San Vittore

Post lungo, ragazzi. Ma è un decimo di quello che mi verrebbe da scrivere…

Carcere di San Vittore, Milano. Veduta aerea

Scena 1
“Fate sempre così voi. Arrivate qua e avete fretta di entrare…”
Il secondino dopo il primo cancello mi guarda. Non ce l’ha con me, ma dice “voi”. Io lo guardo con espressione vagamente interrogativa e infastidita. Lui mi dice: “ce l’hai un documento?”. Io “Sì”. E lui “Me lo vuoi dare o…”. Io sono sempre più evidentemente infastidito. Lui mi guarda di nuovo, non capisce. Comincio a respirare male.
Poco più in là mi perquisiscono. “Un po’ più indietro”. Faccio mezzo passo indietro anche se intorno abbiamo spazio e non capisco perché. “Aspetta là”. Aspetto là. C’è una bacheca, mi metto a leggere i manifestini e le comunicazioni. “Non si può leggere. E’ roba riservata”. Io lo guardo “Mica tanto, se è esposta su una bacheca…” “E’ riservata a noi”. Io non mi muovo. “Si metta più in là”. E’ passato a darmi del lei. Solo che “più in là c’è un metro e poi, sull’altro muro, un’altra bacheca. Io mi metto a leggere. “Neanche quella può leggere”. Dunque devo guardare per terra, oppure in alto. Decido di stare calmo. Anche se il respiro non va.

Scena 2
Lo stabile è buio, quasi non c’è luce naturale. Neon lividi su una struttura molto bella, quasi un’ex convento. Nella rotonda da dove partono i “Raggi”, una cupola affrescata d’azzurro e figure. Un telo anti-piccioni la occulta a mezz’altezza, non si vede bene. Ogni dieci metri un cancello con sbarre pesanti e un secondino che apre con una chiave enorme. Ne avevo viste di simili solo nei fumetti, o in qualche museo di castello. Io entro nel “Terzo Raggio”. Qui ci sono i “lavoranti”, che fanno opere di manutenzione, perfino retribuiti, anche se non si sa quanto. Sono liberi di girare. Sono privilegiati. Anche per questo ruotano ogni tre o sei mesi con gli altri detenuti. Penso alla manualità, che anche in carcere ti rende libero. Il respiro però è sempre più corto.
Salgo alla biblioteca. Due ragazzi, Iussim (credo) e Francesco (credo). 17.000 titoli, un bel po’ di editoria. Belle facce, occhi vivi, ascoltano. Uno dei due scrive. Parliamo un po’. Gli dico: “Quando scrivi sei libero. Se descrivi l’incontro tra lui e lei a Piazzale Aquileia, qui accanto, sei lì, non sei più qui”. Lui: “Non so com’è lì, però. Dopo un po’ che sei qui non ti ricordi più le cose di fuori. Non so come descriverle”. Per descrivere, dunque, serve ricordare. Ma il ricordo svanisce. “Qui è tutto così” fa un gesto per indicarmi intorno a sé “tutto uguale. C’è sempre gente intorno. Scrivere è difficilissimo. Un racconto si riesce. Un romanzo è impossibile”. Ha vinto già due concorsi letterari, con due racconti. “Hai mandato le tue cose a un editore?” “No”. Abbassa gli occhi. Lo esorto a proseguire, a crederci. “Se non gli mandi niente non sapranno mai di te”.

Scena 3
Sono una ventina. Seduti in una stanza rettangolare, lungo il muro. Due finestre piccole, molto in alto, a tre metri da terra, fanno filtrare un chiarore livido. Luce accesa alle 10 di mattina. Neon. Inizio con gli occhi bassi, non so dove guardare. Respiro male. Vorrei fumare. Devo parlargli di libertà. L’unica cosa che loro non hanno. Provo a spiegargli chi sono, cosa faccio, come vivo, che scelte, che storie, che libri. Si fanno molto attenti. Mi interrompono, chiedono, dicono la loro. Nessuna soggezione, anche se mi danno insistentemente del lei, nonostante io gli chieda di darci del tu. L’opposto delle guardie che mi hanno accolto. Non c’è aggressività in loro, non c’è arroganza. Nessuno ha la faccia di chi vorrebbe dire: “ma che ne sai te, tu non sai cosa viviamo noi”, che pure ci starebbe.
Mentre cerco di spiegargli che fuori da quelle mura c’è un esercito di persone che potrebbe scegliere e non lo fa, e che forse in quel momento non sta onorando la sua condizione di libertà, uno mi interrompe: “E’ così. E’ per mantenere il tenore di vita che la gente diventa schiava”. La frase che, fuori, molto spesso ho atteso invano. Un gesto d’assenso, una profonda comprensione. Quanti uomini non-detenuti mi hanno accusato dicendomi che non è vero, che non si può, che è tutto fuffa, che stavo mentendo…? Qui non me lo dice nessuno.
Parliamo dei loro paesini d’origine, dicono che è vero, che si può, che bisogna tornare a fare. Danno l’idea di voler far questo, appena usciranno. O sono io che lo spero. Chissà…
Uno mi chiede il mio numero di telefono: “Hai un contatto, così magari… fuori di qui…” Glielo do. Poi mi pento. Poi mi vergogno di essermi pentito.

Scena 4
Rilegatoria, piano interrato. Qui, per paradosso, una lunga fila di finestre invadono di sole un ambiente basso e stretto, che per converso sembra ampio e pieno di colori. Il sole cambia tutto. Due detenuti timidi e silenziosi mi mostrano i loro lavori, blocchi, agende, qualche oggetto di cartotecnica grazioso. Uno di loro, alto due metri, centoventi chili, testa rasata, occhio bendato, sta per uscire. “Vado al mercatino di via San Vittore. Abbiamo un banco, vendiamo le nostre cose. Appena arriva la scorta vado”. “Perché la scorta?” “Sono già uscito da solo, due volte. Però il magistrato vuole vedere, capire come mi comporto…”. Lo dice giustificando il magistrato, anche se poi non finisce la frase. Capisce anche lui che è un concetto poco comprensibile. Gli auguro buona uscita, lui mi stringe la mano e sorride. Abbassa l’unico occhio che ha, o che vedo.
Io devo andare via di qui. Mi tremano le gambe. Al cancello nessuno mi rivolge parola. Meglio così. Ho meno autocontrollo di quando sono entrato. Fuori c’è il sole. Cammino. Entro in un bar. Prendo un caffè. Sono di nuovo libero.

Non credevo. Invece ho avuto paura. Quelle sbarre, tutti quei secondini, la mancanza di luce. Le sbarre. Le sbarre. Non potrei mai fare il carcerato. A me la galera era sempre sembrato qualcosa di molto meno. Figuriamoci San Vittore. Non ho capito perché, ma le guardie mi sono sembrate peggio dei carcerati. Forse solo un’impressione. Non deve essere facile neanche per loro, anche se la differenza tra i due si dovrebbe vedere bene, e all’opposto.
I detenuti però mi ascoltavano con grande attenzione. Nessuno ha detto “sì vabbè, tu parli perché… tu dici perché….”. Hanno parlato del merito delle scelte. Delle cose. Meglio di molta gente che fuori ha dato per cattiva la fonte, me…, evitando accuratamente di parlare delle scelte. Ho parlato di libertà con delle persone che avevano voglia di farlo. Nessuno ha ceduto alla tentazione di commiserarsi. Mi hanno spiegato i problemi, in nove in una stanzetta da due, cibo che fa schifo, prezzi allo spaccio interno altissimi, detenzione in attesa di processo… Ma senza piagnucolare. Senza cercare la frase ad effetto per farsi compatire. Mi è venuto in mente chi, spesso, mi ha scritto “Ma se sei un operaio, come fai a cambiare vita…?!” Qui nessuno l’ha detto. Nessun carcerato ha detto quello che mi aspettavo dicessero sulla libertà che non hanno.

La prima cosa che ho pensato quando sono uscito: “io morirei…”. La seconda: “quando parlo di libertà, del tempo che abbiamo, sono troppo tenero. Bisogna dire molto di più, più piatto, senza sconti, senza condizionali. La libertà che abbiamo, in mezzo a un mucchio di parole che vestono soltanto paure, non la onoriamo abbastanza”.

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50 thoughts on “San Vittore

  1. Caro Simone, lunedì scorso ho fatto un viaggio aereo! Prima del “gate” un gruppo di persone vestite in serie mi ha “perquisito”, non controllato, proprio perquisito. Sorte toccata a tutti quelli che partivano, maschi e femmine, costretti a togliersi scarpe, cinture, reggipetti rinforzati, senza alcun riguardo, senza nessuna cortesia.
    Tuttavia non me la sento, anche dopo aver letto il tuo racconto su san vittore, di insultare e apostrofare sarcasticamente quei controllori.
    Forse stai meglio in mare!

  2. Grazie di questa bellissima testimonianza! Sarebbe davvero bello leggere anche il resto di quello che, dici, ti sarebbe piaciuto scrivere su quest’esperienza.

  3. credo che la differenza tra “chi è fuori e chi è dentro” è semplicemente data dal fatto che loro sono coscenti di essere limitati nella libertà, mentre tutti noi “schiavi del lavoro” non lo sappiamo e viviamo ogni giorno supponendo di essere liberi…
    per questo non mi sono stupito del fatto che non ti abbiano criticato perchè andavi da loro a spiegare il concetto di libertà. Credo siano gli unici a sapere veramente cosa significhi e che valore abbia.

    Per quanto mi riguarda, ho letto il tuo libro e mi ha fatto pensare al fatto che forse forse non sono così libero e felice.

    un saluto

  4. grazie Simone, scrivine ancora un pò. Voglio saperne di più. Voglio sapere chi sono le persone che hai incontrato, cosa hanno fatto, se sono giovani, vecchi, come si sentono. Vorrei capire di più come si sentono le guardie carcerarie. Prova a tirare fuori l’umanità e la disumanità del carcere, senza commiserare, senza impietosire ma tira fuori “le persone”. buona giornata, ciao sara

  5. Caro Simone, è piaciuto anche a me il tuo post sull’incontro a San Vittore e non ti nascondo che, malgrado il tuo stato d’ansia non celato, mi hai stimolato un interesse verso questo luogo o meglio verso la vita delle persone che lo abitano. Credo che sarebbe interessante poterlo conoscere più da vicino…in modo legale ovviamente!
    Quando hai descritto delle sbarre e della luce accesa già dal mattino mi è venuto in mente l’ufficio nel quale lavoro! Da poco meno di un anno sono in un loft, soffitti in legno con travi a vista tipo baita ma…c’è solo una tristissima finestra con inferriate che affaccia su di una strada stretta, con vista a pochi metri di distanza su una struttura di cemento! Una tristezza!!!!Poichè i lucernari sono molto alti e con vetri smerigliati la luce è sempre accesa, sempre e solo luce artificiale! Io l’ho soprannominato bunker…
    Per il discorso sulla libertà e sul VOLER ESSERE SCHIAVI per mantenere un certo tenore di vita a me ,diversi anni fa, è rimasta impressa una frase del bellissimo film “Fight club”: “all’inizio sei tu che possiedi gli oggetti poi sono gli oggetti a possedere te”. Quanto è vera questa frase…
    A chi sta pensando di cambiare vita ma non ha ancora trovato il coraggio per farlo voglio dire che si può fare anche a piccoli passi come ho fatto io, che a settembre ho chiesto il part time e che ho iniziato con gennaio…un’altra vita, non mi sembra vero! Convivo e non ho figli ma il tempo libero che ho ora mi sembra sia sempre poco! Capisco benissimo chi ha fatto una scelta di cambio vita e ne parli solo con persone selezionate…non tutti possono capire, troppo risucchiati dallo stile di vita occidentale e poi credo che in alcuni casi ci sia un pizzico d’invidia! Comunque è bello quando incontri chi capisce e condivide la tua scelta e che apertamente, senza astio, ti confessa la propria invidia!
    Malgrado la mia scelta non “drastica” a volte ho dei dubbi o meglio dei sensi di colpa, mi sento una privilegiata, una “fannullona”, malgrado il mio tenore di vita già da anni sia rapportato alle mie entrate (anzi, sempre fatto il passo più corto della gamba!). Poi vengo sul blog, leggo i tuoi post,i commenti dei frequentatori e mi ricredo,anzi! Sempre più convinta!
    Coraggio e Buona vita a tutti!

  6. Un racconto veramente toccante, hai fatto vedere il carcere a chi non lo ha mai frequentato (io) e spero anche di non frequentarlo mai 😉

  7. Antonio, ma lo sai che questa tua presa per i fondelli nemmeno l’ho capita? A che ti riferisci, al contenuto della mia domanda, all’ inutilità di averla posta, è ironia rivolta a Simone o semplicemente non avevi niente di più intelligente da dire? Vabbè, lascia perdere perchè non mi interessa nemmeno saperlo…ciao

  8. si potrebbe iniziare a sistemare il colosseo…pian piano…intanto gli dai una pulita, poi si inizia a sistemarlo strutturalmente, oppure ti prendi una cascina, la sistemi e ci fai un agriturismo vecchia maniera, oppure entri in una società di charter e fai simpaticamente concorrenza al profeta, oppure potresti pian piano dare una spazzata alle spiagge…inizi da venezia e fai tutto il giro..scilla..e risali. oppure se vuoi fare le cose dal basso, potresti iniziare da scilla e risalire. oppure… potresti prenderti a cuore la questione dell’abbandono dei cani in estate e ci fai un bel libro.

  9. Gran bella intervista, “profeta”! Mi ha colpito particolarmente il riferimento alle possibili alternative della politica statale che potrebbe investire, piuttosto che in aziende, nel turismo, nel recupero dei beni culturali, nella manutenzione dei litorali. E’ da molto che lo penso anch’io, ma non ho mai trovato una via fattibile per scollocarmi in quella direzione. Spulciando un pò la rubrica “Cerco/offro” del sito Ufficio di scollocamento ho notato che ci si orienta prevalentemente alla creazione di aziende agricole, ecovillaggi, progetti di co-housing, ma niente che si avvicini a quello che hai citato tu. Mi chiedevo se dobbiamo attendere l’iniziativa statale (che al momento si appella ai privati per restaurare il Colosseo e la Fontana di Trevi e lascia che siano fondazioni americane ad occuparsi del recupero della tomba del Gladiatore o dei Villa dei Papiri di Ercolano, tanto per citare gli ultimi esempi) o è possibile concepire anche dal basso progetti in questo senso?

  10. bello il commento di marco, la felicità sta dentro, e bella la dignità di chi vive come sa e ne gode al massimo. le forti scelte di cambiamento personale in relazione al ruolo sociale per modificare una insoddisfazione interiore sono solo un cambiamento che non necessariamente porta ad un miglioramento, a volte è solo un cambio di posizione all’interno dello stesso schema in cui comunque si continua a vivere. a volte è necessario per sopravvivere fare questo spostamento di posizione, come simone ci spiega, ma a volte non è necessario se l’equilibrio interiore e il grado di compiacimento del proprio sè e il controllo della propria vita e della propria liberta è ben dosato e modulato. veramente un bel post quello di marco, coerente e spero sia spunto di riflessione per tutti i lettori che come me bazzicano in questo luogo. a volte il cambiamento, se si è davvero con l’acqua alla gola, va fatto dentro di noi e non necessariamente come ruolo sociale che si ha.

  11. Sono capitato su queste pagine da un link postato in risposta ad uno post di una mia conoscente che diceva “senza un lavoro non sei nessuno”. Il lavoro sembra un tema centrale attorno al quale ruotano tutte le altre considerazioni: la libertà, la schiavitù, l’infelicità.. E’ un paradosso che mentre le cifre della disoccupazione vengono enfatizzate al “rialzo” chi un lavoro ce l’ha si lamenta. Ma quanto lavorate? Premetto che per me il lavoro è centrale nella mia vita cosí come il guadagnarsi una vita dignitosa, il lavoro mi ha permesso di fare esperienze uiniche, di girare il mondo, di vivere in tre continenti diversi, e in almeno 5 stati diversi, di avere una famiglia non certo perfetta ma bilanciata negli affetti e nei sentimenti. Le mie bambine parlano già tre lingue e sono nate in due diverse nazioni (dalla stessa madre, benineso…). A differenza di molti miei coetanei nella fatidica età tra i 40 e i 50, ho costruito una carriera bruciando un ponte dietro l’altro alle mie spalle senza troppi patemi o scelte estreme. Ho lasciato anche uno di quei lavori che mi avrebbero portato senza scosse alla fatidica “pensione”. Ma non mi sento uno che vive “al di fuori del sistema” . Credo che uno possa raggiungere un equilibrio e una serenità anche all’interno di una società di tipo occidetale che può presentare occasioni di crescita e sviluppo personale. Guadagno bene e Non mi va di vivere in una baracca vivendo giorno per giorno, ho bisogno di progetti e di “visioni” anche se ho Ben presenti i limiti da non oltrepassare. Ma do ragione all’autore del blog su una cosa: la mancanza di coraggio (io dico anche mancanza di visione, di progettualitá) degli italiani, soprattutto gli uomini. Quando sono rientrato in Italia l’ultima volta mi sono trovato davanti dei rammolliti a bollire nella loro quotidianità fatta di comfort e lamenti continui, ma voglia di fare zero. Per colpa della “crisi” ormai una scusa per tutto, in un paese tra i più ricchi al mondo. Vi saluto da un paese in via di sviluppo dove si possono cercare e trovare le opportunità per una vita completa.

  12. Leggendo il brano delle “bacheche vietate” mi è venuto in mente Panagulis, un altro campione di libertà.

  13. Gabher diceva che liberta’ e’ partecipazione. I francesi la coniugavano con egalite’ e fraternite’. Berlusconi ha chiuso la liberta’ in una casa. Gli americani combattono per la liberta’ dei popoli. Gli uomini muoiono e sono morti in nome della lliberta’. Tutti pensiamo che la liberta’ ci possa essere tolta ma non e’ cosi’. Perché la vera liberta’ e’ quella interiore , e’ quella dello spirito, e’ quella del pensiero ,e’ quella dell’anima. Non si possono mettere le catene a qualcosa che libra nel vento e che si disperde nell’infinito ( liberta’ estrema) spazio del tempo.

  14. Alex non c’e’ alcun dubbio che gli agenti di custodia abbiano una loro dignita’ professionale e umana. Il modo migliore per renderla evidente e’ essere in grado di relazionarsi educatamente con un cittadino incensurato e in visita, come ero io a San Vittore. Io, riforma o no, ho solo sperimentato e riferito che i detenuti sono stati piu’ educati e rispettosi dei secondini. Tutto qui.

    Aggiungo solo che a lei che scrive io non do del “commentatore da strapazzo”, mentre lei da’ a me dello “scribacchino” (che e’ termine che trovo perfino simpatico, ma questo e’ un mio “problema” con le parole…). Sembra anche lei poco cortese. Fa parte della categoria?

  15. @marco
    Quelle di cui parli sono le sbarre dietro cui ciascuno di noi si trincea, fin da bambino, per proteggersi dal mondo esterno : fino a che non arrivi al limite estremo di schiavitù definisci il lavoro, il dover fare quello che la società e che gli altri si aspettano da te un “dovere morale”… se no diventi pelandrone e deludente! Quindi ti dici : lavoro tanto perchè “devo”, faccio questo perchè “devo”, non vado là perchè “non devo”…. Non sta bene (mi dicevano mamma e papà)!
    Uno di questi, mio padre, che oggi ha più di 80 anni, l’altro giorno mi raccontava dei rimpianti che ha per non aver fatto determinate scelte nella vita …. TUTTE LEGATE AL LAVORO!!!! “Sai fossi andato là, avrei potuto fare un sacco di straordinario, e quindi avere più soldi”… Dimentico che già non c’era mai con il lavoro che faceva, e quando arrivava a casa era talmente stanco che si addormentava sul piatto!!!
    Come fai Marco a liberarti da queste sbarre? Non è quello che dice la gente che ti dà addosso, ma la vocina che sta lì dentro di te e che subdola ti fa ancora pensare che non sei “normale” perchè non fai quello che gli altri (e il tuo io di prima) vorrebbero che tu facessi…..
    Il consiglio che ti do’ : quando qualcuno ti dice qualcosa o ti fa pervenire indirettamente il suo disappunto per il tuo modo di vivere, osservalo, osserva la sua famiglia, l’ambiente in cui vive, le persone di cui si circonda, senza rabbia … Prova a pensare alla vita che fa lui : le tue sbarre saranno completamente crollate quando sostituirai la rabbia con la compassione!!!

    @simone
    non ho mai provato ad entrare in un carcere, ma ho riletto la tua esperienza un paio di volte… Ti assicuro che hai fatto mancare l’aria a molti in questo blog e , non meno, a me!!!
    Forse dovresti accettare l’invito di Daniela e tornarci con lei…e poi ci dici come è andata!!!

  16. ansia terribile, apnea, gente che sembra cadere dalle nuvole vivendo in un mondo di cui sconosce le realtà… e poi parla di libertà di scelta, di questo o di quello come valore universale..ma quale universale! andateci più spesso in questi luoghi, ce ne sono anche all’aria aperta di realtà in cui il “carcere” si respira, in cui la detenzione è parte della quotidianità e in cui la parola libertà ha valenze differenti. c’è chi ci lavora in questi luoghi e sa bene che quello che dice simone è vero ma non è tanto poesia, ci sono realtà di detenzione al limite dei diritti civili (oltre il limite) ma ci sono anche situazioni in cui fare il buonista è solo comodo. non accuso nessuno, ma queste realtà vanno conosciute bene e solo da dentro (non solo come detenuto, ho detto prima) e non raccontate, ma viste osservate, dialogate. e allora solo allora magari la parola libertà ha acquistato tutti i suoi significati…altrimenti è solo una scelta chic ..molto borghese!

  17. Penso che – a livello psicologico – una persona in carcere senta di avere meno da perdere. Per questo, forse, rispetto al tipo di discorso che propone Simone è meno arroccata sulle proprie posizioni ed più aperta all’ascolto. Le persone “libere” pensano subito a cosa devono rinunciare per fare scelte così radicali, alle difficoltà e si mettono immediatamente sulla difensiva. Una persona in carcere probabilmente sente di non avere da perdere molto e paradossalmente ascolta con la mente più aperta. Almeno credo…
    Comunque entrando in un carcere il senso di claustrofobia deve togliere proprio il respiro…

  18. Oggi ero in banca. Un viavai di signore impellicciate e di uomini imbronciati si alterna davanti al cassiere di turno. Nella lunga attesa che precede il mio momento, lo guardo con attenzione, praticamente lo studio. Le mani sono perennemente sulla tastiera, lo sguardo fisso sul monitor si concede qualche fugace distrazione sulla faccia del cliente che lo incalza al di la del vetro. Fa caldo l’aria è viziata, sbuffa e la sua fronte si fa presto lucida. Il telefono squilla ogni due minuti interrompendolo in continuazione. Prende moduli, spiega, conteggia, maneggia denaro, indica dove firmare, chiama a sua volta per chiedere un parere, una consulenza, infine saluta con sorrisi di circostanza e avanti il prossimo. Così per ore, per giorni, per anni. I suoi gesti sono obbligati, forzati, coatti, ma è soprattutto il suo pensiero che mi spaventa. Non può sognare, non può immaginare, non può riflettere. Non ci sono i presupposti, non c’è lo spazio, non c’è il tempo, deve rimanere concentrato su un lavoro che non da tregua e che probabilmente detesta. Forse vorrebbe evadere con la mente, pensare ad altro, alle sue passioni, ai suoi affetti, o forse è troppo tardi e si è tristemente assuefatto alla sua condizione.
    E allora prendendo spunto dal bellissimo post di Simone, rifletto sulle varie forme di prigionia alle quali un uomo può essere più o meno volontariamente sottoposto e concludo dicendo che spesso siamo noi stessi che ci condanniamo, a nostra insaputa, a un vero e proprio ergastolo intellettuale.

  19. Ciao Simone, ti ho incontrato per caso ieri sera in Feltrinelli(ero lì per altro), per la presentazione del tuo interessantissimo libro che ho iniziato a leggere.Mi sono fermata e ne sono stata davvero felice;ho trovato la conferenza davvero interessante e molte persone con cui scambiarsi opinioni in modo tranquillo ed intelligente.
    Ieri sera sono intervenuta durante il dibattito, facendo presente la PAURA dilagante che osservo e che blocca le persone, anche solo per parlare e scambiarsi idee.
    Leggendo questo post mi sono immedesimata in te ed ho provato le stesse sensazioni.
    E mi sono detta che è ancora più assurda la situazione qui fuori:noi che siamo apparentemenete liberi ma di oggettivamente braccati dietro alle sbarre di pregiudizi, paure, preconcetti…E così facendo buttiamo tempo, occasioni, VITA.Lei che è una, unica e preziosa.
    E non abbiamo neanche la decenza di smetterla di lamentarci per sciocchezze , mentre c’è chi non ha più nulla ed ha il coraggio di stare zitto.
    Grazie per questa bella riflessione, la condividerò sul mio blog, se non ti spiacerà.
    Sara

  20. Ciao Simone
    Piacevolissima presentazione, ieri sera, brave anche le due fanciulle che ti accompagnavano (non sempre è stato così). Sì, hai ragione, bello guardarsi in faccia. Buffo, era presente anche una mia collega, anche lei ti segue dai tempi di AB (lei lo fa su facebook), non sapevamo affatto di “averti” in comune. Viaggio di ritorno in metropolitana, una cinquantina di pagine lette. Ancora non mi ritrovo nelle tipologie elencate, ma di sicuro da qualche parte ci sono. Come in una presentazione precedente, anche ieri hai rimarcato il tuo essere ateo. Sorrido. Io credo, già te lo dissi in altre occasioni. Per te c’è ancora tempo, sono fiduciosa. Parlando invece di San Vittore, esperienza devastante, vero? A me successe un quindicennio fa, visita forzata al “capo” sbattuto dentro per reato della finanza creativa “in guanti bianchi”. Che schifo. Ma questa è un’altra (bruttissima) storia.
    Buon lavoro per i prossimi incontri, coraggio, grazie
    Donata

  21. Sono passati 23 anni dalla riforma del corpo degli Agenti di Custodia in Polizia Penitenziaria e non un giorno,e a quanto pare l’autore di questo articolo non e’ molto informato,come del resto molti dei partecipanti di questo blog.
    Meglio essere un onesto e umile Polizziotto Penitenziario con la coscienza pulita che un delinquente omicida spacciatore pedofilo violentatore ecc..ecc..e anche scribacchino.Senza offendere nessuno.
    Grazie per l’attenzione.

  22. @Marco
    Secondo me il tuo post c’entra con il tema della libertà,quella interiore però…Per noi, aldiqua delle sbarre, uno dei problemi più invalidanti è costituito dalle barriere che costruiamo nella nostra mente, le critiche degli altri sono solo un riflesso di ciò che rimuginiamo dentro…Tu stai costruendo la tua felicità, hai il merito di riuscire a realizzare una dimensione che appaga te stesso e la tua famiglia eppure lasci ancora nelle mani degli altri il potere di appannarla. Marco, la tua vita ti appartiene, fai quest’ultimo passo e butta giù quei cancelli interiori che ti fanno ancora vacillare…gli altri sono solo uno specchio delle nostre insicurezze, vedrai che non ti daranno più fastidio…

  23. stessa esperienza di Laura, a 18 anni 25 giorni in isolamento per una malattia virale…è stato terribile sognavo il cappuccino del bar vicino al liceo e l’istante in cui avrei riassaporato la libertà..i piccoli istanti che formano la giornata.

  24. Ciao Simone,leggendo il tuo post l’aria mancava anche me, riga dopo riga e “leggerti” è stato veramente impegnativo anche se molto utile,specie per quel cammino che ho appena cominciato e che mi toglierà subito tanta aria ma alla fine mi farà sorridere sempre!!!!
    x Marco un consiglio:se hai voglia di raccontare quello fai, FALLO!! e fregatene dei commenti!Continua con il tuo progetto e vivi come vuoi veramente, lasciando gli invidiosi al loro immobilismo……quando io ho cominciato con il mio orto, ho ricevuto commenti che non stò ad elencare, ma sapessi che soddisfazione continuare per la mia nuova strada;-))

  25. Non lo faccio mai. Detesto farlo (Simone lo sa).
    Ma vi invito a leggere questo post che, per una curiosa coincidenza, muove proprio dal concetto di libertà:
    http://llht.org/2013/02/01/misura-anima/

    L’invito, sfacciato e spudorato, è di promuoverlo: quel libro di cui parlo… non è che “potete” leggerlo. Dovete. 😉

    Anche perché (forse potrò racontarlo meglio fra qualche mese) la crisalide è quasi pronta.

    Grazie e ciao

  26. Driin,sveglia alla mattina,
    latte,caffè
    e il raccordo anulare sul fondo della tazza,
    apri e chiudi la tua porta blindata,
    nevrosi tra lamiere,fumi e gomme,
    parcheggio su marciapiede o in doppia fila,
    un portone si apre e si chiude per te,
    un maledetto lettore magnetico ti chiede i
    secondi,i minuti,le ore,
    ‘buongiorno’ stanco e ignorato,
    chiavetta nel distributore di bevande,
    al ‘gusto’ di caffè,cioccolata,the….
    neon accesi sulla testa riflettono
    su monitor noiosi,
    dati,documenti,procedure,
    ora di pranzo,
    inchino al lettore magnetico,
    un portone si apre e si chiude per te,
    un pasto ti attende al bar,
    dove il caffè è finalmente caffè,
    sigaretta per chi fuma,
    fumo di pensieri per gli altri,
    un portone si apre e si chiude per te,
    riverenza al lettore magnetico,
    dati ,procedure, documenti
    e neon crudeli sugli occhi stanchi,
    la chiavetta da’ sollievo,
    riunione fiume ,sterile,inutile tributo da pagare,
    il buio improvviso,
    un ‘ciao, a domani’,ignorato
    il lettore magnetico chiede ancora tempo fuori contratto,
    ultimo omaggio al suddetto,
    un portone si apre e si chiude per te,
    Dante e Caronte sul GRA,
    al supermercato,la spesa di fretta,
    parcheggio impossibile,
    la tua porta blindata si apre e si chiude per te,
    a cena col vino i pensieri si fanno alti e audaci
    voli pindarici,sogni fugaci e brevi,
    il sonno velocemente li sopisce
    Driin ……

  27. Ciao,
    non c’entra un gran che con questo post che parla di liberta ma ha a che fare con un tema spesso trattato qui.

    Negli ultimi anni, tra le persone con cui ho a che fare ogni giorno ce ne sono sempre state alcune che vogliono giustificare tutte le mie scelte o abitudini “particolari”.

    -Tu hai potuto prendere il sabbatico perche… … io invece
    -tu puoi ridurre l’orario di lavoro perche… (non c’hai niente da fare) … io invece …
    -Tu sei piu in forma di me perche non sei mai in ufficio… (vedi sopra)
    -Tu trovi tempo per fare l’orto, stare con la famiglia…
    -… per fare questo quello e quell’altro perche… …. invece io

    Un po di tempo fa, quando alcune scelte mi hanno messo in un primo periodo di difficolta io parlavo di queste scelte con altri probabilmente anche per trovare un incoraggiamento o un supporto. Quindi all’epoca, certi commenti me li andavo a cercare in fondo.

    Pero adesso e’ da un bel po di tempo che non ne parlo piu se non con mia moglie e altri due amici veramente stretti. con le altre persone mi son accorto che
    -non solo non le vale la pena: la reazione e’ sempre solo di un certo tipo. poi tempo fa cercavo un conforto di cui ora non ho piu bisogno avendo imparato molto di piu ad andare con le mie gambe, prendere fino in fondo le responsabilita, stare bene con se stessi.
    -ma proprio non ne ho voglia di parlare delle mie abitudini “diverse” (prendersi parecchio piu tempo per se e stare meno in ufficio). perche meno gli altri ne sanno meno commenti invidiosi o di confronto si generano.

    Ecco, da piu di un anno faccio quel faccio e non ne parlo. (E sto in genere da dio!).

    Pero c’e’ una cosa che mi stupisce. Io ho smesso di parlarne, ma la gente che mi vede e evidentemente nota quel che faccio e’ parecchia e le frecciatine e commenti non sono meno di prima.
    Penso sia fisiologico.

    Dovrei riuscire a fregarmene completamente ma mi rendo conto che ancora non ce la faccio.
    Alla fine su quei commenti e frecciatine ci penso un po troppo su.
    Questo e’ un punto su cui vorrei riuscire a lavorare su di me in futuro.

    consigli?

    Saluti,
    Marco

  28. Per uno come te, che ha fatto della libertà fisica e mentale, la propria legge di vita, deve essere stato terribile. Tutta la mia ammirazione.Tra quelle parole manca l’aria, manca tutto. Si torna a respirare soltanto dopo, con te, al bar.
    Grazie.

  29. Sei stato molto bravo: saper parlare di libertà, in un luogo spoglio e senza luce, a chi oggettivamente, al momento non l’ha. Forse quando l’avevano non sapevano che scelta avrebbe causato questa perdita preziosa. Forse averla persa determina la consapevolezza di cosa significa possederla.
    Libertà. E’ una sensazione elettrizzante? E’ un pensiero profondo? E’ un concetto astratto? E’ un respiro pieno? E’ saper scegliere? E’ fare quello che ti pare nel rispetto della libertà altrui? E’ volare con la mente? E’ riuscire a fare quello che ti sembra improponibile? E’ saper dire no…o….si?
    E’ una riflessione lunghissima….. che dentro di me scatena lo scontro tra l’oggettivo concreto, del quale, per ora, ne sono convinta, non posso farne a meno, e il desiderio di non passare solo il resto del tempo che rimane a fare quello che mi pare e mi passa per la testa in quel momento, ma tutto il tempo del giorno ….. che pasticcio….. rare volte mi piace scrivere, ma quello che mi piace di più è disegnare.
    La presentazione del tuo libro mi è piaciuta molto. Brave anche le Giornaliste. Ho apprezzato ciò che hai detto, e mi è rimasto impresso soprattutto il pensiero sulla solitudine, e concordo. Mi ha veramente anche colpito l’intervento e riflessione della tua lettrice seduta nella prima fila. Bello.
    Ciao!

  30. Sinceramente pensavo ti trattassero con aria di sufficienza, con una sorta di sarcasmo rivolta a chi va a “invadere” il loro spazio con facili parole e poi se ne torna a casa, nel proprio nido. Mi fa piacere non sia andata così,sia perchè i miei pregiudizi son venuti meno sia perchè penso che, con molta probabilità, i detenuti hanno compreso meglio di molti altri la natura e le intenzioni di chi avevano di fronte. Grazie per le belle testimonianze.

  31. Ogni tanto mi capita di pensare al carcere e la sensazione è quella che hai descritto tu, la mancanza di aria, la mancanza del movimento. Ogni tanto penso a quelli che magari sono in carcere ingiustamente (e secondo me ci sono) e se succedesse a me? Voi non ci pensate mai? Deve essere terribile.
    Un caro saluto a tutti
    Andrea Ferrara

  32. tremendo. mi sono accorta alla fine della lettura che ero in apnea. ho respirato male pure io, catapultata in quella dimensione violentissima.

    mi inquietano i secondini. quell’atmosfera che hai descritto mi fa tremare di rabbia e di paura.

    i carcerati sono privati della loro libertà ma sono liberi di accoglierti, di parlare con te, di progettare.

    i secondini mi sono sembrati i meno liberi, gente che ha rinunciato a dare un senso umano al proprio ruolo, al proprio lavoro, schiavi di un repertorio e di un copione tra i più odiosi.

    se avessi vissuto una esperienza come quella che hai descritto, all’uscita dal carcere avrei avuto bisogno di un lungo lunghissimo abbraccio. e credo che avrei pianto. io ti mando un forte abbraccio virtuale. ciao!

  33. Caro Simone,
    sono cresciuta a Doestovskij e Baudelaire,
    l’intensità del mio sentire non mi ha impedito di essere uno spirito libero con la sensazione di appartenere ad un altro pianeta.
    Non vedo l’ora di leggere il suo libro, per ora dalle mie parti introvabile, come
    gli uomini:)
    Abito in un meraviglio paesino di lago e aspetto che lei passi di qui, prima o poi succederà, così aprirò quel buon rosso.

  34. Ciao Simone, sn appena stata in Feltrinelli ed ero, lo ammetto, un po’ , tanto, emozionata ,perchè sapevo di avere davanti un tipo di uomo , di quelli che ….insomma…. eri vero, in carne, ossa e parole, soprattutto. Sono venuta più per guardare questa specie rara dal vivo che x il libro, che cmq avrei preso. Faccio parte di quelle donne che va spesso a passeggio, al bar, al cinema, da sola , nonostante un marito e una discreta quantità di conoscenti, amiche e colleghe. Lo faccio perché nn ci sn sempre i termini x condividere, e la cosa nn mi fa paura, anzi mi piace, tranne poi ammettere che vorrei ci fossero, ogni tanto,le condizioni x godere insieme delle cose che reputo belle. Attribuisco, evidentemente, in questo caso, al termine “condividere” un significato profondo. Ribadisco, che sn d’accordo con te sul fatto che l’uomo deve prima di ogni cosa trovare se stesso e che l’errore più grosso che spesso fa e lo porta allo smarrimento totale è quello di cercare di essere ció che noi donne vorremmo. Questo nuovo post, come ti dicevo in libreria , è bellissimo , perchè, le parole scritte rendono perfettamente l’idea di tutto quanto avresti potuto e voluto scrivere . Le tue parole hanno dato brillantemente voce alle parole nn dette. Grazie
    P.s. Sono “la Donatella” che ti ha visto x la prima volta in tv con Sara, la figlia della mia collega, che vorrebbe cambiare vita come ha cambiato lampadario, che si entusiasma del post che parla del pontile, che pensa di aver trovato sul tuo blog “dove sn gli uomini” e che nonostante si dichiari ” nn disinvolta ” è riuscita a fare un intervento in libreria. Anche di questo…. grazie.

  35. Ciao Simone , questo racconto mi ha commosso , penso che ci sia molta dignità nelle persone che hai incontrato . Io ho provato una sensazione simile alla prigione quando avevo 17 anni e rimasi 15 gg in ospedale per una broncopolmonite …. mi sentii senza libertà.Non è certamente la stessa cosa ma è stata un’esperienza che mi è rimasta dentro….ricordo tutto di quei giorni!!! Grazie .

  36. Mi sono commossa, profondamente. Ho le lacrime agli occhi. Forse perchè ormai da quasi due anni stiamo cercando di cambiarla, la nostra vita, e ora ci troviamo con l’acqua alla gola. Forse perchè tutto è iniziato con i tuoi libri, che hanno scoperchiato una parte di me che non conoscevo (o forse fingevo di non sapere che c’era). Forse perchè spesso in questi ultimi giorni ho pensato di avere sbagliato tutto. Leggere di quelle persone, private di ogni libertà eppure così lucidamente libere nell’animo, mi ha dato conforto, e forse un briciolo di forza in più per non rinunciare al nostro sogno. Grazie Simone, come sempre.

  37. Buongiorno. Volevo ringraziarla per quanto descritto. FAccio parte di un’associazione di volontari, Associazione Incontro e Presenza che ogni sabato entra a S. Vittore per offrire compagnia umana ai detenuti. Abbiamo molte persone che andiamo a trovare proprio al “terzo” che lei ha descritto.
    La invito a tornare…. è così decisivo e importante per loro avere occasioni come quella che Lei ha vissuto. Ritorni, con noi magari. Magari al femminile (è un’altro mondo, anche questo tutto da scoprire e…racontare). Stia un pomeriggio con noi. Forse sarà sempre un pò drammatica l’esperienza ma di sicuro con un pò più di respiro ;).
    Grazie, se vuole mi contatti. Siamo su FB.

  38. “…Non so com’è lì, però. Dopo un po’ che sei qui non ti ricordi più le cose di fuori. Non so come descriverle…”. Impressionante, sembrava che quel carcerato parlasse della vita che viviamo, qui, noi, in questo nostro tempo malato: testa bassa e rigare dritto, a rispettare regole che non ci rispettano.

  39. @Simone anch’io come Flavio spesso non riesco a commentare i tuoi post, ma la liberta’ di cui parli sempre tu e’ tutt’altra cosa… Sono confusa. Vabbe’ e’ un mio problema…

  40. Pazzesco, mi è venuta un’ansia incredibile nel leggere il tuo racconto…sei straordinario sia quando descrivi l’oppressione che genera il contesto carcerario sia quando parli della semplicità con cui i detenuti hanno accolto le tue parole. Ero sicura che sarebbe stata un’esperienza particolare, che i detenuti ti avrebbero sorpreso… solo chi si è trovato forzatamente a dover ridurre le sue esigenze all’osso, a dividere anche lo spazio vitale in maniera così innaturale e spesso disumana, può capire fino in fondo il senso di quel “togliere” di cui parli, della riscoperta delle cose semplici, il valore della libertà…e soprattutto farlo senza giudizi, senza dietrologie…Complimenti per la tua iniziativa e per il modo in cui ce l’hai descritta, c’è molto da riflettere…

  41. “E’ così. E’ per mantenere il tenore di vita che la gente diventa schiava”.

    E’ proprio cosi’….io ne sono l’esempio…incapace di prendere questa decisione, per paura che possa divenire una sciagura…..paura di perdere le “cose” che possiedi….e sopravvivi di lavoro, pranzo, cena, letto, e poi di nuovo lavoro….pensando che quelle poche ore di pausa del fine settimana ti possano far “respirare” ma il lunedi’ è già li per deprimerti ancora di piu’ settimana dopo settimana sempre di piu’….ma ancora non trovo il coraggio di presentare questa benedetta lettera di dimissioni che da tre anni mi porto appresso…..

  42. La cosa che maggiormente colpisce, credo, è proprio la differenza tra coloro che stanno fuori e coloro che invece stanno dentro,veramente privi di ogni libertà, in primis quella di movimento. Quando penso alla nostra condizione di uomini “liberi”,nella nostra epoca, penso al concetto di “schiavi moderni”. Siamo talmente circondati da oggetti superflui, ridondanti, inutili, da essere disposti a rinunciare a qualsiasi cosa pur di rendercene schiavi. Più vado avanti lungo il mio percorso esistenziale, più mi rendo conto che tutto ciò che possediamo ci vincola, ci costringe a sacrificare un tempo sempre maggiore della nostra esistenza all’altare dl lavoro, in modo tale da avere stipendi adeguati a sostenere il nostro stile di vita, circondati da cose inutili e superflue. Forse il paradosso sta proprio qui: meno si possiede, più si è liberi. Il mio percorso è appena iniziato (ad al momento è solo interiore), ma comincio a rendermi conto che non si può sprecare la propria esistenza a svolgere lavori che non ci piacciono, soltanto perché ci garantiscono un reddito che ci permette di sopperire alla spese superflue che facciamo ogni giorno.

  43. è un decimo di quello che avresti voluto scrivere… è un decimo di quello che avrei voluto leggere. Emozioni strane, molto forti, diverse da quelle che siamo soliti provare… grazie Simone

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