I don’t like monday

Le cose che non amo fare di lunedì: non poter scrivere dalla mattina presto; non poter navigare, se ne ho voglia; avere degli appuntamenti; dover espletare pratiche di qualsiasi genere; dover incontrare persone che non amo; dover prendere la macchina e andare da qualche parte per poi tornare indietro finito quel che devo fare; pagare; lavorare; ricevere visite di persone che non amo; avere impedimenti a fare quel che voglio; avere programmi già fissati da tempo; dover essere “in orario”; dover dire necessariamente qualcosa; non poter stare da solo, se ne ho voglia (spesso); avere il telefono isolato; non avere qualche ingrediente per una buona cena che, durante il giorno, mi è venuto voglia di preparare; altro (dipende dalle stagioni).

Ieri, più o meno dopo sei ore che navigavo verso la Capraia (splendida e poco conosciuta isola dell’arcipelago toscano), mi sono accorto che stavo compliando mentalmente questa lista. Era lunedì, appunto, e io stavo navigando. Il vento dolce da ponente, circa 18 nodi, la barca ben pulita nella carena, dunque veloce come sa essere, un equipaggio di gente che mi garba, come non sempre avviene, il mare formato, ma docile, cosa non così frequente… tutto mi stava regalando emozioni. Una barca condotta bene, come si deve, sta in equilibrio tra vento e mare, tra pesi e forze, e dice dell’universo più di qualunque trattato di filosofia. Ecco perché, nell’armonia migliore, mi sono messo a compilare elenchi.

Gli elenchi hanno un vantaggio: sono concreti. Ricordano senza possibilità di compromissione quel che sta di qua e quel che sta di là. La riga in mezzo al foglio, il desiderio recondito di ogni essere razionale (cioé quelli che credono che ciò che è reale lo vedi, mentre quello che non vedi non esiste). Alla destra della riga la roba da buttare, da evitare, per cui occorre applicarsi con metodo; alla sinistra quello che va perseguito, con impegno, per evitare che non avvenga, che sarebbe un peccato. A me il mare rende lucido, mi fa andare al punto.

La sera, lunga e bella discussione sulla vita, sulle donne, con un amico, seduti come due flaneurs al bar del porto. Un po’ ebbri di aperitivi, ci siamo stimolati, abbiamo detto, confessato, dichiarato. Il sole sulle barche all’ormeggio, l’azzurro contrapposto del cielo e del mare, le nostre anime salve, tutto aiutava la comunicazione. E l’emozione. E’ stato allora che mi è venuto in mente qualcosa che avevo dimenticato. Il lunedì non amo comunicare. Se non così, a pochi passi dal mare, quando ha senso, terribilmente senso, e non farlo, nonostante sia lunedì, sarebbe qualcosa di meno.

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133 pensieri su “I don’t like monday

  1. Siccome sono nata tignosa, insisto e persisto: il vocabolario mi dà ragione, Perotti! Il Devoto-Oli, per la cronaca.
    L’etimologia è dal latino -somnium e, tralasciando l’ovvio significato di sogno mentre si dorme, quello ad occhi aperti, in senso figurato, viene definito come:

    1) speranza o desiderio vano e inconsistente;
    2) immaginazione o vagheggiamento illusorio della fantasia;
    3) esperienza vissuta al di fuori della coscienza;
    4) bellezza o cosa inconsistente, oggetto di un’opinione ammirativa.

    Il progettare, dal francese projeter, a sua volta derivato dal tardo latino proiectare, ovvero “gettare avanti”, ha una concretezza decisamente maggiore, rispetto al sogno; per progetto, infatti, si intende:

    1) ideazione per lo più accompagnata da uno studio relativo alle possibilità di attuazione e di esecuzione;
    2) piano o proposito per lo più definito;
    3) spesso, in frase di intonazione polemica, disegno vago o bizzarro, fantastico o difficilmente realizzabile.

    Dunque, caro Perotti, ti ribadisco che sei un progettista, non un sognatore: e questo perché c’è un fondo di concretezza nel progetto, per quanto fantastico, che nel sogno non c’è assolutamente, è come immaginarsi una pianta avendo davanti un seme e immaginarsela senza nessun seme davanti, direi. Il seme è un progetto, non è un sogno: è concreto, è una pianta potenziale.

    Ciao, Perotti: siccome questa schermaglia mi ha divertita non poco a tue spese, ti abbraccio per farmi perdonare, da autentica ruffiana!

    • Tutto sommato è corretto così Silver. Infatti io non mi identifico affatto con l’idea generale del sogno. Sarà per questo che tendo a volerli realizzare? chissà. ciao!

  2. Perotti, mi sono riletta la tua definizione di sogno: io, quello, lo chiamo progetto. Non sono sogni, i tuoi, sono progetti. A me il sognatore fa venire in mente uno che ha sempre la testa fra le nuvole: e così facendo perde di vista quello che c’è in terra, cioè la realtà. Guardare le nuvole è bellissimo, ma sono belli anche i papaveri: però, se guardi solo le nuvole, non vedi i papaveri e viceversa. Ricordo quanto avevi affermato a proposito della differenza tra sogno e utopia: direi che sarebbe più appropriato distinguere tra sogno e progetto. Un po’ come quando ti figuri un giardino guardando un pezzo informe e incolto di terreno: nella testa hai un progetto, non un sogno, in quel momento e il terreno è a tua disposizione! C’è una realtà concreta che può trasformarsi in un’altra grazie ad un progetto: nel sogno non c’è nessuna realtà e nessuna concretezza! Te lo dissi sei mesi fa, nei primi commenti al post su FQ: e te lo ribadisco! Comunque, per scrupolo, andrò a vedermi la definizione di sogno, progetto e sognatore sul Devoto-Oli. Lo prometto.

    • Silver, lo so che l0immagine che tu riferisci è quella classica del sognatore. A me però fa molto incazzare l’idea di collegare il sogno alla vaghezza, alla spontaneità nuda e cruda, alla levità delle sensazioni che ora ci sono e domani chissà. Tutte le donne e gli uomini che mi sono piaciuti, che ho amato, nella storia, nella cultura, nella politica erano sognatori. Sognavano qualcosa di grande, di nuovo, e facevano perfino fatica a farsi capire, da quanto era nuovo. E nessuno di loro somigliava al tipo che guarda le nuvole. Al contrario! Erano tutt’altro che lievi e distratti, trasognati e vaghi. Erano gente che aveva un’energia e una voglia di fare enorme, e progettava notte e giorno come realizzare quei sogni.
      Non so quale sia la definizione. Ma mi interessa poco, a dire il vero. Per me il sogno è quello. Il resto è è realismo o è utopia. Due cose parziali. Belle, utili, interessanti, ma del tutto inadeguate a vivere.

  3. Davvero bello, quell’articolo di Massimo Fini, l’ho pensato anch’io. Bella l’idea di postarlo qui, è decisamente attinente al tema. Ragionandoci su, comunque, sono sempre più convinta che il nostro approccio al denaro si forma già da bambini. Però, sotto sotto, spero che non sia così: se penso ai bambini dell’era del consumismo sfrenato, mi sento male per loro e pure per me. Dopo tutto sono gli uomini e le donne del futuro.

  4. …d’accordissimo con Fabrizio..
    P.S.: l’ultima moda in discoteca è quella del “tavolo”, cioè un metro quadro di laminato di ikea, con due divanetti sintetici ad andar bene, dove si fa a gara fra gruppi di figli di papà a chi ordina più champagnini da bere…(costo medio a bottiglia 400-500 euro)con relativo turbinio di escort e spacciatori….
    Il problema è che sono sempre più i famosi “bamboccioni” da 1.000-1.500 euro che invece che mettersi da parte i soldi per progetti più edificanti e andare a divertirsi normalmente, lavorano e risparmiano in vista delle 2-3 serate al mese al famigerato “tavolo” sperperando lo stipendio in 3 bottiglie ostentate…
    Salvo poi, quando ci parli di casa o viaggi sentirsi dire..”eh, ma a te i soldi te li avranno dati i genitori, mica li avrai risparmiati te…le case li danno agli immigrati e non a noi..e via con panzane del genere….

  5. Voglio segnalare come esempio a sostegno del fatto che il cambiamento viene anzitutto da una tensione interiore, prima ancora che dall’ essere parati da un cospicuo gruzzolo, il libro:
    Voyaging On A Small Income
    by Annie Hill

    Qui ne potete sfogliare alcune pagine per farvi un’ idea del contenuto:
    http://www.amazon.com/Voyaging-Small-Income-Annie-Hill/dp/1888671378#reader_1888671378

    È in inglese, tratta di una coppia di allora ragazzi che hanno iniziato a vivere navigando in barca a vela e avevano pochissimi soldi accumulati -non in anni e anni di lavoro- e allora di sono dati da fare molto, hanno iniziato a costruirsi lo scafo in cui vivere, ad imparare come salvare i soldi e avere bisogno di poco; ad esempio di come campare di pochi soldi per il cibo caricando a bordo importanti quantità di derrate alimentari acquistate in quei paesi dove il loro prezzo è basso per poi potersi permettere grazie ad esse di stare a lungo in altre nazioni dove il costo della vita invece è caro. E tante altre cose ancora…
    E dopo tre buoni decenni di quella vita non hanno fallito, non sono diventati dei barboni.

    Questo è il libro che anni fa mi fece pensare che delle alternative, anche per chi non ha i soldi, ma è disposto comunque a metterci un grande impegno, erano possibili. Io non vivo come loro, ma ho imparato il minimalismo grazie al loro racconto che può essere applicato come stile di vita anche fuori dall’ ambito velico.

    È interessante per me notare che loro sostengono che quando iniziarono gli avrebbe fatto comodo potere avere fra le mani il libro che hanno poi redatto. Ma ce la fecero anche senza disporre allora di quella miniera di spunti, di esperienze acquisite negli anni.
    Non hanno ricevuto in seguito eredità da parenti.
    Mi sembra una posizione simile a quella che Perotti ha scritto, da qualche parte del blog, dicendo che quando iniziò a lavorare su se stesso non c’ erano Adesso basta e Avanti tutta a indicargli un cammino, degli spunti critici di ragionamento.

    Però se parlate con persone, anche esperte di mare, vi sentirete ripetere che ci vogliono i miliardi… per potere fare quella vita lì!

  6. per Mauro Mirti
    Infatti io l’ho fatto e così Simone ed altri ancora l’hanno fatto e lo faranno.
    Che tutti invece possano farlo semplicemente volendolo e applicandovisi tenacemente non risponde alla realtà delle cose. Leggi l’ultima risposta che ho dato a Simone e confuta nel merito le mie affermazioni: se puoi farlo allora mi avrai convinto che TUTTI sono in grado di cambiare. Il che mi farebbe molto piacere.

    per Achesperanza
    condivido la tua posizione: anch’io ho preposto la mia liberazione personale e ne sono pienamente soddisfatto. La possibilità di un ds praticato contemporaneamente da milioni di persone nel giro di pochi anni creerebbe un grosso problema non tanto alla società, quanto ai ds stessi: ovviamente è una possibilità remota ma l’ho presentata per dimostrare l’impossibilità del cambiamento per tutti.
    Sui figli, anch’io non ne ho mai avvertito il bisogno e quindi per me non è stata una rinuncia. Bisogna considerare però che per milioni di persone non è così e già questo li esclude dal ds.
    Io non sono a favore di una concezione sacrificale dell’individuo nei confronti del gruppo, ma non posso comunque prescindere totalmente dalla nostra natura di animali sociali, per cui in realtà nulla di durevolmente valido può essere fatto ponendosi al di fuori della società.
    Il cambiamento individuale e quello sociale vanno affermati entrambi altrimenti sia l’uno che l’altro sono destinati alla sterilità.

    saluti roberto

  7. “Se io guardo l’uomo che ero e che sentivo di non voler restare per sempre, DEVO oggi vedere un essere lontano, che ero anche io, ma che era assai meno simile all’uomo che volevo diventare rispetto ad oggi. L’uomo che sono diventato, naturalmente, non è del tutto identico all’uomo che volevo essere, ma almeno un poco gli somiglia. Un poco più di prima. Un poco meno (spero) di domani.”

    Buffo, stamattina pensavo che l’identità è proprio il riappropriarsi di quello che volevamo essere prima che qualcuno (o addirittura noi stessi, molto perversamente) ci convincesse che era meglio diventare qualcosa d’altro, perché ci conveniva. Forse per questo è così difficile definirla, almeno finché uno non decide una volta per tutte quello che vuole essere: come tanti altri vestiti che si indossano ha un costo, ma almeno è quello che stabiliamo noi. I vestiti che indossiamo per piacere agli altri, per essere accettati o per far parte di un gruppo, hanno sempre un prezzo stabilito da altri e ciò significa mettere la stima di noi stessi nelle mani di qualcun altro. Pazzesco e assurdo. Il vestito che scegliamo di indossare, una volta liberati di questo giogo, equivale a riappropriarsi anche della propria autostima: e l’impegno contratto con noi stessi è quello di assomigliare il più possibile a quello che abbiamo scelto di diventare ed è quella la nostra vera identità, quella che abbiamo scelto in barba ai condizionamenti esterni di una vita. Il baricentro del nostro equilibrio torna ad essere interno a noi e non più spostato all’esterno, obbligandoci a cercarci le più svariate stampelle per sorreggerci e pensare di avere un valore: gli amici, i figli, il lavoro, la famiglia, le cose materiali. Il prezzo da pagare, almeno, l’avremo scelto noi: a quel punto, qualsiasi deviazione dai propri propositi assomiglia ad ingannarsi e a prendersi in giro da soli, non ha senso. Mantenersi fedeli a se stessi per avere un’identità comporta delle rinunce, come tutto, ma queste alimentano l’autostima, in compenso: davvero, non è poco. Insomma, la propria identità la si ritrova quando si dismettono i panni scelti da altri e si indossano i propri: e spesso sono quelli che ci piacevano da bambini.

  8. È tutto vero.
    La pianificazione: per noi ci sono voluti 15 anni, guadagnando in 2 circa 2500 eur al mese e mettendone via 1500, senza nemmeno ammazzarci di rinunce.
    Niente figli: nel nostro caso non una rinuncia, ma una scelta puramente egoistica, il rifiuto di dedicarsi totalmente ad una terza persona preferendo dedicarsi solamente a noi stessi. Indubbiamente egoista, ma inebriante.
    I soldi: Ha stupito anche me scoprire, attraverso anni di prove, riflessioni e tentativi quanto poco serve per vivere, coltivandosi e allevando quanto possibile. E quante delle Cose che sembravano indispensabili si sono rivelate invece totalmente superflue e, quel che è peggio, fuorvianti. Oltre al valore economico , questa scoperta ha un valore umano che è difficile raccontare.
    L’ antisocialità: “se tutti facessero come te…” quante volte l’ ho sentita! Ebbene si. Se tutti lo facessero sarebbe un bel problema. Ma poiché credo che l’ unica vita che mi è concessa – per quanto ne so – sia un prezzo troppo grande da pagare per tentare (probabilmente fallendo) di cambiare la società con il mio puro e semplice singolo caso, ho deciso che questo problema non è un mio problema. Un mio problema sarebbe passare 40 anni in un ufficio e risvegliarmi a 70 anni senza nemmeno sapere cosa mi piace fare, perchè non ci ho mai pensato e la vita mi è scivolata via dalle mani, questo sì che sarebbe un bel problema.

    Sull’ altro piatto della bilancia: La natura, il tempo, la libertà, le mani, il corpo, la curiosità, l’ indipendenza, i tramonti sulla terrazza.

    Oggi è martedì, e c’ è un bel sole. Finito di mettere via la marmellata di ciliegie credo che andremo al mare, se ci va.

  9. Posto qui un articolo molto bello e conciso di Massimo Fini; ciò che mi piace di più delle sue parole, sta nel fatto che mina la nostra convinzione che vede nella povertà una condizione orribile e assolutamente da evitare. In una rete di persone povere (ma forse dovremmo dire sobrie) non manca nulla di ciò che è essenziale per vivere bene.

    “Questa storia che gli italiani stiano diventando poveri, di una povertà insopportabile, mi convince fino a un certo punto. Nei ’50, a parte una sottile striscia di alta borghesia che si guardava bene dall’ostentare, eravamo tutti più poveri della media di coloro che oggi sono considerati tali. Certo, avevamo molte meno esigenze. I bambini non venivano iscritti ai corsi di tennis, di nuoto, di danza. Noi ragazzini giocavamo a pallone nei terrain vague dove anche ci scazzottavamo allegramente (era la nostra ‘educazione sentimentale’) e tornavamo a casa la sera con le ginocchia nere e sbucciate (chi mai riesce, oggi, a vedere un bambino, vestito col suo paltoncino, come un cane di lusso, con le ginocchia sbucciate?). A nuotare (parlo di Milano) si andava all’Idroscalo oppure, durante le vacanze scolastiche, accompagnati dalla mamma (il padre rimaneva in città, perchè allora per mantenere la famiglia bastava uno solo) sulla Riviera di Ponente. Gli adulti non sognavano i Caraibi, non sapevamo nemmeno che esistessero. Vivevamo in un mondo circoscritto. La fabbrica o l’ufficio, a Milano, erano quasi sempre vicino a casa. In altre zone del Paese invece si doveva fare anche trenta chilometri. Allora si inforcava la bicicletta, che a quei tempi era un mezzo di locomozione (negli anni Trenta avevano la targa, come le automobili) e non un gadget per tipi snob. In compenso non c’era bisogno di fare jogging. Eppoi la povertà aiuta la povertà. Passava lo strascè (“strascè, strasciaio”) e gli buttavi dalla finestra qualche vecchio lenzuolo bucato. Passava l’arrotino e ti affilava i coltelli per poche lire. Veniva il contadino (la città era ancora compenetrata con la campagna) e ti portava le uova, i pomodori, la frutta. Essere poveri dove tutti, più o meno, lo sono non è un dramma e nemmeno un problema. Quando uno ha da abitare, da vestire, da mangiare (nessuno nei ’50 moriva di Fame, anche se la minaccia paterna, dopo la marachella, “Stasera vai a letto senza cena”, non era da prendere sottogamba), gli amici, la ragazza e, più tardi, una moglie e dei figli, cosa gli manca per essere non dico felice (parola proibita, che non dovrebbe essere mai pronunciata), ma almeno sereno?

    La povertà nasce con la ricchezza. Quando una fetta consistente della popolazione la raggiunge. Innanzitutto per la concreta ragione che tutti i prezzi dei beni essenziali si alzano. Lo si vede bene nella Russia di oggi dove accanto agli Abramovich ci sono professori universitari che col loro stipendio ci comprano un mezzo pollo. Nei ’50 e nei primi ’60, in Italia, un pasto competo in trattoria con una bottiglia di buon Barbera costava 250 lire che, anche fatta la tara dell’inflazione, non hanno nulla a che vedere con i 25/30 euro con cui si paga oggi una pizza. Gli affitti erano abbordabili, oggi bisogna strangolarsi di mutui per andare ad abitare nell’anonimato dell’hinterland. Inoltre scatta il meccanismo dell’emulazione, dell’invidia, su cui del resto si basa l’intero nostro modello di sviluppo. Raggiunto un obbiettivo bisogna inseguire immediatamente un altro e poi un altro ancora – a ciò costretti dall’ineludibile meccanismo produttivo, che ci sovrasta – e, sempre inappagati, non possiamo mai raggiungere un momento di equilibrio, di quiete, di serenità.

    Ludwig von Mises, il più estremo ma anche coerente teorico dell’industrial-capitalismo, rovesciando venti secoli di pensiero occidentale e orientale, ha affermato:”Non è bene accontentarsi di ciò che si ha”. Ha interpretato lo spirito del tempo coniugato con le esigenze del sistema. Ma poichè “ciò che non si ha” non ha limiti abbiamo creato il meccanismo perfetto dell’infelicità.

    Massimo Fini”

  10. per Simone
    Ciò che scrivi conferma in larga parte la mia posizione.
    Per cominciare, hai pianificato il cambiamento: ciò vuol dire che per chi non dispone già dei mezzi necessari, il passaggio al nuovo modo di vita richiede una preparazione lunga, almeno decennale. Ovviamente va iniziata a un’età adeguata, iniziare a 50 anni non avrebbe senso, sarebbe più logico attendere semplicemente la pensione.

    Nel pianificarla, hai messo in conto il non avere figli: questo ovviamente facilita il raggiungimento dell’obiettivo ma occorre considerare che, se ciò è oggi moralmente etico e per molti versi auspicabile, non sarà così sempre. In un mondo dove la popolazione aumenta di 1 miliardo ogni 14 anni, non contribuire all’aumento è lodevole: una volta stabilizzata ed eventualmente ridotta numericamente, si porrà però il problema di contribuire al perpetuarsi della specie. Chi si rifiuterà di farlo, accollerà tale incombenza agli altri e ciò a ben vedere sarebbe una forma di sfruttamento.
    Molti comunque non vogliono già ora rinunciare ad avere figli e ciò in gran parte li esclude dal ds (o perlomeno ne limita fortemente le possibilità).
    Hai col tempo costruito abilità che lo rendessero possibile: questo però solo perchè pochi fanno analoghe scelte. Se contemporaneamente a te, milioni di altri potenziali ds lo avessero fatto, ora ti ritroveresti forse con decine di migliaia di skipper a farti concorrenza e a saturare il mercato.
    Il punto resta sempre invariato: in ogni caso è una possibilità concreta solo per una minoranza, gli altri sono comunque esclusi. Non possiamo tutti, restando invariate le strutture fondamentali di questa società, scegliere il ds; si può invece immaginare e auspicare un mondo che permetta a tutti questa libertà.
    Concordo che la motivazione al cambiamento sia la base da cui partire; il denaro, però, è la condizione sine qua non per la sua realizzazione pratica, e comunque lo si ottenga, per accumulo nel corso di un decennio rinunciando a determinati aspetti della vita, per eredità o vincite fortuite, tramite l’acquisizione di abilità che permettano di procurarselo anche dopo il cambiamento, resta il fatto che, anche sommandole insieme, questa possibilità riguardano una minoranza, consistente certo, ma pur sempre fuori dalla portata della maggior parte della popolazione.
    Per concludere, il punto non è se si può realizzare il ds con l’impegno e la progettualità, ma quanti concretamente possono ora già attuarla e quanti potrebbero nel futuro: date tutte le condizioni necessarie, il ds è, e rimarrà, una scelta possibile individualmente a una minoranza. Solo se cambiasse radicalmente la società potrebbe diventare per tutti.

    saluti roberto

  11. Sulla questione che sta praticamente facendola da padroni, ovvero quella degli amati/odiati SOLDI, mi permetto pero’ di far notare quanto segue.
    E’ vero , c’e’ molta gente in difficolta’, che magari fatica a vivere gia’ cosi, e che mai si permettera’ di immaginare un DS … ce n’e’ tuttavia moltissima, con i giusti mezzi, non tanto di piu’ di quello che serve, che se si mette in testa di cambiare, cascasse il mondo, lo fa.
    Gente pero’ che non arriva a fine mese, ce n’e’ anche tanta fra coloro che si riempiono di rate, gingilli, cose inutili, per poi trovarsi con gli amici, scontenti, a frignare per la mancanza di soldi (che loro stessi hanno sperperato senza ritegno…)… ecco, questi non li sopporto, perche’ se purtroppo un povero diavolo non arriva a fine mese, per motivi REALI, per mancanza di lavoro, per problemi di salute, non puo’ essere paragonato a chi a fine mese non ci arriva per sua scelta…
    Vedo gente che cambia cellulari da 500-600 euro con la nonchalance di chi compra una bustina di noccioline, persone che lavorano a 6 km da casa che comprano Jeep assurde (l’altra sera uno qua vicino a casa mia a momenti tirava giu’ il suo cancello, da quanto grande era la sua ‘auto’..), gente che si rinchiude 14 ore al giorno per 5-6 giorni a settimana, per poi potersi ‘mettere in mostra’ nel modaiolo weekend, correndo come forsennati ed illudendosi di divertirsi.
    E’ vero, questa gente non potra’ mai, mai fare DS, anche avendone la possibilita’, perche’ a loro manca una cosa importante e assolutamente indispensabile : la forza di volonta’ ed un po’ di amor proprio, asserviti invece a cio’ che oggi viene preso per oro colato dai piu’, ovvero l’apparire invece dell’essere!! Questi ultimi NON SARANNO mai liberi, a meno che non cambino radicalmente modo di vivere e di pensare…

  12. RAGAZZI, per dindirindina!!!
    FERMIAMOCI QUI!!!
    Leggervi è semplicemente affascinante per le vari sfaccettature delle idee e progetti che ognuno espone.
    Scritto ciò, rischiamo di “girarla”in chiacchere da bar, ove ognuno è più abile nel compilare la schedina(il lunedì, però),
    nel cavalcare la moto alla VALENTINO ROSSI o nel misurarsi il pisello in lunghezza.
    Io sono svantaggiato e lo riconosco,tra l’ altro…
    Ok, torniamo a noi: ognuno nei piccoli/grandi progetti di vita si realizzi l’ abito su misura, per indossarlo nell’ occasione più importante.
    GODERSI LA VITA TUTTI I GIORNI.
    Troppe pianificazioni, francamente prolisse, mi lasciano dubbioso.
    La mia schedina vincente è ben diversa dalla tua cara/o che stai leggendo e viceversa.
    Esistono linee guida; vero; niente più.
    Si, confermo, sono un ragazzo di periferia e semplifico molto, basta masturbazioni mentali però…
    ultimo e non per ultimo…
    Lasciatemelo scrivere: è un GRANDE BLOG!!!
    Grazie a chi lo ha realizzato e a chi lo frequenta.

    Un cordiale saluto ai maschietti
    Una dolce carezza alle femminucce
    (Si, sono un romanticone con le fanciulle,
    è vero.)

    VALE

  13. per Simone
    Sì, il 20% più ricco rispetto al restante 80%, all’interno del quale ci sono alcuni milioni di veri ricchi e molti benestanti.
    Poi alcuni dell’80% con particolari condizioni-come me-, e alcuni con talenti spendibili.
    Anch’io il primo cambiamento l’ho attuato dentro, non è partito dalla disponibilità economica; ma senza quest’ultima tutto sarebbe rimasto a livello di progetti e speranze.

    Riguardo la tua situazione, avevi comunque-mai commettere l’errore di sposarsi!- i soldi per comprare e ristrutturare la tua casa e capacità oltre la scrittura come barche e lavori manuali che già possono bastare se si deve provvedere solo a se stessi e se non ci sono migliaia di altri ds in giro a contendersi le occasioni di lavoro. Io ti ho conosciuto come scrittore trovandomi per caso in una libreria dove presentavi Adesso Basta l’hanno scorso: ricordo bene la tua bellissima descrizione dei dubbi che avevi avuto per anni, del fare e rifare i calcoli-anch’io l’ho fatto per anni-, di una certa insicurezza per il futuro: se tutto ciò vale per te- e ti riconosco che ciò a cui tu hai rinunciato è molto più di quello a cui ho dovuto rinunciare io e per questo più difficile e raro- immaginati con la responsabilità di un paio di figli da mantenere: lo avresti fatto lo stesso?
    Avresti potuto fare economie sufficienti con una famiglia da mantenere per poterti comprare la casa?
    Inoltre il tuo non era un lavoro a paga “normale”, cioè la paga di un medio lavoratore dipendente, pubblico o privato: con un reddito più modesto saresti riuscito a risparmiare?
    Tutto questo lo scrivo, sia ben chiaro, non per ridimensionare il valore della tua scelta-hai rinunciato a far parte non del 20 ma del 5% più ricco e questo è rarissimo-ma per inquadrare il tutto in una maggior concretezza. E’ evidente che per te l’elemento culturale sia stato enorme rispetto a quello economico, proprio per l’entità della rinuncia a ciò che questa società definisce successo, e proprio per questo tu tenda ad una sottovalutazione del lato economico nel cambiamento, ma per chi si trova nell’altro 80% la situazione non può non essere vista in modo diverso, diciamo con una differente accentuazione delle priorità in gioco.
    saluti roberto

    p.s.: ds significa anche potersi permettere di passare parte di un pomeriggio scrivendo di cose interessanti su un forum e non morendo di noia in qualche fabbrica o ufficio e tutto ciò vale bene qualche “sacrificio”, penso sarai pienamente d’accordo su questo!

    • Robert, è proprio qui che non siamo d’accordo. Io ci ho messo 12 anni per preparare il mio progetto. 12 anni all’inizio dei quali:
      – non sapevo stare da solo
      – avevo il terrore di lasciare quel che avevo combattuto per conquistare
      – non c’erano “Adesso Basta” e “Avanti Tutta” a darmi forza
      – avevo il terrore che non avrei mai venduto un libro, se anche lo avessi pubblicato
      – non sapevo fare né lo skipper né l’istruttore, solo andare un po’ in barca
      – non avevo idea di come guadagnare soldi con libri, articoli o lavando barche o portandole… per me era il buio nero
      – ero in affitto
      – sapevo che con una separazione avrei perduto molti dei miei pochi risparmi
      – non avevo idea che avrei potuto guadagnare di più. Al massimo potevo sperarlo, ma senza alcuna certezza
      – mettevo da parte pochi soldi, perché ne guadagnavo ma davvero nella media del Paese (se non meno)
      – non sapevo fare lavori manuali. Costruivo pipe, ma molti anni prima. Abitavo in un appartamento e tenevo a stento un cacciavite in mano

      Ebbene, è in questo scenario che io NON mi sono fermato. E’ in questo contesto che io NON ho pensato che era impossibile. E’ con queste “doti” che io mi sono messo a lavorare. E’ sperando PROPRIO in una possibile evoluzione del tutto che io ho sognato la libertà (prima inconsciamente, poi in modo programmatico). Se avessi ragionato col vincolo forte del denaro o delle doti o di quel che tu attribuisci a me oggi, io non avrei mai iniziato a sognare, dunque mai a progettare, dunque mai a lavorare al mio progetto. E’ proprio NONOSTANTE questo elenco che io ho sviluppato il mio percorso, certo che mi avrebbe portato da qualche parte, neppure sapevo dove, non GRAZIE a quel che tu mi attribuisci.

      Il mio stipendio, bassissimo, poi basso, poi medio, poi alto, poi molto più alto (alla fine del mio percorso lavorativo però, non da sempre), non ha prodotto denari grazie ai quali io oggi campo di rendita. Dunque non è il motivo per cui ho scelto di cambiare. Ho dei denari da parte che spenderò quando, senza pensione, non potrò più guadagnare quel che mi serve. Il problema dunque sarà allora, perché ovviamente non basteranno. Ma chissenefrega. Se non avrò soldi da vecchio ce la vedremo. Ma se non avessi libertà da “giovane” me la vedrei io con me stesso, adesso, e non sarebbe un confronto privo di conseguenze.
      Se oggi ho fatto qualche passo nelle varie direzioni indicate non è stato altro che credendoci, volendolo, facendo scelte, rinunciando a cose in favore di altre. Tenendo duro proprio rispetto alla tentazione confortevole, consolatoria, assolutoria, di dire “vorrei tanto, ma, come si vede, non posso. E non perché non abbia sogni, ma per mancanza di soldi/doti/occasioni etc”. E’ ESATTAMENTE QUESTO il punto dove i nostri discorsi si biforcano. Tu attribuisci una sorta di priorità, o almeno di propedeuticità tra denaro, doti, etc e il sogno/volontà/voglia di cambiare. Io faccio esattamente l’opposto.

      Se io guardo l’uomo che ero e che sentivo di non voler restare per sempre, DEVO oggi vedere un essere lontano, che ero anche io, ma che era assai meno simile all’uomo che volevo diventare rispetto ad oggi. L’uomo che sono diventato, naturalmente, non è del tutto identico all’uomo che volevo essere, ma almeno un poco gli somiglia. Un poco più di prima. Un poco meno (spero) di domani.

  14. E’ il sogno che muove l’azione, ma bisogna faticare e molto.
    Per quanto riguarda il lavoro dentro di noi sono pienamente d’accordo con Simone, ho appena comprato un libro bellissimo che si intitola “il sorriso segreto dell’essere” di Mauro bergonzi. Ho conosciuto lo scrittore che e’ una persona straordinaria…..ovviamente non me ne frega una mazza di fargli pubblicita’.

    “il pensiero e’ uno strumento inadeguato per rispondere alle domande fondamentali dell’esistenza”

  15. Bah, io ho avuto la vita facile: non ho mai avuto problemi economici in vita mia. Ricordo una sera a tavola, i miei parlavano di dover stringere la cinghia e di fare sacrifici per un po’. Avrò avuto 8 o 9 anni; scoppiai a piangere, coi lacrimoni che mi scendevano nella minestra come la bella Belinda, esclamando: “Ma allora siamo poveri!” I miei, ridendo, si affrettarono a tranquillizzarmi: in realtà, avevano comprato due villette al mare e un appartamento a me e uno a mio fratello, come investimento. Gli appartamenti erano al pianterreno, tutti e due col giardino e in due condomini vicini: si dava per scontato che avremmo voluto figli, il giardino serviva a quello; si dava per scontato che saremmo andati d’accordo, coniugi inclusi, e avremmo fatto una vita come tutti, soprattutto come quella di mio padre che non ha mai pensato il contrario, neanche per un attimo. Almeno finché non l’abbiamo messo di fronte all’evidenza, costretto ad arrendersi e a rassegnarsi una volta per tutte al fatto che “i bastoni della sua vecchiaia”, come amava chiamare i membri della sua famiglia (provocando puntualmente il gesto del manico dell’ombrello con un sonoro “Toh!” pronunciato da mia madre, di 15 anni più giovane), non gli avrebbero dato nipotini che gli sarebbero sicuramente somigliati evitando così l’estinzione del cognome dell’unico maschio di famiglia. Strologo, fosse bello, poi. Mio padre è una via di mezzo tra Mastro Don Gesualdo e Berlusconi, non so se ho reso l’idea: la sua benevolenza e generosità nei nostri confronti prevedeva naturalmente il riconoscimento di queste qualità innegabili e quindi provvedeva a ricordarcele continuamente e con notevole insistenza, aspettandosi la nostra scontata, eterna, ricoscente gratitudine. Non so dire se il mio cattivo rapporto con il denaro sia iniziato quel giorno, ma quell’episodio mi è rimasto indelebilmente impresso nella memoria, forse per l’allusione ai sacrifici connessi all’avere qualcosa, la prima di una lunghissima serie. Ricordo le scenate a mia madre che non arrivava a fine mese o lei che piangeva davanti al quaderno che teneva con le spese di casa perché non le tornavano i conti; ricordo le schiassate per la luce quando rimaneva accesa o “per i troppi rotoli di carta igienica consumati” (sic! e sigh!); ricordo le battutine a mia madre sul fatto che l’aveva “tirata su in mutande” e aveva dovuto comprarle anche i vestiti che portava. Sta di fatto che il mio pessimo rapporto con il denaro, l’associarlo a qualcosa di negativo, è iniziato così, credo: forse per questo, anzi sicuramente per questo, non ne ho mai subito il fascino e snobbavo quelli che glielo attribuivano. Probabilmente non è mai stato un fine, per me, per questo motivo: perché significava diventare come mio padre e ci teneco, che non fosse così.

    Queste cose le volevo scrivere qualche settimana fa, per rispondere al commento della chefa che parlava di lavoro casalingo e di come non sia tenuto minimamente in considerazione: lo so, fin troppo bene. Quando mia madre morì, mio padre non le riconobbe nemmeno i diritti sulle sue cose; decise, in barba a qualsiasi legge, che quello che era di mia madre era suo, persino i gioielli che le aveva regalato: per l’ovvio motivo che erano stati comprati coi soldi suoi e quindi erano suoi. La madre dei suoi figli gli è costata ed ha avuto molti meno diritti di una colf, tutto sommato. E un giorno, mentre guardavo mia madre che moriva lentamente nel suo letto, ho pensato che tutti quegli oggetti e soprattutto le umiliazioni per averli, non servivano a nulla. Avevo 30 anni. Il mio downshfting inizia ufficialmente lì. Ma in realtà ha origine in ciò che ho visto dentro casa. A proposito di identità e di esperienze formative: non posso dire che sia così per tutti, ma siamo sicuri che, alla base di certi atteggiamenti di oggi, non ci sia una forma di ribellione nata molto tempo prima?

    BUON POM, come dice Valentino, è carina, la copio; però devo ricordarmi assolutamente di non dirlo mai a chi si chiama Pino.

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