Rovesciare il tavolo

Ore 10.00. La simpatica padrona eritrea del Red Bar e un paio di avventori

Poco fa erano le 8.50 di mattina. Camminavo in via L. Palazzi, Milano, con la testa tra le nuvole, come sempre. Scorrendo un ufficio fronte strada, dietro una grande vetrina, vedo una ragazza graziosa, ben vestita, seduta a una scrivania, che parla animatamente con un uomo, giacca e cravatta, sotto una luce livida al neon. Anche lui gesticola, la discussione sembra accesa. Incrocio lo sguardo della ragazza: è perduto, sconfortato, si sta impegnando in una discussione del tutto inutile, di prima mattina, su temi che non hanno nulla a che fare con lei. Sta vivendo una lucida follia, uno degli infiniti momenti di insensatezza di cui è composta la sua quotidianità.

La scena, al rallentatore, è fulminea. Lei si specchia nei miei occhi, io nei suoi. Io tiro un sospiro di sollievo, lei si sente svenire. Un istante prima di farlo si volta, torna alla sua assurda discussione, per non dover prendere atto di tutto, per non morire di comprensione. Meglio non sapere, non capire.

Quello che ruota intorno al lavoro, nelle aziende, negli uffici, non ha in gran parte alcun senso. La stessa vita delle persone è organizzata con uno sciamare di situazioni, circostanze, metodi, flussi, abitudini che da dentro paiono del tutto ovvie e viste appena da fuori (neppure dalla luna, solo da qualche metro) rivelano tutta la loro assurdità. Rapporti tra esseri che non dovrebbero mai essersi conosciuti e invece condividono giorni, anni, decenni; tempo sbilanciato in modo folle tra inessenziale e necessario; denaro che circola, che non rappresenta neppure minimamente il valore impiegato; occupazioni quotidiane (dunque parole, emozioni, arrabbiature, soddisfazioni) generate da atti e circostanze che non appartengono minimamente agli attori; flussi organizzativi irrazionali, con utilizzo maldestro e a volte perfino folle delle caratteristiche delle persone rispetto alle mansioni; rapporto lavoro/guadagno capovolto, dove chi guadagna di più lavora meno e viceversa; funzioni duplicate, deleghe fittizie, poteri non distribuiti, effetti degli errori che impattano sulle persone sbagliate, risorse dilapidate, idee sperperate, soluzioni non trovate sebbene siano disponibili. Potrei continuare per qualche pagina…

Al mio arrivo al Red Bar, poco fa, un ragazzo mi sta aspettando. E’ passato per conoscermi, salutarmi, prendere un caffè. Ci sediamo, chiacchieriamo del suo lavoro di consulente finanziario personale. Gli racconto che tra breve spiegherò e metterò in pratica il “diritto di recesso all’incontrario”. Lui sembra incuriosito, colpito. Gli racconto e lui annuisce: in quest’’epoca tutto viene venduto caro, senza passione, da un venditore che non ha nulla a che vedere con ciò che fa, a chiunque abbia denaro per pagare qualcosa che non lo renderà felice. Occorre invece introdurre un nuovo modello di transazione, in cui solo chi è appassionato davvero può vendere qualcosa di unico, di grande valore, al minor prezzo possibile e non a chiunque abbia i soldi per pagarlo, perché avere i soldi non basta, ma solo a chi davvero vuole, ha reale desiderio di ciò che cerca. In questo schema, non l’acquirente, ma il venditore deve poter esercitare un diritto di recesso, cioè restituire il denaro al cliente e salutarlo: “mi sono sbagliato, scusami. Venderti questo non ha reso felice né me, né te”. La natura opposta, capovolta, di questo “negozio” impedirebbe, per caduta, la gran parte delle follie della finanza, dell’economia, del lavoro, della relazione di scambio. Viste al filtro della vita, dell’armonia, queste aberrazioni perderebbero qualunque significato.

Il ragazzo ci ragiona su, annuisce. Beviamo un caffè, ci salutiamo. A due metri da me un avventore abituale del Red Bar spiega alla padrona, con calma, sottovoce, il libro di Jodorowsky che sta leggendo. A me sorge dentro un gran buon umore: un buon inizio di giornata, penso, ragionare su come ribaltare tutto, capovolgere, rovesciare il tavolo. Sono molto ottimista, penso che si possa fare….

 

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25 thoughts on “Rovesciare il tavolo

  1. Ciao Simone, prima di tutto complimenti per le riflessioni che sai infondere in chi ti legge!! Ti ho scoperto oggi navigando un po in cerca di “pezzi” per attuare un cambiamento radicale nella mia vita
    Spero di riuscire a fare il primo passo
    Ti seguirò
    Ciao Simona

  2. Sono quel ragazzo.. Per ribaltare il tavolo bisogna essere liberi. Liberi di fare ciò che ci appassiona, di lavorare per migliorarci, di non dover rendere conto a nessuno se non a noi stessi e al nostro “acquirente”. Allora il tavolo si può ribaltare!

    p.s. se puoi metti questo di commento

  3. Francesca, trovo il tuo blog molto interessante, l’ho salvato fra i preferiti 🙂

  4. Viviamo in una società piena di stereotipi, non esiste una maniera in cui fare le cose, ma esistono molti modi, sicchè si può ribaltare il tavolo, ciascuno di noi può farlo…

  5. MA ALLA FINE DELLA FIERA NON E’ CHE CI FACCIAMO TANTE PARANOIE, TANTE CONSIDERAZIONI MENTALI, QUANDO POI TUTTO SI RIDUCE ALLA MANCANZA DI UN MINIMO DI BUON SENSO E SENSO CIVICO E RISPETTO RECIPROCO ??

  6. TANTI AUGURI, LISA…SE E’ QUELLO CHE TI DICE IL TUO CUORE, SICURAMENTE CE LA FARAI..
    UN ABBBRACCIO

  7. Grazie a Simone per questo spazio e grazie a voi per i commenti e le esperienze descritte.

    Aiutanto, credetemi.

  8. Ciao Simone,
    dopo vent’anni in azienda dove ricoprivo un ruolo di responsabilità, ho deciso di dimettermi qualche giorno fa. Il mio è stato un lungo percorso pieno di progetti ma anche di tante paure che mi bloccavano. Ho letto i tuoi libri e quelli di altri autori che sono stati fondamentali per trovare la forza e l’entusiasmo di tentare una nuova vita. Sto già realizzando un sogno, non l’unico che ho, che è quello di imparare a dipingere e lo sto facendo con un’energia che avevo perso da un bel po’ di tempo.
    Mi sento così leggera e felice come non mi sentivo da anni e per questo ringrazio te e tutte le persone che scrivono nel blog, grazie a voi ho compreso che non ero la sola a pensarla in “modo diverso”.
    Saluti a tutti

  9. Lavorare in azienda è una gran tristezza di questi tempi, sono sempre partita con un gran entusiasmo, mettendoci tutti i miei sogni e sono sempre finita con delle grandi delusioni. Alla fine nel lavoro dipendente decidono gli altri, che spesso non sono troppo illuminati, anzi. Da qualche giorno sono in cassa integrazione, e vi dirò, la sto vivendo bene. Ho finito di passare le giornate in un ambiente di lavoro che non mi piaceva e che ho dovuto sopportare mio malgrado. Ho finito di pensare “mi dimetto o non mi dimetto”, di stare scomoda su quella poltrona da dipendente, ma con tanta paura di mollarla. Forse sono l’unica cassa integrata felice. Forse ero l’unica preparata. Perché in questi anni ho cambiato la mia prospettiva verso il lavoro, verso la vita in generale. Ho iniziato a leggere i libri di Bauman e di Perotti, mi hanno aiutato molto. Sono arrivata preparata con il mio bagaglio di progetti, adesso li posso realizzare senza angoscia, uno per uno, con il tempo che ci vuole e conto di costruirmi una vita migliore di prima. La frase di Simone “scollocatevi voi prima che vi scollochino loro” è vera!
    http://gattolibero.wordpress.com/

  10. Soverchiare, rinnovare, “neologizzarsi” !!!
    E’ triste dover sempre cercare degli “escamotage” per annullare le stupidità utilitaristiche umane, dover sempre trovare gli antidoti, accettare assiomaticamente che ci sia un diritto di recesso.
    Ormai non può esserci altra rivoluzione possibile che quella del proprio pensiero, della propria filosofia, della propria etica, ed agire di conseguenza.
    Bisogna solo imparare ad ascoltarsi, ad ascoltare, e soprattutto a sforzarsi, sforzarsi per uscire dai quei piani concettuali preconfezionati che la società ha autorigenerato.
    Non è facile, ma ce la possiamo fare, anche perché a mio modesto parere non c’è altra strada percorribile.
    Scusate la sfrontatezza.
    Simone, ti stimo !!!

  11. Ciao,
    il post mi ha fatto venire in mente un racconto di mio nonno.
    In gioventù nel paese in cui abitava ,passava spesso per le strade un venditore ambulante di stoffe e tele, era un tipo particolare, molte volte si rifiutava di vendere le merci alle persone perchè riteneva non fossero degne di possederle, tanto che un giorno lo trovarono in chiesa intento ad adornare la statua della santa patrona con le sue stoffe.
    La statua della santa offriva più di quanto nessun altro avrebbe potuto.

    • Claudio, la storia è bella. Tuttavia, quello è l’estremo opposto. Le cose devono avvenire, passare di mano, ma devono essere buone, vere, utili, e devono essere uno strumento sapido, per gente sobria, che ha bisogno di cose vere, non il fine fatuo, per gente sbalestrata, che gode dell’inessenziale… ciao!

  12. Dimensione distorta del tempo e consumismo sono in fondo due facce della stessa medaglia.Non trovi ? Il consumismo si nutre di velocità, di voracità , di assenza di desiderio ed il nostro tempo o è produttivo o non esiste. Ci hanno educato a misuraci sulla base della nostra produttività professionale , sociale o relazionale .Il pensiero che corre mentre leggi un libro , il sogno o il ricordo che ne nasce , il ritornare più volte su una pagina piena di poesia , il tempo lento, le fermate necessarie a ritrovare il proprio ritmo non sono ammesse in questa gigantesca giostra che tramortisce. Scendere e restare a terra è difficile e, paradossalmente , la difficoltà più grande è stata per me concedermi il permesso di pensare di farlo prima e di farlo poi. Nelle giornate no monta ancora l’ inquietudine di non essere dove avrei dovuto o la paura che pagherò dazio per aver perso il giro ma , fortunatamente, non so più rinunciare al mio tempo .
    Ciao
    Cristina

  13. Quest’idea del diritto di recesso all’incontrario mi piace parecchio… ma parecchio proprio!

    Come sempre è interessante leggerti.

  14. Non vorrei sembrare offensivo, è un concetto molto “banale”. E per questo è geniale.
    Ribaltamento totale della scala dei valori, questi sono concetti rivoluzionari! Semplice, lo capirebbe chiunque. Per questo non mi sento di aggiungere altro.

  15. ciao Simone,
    interessante questa cosa del diritto di recesso all’incontrario.

    se l’ho capita un po, l’ho capita ancora poco. quindi saro contento un giorno di leggere di piu rispetto all’idea.

    Pero una cosa mi sembra interessante:
    Mi sono chiesto: quale venditore userebbe questo diritto? mosso da cosa?
    La sola risposta che mi viene in mente e’:
    Un venditore che e’ indipendente dai soldi, che e’ mosso a “vendere” da altre ragioni principali e che puo stare in piedi indipendentemente dal fatto che uno compri o no.
    Cioe un uomo libero e indipendente che fa quel che fa per passione e non per vendertelo. (in fondo e’ come lo descrivi tu gia nel post)

    Ecco, piu ci penso e piu mi sembra che forse ho capito un po di piu quel che intendi.

    Effettivamente l’immagine di quel venditore e’ bella, affascinante, piena.

    E a pensarci io conosco qua e la un po di persone che ci assomigliano.

    Cosa dici, ho preso lucciole per lanterne o ci sono andato un po vicino?

    Ciao
    Marco

  16. Aggiungo una cosa.

    Io il dovere di recesso lo applico gia’.
    Restituisco il 50% di quanto pattuito al cliente nel caso in cui non raggiunga i risultati concordati con me all’inizio del percorso.

    Non ho paura di perdere soldi perche’ se analizzo cosa ho sbagliato e la prossima volta non lo rifaccio, i soldi non li perdo.

    Intanto io lo faccio.

  17. Ahi ahi Simone, che ci fa quella bottiglia di plastica sul tavolino invece di un bel bicchiere di acqua del rubinetto! (Si scherza :D)
    L’atmosfera in quel bar sembra davvero di un’altra epoca, lo si percepisce sia dalle tue parole che dalle foto che hai messo.

  18. Ciao Simone,
    “il venditore deve poter esercitare un diritto di recesso”
    Un diritto e’ qualcosa che desideri e che ti spetta.
    Il venditore non desidera restituire il denaro, il recesso non spetta a lui.
    A suo giudizio lui lavora gia’ bene, il prodotto e’ ottimo, il servizio eccellente.
    Infatti nel diritto di recesso il soggetto e’ il consumatore.

    Io parlerei di ‘dovere’ di recesso.
    Dovere cioè di restituire il denaro al cliente e salutarlo: “mi sono sbagliato, scusami. Vederti questo non ha reso felice né me né te”.

    ‘mi sono sbagliato’ ??????
    ‘scusami’ ??????
    seeeee….

    😀

    Ma non vedi che le persone non si fanno mai domande neanche quando nuotano nella cacca piu’ nera?

  19. Ciao Simone,
    questa riflessione l’ho fatta per i prodotti biologici del mio campo. Ho un po’ di terra che coltivo personalmente e ho iniziato a vendere ciò che produce, tra l’altro con successo. Prodotti Km 0, agricoltura bio ecc… Lato mio tanta passione per la terra e una laurea e un lavoro “aziendale” nel marketing&comunicazione…
    Conosci questa storia no? 😉
    Bene, qualche giorno fa ho pensato che potenzialmente potrei vendere i miei prodotti ad un prezzo più alto, verrebbero acquistati dalle persone maggiormente benestanti e più lontane dal poter comprendere il reale valore di ciò che stanno acquistando. Non sono disposta a vendere i miei prodotti a persone che valorizzano con il denaro. Al contrario regalo tutti i giorni a persone che ne comprendono il valore reale e la passione impiegata.
    E’ un pensiero di difficile comprensione, spero di aver reso l’idea.
    saluti

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