida!)pur di non guardarsi dentro o guardare davvero fuori. Sono convinta che il nostro Interiore sia in stretto contatto con la Natura, entrambi con la maiuscola…ed entrambi non possano essere costretti sempre dai ritmi e dagli spazi artificiali. Purtroppo ho conosciuto (tante!) persone che si sono letteralmente lasciate schiacciate da questi ingranaggi, persone solo poco consapevoli del prezzo che stavano pagando.
    Ma sono altrettanto certa che l’alternativa esiste, almeno per chi è così testardo, sfacciato, intransigente da non accontentarsi di nulla di meno di quello che vuole.

  5. Ora ho capito il perchè! Sono 20 anni che lavoro e sono 20 anni che mi chiedo come mai quelle (poche, per fortuna) volte che pranzo con i colleghi o con il capo, poi la sera torno a casa DISTRUTTA, rispetto alle giornate in cui invece pranzo a casa, eppure apparentemente che faccio di diverso? neanche andassi a correre maratone di 20 km.
    E’ proprio questo il punto, con i colleghi o con il capo non si stacca la spina. Si è sempre in tensione, si è sempre concentrati perchè dobbiamo rispondere intelligentemente, moderatamente, con equilibrio e sobrietà. Dobbiamo ascoltare argomenti che non ci interessano poi così tanto (e chi se ne frega, la ditta è la tua e io a fine mese prendo uguale), dobbiamo promettere impegno, entusiasmo. Dobbiamo piacere e compiacere e tutto questo richiede fatica, sforzo, attenzione. Ora mi è tutto chiaro … tristemente chiaro!

  6. Bellissimo post Simone. Mi prendo la libertà di citarlo su Facebook. Sono a Milano da 10 anni e un giorno sì e uno no dico che sarà l’ultimo. Ci sono vicina però, lo sento.

  7. Ciao a tutti.
    Niente da dire se non le solite lamentele.
    Però mi fa piacere, e molto, vedere che c’è tanta gente che vede oltre..
    Per Simone. Adesso basta mi ha sconvolto:
    – in positivo. E’ come se qualcuno interpretasse i tuoi pensieri.
    – in negativo. Da allora annaspo ancora di più. così non va bene e devo trovare un modo per cambiare rotta.

    Ciao a tutti.

  8. Sono in stazione che attendo il treno. La mia tratta e’ sempre stata la medesima. Bologna-Milano.
    Vedo questo libro, leggo il titolo e lo compro.
    E ora leggo di questa pausa pranzo e sono commossa. Ho mollato tutto un anno fa e sono rinata. Ripartita da zero sto ricostruendo tutto sulla base di una passione, unica. La cucina.
    Avrei miliardi di cose da dire, ma non so da dove partire.
    Sono felice, oggi.
    Tutto qui.

  9. @ Fabrizio:
    Concordo con te, e penso fra l’altro che la “via di mezzo”, indipendentemente dal numero di anni che interessi, serva anche per coltivare o scoprire, per chi in condizioni normali non ha il tempo di respirare, quale sia il “suo” percorso!
    Per il momento, comunque, evitare il + possibile momenti di pausa…al lavoro!

  10. Io di pause ne ho conosciute molte poche nella mia vita, ma mi rendo conto che ci possano essere persone che non hanno altra gioia che quella della pausa pranzo tanto attesa. Sono dispiaciuta per loro.
    Buona giornata.

  11. @Silvana:
    beh dai comunque non penso che se uno riesce a star bene nella cosiddetta ‘via di mezzo’ lo si possa considerare comunque imperdonabile, primo perche’ bisogna sempre vedere l’entita’ dei progetti e la loro fattibilita’ in un termine di tempo accettabile, poi anche perche’ penso possa venire considerato come un ds particolare anche il ‘riadattare’ tutti i ritmi alle proprie esigenze, senza per forza dover dare un taglio netto a tutto (e questa e’ una cosa che perdonatemi se mi ripeto, ma solo in pochi potranno/vorranno fare..).
    E’ un po’ come la gestione delle ferie di chi lavora, c’e’ chi si ammazza di lavoro per 50 settimane per mettere via 2 soldi per poi poter andare 14 giorni in localita’ turistiche dove pensa di ‘fare vacanza’ (ed invece da dove tornera’ piu’ stanco di prima..) e c’e’ chi preferisce lavorare meno un po’ tutti i giorni dell’anno e viverli comunque tutti senza dover tenere il fiato per quasi un anno.. e’ questione di scelte.
    Poi il progetto purtroppo puo’ essere piu’ o meno realizzabile, vuoi per il contesto, per i tempi, per l’investimento di denaro/tempo/voglia, e molte volte ci potrebbero volere decenni per partire.. e che si fa allora?
    Si molla tutto subito e si va allo sbaraglio (con conseguente rischio di fallimento nei propri intenti e rientro forzato fra le fila degli ‘schiavi moderni’), oppure e’ meglio cercare di ‘scalare’ la marcia piano piano (e qui vedo bene il diminuire il tempo dedicato al lavoro dipendente..) senza pero’ privarsi di uno stipendio del tutto, ed intanto ‘imbastire’ i propri passi futuri, cercando comunque di vivere in modo normale, sobrio, cosi da non dover poi esser costretti a rincorrere orari di lavoro maggiori e tornare a stressarsi?
    Io penso che la via di mezzo sia sempre la migliore, in mancanza di sicurezze o di conferme nell’immediato, poi se la si riesce a gestire al meglio, puo’ diventare un ottimo modello di downshifting ,che in fondo vuol dire ‘scalare marcia’ non ‘spegnere del tutto il motore’ !!

    Buona giornata a tutti voi 🙂

  12. mi viene da sorridere perche’ questo post mi capita davvero nel momento giusto.
    sono appena rientrata a milano pronta a ricominciare il mio lavoro dopo una pausa di 6 mesi. Ho trascorso 6 mesi vivendo in brasile, viaggiando, cooperando, cazzeggiando.
    E’ stato difficile partire e mettere da parte tutte quelle voci …
    “ma cosa vai a fare? ”
    “dopo tutti i sacrifici fatti perderai tutti i vantaggi guadagnati in ufficio!”
    “vai li e non lavori??????”
    “ti piacera le prime 2 settimane poi ti annoierai”

    ero io stessa la prima a farmi questo tipo di paranoie, ma ho provato ad andare avanti a vedere cosa succedeva e…
    …e ho passato 6 bellissimi mesi di conoscenze, incontri, viaggi, partite di beach volley, errori vari, tentativi andati male, incertezze, samba, nuovi amici….
    all’inizio quasi mi vergognavo di non fare nessun Lavoro…poi davvero sono riuscita a staccare e (aiutata dallo spirito brasiliano) mi sono messa a godermi la vita… me ne sono accorta quando ho smesso di dare risposte evasive su cosa stessi facendo li e ho iniziato a rispondere citando il bellissimo passaggio di Nanni Moretti “bhe, faccio cose, vedo gente…”
    tornata da 2 gg in italia, domani riprendo il lavoro…
    chiaramente sono preoccupata, ma cmq fiduciosa di riuscire a mettere in pratica un po di quello che ho compreso su cosa voglio dalla mia vita!
    la prima regola che mi sono data per il futuro e’ stata proprio di preservare di piu la mia sfera personale dall’attacco dei colleghi, e in particolare avevo proprio deciso che avrei dovuto iniziare a fare la pausa pranzo da sola, magari mangiando in ufficio visto che tutti escono..! non sara facile perche sono una persona molto socievole e ho ottimi rapporti con i miei colleghi, che sono splendide persone. il problema e’ che sono troppo stressate e come norma difficilmente evitano di portarsi in tavola rancori, incazzture, preoccupazioni legate al lavoro e alle dinamiche di ufficio.
    bisogna arginare l’apporto di questo male nella nostra vita!
    io amo il mio lavoro, sono contenta di tornare a farlo, ho bisogno di lavorare – come tutti- ma sono sicura che ci puo’ essere anche un modo piu sano di viverlo..
    aver letto proprio oggi questo post mi sembra un’ottima coincidenza, che mi fa pensare di essere sulla giusta direzione!

    grazie e scusate la mia prolissita’!

  13. Tra le turrite colonne d’Ercole dalle eburnee linee nipponiche erette a celebrare in un raptus di autoreferenziale egocentrismo plurisecolare l’incontrastato dominio dell’uomo sulla natura, i maestri dell’arredo urbano in un eccesso di zelo hanno pensato di posizionare qua e là sul green incolto, a mò di paesaggio da albori della civiltà di Kubrickiana memoria, monoliti dalle fogge irregolari.
    Su uno di essi oggi in pausa, in attesa dell’affannata commensale, per la prima volta ho appoggiato le provate membra tra lo sguardo stupito – ma anche no – degli astanti del baretto a fianco e, dimentica di commensale e affanno, per un attimo mi è sembrato di essere a mare, sotto al sole, su uno scoglio.

  14. Mi riaggancio a quanto esposto da Fabrizio, per appoggiarlo a pieno titolo! Come ho già esposto a Simone quando è venuto a presentare AB nella mia città, non è sempre “realisticamente” fattibile” mettere insieme il gruzzoletto necessario per fare DS nell’arco di tempo di 10/12 anni. E nel frattempo, almeno per quello che è la mia “mappa”, gli anni migliori vanno via…E allora, come Simone stesso menziona nel suo libro, perché non mirare ad una autoriduzione dell’impegno lavorativo,e quindi del guadagno, in modo da poter far fronte alle spese “necessarie” (faccio parte del club “mutuo per la vita!”), ed al tempo stesso riuscire a dedicarsi ai propri personali progetti (nei miei, ad esempio, c’è quello, forse per alcuni “banale”, di avere dei figli). Probabilmente si tratta di quella imperdonabile via di mezzo, che non porta a centrare l’obiettivo previsto dal DS, ma se non ho capito male, se sogno deve essere, che sia “realizzabile”!
    Auguro a tutti un momento della vita come quello che sto vivendo io, in cui, per la prima volta, non mi sento più una cretina o peggio una pazza a pensare “certe” cose, ma anzi più vado avanti e più mi convinco che, dopo lividi e contusioni riportati lungo il cammino, ne uscirò vittoriosa!
    Buona serata a tutti

  15. Mai passata la pausa pranzo con i colleghi , a parte rarissime volte, quando particolari condizioni di lavoro, richiedevano (ai tempi.. ora nemmeno morto..^^) la mia presenza in negozio durante tutta la giornata.
    I soldi, certo che servono, non solo in eccesso per acquistare cose inutili, ma in giusta quantita’, per vivere in primis, e per poter portare avanti cio’ per cui si fanno progetti.
    A parte il caso di pochi eletti, che possono permettersi di fare i figli di papa’ e di avere idee piu’ o meno originali e vederle sviluppate nel giro di pochi giorni, qualunque idea, qualunque progetto avremo in mente, necessitera’ comunque di un tot di fondo per partire.
    E’ inutile pensare di abbandonare per sempre il lavoro dopo soli pochi anni … piuttosto e’ opportuno fare delle scelte (non sempre e’ facile, ma se ci si mette ci sono buone possibilita’..) riguardo orario, convenienza nel fare o non fare carriera, posizione di responabilita’ ecc ecc.
    Sento molti che si lamentano perche’ magari hanno accettato di crescere professionalmente, e poi all’aumentare delle responsabilita’, vorrebbero scappare via, pero’ non rinunciando a uno stipendio magari sopra alla media.
    Nel mio caso, 10 anni fa ero direttore di un supermercato, a due milioni e mezzo al mese, ma col passare del tempo, e con il succedersi delle esperienze, ho imparato che e’ piu’ prezioso il tempo libero (‘quality time with family’ come lo chiamano negli USA) con la famiglia, i propri cari, le proprie passioni, piuttosto che qualche centinaio di euro in piu’…
    Qualcuno obiettera’ che per far fronte a tutte le sue spese, non puo’ permettersi di rinunciare nemmeno ad uno straordinario: benissimo, allora analizziamo le spese, e vediamo di ridurle non dico al minimo, ma di ‘potare’ le voci inutili..
    Quante persone vedo che cercano di fare la cresta sulla spesa, lamentandosi dell’insalata che costa magari 2 euro al kg, pero’ per comodita’ comprano quella bella e pronta che costa 35 euro al kg!! (nessuno ci fa caso perche’ in genere cio’ che si percepisce e’ il prezzo del prodotto, ovvero per una vaschetta con condimento , circa 2-3 euro… ma al kg..), o quanti si lamentano che il caffe’ sia cresciuto di 10 centesimi, e poi li vedi con l’iPhone in mano (700 euro di telefono!!!) e magari solo per telefonare.
    Ci sono ovviamente spese e pagamanenti inderogabili, tipo il mutuo, o le rate di un’auto se serve, ma anche su queste bisognerebbe ragionare in anticipo: e’ inutile prendersi una casa a 3 piani con 6-7 stanze, se poi si dovra’ passare tutto il nostro tempo fuori da essa, per guadagnare i soldi che ci consentiranno di pagarla in 20 o peggio 30 anni.
    Sembra un discorso un po’ semplicistico il mio, me ne rendo conto, pero’ e’ proprio cosi che vanno le cose, ed io me ne sono accorto, a volte sulla mia pelle, da una decina d’anni a questa parte…
    Adesso quando posso piu’ che chiudermi in un centro commerciale, vado a farmi una passeggiata in riva al fiume, l’elettronica la uso, ma solo per cio’ che realmente mi serve, ed il tempo da destinare ad un lavoro dipendente, l’ho ridotto di piu’ della meta’ di quanto lavorassi 10 anni fa, con uno stipendio che tutto sommato e’ solo 3/4 di un full time e che mi consente, assieme a quello di mia moglie, part time anch’essa, di vivere piu’ che bene, senza dovermi rinchiudere da mattina a sera in qualche ‘casermone’ di qualche multinazionale.

  16. La pausa pranzo? Quanti anni passata con i colleghi, perchè ti senti in dovere, perchè lo fanno tutti, è una abitudine. Da quando ho deciso di passarla con me e basta, perchè mi sentivo sempre più a disagio, sono certa che non sono stata capita positivamente (ovvio!)me l’hanno pure detto (ma sei pazza!!! passi la pausa da sola???Nooo! – e che sarà mai, non sono mica depressa!!), e quindi di conseguenza vieni guardato un pò male inizialmente, perchè non ci crede nessuno che una persona possa desiderare di stare un pò da sola (lavoro in un open space: mi potete capire). Poi come per tutte le cose diventa abitudine e nessuno ci fa più caso (ormai sono due anni) che non condivido “anche” questo momento (ma siii, non chiamarla tanto “quella” preferisce stare da sola….) Ma che palle! Mi dico, ma almeno la pausa pranzo! E’ un mio momento, un mio spazio, e ci voglio fare ciò che più mi piace, e in cui ho bisogno di staccare. Mi sono detta: “ma perchè devo stare ad ascoltare tutte le c….e che raccontano gli altri e farmi riempiere la testa, dei pettegolezzi e dei continui sfoghi su argomenti (i più svariati ma di una noia mortale) di cui non me ne importa nulla???” Ora sto meglio. Posso mangiare dove desidero: alla scivania (mi porto da casa qualcosa che mi sono preparata io), oppure al bar, al parco, mi leggo un libro o il giornale. Mi leggo questo blog che senz’altro mi interessa ma mooltoo di più di tutte le altre stupide chiacchere. Un saluto a tutti e grazie a Simone per tutti gli spunti interessanti che propone.

  17. La vita che qua si aborre e compapisce è la vita normale del 99% della gente del mondo: il lavoro. Che ci sia maggiore “senso” nel lavoro artigiano o della terra rispetto al lavoro impiegatizio improduttivo può esser vero ma è da tutto da dimostrare. Io non giudico nessuno, prendo le cose e le persone per quello che sono. Anche tanti tra gli impiegati in pausa pranzo dentro di loro ne hanno piene le scatole, ma che devono fare se non continuare a fare quello che fanno cercando di ridurre il danno? E meno soldi si guadagnano meno è probabile cambiare. Boh è tutto un casino.

  18. Ringrazio per educazione tutti quelli che hanno ben commentato le mie povere frasi.

    Ma non era quello il mio scopo: i vostri apprezzamenti, benchè graditi, non sortiscono l’effetto di un anestetico per il mio lancinante dolore.. non fermano le lacrime..

    Benchè trovi molto stimolante il fatto di aver un male comune e dei pensieri affini, lo scopo delle mie semplici frasi era esclusivamente di sfogo. Un urlo di disperazione che proviene da dentro.

    Ogni giorno medito in silenzio, mentre i colleghi si affannano su quella montagna di sterco che è questa civiltà che abbiamo generato, medito gesti eclatanti come strapparmi le vesti di dosso e lanciare cancellaria in giro per l’ufficio, medito un urlo liberatorio carico di rabbia, repressione e frustrazione.
    Sorrido amaro, mi mordo la lingua e le labbra.
    So che devo essere paziente, devo aspettare il varco. Ma anni di schiavitù ti rendono impaziente, fremente.

    Allora attendo, gioco con le catene, fingo di essere felice e se dal volto non riesco a esprimere proprio gioia, mento su una improbabile cefalea. La cosa che mi duole di più, mentire e giustificarmi: la gente non capirebbe e a me non verrebbe nessun vantaggio tangibile. Allora riguardo il countdown, dico a me stesso, stringi i denti.

    Ecco l’assurdo degno di un Amletiano dilemma. Forse m’inganno? In realtà, piuttosto che essere uno schiavo paziente che pianifica una strategia, sono forse un codardo?
    E le domande rimbombano nella testa ogni giorno, ogni settimana, ogni mese.. rimbombano come una cacofonia di suoni che raggiungono in diapason straziante e nel contempo, beffardo, il tempo scorre, la sabbia scende e si perde.

    Spero di non avervi annoiato e vi chiedo anticipatamente scusa.

  19. Ciao a tutti,
    se posso dare un consiglio rimanendo strettamente nel tema della pausa pranzo, e riallacciandomi a quanto ha scritto Stefano, cercate di non frequentare l’ambiente di lavoro anche a pranzo!!!
    E’ vitale farlo, deve essere l’eccezione il pranzo con i colleghi, non la norma.
    Va bene qualsiasi diversivo: panino al parco, passeggiata in centro a vedere un po’ di f…, da soli al bar a leggere… Io vado regolarmente nel più classico bar popolare del centro di Torino, da solo, c’è sempre un’allegra comitiva di fankazzisti che mi tiene compagnia se ho voglia, altrimenti mangio da solo e leggo i quotidiani. Si parla di qualunque cosa (politica, calcio, sport, musica, massimi sistemi…) fuorchè del lavoro, anche perchè la maggior parte degli avventori non ha un lavoro fisso. Abbiamo un ventaglio di personaggi spettacolare: l’anarchico incazzuso con il sistema, lo studente universitario 45enne che prende la seconda laurea, il nostalgico fascista, musicisti, artisti vari, qualche artigiano… Qualunque città o paese ha almeno un bar così, basta trovarlo non è difficile, l’aria che si respira (a parte un po’ di smog) fa davvero bene e ti allarga l’orizzonte…

  20. @ Antonella:
    sicuramente le aziende avranno sempre qualcuno da poter assumere, l’importante e’ pero’ potersi permettere di dirgli di no, se le condizioni o comunque il clima non fosse dei migliori.
    L’importante e’ non affossare i propri progetti per dar spazio proprio a queste aziende, cosa che io non faccio, in quanto come detto nel post precedente, il tempo disponibile che do a questa attivita’ e’ molto limitato (nel mio caso 22 ore settimanali..)..
    certo e’ che uno stipendio comunque in piu’, almeno finche’ i miei progetti non riusciranno a spiccare il volo e a consentirmi di guadagnare tramite essi, fa sempre comodo, non certo per gingillarsi ma per vivere.
    Sai, forse facendo i manager e mettendo via soldi si riesce a farsi un gruzzolo in breve tempo per potersi permettere di fare ds abbandonando completamente e all’improvviso qualsiasi lavoro, lavorando invece nel settore terziario e servizi (dove abbiamo sempre lavorato sia io che mia moglie..)la cosa necessita di un po’ piu’ di tempo.
    Certamente non dipendo dalla riconferma, voglio dire, per ora li non ci sto male, anzi, facendo solo 22 ore e quasi tutte di mattina, riesco ad avere praticamente giornate intere per seguire la famiglia ed i miei progetti di vita.. quando questi mi consentiranno di poter salutare qualsiasi forma di lavoro dipendente, lo faro’ di sicuro, per il momento va bene cosi, ho passato anni ben piu’ ‘bui’ in altri impieghi stressanti, e full time (per non parlare degli straordinari..), da cui poi ho preso le distanze, scegliendo quando possibile, dove e come, investire parte del mio tempo per poter prima di tutto vivere, e poi comunque per finanziare i progetti futuri (perche’ e’ inutile progettare e progettare, se poi non c’e’ un euro da spendere per poter avviare cio’ che si ha in testa).

    Buona vita 😉

  21. Se non si ha il coraggio di affrontare il dolore più grande non si può provare la gioia autentica, quella che naturalmente ci appartiene. La marcia può essere lunga, come dici nel libro, ma la vita vale questo prezzo. Alla fine scopri che la direzione che avevi in mente diventa magicamente e semplicemente l’unica possibile.
    Buona giornata.

  22. Ciao Simone,
    il mio post è provocatorio… perchè hai ancora così tanto tempo per osservare e rimanere imbambolato a guardare gli altri?
    notte!
    Emanuela

    • beh, emanuela… ho fatto tutto questo casino PROPRIO per avere anche tempo di osservare… buona notte a te

  23. Ciao Simone.
    Quell’impressione che tu hai avuto “dal di fuori” ce l’ho io ogni giorno “da dentro” ovvero lavorando quando vedo questo tipo di gente.

    Ho una domanda per te: come e’ cambiato, se e’ cambiato, il tuo rapporto con le cose. Esempio, se io cambiero’ vita, e cambiero’, probabilmente vorrei disfarmi di tutti i libri studiati, le riviste, tutto quanto ho usato in questi lunghi anni per aggiornarmi di continuo professionalmente. Avrei pero’ difficolta’, vista la fatica fatta, a buttare via tutto. Parlo quindi non di vestiti o mobili, ma di esperienza professionale.

    Per Fabrizio:
    le aziende POSSONO permettersi di giocare con le persone. Noi siamo qui a permetterglielo. E’ questo che vuoi, con il tuo rinnovo? Loro avranno sempre carne da macello, per questo non preoccuparti, l’importante e’ che un giorno non molto lontano non sia piu’ la mia.

    • antonella, nel libro lo racconto. giorni a selezionare cose, a buttare via tutto. è stato doloroso ma anche emozionante. giorni che non dimenticherò mai…

  24. @ Caterina:
    E pensa che tutto cio’ che racconti, e che anche io vedo, seppur piu’ in piccolo,qua nel centro di Ravenna, e’ la normalita’ per la massa, ovvero non tanto per quelli che purtroppo devono fare quella vita (devono? a volte si, a volte ‘vogliono’..), quanto per quelli che avrebbero le capacita’ e magari anche piu’ possibilita’ di me/noi, e stanno li, a vegetare, aspettando il nulla…
    Io sono rimasto disoccupato dal 2006 al 2009 (salvo qualche lavoretto..) ed ora mi appresto al (forse) successivo rinnovo (per la terza volta) di un contratto a t.d. come addetto vendite part time (dal 2004 e’ il massimo dell’impegno che concedo ad un lavoro che non sia un mio progetto, ma solo fonte di sostentamento..)… manca una settimana e, of course, ancora non so nulla, ma tutto normale, e’ la prassi del mondo lavorativo di oggi. Chissa’, forse pensano che tenendomi sulle spine si possano sentire piu’ forti, non consci del fatto che se avranno bisogno, per me va bene, altrimenti andra’ ancora meglio visto che ho molti progetti in cantiere… anzi, addirittura potrei essere io (ed e’ lo smacco piu’ grande per un’azienda..) a rifiutare, se al momento della riconferma, ci dovesse essere qualcosa che non mi garba.
    Il fatto e’ che le aziende da un po di tempo a questa parte pensano di poter giocare con la vita delle persone: forse lo potranno fare con quelli che vivono per la carriera, e per la produttivita’ a fine settimana (che poi verra’ vanificata dagli immancabili sprechi a livelli dirigenziali…feste, auto, ecc.), con quelli che , come me e forse anche voi, pensano con la loro testa, e non si fanno ‘infinocchiare’ dalle fesserie che ci vogliono propinare i media, e’ una perdita di tempo…
    Vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo giorno di vita, per vivere appieno, e soprattutto viverlo LIBERI !!!!

  25. Venerdi scorso sono ri-capitata a Milano centro in orari lavorativi (non mi succedeva da un pò, da prima di leggere Adesso Basta). E quel che ho visto in metropolitana, fuori dagli uffici, dentro agli uffici spiando dalle finestre… l’ho visto con altri occhi. Non riesco a pensare che siano tutte persone “d’accordo”. Dentro a quegli uffici si nascondono probabilmente molte delle persone che frequentano questo blog. Ma i discorsi al cellulare di certi manager incravattati in metropolitana (sì, perchè adesso che c’è campo anche in metro, non si ha più nemmeno quella scusa per non rispondere), la tristezza che ho visto su molti volti, la sensazione che fossimo tutti animali in gabbia (me compresa) è stata forte. Dal 1 ottobre sarò disoccupata per mia scelta, perchè ho finalmente trovato il coraggio di non continuare lungo una strada che non era la mia. Nel vedere quello spettacolo triste ho sperato forte dentro di me di non ricaderci mai più, di non dover mai più essere uno dei protagonisti di questo spaccato di vita milanese alla pausa pranzo che tu racconti. Com’è vivido, reale, tangibile quel che riporti, come dice Ste che corre… non giunge nuova questa riflessione. Non riuscirò mai più a guardare queste scene di ordinaria quotidiana follia senza pensare che sia assurdo.

  26. mi spaventa la prospettiva se non riuscirò a dare un impulso al cambiamento. mi rincuoro al pensiero che questa tua riflessione non mi giunge nuova. se non altro la strada è quella giusta (per me).
    -ste

    ps week-end parigino passato a guardare il cielo e a gironzolare per le vie che più amo di questa città. buon segno.

  27. Pausa pranzo con i colleghi di lavoro…Mi capita davvero di rado, sia perché sono contraria sia perché ho la fortuna di abitare ad un tiro di schioppo dallo studio. Ma quando accade, avverto immediatamente il diverso, direi quasi opposto, modo di viver questo momento (soprattutto rispetto ai colleghi diciamo più “assorbiti”): io cammino a testa in su per guardare le nuvole, dopo ore di clausura, ho voglia di parlare dei miei interessi, del libro interessante che sto leggendo, del viaggio che desidero fare, magari semplicemente di cazzeggiare, ed invece spesso, che tristezza, devo ancora parlare di lavoro, delle carte lasciate sulla scrivania, della scadenza da rispettare a tutti i costi, del progetto da consegnare…Ed è proprio in quesi momenti che vorrei urlare:”Adesso basta!” più forte che mai!
    Ma se prima mi disperavo, da un pò di tempo a questa parte, sono orgogliosa del mio sentire, e mi trincero quanto più possibile nei miei pensieri e nelle mie sensazioni, perché una cosa è certo: non sono sbagliate!
    Una buona paus-evasiva pranzo a tutti!

  28. @Francesca:
    purtroppo quelli che coi commenti o con il loro modo di fare, appoggiano le iniziative aziendali, o comunque danno per scontato che la vita sia solo villetta-famiglia-lavoro e forse pensione, sono proprio come dici tu, quelli molto giovani, menti facili da plasmare da parte degli ‘adepti’ delle grosse multinazionali.
    QUesto lo si puo’ vedere in qualsiasi lavoro, e per quelli come me/noi/voi, che la vedono diversamente ci sono i sorrisini di circostanza o i finti compatimenti, senza sapere che le vere anime in pena sono proprio loro, alla perenne rincorsa e ricerca del nulla.
    Sono persone vuote dentro, non hanno quasi sensibilita’, non vedono al di la del loro posto, della carriera e di qualche soddisfazione immediata ma temporanea. Ed e’ impensabile per queste persone, concepire discorsi come ‘liberta’, ‘progetto’, ‘famiglia e affetti’…
    Ho visto persone perdersi il compleanno di un figlio, un matrimonio di un parente, o peggio, non stare vicino ad un familiare in punto di morte, ho sentito responsabili di aziende, chiedere di non presenziare al funerale di questo o quel parente, pur di non mancare dal posto di lavoro, ho visto gente costretta a licenziarsi, per potersi curare una malattia, perche’ se anche si metteva sotto mutua veniva perseguitata da colleghi e capi, e al suo rientro invece di venire aiutata a ricominciare, veniva sistematicamente emarginata per far si che si licenziasse…
    Andando avanti non so a che punto si arrivera’, io intanto il mio ds lo sto attuando da qualche anno, e di carriera, multinazionali, e galoppini, non ne voglio nemmeno sentir parlare in tv…
    Buona vita

  29. Paradossale! Grazie a questo “progresso scorsoio”, è appaena terminato per me il periodo più nevrotico dell’anno. Ho una piccola deriva, un vaurien, che ha in se l’essenza della vela low cost, che dovendo alare da qualche parte… spiegavo ad un amico che in agosto “il problema di andare per mare è a terra”, nel traffico tra i bagnanti. Insomma da qualche settimana è ripresa la mia pausa, proprio quando è finita quella dei milanesi!
    Si tratta di saper cercare se stessi, di saper attendere, di sapersi accontenatare, senza mai rinuciare alla profondità delle cose ma con leggerezza ricordandosi sempre come asseriva W. James “La più grande scoperta della mia generazione è che gli esseri umani possono cambiare le loro vite cambiando le abitudini mentali.”
    Vivo non lontano dal tuo villaggio e mi piacerebbe condividere “per alto mare aperto” un pò meno virtuale e pò più umanamente reale.

  30. Ci siamo “passati” anche noi in quel periodo, purteoppo la maggior parte della gente è indebitata e non può fare altrimenti. buona parte della gente si incasina fino al collo per poi vivere alla rinconsa continua di maggior guadagno. è triste ma è così. Noi non facciam parte di quella schiera. VALE

  31. @ Simone: QUESTO E’ IL MIGLIORE POST CHE IO ABBIA MAI LETTO!!!!

    Perdonatemi se ho urlato. Lo sento mio come se Simone me lo avesse strappato dall’anima.
    E poi è un gran pezzo di letteratura.
    Mi auguro buona settimana, e penso alle mie prossime cinque pause pranzo.

  32. Pausa pranzo rigorosamente e fortissimamente lontana dal mio capo..tanto la carriera non rientra nei miei programmi..(e anche volendo comunque sono tagliato fuori..)
    e ogni tanto è una meraviglia prendersi quell’ora per una passeggiata da solo, a guardare le case, la gente, la vita che scorre..

  33. Leggendo le tue righe (cristalline) mi e’ tornata in mente un appunto scritto qualche mese fa in occasione di un’ (ennesima) riorganizzazione.

    “Oggi hanno annunciato la grande riorganizzazione e, come d’abitudine, si sono messi in moto i meccanismi di branco tipici di questi momenti.

    Ci sono i vincenti che si spostano da una sala riunione all’altra ostentando grande fretta, blocchi di appunti gonfi di note. Trascinando lavagne coperte da post-it e dense di commenti, percorrono chilometri avanti e indiatro per gli uffici, catalizzando nuvole di complimenti e felicitazioni in un misto di reale contentezza, compiacenza e invidia serpeggiante.

    Ci sono i perdenti, organizzatisi in anticipo per avere improgabili e improbabili impegni al di fuori dell’ufficio con l’unico obbiettivo di limitare al massimo la propria visibilita’, le opportunita’ di commento e le occhiate di commiserazione dei colleghi. Sono un misto di rabbia e aggressivita’ che non possono essere manifestate perche’ “non si sa mai” e quindi hanno un elevatissimo potere deflagrante.

    Infine ci sono quelli che non contano nulla, che non hanno vinto e non hanno perso, quelli per cui ci sono sempre occhiate di benevolenza e riconoscimenti delle doti “umane” ma che non sono mai neanche citati nelle comunicazioni ufficiali, il loro nome non figura mai negli organigrammi e la loro funzione viene al massimo integrata nel titolo assegnato al loro capo. Sono persone umanamente fantastiche, ci si andrebbe in vacanza o fuori a cena, ma non gli si metterebbe mai in mano business.
    Questi ultimi sono i preferiti dai vincenti perche’ sono i maggiori fornitori di congratulazioni e non rappresentano un pericolo: sono totalmente inoffensivi.”

  34. …grandi Carlo e Stefano…!!
    …a me fanno molta più fatica le pause pranzo (con i correlati argomenti italici Donne&Calcio) del lavoro stesso..ed ho detto tutto!
    …se poi ti provi a dire”oggi non vengo con voi, voglio farmi due passi” oppure” mi sono portato da casa un panino, resto in ufficio”..(in modo da rilassarti davvero un attimo) ti guardano con la stessa faccia stupita con la quale il mio gatto si guarda allo specchio..come a dire?..ti senti bene?..il capo penserà che sei asociale, vabbè, mors tua, carriera mea!

    …conto gli anni (sigh!) che mi separano dal mio già progettato Adesso Basta!

  35. Parole giuste. La dignità è un diritto naturale e non può essere, in alcun momento, toccata da nessuno. A volte,forse, il problema non è esclusivamente economico. Può sussistere un senso di responsabilità che richiede maggiore prudenza e tempo in decisioni così importanti come quella di lasciare la propria occupazione.

  36. Avviso ai naviganti: chiunque di voi osi licenziarsi in questo momento storico di crisi sarà considerato un pazzo. Questo è il pensiero dominante adesso. Qualche giorno fa sono uscita con alcuni amici e davano del pazzo ad un ragazzo giovane che si era licenziato per tornare a fare l’università (per fare la specialistica, sono 2 anni, ad ingegneria). E’ stato considerato “fuori dal mondo”. E le persone da cui ho sentito dire queste cose hanno meno di 35 anni, che tristezza! Impossibile contemplare progetti diversi da casa (villetta possibilmente)-lavoro fisso-marito-bambini-carriera. Fine della fiera. Tutto ciò che gravita al di fuori da questo modello è “fuori dal mondo”. In Italia forse vive bene solo chi ha orizzonti limitati, non so, sicuramente io faccio bene a frequentare questi amici di rado. Mi piacerebbe però che ci fosse una mentalità diversa in giro, altrimenti cambiamenti non ce ne saranno mai.

  37. Dove sei stato? In corso Garibaldi, Piazza cordusio, via Dante…
    Io ero a zonzo in bici, troppo felice per riconoscerti se anche ti avessi sbattuto contro con la mia ruota anteriore E’ da tempo che non lavoro più in quel modo. La mia vita è cambiata da quando ho lasciato il lavoro, anzi è cambiata prima, da quando è iniziato il processo di liberazione – così lo chiamo – della mia energia. E tu con il tuo AB hai avuto un posto importante. Certo c’era terreno fertile, ma quel libro è stato importante.

    La liberazione ha significato una meraviglia dentro di me, è come se mi fosse scoppiato il mondo dentro. Non si può più tornare indietro, questo è certo. Vedere quelle facce incravattate mi fa sempre più pensare a persone quasi impiccate, scusate per la banalità della metafora. Sono finito così lontano da lì, da quella voglia di vedere il mondo solo con gli occhi del consumo e dello sforzo infinito per lo sforzo a tutti i costi… Non rinnego nulla e non sono apocalittico, non succederà nulla di tragico.

    Provo rabbia però: spesso penso di essere stato ingannato, ingannato dai tempi dell’università, ingannato nei miei sogni, come tanti, ingannato nel profondo della mia anima. Quello che mi fa più sorridere poi è quando riprendo casualmente in mano i libri di marketing e di economia…e mi vedo giovane e voglioso di leggere il mondo con quegli occhi.

    Qualche giorno fa una mia amica che lavora in un noto headhunter milanese mi ha voluto a tutti costi presentare la sua squadra di 8 uomini rampanti, in realtà solo perché io avevo voglia di scherzare e trovarmi un ragazzo per la notte…quando li ho visti arrivare ho percepito i sorrisi restare bloccati nelle loro pance, anche le parole uscivano scoordinate, veloci, allegre ma scappavano, si era come se scappassero da loro, anche le parole.

  38. Che bel post, Simone, davvero molto introspettivo. Quel leggere dietro lo sguardo delle persone, una cosa che amo fare anch’io, per capire cosa si cela dietro ogni atteggiamento.
    “Eppure ci sono splendide nuvole oggi”, ma nessuno le guarda. Io le guardo almeno, in attesa di una vita migliore non mi sento come loro, e per me è già tantissimo.

  39. …mi rivedo e mi risento in ogni tua parola. Tre mesi fa ho mollato il lavoro che facevo da una vita per avere in cambio la mia libertà. Mi è stato detto che ero una pazza, una incosciente e che non ero normale a lasciare un “ottimissimo” lavoro per il nulla. Ho iniziato a scrivere anche io articoli per giornali ma la cosa più bella è l’amore e l’affetto che riesco finalmente a distribuire a coloro che mi amano: adesso ho il tempo per farlo ma soprattutto sono una persona libera…Domani non so cosa succederà…l’unica certezza che ho è che non ritornerò mai più dietro una scrivania..! nei mesi passati mi sono chiesta tante volte se la mia è stata incoscienza o coraggio…adesso non mi faccio più domande…ma sono immensamente felice!

  40. Ciao Simone!
    A me piace pensare di essere fra quelle tante persone incontrate…
    E sono contento così.
    Io non sopportavo il suono della sirena, con tutte le persone che appoggiavano l’attrezzo e si incamminavano come automi verso l’usita.
    Ogni volta che assistevo a questa per me incredibile scena mi veniva un senso di angoscia e finivo sempre col domandarmi come mai fosse stato possibile essere caduto così in basso.
    Non mi ci sono mai abituato.
    Ho resistito 1 anno e mezzo.

  41. Simone, inutile dire che la tua descrizione ancora una volta colpisce in pieno il problema … grazie perchè mi fai pensare

  42. In 15 anni di azienda , a ritrovarmi in questo quadretto cosi’ ben dipinto da te simone, io ho smesso di mangiare a pranzo!
    Piuttosto che recitare la mia parte , in ruoli diversi con il passar degli anni, ho smesso di uscire dall’ufficio e quando mi capita di volerlo comunque fare per respirare un po’ di aria fresca e staccare gli occhi dal pc , me ne vado da solo a fare due passi.
    Dalle aziende, che pur tanto mi hanno dato, oggi non mi aspetto proprio piu’ nulla.
    Soprattutto nei rapporti umani.
    Triste pero’. E sono incapace di immaginare cosa i miei figli un giorno dovranno affrontare, perche’ in effetti la situazione e’ precipitosamente peggiorata nell’arco degli ultimi 5-6 anni.

  43. Mi emoziona leggere nelle parole di altri le mie stesse sensazioni, le mie stesse frustrazioni, i miei stessi dolori. Leggo i post di Vincenzo e Carlo e mi sembra incredibile che persone che non conosco riescano ad esprimere meglio di quanto potrei io ciò che provo ogni mattina quando entro in ufficio ed ogni sera quando ne esco: il countdown di quanto resta di lavoro giornaliero e settimanale, il break del fine settimana, vissuto con l’angoscia di chi sa che il contatore inizierà inesorabile a scorrere il lunedì successivo, la domenica sera trascorsa con gli amici a bere un malinconico bicchiere, i cattivi pensieri che spesso ti tormentano anche la sera quando ti ritrovi con la tua famiglia. Oggi è venerdì, come molti sto contando i minuti che mi separano da un’effimera libertà. E’ bello, però, condividere anche la speranza di riuscire a dare una svolta. Non è facile, soprattutto quando si ha anche la responsabilità di vite altrui. Ma il semplice pensarci aiuta.

  44. scene come questa hanno un realismo graffiante. sto leggendo “Uomini Senza Vento” e ritrovo la mia vita, Milano, l’ufficio. Faccio un lavoro diverso da Renato, il protagonista, ma la condizione, i desideri frustrati, sono gli stessi. Anche io sono sulla via. Anche io quando salgo dalle pendici del monte verso il mio Paradiso (per te il mare, per me le vette) mi chiedo, come il tuo protagonista “sono partito? E’ questa la mia vera partenza, quella definitiva?”. e ogni volta è duro ammettere che il momento non è ancora arrivato…

  45. maledetto tu sia, simone perotti.

    è da un po’ che ti seguo e il leggere e carpire (ormai da più di un anno) i tuoi pensieri mi svela, con profondo e reale dolore, le miserie della mia esistenza legata a una prigionia che non voglio.

    mi sento in trappola, se tu non mi avessi aperto gli occhi magari ora sarei cieco e non vedrei e quindi non soffrirei… ogni giorno a lavoro sento come se mi rubassero 8 ore di vita, faccio il countdown per quanto mi resta di lavoro giornaliero e settimanale
    ma la settimana dopo il contatore inizia da capo e questa spirale, adesso, mi porta una profonda depressione, una profonda tristezza, pensieri cattivi pensieri e basta

    sono meno schiavo che in passato perche adesso sono nato a vita nuova grazie alla consapevolezza installatami dai pensieri di chi, prima di me, ha iniziato il percorso di nuova vita

  46. @Marri: poiché faccio parte di “quelle persone” a cui fai riferimento, che magari vedi in giacca e cravatta a sorbire un caffè al bar intorno alle 14, ti assicuro che ormai il luminoso futuro non lo immagina più nessuno. I 40enni sono tutti frustrati, distrutti, disillusi, massacrati da un mercato che ormai non ti offre più nulla, perché è tanta la fame di lavoro che il tuo padrone può permettersi di pagarti una miseria e di dirti apertamente “se non ti sta bene, quella è la porta”. I più giovani sono tutti precari: capiscono subito l’aria che tira. Sanno che se gli andrà bene sono destinati a guadagnare 1.500 euro tutta la vita facendo una vita da schiavi. Insomma, ti assicuro che tutto si respira tranne che speranza e ottimismo. Poi, è vero, questi ragionamenti spesso si fanno clandestinamente, quando si parla, come carbonari, tra colleghi fidati. Quando il capo ti fa l’onore di invitarti in pausa pranzo fingi buonumore e joie de vivre; forse è questa immagine, pregna dell’ipocrisia che domina le Aziende, ad averti fatto tornare in mente gli anni ’80. Ma posso assicurarti che la realtà è tutt’altra.

  47. Bellissimo post, Simone, realistico e struggente. Io ho la fortuna di poter passare almeno la pausa pranzo nella mia storica vineria, dove parlo con artisti, nullafacenti, immigrati, facendomi un bicchiere. E’ la mia piccola àncora di salvezza, la mia piccola ora di fuga durante una giornata avvilente e frustrante.

  48. questo tipo di società,questo tipo di rapporti sociali sono ormai agli sgoccioli:anche a me fanno tenerezza queste persone che immaginano chissà quale luminoso futuro, secondo gli standard degli anni ’80.
    Per aprire,forse, gli occhi a questa gente, bisognerebbe riempire le città di megaschermi,e trasmettere in continuazione il bel film con Tognazzi “Il federale”.

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