Sul ponte asciutto

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Alla partenza da Porto Kufo. Poco dopo, due metri d’onda in prua

Scalzo fino ad ora, novembre. Qualche schizzo di sangue sul dorso del piede. Sangue marino, di un pesce spada che abbiamo pescato poco fa, estratto dalle acque di un capo mediterraneo, salpato a riva dal blu di un mare che oggi fa ballare, la barca come il cuore. Sangue che oggi non può non ricordarmi anche un giovane ucciso dalla polizia, mentre era sotto la loro custodia, e una mamma che alla domanda “chi è stato” si è sentita rispondere “nessuno“.

Scalzo sul ponte asciutto, giornate fresche, ma secche, basta una felpa in più, qualcosa contro il vento, e tutto si redime. L’umido ti aggredisce, sinistro, mentre il freddo ti sfida a volto aperto. E’ una questione di stile, l’inverno. Può essere subdolo o leale, e qui non vedo colpi alle spalle, solo mare duro, da temere, e vento amico, da abbracciare.

Scalzo, coi piedi e le mani calde, come d’inverno, a casa mia, quando fa un freddo cane, la casa e’ gelida, ma io dormo coi piedi fuori dal piumone, li voglio sempre liberi, pronti a saltare giù dal molo, a svilupparsi, e all’aria, perché mi fanno da vibrisse, mi indicano la via, quello che succede intorno.

Scalzo e lontano, nel mare metallico che scorre in senso inverso, con mille domande nel cuore, inviti, parole, echi di sguardi indimenticati, voci di parole inutili, oppure profetiche, oppure attuali, che significano azioni che devo compiere, inevitabili come questa rotta ondivaga quanto si vuole, ma vera.

Scalzo. Pelle dura sul teak, sensibilità alle dita, tendini forti, muscoli abituati a lavorare per l’equilibrio. Un equilibrio che ha bisogno di piedi, di azione diretta, e su quelli poggia, appunto, mentre l’onda (della vita) ci strapazza.

Scalzo, in relazione muta col ponte, in chiara solitudine di pelle e sensi. In viaggio.

 

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