Dopo…

Razor Wire Fence

In questi giorni sono molto, molto ottimista sul futuro. Siamo di fronte a un nuovo dopoguerra.

Avete presente la sensazione d’immobilità sociale, culturale, filosofica, esistenziale degli Anni ’80 e ’90, e del recente passato berlusconiano, cioè il lungo periodo di devastazione delle coscienze prodotto dall’omologazione culturale, dal pensiero unico verso il basso, dall’idea di crescita economica ad oltranza a discapito di qualunque altra forma di vita e di sviluppo tutto intorno? Ecco, questo recente trentennio è stato come una guerra. I “morti” e i “feriti” non si contano. Le macerie sono ammassate dovunque. I più (e i meno attenti) hanno ancora lo sguardo rivolto al passato, confondono il presente col futuro, e piangono lacrime amare. Qualcuno (sempre di più) comincia a infilare in tasca il fazzoletto, a capire che ciò che crolla ha cancellato per sempre qualcosa, ma lascia spazio a quello che prenderà il suo posto. I prossimi dieci o vent’anni saranno il nostro dopoguerra, simili per eccitazione e dinamismo agli anni Cinquanta e Sessanta, quelli del boom, in cui c’era da muoversi, inventare, fare, perché le opportunità c’erano, finalmente, dopo il pantano orribile della guerra, e soprattutto c’era la fame, la voglia/bisogno di stare bene, di riprendere a vivere. Sotto i colpi dell’evoluzione, del progresso (che è il nome che io do a quel che altri chiamano crisi) il pensiero dominante si sgretola, sempre più persone si rimettono in marcia. Nuovi linguaggi prendono il posto dei precedenti. Parole come sogno, passione, progetto, visione, scollocamento, rallentamento, cambiamento, comunità, sobrietà, decrescita, responsabilità individuale prendono il posto di cattive parole (e pensieri ancora peggiori) come ruolo sociale, crescita economica perenne, omologazione, consumismo, responsabilità, affermazione sociale, carriera, denaro, finanza.

La sensazione è forte e chiara: la generazione tra i trenta e i cinquanta, per la prima volta, si alza, si muove, sceglie. Dopo aver soltanto applicato, soltanto obbedito, sempre più donne e uomini, persone con tanta voglia di rifarsi, di uscire dai ranghi, inventano, perfino parlano, progettano. Tentano. In questi miei lunghi giri per l’Italia non faccio che incontrarne, occhi chiari, luce intorno al volto, mediocri o geniali poco importa. Il nuovo dopoguerra è iniziato, ed è fatto di opportunità straordinarie, come capita sempre quando l’energia precede gli ostacoli, quando le idee nuove circolano e qualcuno le mette in pratica, quando la gente smette di avere paura, smette di farsi soggiogare dall’immobilità e dalla troppa educazione e si scioglie dai lacci delle ritrosie e del terrore. “Cosa mai potrà capitarci di tanto grave. Cosa potrà capitarci di peggio“, sembra che ci chiediamo tutti…

Molte cose stanno cambiando. Per i più distratti stiamo parlando di politica, consenso, forme di organizzazione del Paese. Tutte cose che vengono dopoPer i più attenti e sensibili, invece, stiamo parlando di sogni e azioni, motore delle nostre piccole, semplici, importantissime vite. Il dopoguerra è qui, alle porte. Dentro.

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48 thoughts on “Dopo…

  1. Un pensiero sulle opinioni che non valgono niente: oh sì, come sono d’accordo!
    Mi prostro davanti alla cultura altrui ma ho notato che spesso chi basa le proprie convinzioni politiche su ciò che ha appreso, rifiuta di guardare il presente con i propri occhi.
    A volte è meglio non conoscere quello che gli altri pensano, o riuscire a dimenticarlo, per essere più distaccati, anche solo più ingenui. E da lì l’idea nuova.
    Ma questo, loro, gli uomini di potere, non lo possono fare perché non vogliono permetterselo, costa troppo.
    Noi, invece, possiamo. E questo costerà loro ancora di più!

  2. Oggi ad una camminata di nordic walking qui nei miei monti bellunesi: uomini e donne di ogni età che arrivano alla partenza consapevoli delle proprie capacità, dei propri limiti e pieni di voglia di confrontarsi.
    Tutti dobbiamo camminare da soli, sapere quanto possiamo spingere, dove e perché ed essere in grado di ascoltare il nostro respiro, il nostro cuore e la nostra fatica. Nessun altro può farlo al posto nostro.
    Trovarsi insieme felici e contenti ad una corsa è la bella conseguenza di queste azioni individuali.

  3. Ciao Simone, ciao a tutti.
    Simone, leggendoti e ascoltandoti mi sembra di capire che ci tieni a mettere in chiaro che la somma di più downshifters non fa un gruppo, benché tutti abbiano il comune obiettivo di vivere seguendo uno stile di vita più sensato, come dici te.
    A sentirti dire queste parole mi viene insistentemente alla mente un passo di Rousseau, che a suo tempo mi era evidentemente rimasto impresso, in cui il filosofo dice che la società è più della somma (delle volontà) dei singoli individui. Verissimo.
    Soprattutto, per onestà e trasparenza ci tieni a sottolineare che non sei leader di nessun gruppo, se non portavoce di te stesso. L’obiettivo di chi scala marcia rimane qualcosa di vissuto individualmente, ci si può confrontare, ma è ancorato a livello di esperienza singola. Chiaro. Che poi ti si attribuisca quasi il ruolo di leader spontaneo di un numero crescente di persone che scelgono un altro stile di vita vuol dire solo, secondo me, che hai smosso una grande fiducia, entusiasmo, speranza, e che c’è un enorme bisogno di guide trasparenti che interpretino valori sani ed essenziali.

    E’ vero che ognuno di noi è la società, e sono d’accordo sul fatto che una buona società è il prodotto di individui che sono, prima dituo, uomini e donne. Ma non basta. Ci vuole un obiettivo condiviso per il bene di un qualcosa che vada al di là del singolo uomo, della singola donna.
    Quello che mi chiedo però, io come tanti altri credo, riguarda l’impatto sociale che il downshifting può avere. Il downshifter, con il suo stile di vita, non fa in un certo modo, volente o nolente, anche politica , nel senso più stretto (o forse più ampio…) del termine, ossia che influisce sulla polis, la città? Due dieci cento mille e più persone che fanno la stessa cosa – vivere più sensatamente – inevitabilmente non hanno una qualche influenza sulla società, pur partendo ciascuno da uno stimolo puramente individuale?

    • Barbara, è una questione di propedeuticità. molti oggi sembrano interessati alla politica, ma prima occorre che ci siano dei cittadini. l’obiettivo comune, che tu invochi, è giusto che ci sia. Ma dopo. Dopo che le persone che devono porseli e condividerli siano appunto diventati delle persone. oggi ne vedo poche. Tanti che si lamentano del potere, del governo, ma che non agiscono individualmente. Dunque le loro opinioni non contano pressoché niente.

  4. condivido tutto ció che dici, sto leggendo “adesso basta” e non vedo l’ora di passare da Torino dove mi aspetta “ufficio di scollocamento” in casa dei miei. Il mio sogno sarebbe quello di poter scambiare due chiacchiere qua a Sevilla (ahh la Spagna, se solo capissero che la soluzione non sta nella prima de riesgo…) dove vivo e dove sto cercando di scollocarmi, é dura ma ci credo anzi ci crediamo io, mia moglie e pure le nostre bimbe. Lo faccio anche e sopratutto per loro, affinché possano crescere in un ambiente sano e lontano dal consumismo capitalista in cui siamo vissuti noi genitori. Mi credevo una mosca bianca ma da quando ho scoperto il tuo blog mi é parso tutto piú chiaro..grazie davvero per il tuo immenso lavoro. hasta pronto!

  5. Sono anch’io convinto che sia in atto una guerra, non credo sia ancora trascorsa, ma piuttosto che la si stia combattendo nelle fasi finali. Ci vorrà ancora un po prima che il popolo attui la sua completa rivoluzione, forse un atto eclatante.

  6. Oltre a ignorarli tutti, smettiamo anche di mantenerli con le nostre tasse!

  7. “Non mi stupirei di una tassa sul downshifting”

    ho paura che la metteranno presto

  8. Infatti l’azione è tua.

    Io ho la mia azione, Carmen la sua.

    In un grappolo d’uva non troverai mai un acino uguale all’altro e questo è una gran fortuna! 😉

  9. Di niente Simone,
    da molto tempo porto avanti questa battaglia contro quella che, soprattutto in Italia, ha ormai le dimensioni di una piaga: la fotografia sui giornali non è considerata frutto del lavoro intellettuale di un professionista ma un “qualcosa” da usare come illustrazione o riempi buchi tra un articolo ed un altro.
    Ti sei lasciato amalgamare ai giornali nostrani. Pericoloso.
    A tutto però c’è rimedio 🙂
    Ciao

  10. Simone, condivido tutto, ma non si può usare una fotografia di un grandissimo fotografo italiano da poco scomparso (Ando Gilardi) e non metterne i credits relativi (tra l’altro obbligatori per legge). Quello che voglio dire è che si è migliori anche se si parte da queste piccole grandi cose e si dà alla cultura il giusto peso.
    Grazie

      • grazie sandro. era da tempo che volevo affrontare questa questione. mi hai dato la spinta definitiva. le immagini possono essere prese da internet senza copyright. basta registrarsi in uno di questi motori di ricerca: Morguefile, Dreamstime, Savvy Gimp e molti altri. Grazie ancora.

  11. @Carmen Maira: bello, no? 😉 Prova a immaginare..il Perotti che con un bastone rompe il cappello di mosto, il vino che sotto ribolle, l’ossigeno che entra…Siamo noi, Carmen, siamo noi qui, in questo blog e fuori da qui, in tutti i posti dove Simone sta parlando e ha parlato in questi mesi. Noi che ci scambiamo idee, che parliamo, che ci raccontiamo. E la spinta nasce proprio da quella rottura che Simone Perotti ha provocato, con le parole sì, ma soprattutto con l’azione. La sua.

    • sei troppo generosa con me Francesca. Io valgo uno. ognuno vale uno. Tra me e te e altri non c’è alcuna differenza. stiamo solo provando a vivere sensatamente. migliaia di persone, come e meglio di me, provano con le loro scelte che ci sono altre vite possibili. ognuno di noi, di loro, vale uno. E forse è per questo che ha senso. Nessuno deve mai rappresentare altri, ognuno ha già abbastanza da fare (se ritiene di volerlo fare) nel tentare di rappresentare se stesso. Visti dall’alto, lo ammetto, sembriamo qualcosa d’altro, sembra che ci sia un senso comune, un progetto valido per tutti, un obiettivo condiviso. Ma solo visti dall’alto. Ognuno, che lo voglia o no, E’ LA SOCIETA’, ma solo dopo essere stato un uomo, una donna. Come conseguenza.

  12. Pingback: Il nuovo dopoguerra italiano | FiascoJob Blog

  13. Il prossimo passo, secondo me, è che tutte queste persone si incontrino…un raduno di progressisti, di sognatori, di progettisti…

    Felice Venerdì

    Carla

  14. @ FRANCESCA PIRO
    i tuoi post mi piacciono assai, questa della follatura poi…magnifica, tu e la follatura pure (la folla un po’ meno)

  15. “PROGRESSO il nome che io do a quel che altri chiamano CRISI.”

    non esagero,è un periodo di ipersensibilità, qesta frase ha provocato qualcosa di simile a un orgasmo (sapete, per anni ho lavorato sull’integrazione mente-corpo e queste sono le conseguenze).

    …E buongiorno và…

    • beh, per uno scrittore, avere questi effetti sui lettori fa abbastanza piacere…. ciao carmen

    • nel caso fosse, marco, faremo anche l’esperienza dell’evasione fiscale… 😉

  16. In periodi di cambiamento, la terra sarà di coloro che apprendono, mentre coloro che sanno si troveranno ben equipaggiati per vivere in un mondo che non esiste più.

  17. forse non è esatto perlare di dopoguerra simone; dopo guerra siglifica appunto che la guerra è finita, e che siamo vinti o vincitori. sicuramente siamo di fronte ad un bivio, ma la guerra non è finita, ne tantomeno vinta! sta a noi decidere se vincerla o perderla, e sarà una scelta epocale

  18. simone, premettendo che io condivido in prima persona la tua scelta di vita e il tuo tuo stesso sistema valoriale, cerco di spiegare meglio quello che intendevo nel mio precedente commento, quando dicevo che le nostre idealità non sono necessariamente le idealità della maggioranza della società italiana (o, per estensione, del mondo occidentale e del cosiddetto “primo mondo”). e, anche se concordo con te quando dici che la molitudine è fatta di scelte di singoli individui, è solo attraverso l’adesione a dei valori da parte della maggioranza delle persone che avvengono i veri cambiamenti profondi. in italia, come altrove, ma in italia in modo molto accentuato perchè è fondamentalmente un paese socialmente ingiusto e incapace di garantire una vera equità sociale, la gente è ancora profondamente attaccata all’idea di possesso di beni materiali, ai soldi, alla necessità di avere un lavoro che ti faccia guadagnare soldi per consumare, al mettere su famiglia, fare figli e dare loro uno standard di vita migliore o almeno pari a quello che abbiamo avuto noi. la sola idea di guadagnare meno, andare a vivere via dalle città, vivere con più lentezza fa inorridire tante persone, incapaci ad accettare quel vuoto in cui per noi c’è il pieno. se di decrescita si parla è quasi sempre per necessità e raramente per scelta e l’attuale crisi, che per noi è una fantastica opportunità di cambiamento, è per la maggioranza delle persone una terribile spada di damocle pendente sulla testa. credo che per vedere nella decrescita un’opportunità di cambiamento personale e anche sociale bisogna avere, come abbiamo noi (inutile negarlo) buona cultura, capacità di lettura e critica, di analisi sociale e autoanalisi personale, tutte qualità che non sono di tutti, o comunque della maggioranza delle persone, che per vari motivi e non da ultimo quello legato alla cultura e all’istruzione non riescono e non possono fare il salto. lungi da me fare un discorso di tipo classista, intendiamoci, ma credo di essermi spiegata.
    inoltre, la differenza con la situazione economica e sociale tra l’oggi e il dopoguerra è che in quel contesto la gente veniva da secoli di fame, povertà e sottomissione, con un bisogno enorme di riscatto e miglioramento delle proprie condizioni, mentre ora veniamo da un quarantennio di abbondanza, che per molti, soprattutto per chi non ha potuto goderne appieno, è difficilmente rinunciabile.
    spero di essermi spiegata.
    un abbraccio 🙂

  19. Ciao Simone…d’accordo quasi su tutto tranne una cosa…ad oggi, per fare un esempio, Marchionne guadagna mi sembra quasi 300 volte più di un operaio della FIAT, mentre nel passato le persone che ricoprivano il suo stesso ruolo arrivavano a guadagnare al massimo 20 volte più di un semplice operaio..ed anche gli stipendi dei politici sono aumentati in maniera sconsiderata…per come la vedo io, l’Italia è un paese mediamente ricco, solamente che dalla fine della prima repubblica e soprattutto dalla morte di Falcone e Borsellino con la fine del periodo stragista si è entrati nel periodo della mafia istituzionalizzata, con centinaia (forse migliaia) di persone in parlamento e nelle stanze decisionali che guadagnano decine di volte più che in passato grazie a micro-leggi, condoni, bonus ed intrallazzi vari che prima non c’erano…Ritengo che se non si faccia dapprima un bel RESET di tutta questa cloaca, ebbene, la “gens italica” potrà essere positiva e reattiva quanto vuoi, il periodo potrà essere propositivo e fruttuoso quanto vuoi, ma non penso davvero se ne uscirà così facilmente…ci vorrebbe una bella “Norimberghina”, come ha detto Mauro Corona recentemente

    • Roberto, ciao. Facciamolo noi il reset. Ignoriamoli tutti. Viviamo. Non c’è niente di più eversivo di vivere.

  20. Ciao Simone, sono nuovo, ti ho visto in TV qualche tempo fa, condivido totalmente il tuo messaggio sulla decrescita, ora ho scoperto anche questo blog, inizier a seguirti e leggerti anche qui, mi sarai sicuramente di ispirazione. Buona notte!

  21. Simone,

    Un post molto stimolante.

    La tua intuizione amplia l’orizzonte, collega il concetto “libero di” individuale alla dimensione collettiva.

    Non sei, non siamo, soli. Questa intuizione e’ piu’ diffusa di quanto non si pensi.
    Ad esempio, ti segnalo Otto Scharmer, scienziato sociale all’MIT e la sua Theory U. Sempre piu’ alcune persone e gruppi colgono che qualcosa di nuovo sta cercando di emergere dal futuro e cercano di agire di conseguenza, cercando di essere presenti a se stesso e agli altri (“Presencing,” a blend of the words “presence” and “sensing,” refers to the ability to sense and bring into the present one’s highest future potential—as an individual and as a group). [per approfondire: (in inglese) http://www.waisman.wisc.edu/naturalsupports/pdfs/summer/Theory.pdf e http://www.oxfordleadership.com/journal/vol1_issue3/scharmer.pdf%5D

    Al di la’ dei linguaggi e dei modelli, che possono essere differenti, c’e’ un crescente coraggio. Persone che vedono cio’ che e’ e dicono: “questo non va bene per me” e poi iniziano a comportarsi secondo cio’ che sentono esistere nel futuro, partendo da se stessi. Coesistono con la paura e l’incertezza, hanno io coraggio di vivere, inventano nuovi modi e incontrano se stessi.

    Siamo davvero di fronte a grandi cambiamenti, che sono gia’ iniziati. Credo che una grande differenza rispetto al passato sia nel fatto che il cambiamento collettivo non dipendera’ da un’adesione ad un’idea astratta. Non sara’ piu’ guidato dall’urgenza di cambiare situazioni collettive esterne come condizione di felicita’. Il cambiamento e’ ispirato da persone che hanno affrontato e dimostrato in prima persona la sfida della loro crescita individuale, della loro autenticita’, invece di indicare una via astratta e lasciare che gli altri vadano avanti. Sono persone gia’ cambiate, interiormente, hanno gia’ realizzato il nuovo nella loro esperienza diretta e indicano la via semplicemente tramite la loro testimonianza. Simone, questo e’ il motivo per cui la tua voce e’ cosi’ credibile.

    Non e’ semplice, non siamo tutti pronti allo stesso momento. Ci no problemi di scala, di dialogo con il sistema, di tempi. Io fatico, ma ascolto il mio futuro con pazienza e ogni giorno faccio un passo. Cambio me stesso per costruire il mondo migliore che voglio vedere. Ho, abbiamo bisogno di persone, luoghi, contenitori, modalita’, esempi che ci aiutino ad attraversare la paura di lasciare il sistema ed accogliere noi stessi e il nuovo. Ce ne sono sempre di piu’. Il tuo blog, i tuoi libri, i tuoi video sono tra questi.

    Grazie

    Stefano

  22. Quello che penso in verità è che non gli interessiamo piu’ (al sistema) come lavoratori perchè non c’è quasi piu’
    niente da produrre in occidente, il ns. ruolo è da un po’ di tempo solo quello di consumatori.

    Abbiamo perso (o lo stiamo per fare) le capacità di produrre un qualsiasi bene/servizio;
    i lavori che rimaranno da fare saranno svolti da persone nella fascia 20-40 circa.

    Risultato: il sistema stesso “ti invita” ad uscire dal sistema… ma risulterà difficile sopravvivere

    Come consumatori potranno resistere ancora un po’ solo chi ha delle proprietà (case,…) e risorse personali.

    Per i creativi forse ci saranno delle opportunità…

    Lo scollocamento come pratica la vedo realmente “rivoluzionaria” nei paesi dove il sistema ha necessità di produzione:
    Cina, India, …. Simone fai tradurre il tuo libro in Cinese e prova a fare un giro per le librerie della Cina … poi ci racconti se l’aria che si respira è quella del “dopoguerra”

    ciao
    Giulio

  23. Era ora no? Chissà cosa aspettavamo poi: siamo al sicuro da malattie, freddo, fame ed abbiamo internet cioè tutta la cultura e qualsiasi contatto a nostra disposizione. Bastava smetterla di comprare rifiuti, disintossicarsi dal mercato, lavorare meno ed impiegare il tempo per l’anima.
    Il mio anziano vicino mi presta il suo orto perché non ce la fa più a coltivarlo. Se poteste vedere che terra nera, morbida, piena di timo e violette, e quintali di erbacce perché era incolto da due anni ma le ho già tolte. Poi ho vangato e livellato, di nuovo ho tolto le erbacce risalite, ed ero così contenta che ho fatto bene i bordi con la cazzuola.
    E chiacchierando di autoproduzione, un amico ieri mi fa “guarda che se succede una rivoluzione, dopo cinque giorni la gente ha fame e fugge dalle città, arrivando su da noi”. E non ci avevo mai pensato però è vero. Pianterò qualcosa in più 🙂

    • grande Lucy. Alla fine te lo ha dato quel bellissimo pezzo di terra… grande!

  24. Non sono mai pessimista, quasi mai, am oggi si forse, e non mi sento di dire che siamo già nel dopoguerra.
    Siamo in guerra eccome, per me la guerra è il buco della sanità perchè nelle Regioni ci hanno mangiato tutti gli assessori e presidenti sulla sanità.
    La guerra è tagliare oggi,per colpa dei “corrotti” i posti letto,personale medico e paramedico ,assitenza. Avere file di attesa lunghissime per farsi un ecografia, una risonanza è roba d’altro mondo. Ci sono persone che rinunciano a curarsi perchè non si accede alla sanità pubblica e non possono permettersi la privata
    Per me la guerra sono gli asili che mancano, la qualità di vita degli anziani in un contesto sociale che non li prevede, senza abbondanarli, se non sei ricco o staricco… La guerra non è solo perchè accettiamo o rifiutiamo un modello di economia liberale che ci vede individui target di consumi o falsi bisogni,(quetso si può anche rifiutare) ma lo è perchè ci sono dei bisogni che dovrebbero essere garantiti da servizi sociali, da un paese che non esite più. Che non è mai esistito se non per mangiare i soldi di pubblici. Il dopoguerra sarà quando uno Stato comincerà ad esistere. Quando l’etica verrà usata per gestire la cosa pubblica, quando come diceva Pasolini, il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica saranno la stessa cosa. Almeno io la penso così. Cin.

  25. Ieri volevo andare alla presentazione dell’ultimo libro di Simone a Bologna. Ne avevo già vista una l’anno corso ma quest’anno la libreria era un’altra. Ed ecco la sorpresa, all’ingresso un signore munito di banchetto e tesserine diceva che poteva entrare solo chi si era registrato, ma eventualmente se c’era posto avrebbero fatto entrare anche altri dietro corresponsione di 5 eurini per spese organizzative. Non vi dico la delusione generale di tanti ragazzi che si erano presentati lì fiduciosi di sentire parlare Simone. Del resto sui vari siti che annunciavano l’evento c’era scritto ingresso libero e gratuito e nemmeno sul sito di simone si accennava a registrazione e pagamento. Non mi sembra perciò una cosa corretta e sarebbe opportuno un chiarimento, non vorrei che l’evoluzione del downshifting riporti alle origini. Ossia quando alla fine contava comunque di più fare i soldini, quelli con la s minuscola.

    • guarda marco, non sai come mi sono arrabbiato. c’è stato un misunderstanding con gli organizzatori. mi dispiace davvero. Purtroppo non posso controllare sempre tutto e succedono anche questi casini qui. davvero un peccato. ma ci rifaremo. abbi pazienza. (alla fine ha restituito i soldi a coloro a cui li aveva chiesti e ha fatto entrare tutti. Mi spiace tu ed altri siate andati via. Ma capisco.)

  26. Ciao Simone, ciao a tutti. “Dopo”, dopoguerra per me. Sono d’accordo con tutto quello che scrivete. Spero però che sia veramente arrivato il “dopo”….non so ancora se stiamo attraversando ancora il “durante” o se siamo già al dopo. Vorrei tanto che lo fosse, per tutte le ragioni che Simone ha spiegato così bene. Ma non solo per questo. Vivo in una zona terremotata e per me “il dopo” è doppiamente importante. Non so perchè, non prendetemi per matta, ma so, “sento” che quello che tutte le catastrofici naturali (non solo il “mio” terremoto), sono connesse con le catastrofi della nostra società. Per questo vorrei veramente di cuore che questo fosse DAVVERO il dopo. Un dopo di vita nuova, di “resurrezione”, di cambio di rotta. Un dopo di consapevolezza. Mi sento terremotata fuori e dentro. Paola

  27. Caro Simone, ieri a Bologna sei stato interessante e lucido, come sempre. Mi sarebbe piaciuto che i presenti si concentrassero più sul concetto di “scollocamento” e non sulle correzioni di una società/economia che difetta di qualcosa. Forse ieri il pubblico non voleva ascoltare, o forse credeva che certe tue affermazioni fossero da gauche caviar e che avessero un taglio prettamente maschile. Non è così, io nel mio piccolo sono un paio d’anni che ci sto provando, e sono donna. Mi piacerebbe che si avvertisse di più il coraggio necessario e la forza dell’azione vs le (troppe) parole e critiche.
    Oggi, sfogliando un libro ho trovato una frase che ho fatto mia e che penso possa piacere anche a te: “Odisseo fece ritorno colmo di spazio e di tempo” (Osip Mandelstam).
    Grazie ancora per avermi dato un nuovo orizzonte da scrutare.
    Francesca

  28. Purtroppo vi confesso la mia sensazione invece è che in guerra ci stiamo ancora.. anzi prevedo molte vittime (per fame, disperazione, sanità..) risultato dell’applicazione di queste politiche economiche neoliberali:
    spero che abbiate ragione voi…!!

    ciao
    Giulio

    • giulio ma da queste politiche neoliberali, come tu dici, possiamo sottrarci, smettere di essere solo un target d’acquisto, cambiare rotta, scomparire dal loro mirino… un uomo che cambia modi, sentimenti, tensioni morali della propria vita, scompare, non lo trovano più. Loro (il sistema) pensano che tu sia un individuo soltanto, che dunque non fa niente se sfuggi al meccanismo. e tu invece, mentre cambi vita, stai cambiando la società, stai cambiando il mondo. sei più rivoluzionario tu nella tua vita quotidiana dicendo “no” e poi “sì” a cose diverse, di quanto non lo sia qualunque movimento organizzato che propugna una nuova economia, una nuova politica, che nessuno degli aderenti al movimento vive effettivamente nella sua vita. Quel cambiamento non arriverà mai. Il tuo c’è già.

  29. quello vediamo come una rinascita per noi stessi non è necessariamente una rinascita per tutti. mentre condivido in prima persona i tuoi valori e li sto applicando alla mia vita, non riesco ad essere ottimista come te sugli sviluppi della società italiana.

    • Orsa, ma a noi non deve interessare nulla di complesso. La complessità è solo la somma di unità. Noi abbiamo a cuore le unità, cioé noi stessi, ben sapendo che questo (che ci hanno sempre spacciato per individualismo) in realtà è il gesto sociale più utile alla collettività. Se mi occupo di essere un uomo migliore, la società se ne bea, ne beneficia. Ed è di queste unità che parlo. Molti, tantissimi, sentono che siamo entrati nel dopoguerra. Sentono che tutto è stramaledettamente possibile, finalmente. Quando salta tutto, saltano anche i blocchi, i vincoli, gli schemi. Ora occorre ricostruire, anzi, costruire cose nuove. Eccolo, il nostro dopoguerra.

  30. Sono pienamente concorde….Condivido lo stesso ottimismo. Finalmente sta esplodendo tutta la paccottiglia di questi ultimi ventanni…Si comincia a vedere più sobrietà in giro, il minimalismo finalmente non è più una moda ma qualcosa di più vero e sentito dalle persone…un comune sentire…uno stile di vita in cui sta in piedi solo ciò che conta, che serve davvero…Da uomo di profonda cultura quale sei hai saputo cogliere il giro di vento in tempi non sospetti, ne hai anticipato le tematiche, le hai divulgate, mettendo in piazza la tua esperienza diretta….Grandi cambiamenti ci attendono, grandi trasformazioni sono già in atto. Complimenti e avanti tutta

  31. Si vede e si legge che sei di ottimo umore, dalla quantità e dalla qualità di ciò che stai scrivendo a raffica in questi ultimi giorni.
    Va bene, va bene. Anzi va benone!
    Non son molto d’accordo sulla “data”: se sia questo il dopo-guerra o se quel che viviamo ora si tratti soltanto del pre-guerra.
    Comunque c’è un gran movimento, come effettivamente non si vedeva da anni.
    La pentola bolle: ho un appetito!

  32. Avevo questa sensazione di “dopoguerra”, son contento che tu l’abbia anche espressa. Buon vento

  33. Follatura: processo di rottura meccanica del cappello di mosto in un tino di fermentazione, durante la vinificazione.

    Questo è quello che stai facendo in questi giorni…il pensiero comune fermenta, le tue parole facilitano lo scambio di ossigeno, i lieviti proliferano…il vino sarà eccellente!

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