Non altrove

1116° giorno di libertà.

Alba di luce. A terra solo una brezza fresca, ma il sole riscalda già. La bassa pressione di ieri è transitata silenziosa, senza fenomeni importanti, e stamattina il fronte è invisibile, chissà dove a sud est. La valle brilla di riflessi. Quando muoio voglio reincarnarmi in una giornata di maestrale.

Due giorni di mare, a parlare di vela, venti, andature, manovre, sequenze. Due giorni di meditazione, pure colmi di parole, per ricongiungerci con la storia millenaria dei nostri predecessori, tutti marinai, tutti con lo sguardo all’orizzonte mediterraneo. Parlare di vela mi piace. E’ roba nostra, sono parole che accadono da sempre in questi luoghi. “Considero valore sapere in una stanza dov’è il Nord, conoscere il nome dei venti che asciugano le nostre lenzuola stese”. Io considero valore anche sapere come si fa un nodo, come si riduce una vela maestra, con pochi movimenti precisi, come si è sempre fatto quaggiù. Per andare chissà dove, tornare da chissà dove.

Anche sbarcare ieri e oggi togliere le erbacce dall’orto, nell’entroterra, fa parte di noi. E poi scriverne, come adesso. E poi scoprire che è lunedì, stamani, ma io non sono altrove, come è capitato troppo spesso in passato. Sono nel mio (se mai può essere nel suo un marinaio), dove devo essere, senza sprecare, senza avvilire. L’energia che ho addosso oggi è oltre la soglia della parola, non può essere raccontata.

Un solo grazie, almeno: al tempo tutto lungo, come ammoniva Seneca. Tempo tutto per me, “proprio dei grandi uomini”.
Ho già pensato alle parole di una moltitudine cara, stamani: De Luca, Stevenson, e ora Seneca. Gente che ha lambito quella soglia, come cerco di fare io quando mi trovo a tavola con l’inesplicabile. E subito mi torna in mente un altro grande,  che viveva laggiù, nel Ponente:

«Sul mare ci si sente orfani, il navigante si strugge per tutto ciò che ha lasciato e ricompone i conflitti che a terra dividevano il male dal bene. Si scende in una specie di grande valle, si entra in contatto con l’universo e i messaggi che arrivano da terra sembrano quelli di una cattedrale evanescente. Si getta sul mare uno sguardo che ha sempre qualcosa di perduto. L’uomo di terraferma crede che il marinaio sia felice di andare non sa che è intessuto di angoscia e sogni e che gli sembra di percorrere una via che non conduce a nessun luogo. Per questo si affeziona agli strumenti che gli fanno tenere le rotte e lo porteranno da qualche parte. Il marinaio non arriva mai nel suo, non ha possessi, il suo sguardo anche più attento è sempre muto. Parla per farsi compagnia, oppure tace, e quando parla, spesso delira, non vuol convincere nessuno» . Francesco Biamonti

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83 pensieri su “Non altrove

  1. Volevo pubblicare un estratto dal tuo blog (2 lug 2010 – L’altro) all’interno di un post nel mio + link. Se vuoi ti posso mandare prima indirizzo del Blog o il testo completo del post. Fammi sapere.
    SuperSaluto.
    massimopiero

  2. Certo non è grave essere in disaccordo,se tutti la pensassero allo stesso modo sarebbe un mondo vuoto e monotono non credi?
    La tua versione di libertà mi porta a pensare che per fortuna anche io come molti altri posso considerarmi libero:
    -Vivo dove ho scelto io,non me lo ha imposto nessuno
    -frequento persone che ho scelto,se non mi piacessero non le frequenterei!
    -utilizzo i miei soldi se ho bisogno e se li possiedo
    -mangio quello che voglio quando voglio
    non ci vuole poi molto.
    Per quanto riguarda l’argomento “tutti regalerebbero se…” ci sono anche “ricchi”che fanno beneficenza o comunque usano i loro compensi per sostenere associazioni vicine a persone bisognose (anche io nel mio piccolo lo faccio eppure non sono ricco).Tu daresti la tua barca in beneficenza?Ma come abbiamo detto per fortuna non siamo tutti uguali.
    Ci sono persone che amano il loro lavoro e non lo fanno solo per ottenere una gratificazione economica quindi essere ricchi non significa necessariamente smettere di lavorare,molti hanno bisogno di mantenersi occupati per sentirsi vivi.
    Non ho ancora trovato una risposta alla mia domanda:sei nella posizione in cui ti trovi grazie alla tua vecchia occupazione oppure no?Ricambio il saluto…ciao!!

  3. A dire la verità mi devi scusare perchè non ho capito a cosa sei “radicalmente contrario”:al fatto che non credo ai tuoi 700 euro mensili oppure al fatto che comunque devi avere una buona base economica per fare quello che fai tu.
    Inoltre cosa intendi per libertà,perchè comunque continui a “lavorare” per vivere,hai solo lasciato un lavoro redditizio che non ti piaceva per farne diversi di tuo gradimento ma il fine è sempre quello….stai forse più all’aria aperta?hai detto tu che se i soldi non ti servissero per vivere regaleresti i tuoi pesci e faresti girare la gente gratis in barca ma questo lo farebbero tutti,non si andrebbe nemmeno a lavorare se non servissero i soldi.
    sei libero di rispondere quello che vuoi ma mi piacerebbe leggere qualcosa di tuo riguardo a chi la pensa in un modo differente dal tuo.
    Senza rancore….buon proseguimento del tuo blog!

    • Contrario a quanto dicevi, praticamente a tutto quello che scrivevi: che sia una sconfitta invece che una scelta, perché si sceglierebbe solo se sopraffatti dalla vita moderna… etc. Ogni parola, credo, oltre che ogni significato. Ma non è grave, si può essere in disaccordo senza che questo sia poi così significativo. Per libertà intendo che vivo dove voglio e non dove devo, che frequento persone che scelgo e non persone imposte dalla situazione, che consumo in modo diverso, mangio in modo diverso, spendo il tempo come scelgo di fare, lavoro se e quando serve, solo su cose che mi garbano… etc etc. A te parrà poco, a me moltissimo.
      Quanto al fatto che tutti regalerebbero se… direi che ti sbagli di tanto. Tutte le persone che conosco hanno risolto il problema del necessario, ma non regalano proprio un bel niente. In questo paese ci sono centinaia di migliaia di persone ricche, con proprietà, che potrebbero smettere di lavorare all’istante, ma nessuna di loro lo fa.
      Un caro saluto. ciao!

  4. Ciao a tutti,è qualche giorno che leggo i vostri post e questa sera ho deciso di dire la mia…
    La scelta del Perotti(come qualcuno scrive)può essere,secondo me,discutibile in quanto la interpreto più come una sconfitta piuttosto che una ricerca di libertà.Diciamo che arrivato al limite ha deciso di mollare tutto perchè sopraffatto dalla frenesia della vita moderna.Ok si è ristrutturato la sua casina, si taglia la sua legna e va in barca ma siamo sicuri che sia una vita “fattibile”senza sfruttare i compensi che la precedente occupazione gli ha dato e che ora disprezza.Non credo che tu Simone riesca a vivere con 700 euro al mese come dici altrimenti non avresti bisogno di andare in televisione a pubblicizzare la tua vita.Guadagno 1200 euro al mese,convivo ed ho un figlio di quasi 3 anni ed è per me impensabile rallentare il tenore di vita,supportato ovviamente dallo stipendio della mia compagna.Come si fa in un paese che va a rotoli come l’Italia pensare di lasciare il lavoro per fare pesciolini di rame e legno o di passare il proprio tempo in barca.Io mi tengo stretto il mio lavoro è sono orgoglioso di me che stringo i denti e vado avanti per garantirmi una vita dignitosa.La vita che tanto sbandiera “il Perotti” è un’utopia per la maggior parte degli italiani medi,i veri eroi del nostro tempo,che tengono duro e non fuggono dal sistema che seppur marcio li sostiene.I soldi certo non fanno la felicità ma servono per poter vivere facendo pesci di cartone come quelli che fa mio figlio all’asilo.

    • Sono radicalmente contrario a ciò che scrivi. Però ho risposto tante tante volte alla questione dei soldi, vedi magari in giro. Non volermene, è che non ne posso più. Se ci credi, bene, sappi che fai bene perché è tutto vero. Altrimenti pace. in bocca al lupo. ciao!

  5. Ciao Simone, ciao a tutti. Oggi un amico insegnante e agricoltore mi ha presentato un documentario BBC che mi ha interessato molto e ha stimolato la mia curiosità. Ho cercato in rete “permacultura” e “orti sinergici” e mi sono accorto di essere un po’ in ritardo sull’argomento. A chi fosse in ritardo come me suggerisco, come esauriente e sintetica intro alla questione, la visione del suddetto documentario. Si trova, diviso in 6 parti, su Youtube: http://www.youtube.com/watch?v=icZFYghEeUE (questa è la prima parte, le altre le trovate subito). Sulle prime sono rimasto un po’ incredulo, ma il mio amico (che coltiva e insegna a coltivare) mi assicura che la cosa funziona e che dalle nostre parti (Friuli Venezia Giulia) ci sono già da tempo alcuni orti sinergici che funzionano perfettamente. Il succo del discorso si riassume in ‘minor consumo di energia e di tempo + minore superficie occupata dalle coltivazioni + lasciar fare alla natura = stessa resa di prodotto’, il che mi pare in perfetta coerenza con il DS. Se avrò altre notizie del genere ve le porterò. Magari c’è qualcun altro rimasto indietro come me 🙂
    Alla prossima.

  6. Leggo il bel commento di G. e rivedo le dinamiche del mio percorso di –diciamo così- presa d’atto.
    Le condizioni sono un po’ diverse (io non posseggo quote della società in cui lavoro, occupo un ruolo di responsabilità ma senza incarichi direttivi) ma le tappe del percorso di consapevolezza sono paragonabili.
    Ho svolto diversi mestieri, in contesti differenti, ed ho sempre imputato il senso di “vuoto” a fattori contingenti. Ora il lavoro noioso, ora l’ambiente, ora l’orario, ora il trattamento economico. Ho sempre cercato di reagire al disagio cercando di “correggere” gli aspetti che giudicavo negativi. In parte ci sono riuscito, in parte no.
    Quel che è certo è che per un bel po’ ho avuto fiducia nel sistema, ho creduto che con impegno ed un po’ di fortuna avrei trovato la mia dimensione professionale.
    Ora non lo credo più, ho preso atto –forse con un po’ di supponenza- che gli elementi che per me concorrono a fare bella la vita, libertà, esperienza, conoscenza, confronto, non si troveranno mai tra le pareti di un ufficio.
    Per adesso non ho una soluzione; mi dibatto tra obblighi e responsabilità, ragionando e soppesando su stile di vita e scelte possibili.
    A G. faccio tanti auguri per la sua scelta, sperando di potere presto leggere l’esito positivo della sua nuova esperienza.

    Un saluto

  7. Buongiorno Simone, buongiorno a tutti!
    Da anni il ds mi ronza in testa, e adesso finalmente la decisione è presa. Si parte.
    C’è davvero tanto da capire, prima. Soprattutto i limiti. Capire i miei mi ha fatto aprire gli occhi. Da dietro le sbarre quello che è fuori sembra tutto splendido, ma seguendo la voglia di fuga correvo il rischio di cambiare soltanto gabbia. Di saltare da un treno in corsa a un altro. Io invece voglio scendere, e fermarmi. Non voglio trasformare la mia passione in un lavoro. Non voglio farla diventare una necessità, farla diventare “affari”. Perchè così smetterebbe di essere quello che è, e smetterebbe di appassionarmi.
    La decisione è presa: lavoro 10 ore al giorno in una società di cui posseggo una quota, passatami da mio padre quando è andato in pensione, e come fai a dirgli di no. Ho un ruolo di responsabilità che diventerà ancora più impegnativo a causa di prossimi pensionamenti. Uno stipendio di duemiladuecento euro al mese (gli utili li lascio a mio padre). Un appartamento di cui estinguo il mutuo tra 4 anni. Soci che non mi sono scelta coi quali devo discutere quasi quotidianamente, per un lavoro di burocrazia che non mi entusiasma.
    Per trasformare la mia passione in lavoro, e poter vivere di quello, occorrerebbero anni di studi, specializzazioni, esperienza diretta, che alle condizioni attuali non posso fare.
    Per anni sono rimasta a testa china, ringraziando per la poltrona avuta in omaggio e caricandomi di lavoro per dimostrare che comunque la meritavo, pensando che fuggire alle condizioni dettate dal sogno fosse impossibile. Il sogno rafforzava la gabbia in cui già stavo.
    Ma adesso so che non ho bisogno di trasformare la passione in lavoro, per stare bene. Anzi. Ho “solo” bisogno di tempo da poterle dedicare. Ho “solo” bisogno di cuore leggero, credevo di essere grossa e forte ma in realtà non le so reggere le pressioni di un ruolo da dirigente, non mi interessa imparare a farlo, non ne voglio.
    Ci ho messo anni a liberarmi dal senso di colpa nei confronti di chi mi ha donato posto di lavoro e soldi, ci ho messo meno nei confronti dell’azienda, che pretende tantissimo ma non da.
    Ora cerco un lavoro part-time, magari nello stesso settore che mi appassiona, che mi lasci tempo libero per fare quello che mi piace e che non mi carichi di troppe responsabilità, cerco un buon avvocato e un buon commercialista per uscire dall’azienda senza drammi, rivedo il mio budget per passare senza troppi traumi dai duemiladue ai circa settecento.
    Assaporo il tempo che guadagnerò.
    Assaporo la leggerezza che ritroverò.
    Assaporo il giorno in cui passerò davanti all’ufficio e tirerò dritto, salutando con un sorriso dalla vetrina.
    Già ora è tutto un pò più leggero, quel giorno so che esiste.

  8. per SilverSilvan

    beh non mi sembra proprio una tragedia. Anch’io volevo fare il liceo linguistico, poi ho fatto un istituto tecnico ad indirizzo linguistico. Io ero molto brava a scuola quindi gli insegnanti non avevano messo nessun veto sul mandarmi al liceo, anzi!Però i miei genitori erano “pratici” e sono andata all’istituto tecnico. Me la sono cavata bene, all’università sono diventata interprete. Il liceo linguistico sarebbe stata una scuola più adatta a me e che mi avrebbe preparato meglio all’università, ma stai tranquillo che se uno ha del vero talento EMERGE. Se quel ragazzo è davvero portato emergerà comunque, se ha voglia di andare al liceo si deve impuntare con la madre…ma poi deve studiare veramente sodo e dimostrare che si tratta di una passione vera. In bocca al lupo!

  9. Ci ho provato, sai Fabio, a far riflettere la madre: invece di seguire le indicazioni del figlio e di quello che gli piacerebbe fare, preferisce seguire quelle delle professoresse, cioè di perfette estranee che sono in grado di valutare un ragazzo per quel che hanno visto solo in ambito scolastico e non nel suo complesso. E’ triste, hai ragione, è davvero triste: quando sei motivato, affronti le cose con tutt’altro spirito, anche se non sai cosa ti aspetta; l’eventuale insuccesso ha già un’alibi, l’avete voluto voi, è colpa vostra, non mi avete fatto fare quello che volevo io. Alla madre ho detto di farlo provare, almeno, visto che un liceo dà comunque una buona formazione culturale, rispetto ad un istituto tecnico; male che vada, perderebbe un anno, ma ormai è fatta. Il messaggio di fondo è disastroso: degli estranei ti conoscono meglio di te, sanno cosa è meglio per te, quello che vuoi non conta niente. Sembra un’innocua scelta a fin di bene: invece, è la prima di chissà quante altre rinunce, spacciate per buone, che ti porteranno a fare una vita sbagliata per te; una vita che, a cinquant’anni, ti sembrerà estranea, la vita di qualcun altro che non sei tu. Infatti. Ciao e grazie della riflessione, anche se amara.

  10. Silver Silvan, quel ragazzo avrebbe proprio bisogno di seguire le sue aspirazioni, i suoi sogni, il liceo linguistico. Solo cosi’ troverebbe l forza di superare le proprie debolezze: lavorare su cio’ che veramente piace migliora la persona, perche’ e’ tutto lavoro fatto per scelta propria e non imposta. Le prof e i dubbi di sua madre sono solo paure, loro si stanno permettendo di decidere sul futuro del ragazzo in base a questo e cio’ e’ orribile. Sara’ sottoposto a pressioni altissime per via della provenienza delle stesse, ovvero i suoi punti di riferimento. Sarebbe bello che qualcuno credesse alle sue capacita’ di migliorare e ad un briciolo di rischio e lo aiutasse in positivo nella sua scelta.

  11. Continua la mia esplorazione di questo blog, in cui si respira una bellissima aria. Letto il nuovo post sul sito di FQ, già “digerito” da quanto ho visto, posto qui alcune considerazioni che mi ha innescato. Ho sempre considerato le scelte che si compiono come mattoni che dovrebbero costruire una sorta di riparo, di intelaiatura di noi stessi; spesso questi muri diventano soffocanti ed è inevitabile chiedersi perché, visto che teoricamente si sceglie la cosa che, al momento e sulla base delle informazioni disponibili, sembra la migliore; purtroppo, capita spesso che si scelga sulla base di ciò che è migliore in senso generico e non strettamente personale. Un esempio banale: una mia amica mi racconta del figlio che andrà alle superiori; lui vorrebbe fare il liceo linguistico, gli piace l’idea di imparare le lingue; ce lo vedo, è molto socievole, comunicativo e sveglio, ma le professoresse lo sconsigliano, perché è incostante nello studio. La scelta ricade sulla classica via di mezzo, un istituto tecnico dove è previsto lo studio superficiale di alcune lingue. Questa cosa mi ha rattristato: penso alla tristezza del dover rinunciare a qualcosa che ti piace, frustrato e sacrificato alla logica della convenienza di “ciò che è meglio”. Quando scelsi di fare il liceo classico, andai contro tutto e tutti: gli insegnanti, i test d’orientamento, i miei genitori; non l’ho mai rimpianto, forse perché la convinzione testarda alla base della scelta nobilita oggi, ai miei occhi, anche le due bocciature. Si comincia da banali episodi come questi, penso, a incaponirsi o a rassegnarsi e a farne un modus vivendi, mattoncino dopo mattoncino. Quando le scelte non sono le tue, non ti appartengono completamente, c’è il rischio che il muro ti soffochi e che invece di un riparo ci si ritrovi una tomba anzitempo. A quel punto ti viene voglia di romperli, quei muri, ma c’è chi lo farà smontandolo pezzo per pezzo e chi lo picconerà furiosamente per liberarsene il prima possibile. In ogni caso, non ci si disfa di scelte di anni in pochi mesi: lo dico perché vedo una certa superficialità nei commenti, nel giudicare chi fa fatica ad entrare in un ordine di idee condivisibile ma faticoso, proprio perché diventare ciò che siamo ha richiesto anni ed anni e, spesso, in base a scelte che non ci appartenevano al 100% ma, magari, solo in parte. E la consapevolezza è una conquista della maturità, tutto sommato, quando gran parte delle scelte più importanti è già stata fatta. Continuo a leggere. Grazie.

  12. Grazie, Cece, per l’approfondimento relativo al film citato; mai stata da quelle parti, ma se dici che sono orsi non stento a crederci, tutti i montanari sono così, più o meno, per quanto ne so. I casolari in campagna delle Marche se li stanno comprando da qualche tempo gli Inglesi, attirati dal paesaggio collinare con prezzi inferiori a quelli della Toscana: le case al mare, invece, se le comprano i Tedeschi da decenni. Le invasioni moderne hanno cambiato faccia!

  13. Ciao Simone, ho scoperto il tuo mondo non da molto tempo, e ne sono veramente lieto. Ero in cerca, tra un Latouche e l’ultimo Bertelli, e per fortuna dopo un pessimo libro, di cui non farò menzione, mi sono imbattuto in questo blog…Ma bando alle chiacchiere, volevo chiederti qualcosa proprio sull’argomento del tuo ultimo post,il mare, la vela. Sono sempre stato attratto dalla navigazione, e il sole in particolare ma anche il mare fanno bene alla mia salute (realmente,non dico per dire). Come si può cominciare ad avvicinarsi a questo mondo?Tieni presente che vivo in una città che conosci bene, Roma, e che ho uno sipendio normale. Magari sbaglio, ma ho sempre pensato che andare in barca fosse un privilegio per pochi.
    Un saluto,continuo a seguirti!

    • Gianni, non è così. Al contrario. Fare una vacanza in barca, cominciare a capire, imparare, è il modo meno costoso di fare una vacanza (molto bella). D’estate una settimana a bordo nel nostro viaggio itinerante, costa 590 euro circa a testa. Viaggio e divertimento inclusi nello stesso prezzo (mentre in certi viaggi il costo dell’auto/autostrada/treno e il costo dell’albergo sommati sono più alti. Per non parlare del cibo: a bordo con pochi euro al giorno si fa cambusa e si mangia benissimo). Prova!

  14. Ciao Simone, hai mai letto qualcosa su Gurdjieff? Te lo consiglio non per proporti una scuola di pensiero, ovviamente, ma perchè sulla questione “conoscenza di se stessi” lo trovo veramente forte!

    Antonello, bisogna essere forti. Non lasciarti divorare dall’incertezza, mantieniti saldo. In genere la forza degli altri è data solo dal numero e quindi non è vera forza.

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