Il Ritorno

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Un molo

Vieni via. Senza motivo apparente, anche solo per fare un gesto. Sei stato troppo tempo dove non dovevi. Torna a casa, quella che non hai mai ritrovato. La casa vuota e mai vista che attende il tuo ritorno. Lascia gli ambienti vuoti che non ti appartengono, porta con te solo lo stretto necessario, troverai tutto quello che ti serve dove stai andando. Non è la tua casa, forse, la meta? Il fatto che tu non l’abbia mai frequentata, non cambia le cose. E non avvisare. Non spiegare. Non raccontare il tuo itinerario. Nessuno che abiti le stanze vuote può capire il tuo ritorno, e nessuno ti seguirà. Né ti mancheranno gli amici. Li incontrerai, nuovi eppure già conosciuti, adatti come mai prima a incrociare il tuo viaggio. Vivono là dove non sei mai stato, camminano per le tue vie sconosciute, che dovevi conoscere, così nuove e prive di incognita. Senza bagaglio, solo, potrai finalmente impossessarti di ciò che è tuo, provare la sensazione dell’appartenenza.

Non pensare al ritorno, perché un ritorno è impensabile. Si può tornare dopo che si è partiti, non dopo. Potrai salpare, invece, finalmente, perché per muovere serve un porto d’armamento. Per questo i tuoi viaggi sono sempre parziali, sempre illusioni. Prima, devi cercare la casa. Quando l’avrai trovata, potrai andare.
Vieni via.

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17 thoughts on “Il Ritorno

  1. d’accordissimo con i pensieri di Barbara,vivo al lavoro più o meno la stessa situazione,grazie a Simone che mi fà sempre riflettere…,sperare di trovare il coraggio per “andare Via”

  2. Sono stato troppo tempo dove non dovevo e ritorno in quella Favignana col sapore di casa.
    Incontro quegli amici sconosciuti che più di così non potrebbero adattarsi al mio viaggio.
    Prove e collaudi della mente razionale sono stati superati.
    Ora manca il viaggio, da posti che so verso me stesso.
    Il gesto è facile, renderlo complicato è maestria dell’uomo.

    • Carlo, immagino, capisco, ogni stato d’animo… Un caro saluto. Buon viaggio. Vivitelo con tutta l’emozione del mondo. E un bacio alle Egadi, che vedrò di nuovo tra un paio d’anni…

  3. Il percorso da seguire sembra facile. Quasi “burocratico”…

    1) Venire via (quanto mi piace questa espressione!).
    2) Lasciare gli ambienti vuoti (non vedi l’ora…).
    3) Non pensare al ritorno (rende perfettamente l’idea di “libertà”).

    Poi.
    Pugni e carezze… O una carezza in un pugno, per citare la famosissima canzone…
    Perché “venire via” non basta. Il rinforzo sta nella frase successiva “senza un motivo apparente” e soprattutto “anche solo per fare un gesto”…
    Se, mentre stai leggendo questo post, sei in piedi (ma anche se sei comodamente seduto sul tuo divano) …senti le ginocchia piegarsi leggermente e può accadere che, mentre il tuo viso rimane assolutamente impassibile, gli occhi si riempiano, un poco di quella strana acqua, un po’ salata…
    Però vai avanti. Forse perché sei masochista, chissà…Allora, non te lo aspetti quasi, arriva la carezza: “sei stato troppo tempo dove non dovevi”. E questa frase, così semplice, apre davanti a te una voragine. Segue una serie innumerevole di fotogrammi, dove ti rivedi in quel luogo, in quel posto dove NON dovevi e non volevi stare. E laggiù, in fondo, c’è una casa – che tu te la immagini come quelle delle favole con il camino fumante, una luce accesa – che attende il tuo “ritorno”. Devi tornare da te… (Ho amato la psicoanalisi e poi l’ho anche odiata…a fasi alterne direi… E sarà quel che sarà, ma io mi sono rivista bambina…e mi sono piaciuta un sacco!).
    Poi arriva il pugno, ben assestato, allo stomaco. “E non avvisare. Non spiegare. Non raccontare il tuo itinerario”. Io, qui, mi sono fermata per un po’. Perché per me questo è il fulcro. Il centro. Io devo sempre spiegare e informare e dettagliare e ….dove vado e con chi e per quanto tempo e quando “torno”…e perché…. Allora il pugno è diventato una carezza, un vento tiepido e delicato…E ho sorriso. Perché nessuno mi seguirà. Perché “là” troverò amici “conosciuti” ma soprattutto “adatti” e mai aggettivo potrebbe essere così sapientemente azzeccato…
    Hai preso lo stretto necessario (uno spazzolino da denti?..) e senza bagaglio e senza zavorre varie, vai finalmente a prendere possesso di ciò che ti spetta perché E’ TUO…perché ti appartiene.
    Un viaggio. Che se non lo fai davvero ma riesci anche solo a immaginarlo, stai già lievemente meglio.

    Quanto tutto questo è lontano anni luce dal nostro comodo, solito modo in cui siamo stati educati a vivere? Quanto sembra così facile oggi e domani solo un’illusione e poi dopodomani chissà forse no? E quante le paure vere legittime o quanti gli ostacoli presunti e non reali?

    Avrei voluto commentare subito questo post, di getto. Un pensiero. Ne avevo molti. Ma non sono riuscita. Oggi è stata una giornata pesante. Il “lavoro onnipotente” impera, ti sradica, ti toglie molte energie.
    Oggi mi è stato detto che mi occupo troppo di quello che avviene intorno a me nell’ambito lavorativo. Cioè delle “relazioni”, delle “emozioni”. Che non va bene. Che non mi aiuta a “funzionare meglio”, a essere più efficiente e “più centrata all’obiettivo”. Solo a scriverle queste cose mi viene la nausea se poi penso che, oltretutto, ho cercato, “ob torto collo,” anche di farlo ma non ci sono riuscita…Ho fallito. Sono un essere umano scadente. Che doveva concentrarsi e “vincere”, e invece ha sbagliato…E allora? E allora ….…”vieni via…”….

  4. Riflessioni molto profonde, Simone. Se non fosse per lo stomaco che mal di adatta alle onde, sarei anch’io in un angolino della tua barca a condividere la tua meravigliosa esperienza. Non demordo, comunque… Un grosso abbraccio

  5. Ho letto questo post molte volte. Ogni volta è stato come un gancio sferrato a tutta forza in pieno volto. E ora sono steso a terra, agonizzante, a leccarmi le ferite. Capita spesso con quello che scrivi. Se da un lato le tue parole mi aperono gli occhi su cose che prima non vedevo e mi aiutano a vivere diversamente, dall’altro mi mettono spesso a tappeto.
    Questo perché, anche se ne faccio tesoro, mi mettono di fronte al fatto che non riesco a fare quello che dovrei: abbandonare l’ambito lavoro d’ufficio a tempo indeterminato nella Capitale e vivere diversamente. E soprattutto, vivere altrove.
    Da troppo tempo sto dove non devo, e la mia anima reclama libertà da questi non-luoghi.
    Spero tu non smetta di scrivere Simone, ho bisogno delle tue parole (e penso di non essere il solo): anche se mi fanno male sono essenziali per poter riuscire un giorno a rovesciare il tavolo.
    Buon vento !!

    • Rovesciare il tavolo non va bene, Alessandro. Bisogna pensare a come allontanare la sedia dal tavolo, poi alzarsi con calma e rimettere a posto la sedia e le clip metalliche ormai vuote. E poi uscire. Con calma, con la certezza di aver fatto bene. Se rovesci il tavolo, rischi che una clip (e quello che lei ancora trattiene) ti resti attaccata alla tasca. E poi ti tocca tornare indietro.

  6. Ciao Simone,
    paragonarti alla stregua del “Pifferaio Magico” nei
    confronti di noi comuni mortali( lontani dal mare) spero non sia intesa come offesa. Il suono ammaliatore pero’ non proviene da un flauto ma, dalla melodia del vento tra le sartie di Mediterranea, barca a cui hai dato un’anima e ci spinge a profonde e meravigliose riflessioni.
    Grazie
    Giampiero

    • Se pensi che mai farai ciò che vuoi, succederà proprio così!! Le tue mura sono le mura di molti. Forza Laura credici un pò di più … crediamoci un pò di più!
      Isa

      • Grazie Isa per l’incoraggiamento. Negli ultimi due anni ,da quando ho iniziato a leggere i libri di Simone . molto è cambiato nel mio modo di vivere, il mio rapporto con il denaro.ma è la svolta finale, il decidere di mollare tutto che non mi riesce. Sono imprigionata tra mura che a volte odio ma che amo anche,che sono le mie certezze i mie affetti, i miei legami familiari.

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