Risultato

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Energia

Sapere chi sei, onestamente, sapere dove vai, ma dove vai davvero, conoscere i luoghi dove non andrai, le persone che non sarai, perché non è roba tua. Il centro è lì, e l’azione è quella della finzione, cioè fingersi, immaginarsi, ciò che siamo in pectore, che diventeremo, ma ancora non siamo. E’ lei a farlo essere già oggi, a farlo diventare.

Dirsi stupidaggini, stanca. Tanto quanto non fingersi. Nel primo caso il motore gira a mille per mostrare a sé e agli altri ciò che ad andatura nostra non saremmo mai. Nel secondo caso il motore non gira affatto, l’immaginazione non raggiunge quel gesto futuro che possiamo già compiere oggi, diventandolo. Siamo stanchi a fine giornata, o durante, a parte gli eventuali disagi fisici in corso? Ecco

L’energia genera, ma anche rivela. Se tentiamo di essere l’uomo che non siamo, come se non tentiamo affatto di vivere come l’uomo che possiamo diventare, non ne produciamo, anzi, ne consumiamo tanta di più di quella che abbiamo. Risultato: sfiniti.

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23 thoughts on “Risultato

  1. Grazie Simone,

    ti invierò altro materiale…dove sei ora?
    Ti ho visto che dovevi intervenire su Rai 3, alcuni giorni fa… Ti hanno inquadrato …ma poi non ti hanno più chiamato, se non sbaglio !?
    Strano!
    ciao
    G.

    • Si guglielmo. Ero in collegamento da genova. Pero non mi facevano parlare e allora me ne sono andato. Mi sono tolto il microfono e ciao.

  2. Caro simone, leggo spesso il tuo blog e il tuo adesso basta. Ti interessa, ti piace la poesia? Volevo inviarti qualcosa di mio …cosi tanto per condividere esperienze. Ciao g.

    • Volentieri Guglielmo. Ti prego, pubblicale qui, credo faccia piacere a tutti leggerle. Puoi anche usare questi lettori che siamo come riscontro del tuo lavoro.Ciao!

    • Queste trasmissioni televisive sono ridicole a volte.
      Fanno cosi male alla “Televisione”.
      Problemi complessi sono compressi in pochi minuti.
      Io volevo sentire il tuo intervento- pensando che sarebbe stato interessante- ma poi ho cambiato…, mi sono stufato…non ti hanno più chiamato.
      non fanno parlare nessuno- poi danno la parola sempre ad un altro cha ha di solite cose stupide da dire !
      Boh !

  3. Eh, si, il risultato…
    Lo si ottiene semplicemente agendo al meglio, evitando bleuff contro se stessi ed altri, è, inoltre, il frutto di equilibrio, saggezza, buon senso ed art de vivere.

    Tutto il resto è noia, specie in questo periodo estivo.

    Serenità a voi tutti
    Vale

    • Grazie Simone,
      ecco uno stralcio del mio ultimo lavoro “La forza degli schiavi”.
      Credo che molti versi siano affini ai sentimenti e alle idee che muovono questo tuo blog fin dalle origini . Ciao, e buona navigazione !

      la forza degli schiavi

      Algo, ser algo, ser algo,
      menos lo que soy ahora:
      un poeta, las raìces
      rotas, al viento, partidas,
      una voz seca, sin riego,
      un hombre alejado, solo,
      forzosamente alejado,
      que ve ponerse la tarde,
      con el temor de la noche.
      Cualquier cosa, pero viva,
      por más pequeña que sea.
      Si, cualquier cosa, Señor,
      pero viva, cualquier cosa…
      Rafael Alberti
      Balada de la Sinceriad
      al Toque de las Animas

      Dr. Livingstone, I suppose !

      “in te ipso redi, in interiore homine habitat veritas”
      Sant’Agostino

      well
      yes I am
      dear Stanley

      io avevo una fissazione
      per l’uomo &
      mentre ti aspettavo
      ho letto la bibbia 4 volte
      & mentre leggevo
      & leggevo
      amavo osservare sulle rive
      l’umana sofferenza
      dentro le disgraziate
      capanne negre

      che orrore! Stanley
      che orrore!
      tutto era profonda
      tenebra

      finalmente ho
      capito

      la vita è sempre
      un dono
      e non va mai
      sfidata
      -come ho fatto io-
      Stanley

      non c’è niente di nuovo
      per l’uomo
      sul fronte occidentale
      le ragioni della polvere
      consumano sempre nelle cose
      è tutto sotto il cielo – e sopra
      nulla
      solo l’amore cambia

      oh mio Signore
      tu sei tan grande
      grazie

      ero un parto scagliato
      verso un mondo
      in un arco una freccia
      a cercare una traccia
      prima che tu ci fossi
      eravamo già tu & io
      insieme – Signore
      e tu senza saperlo
      eri già tutto in me
      presente in me
      dentro di me
      & io attratto
      mi allontanavo da te
      e costruivo per me
      un’architettura di dolori
      e tu preparavi per me
      opere e missioni
      la mia speranza
      che gradualmente
      diventava parola
      con architravi forti
      di essenza
      ponevo fragili
      colonne di pensieri
      e così per mia gioia
      ripagavo te
      in una vita para bellum
      mordendo
      un odio largo
      quanto un lago
      del continente nero

      oh mio Signore
      tu sei tan grande
      grazie

      io intesi ingenuo
      che utilizzando la sinistra
      avrei cambiato il mondo
      ma tu -Signore
      cambiasti me
      mi indicasti la rotta
      da funambolo
      su soglie di luce
      & segni & segnali
      che scegliesti tu od io?
      e venivi a me
      con le tue idee
      le mie
      a partorire immagini
      dal profondo
      & ora tutt’ intorno
      il mondo tuo
      mi parla
      la lucertola sul caldo asfalto
      la buganvilla sul muro
      ruvido
      bianco di calce
      emettono un senso
      di estremo linguaggio
      il muso caldo
      nel concavo del ginocchio
      lo sniffare sordo del cane
      emaciato
      africano
      sull’uscio
      misero della porta
      fumante
      l´anello di comprensione
      finora mancante

      oh mio Signore
      tu sei tan grande
      grazie

      ti chiedevo
      mi dicesti
      when you’re ready
      you’ll find it
      così ho attraversato il mondo
      & spesso in questo mondo
      mi son perso – Signore
      cercando cercando
      ma il mondo eri
      tu & la mia casa
      & nell’economia
      dei sensi ritrovai
      la rotta del dolore
      che cessava
      non era compito mio
      cambiare
      mi feci solo da parte
      e lasciai che l’alfabeto
      s’incagliasse
      sul fondo mio
      di fango

      oh mio Signore
      tu sei tan grande
      grazie

      you know
      the streets of London
      are paved with gold
      a quei tempi vivevamo
      in Gloucester Road
      col sole dritto in faccia
      poi era venuto
      monotono il freddo
      delle siepi sui due lati
      della strada
      tutto era ordine e lustro
      in UK ognuno curava
      il suo orticello
      & io non potevo
      stare fisso alla forca
      delle 7
      non volli cedere
      alla sconfitta pendolare
      della cella del sudoku
      ero ricercatore
      urbano & africano
      non impiegato
      del verso capitale

      oh mio Signore
      tu sei tan grande
      grazie

      & mi ritrovavo
      camminando per le strade
      ma stavo già viaggiando
      osservando le persone
      la domenica nei bar
      ben vestiti passeggiare
      & sapere
      tutto ciò
      non mi apparteneva
      le case ben arredate
      ed ordinate degli amici
      in cui non potevo
      essere partecipe
      se non a metà

      oh mio Signore
      tu sei tan grande
      grazie

      non potevo rischiare di
      finire coi piedi sul parquet
      più che produrre
      reddito piacere mio
      era produrre idee
      e solcare sentieri
      per nuovi cammini
      e così decisi
      non attraversai più il viola
      del parco della vittoria
      monopoli del mondo dove
      uomini vili sbattono bilance
      nelle tracce cercavo
      una sintassi di parole
      nei luoghi liquidi
      esistevo
      straniero alla mia
      stessa terra
      mi compivo
      nella favela dell’anima
      nella dissenteria spirituale
      nei posti dove strutturavi
      la mia marginazione

      oh mio Signore
      tu sei tan grande
      grazie

      & mi indicavi
      come imparare ad essere niente
      & intanto apprendevo
      a nutrire paziente
      la mia calma
      & tu venivi a me
      a salvarmi
      dalla mens sana
      in corporate sano
      -Signore
      quando anche dei libri
      & della poesia
      & delle sporche
      scarpe di fango
      era oramai
      l’estremo ennui

      oh mio Signore
      tu sei tan grande
      grazie

      & era “nulla die sine linea”

      cosí sull’orlo
      di questo letto
      inizierò il mio verso
      il più delle volte
      ci si nutre di piccole cose
      che poi si sommano a fiumi
      parole affluenti
      ed arriva il tuo verso
      -oh Signore
      ad estuario o a delta
      preciso o confuso
      in tempesta sull’acqua
      parola
      -ciò non importa

      oh mio Signore
      tu sei tan grande
      grazie

      non importa dove scorra l’alveo
      se rompa gli argini
      la traccia
      è solo prendere la
      feretra in mano &
      scagliare frecce al cielo
      che conta – Signore

      oh mio Signore
      tu sei tan grande
      grazie

      tutto contiene l’uomo
      l’oro & il fango
      l’unico dono
      è dopo tutto
      la forza degli schiavi
      di ascoltare
      la forza degli schiavi
      di rialzare la testa
      la forza degli schiavi
      di guardare in volto
      la bellezza &
      solo degli schiavi
      di aprire
      sempre
      le braccia
      al prossimo
      che ti si para
      davanti

      oh mio Signore
      tu sei tan grande
      grazie

      perché tutto è
      come deve essere
      porterò ancora alta
      nel vento
      la bandiera bianca
      della nostra rivoluzione

      Ulisse

      “ l’uomo senza dei è nulla ”
      Nettuno al naufrago Ulisse

      vento caldo tra i rami
      dell’uliveto sull’isola
      Itaca
      cipressi annuiscono
      al vento
      & ai pentagrammi
      dei cancelli
      cani ululano alla luna
      vento a pelo d’acqua
      che sale sui declivi
      & ti viene a cercare
      tra gli orti
      passeggiando
      chiusi
      tra muri a secco
      di pietra sull’isola
      vedo l’uomo
      svoltare l’angolo
      chi sarà
      forse me stesso
      forse nessuno ?

      nulla mi ostacola
      se non una figura convessa
      che mi somiglia

      il sentiero mi chiamava
      ………………………………….

      partii …
      fu delle chiome
      il turbinio del vento
      si disciolse in tasselli
      di sale di sole di sabbia
      che costituiva la pelle
      la prua dello scafo
      incideva
      le onde del mare
      piccole linee
      parole di questo grande
      quaderno

      così…incerto
      domandai al mio verso:
      qual’e’ il senso dell’onda ?
      forse le penelope palpebre
      schiudersi
      mentre a pelo d’acqua
      emergono
      versi & parole
      che aggrumano
      presso lo scoglio la roccia
      dove son significato
      d’amore

      & poi …
      questo continuo
      controllare gli stralli
      le cime
      & armare le navi
      salpare partire
      all’arrembaggio
      sbarcare
      alla prossima spiaggia
      & continuare a nutrirsi
      di felicità & disperazione
      questo lasciarsi cadere
      questo non resistere
      questo essere sconfitti
      & rinascere
      incessante come il mare
      forte universale animale
      come il mare
      la marea
      -eterno fracasso dell’onda
      sulla spiaggia
      sempre sempre sempre

      questo continuo ripetersi
      dell’onda sulla riva
      questo parlare orale
      dell’onda del mare
      del mare orale
      della bocca dell’onda
      questo linguaggio
      primordiale
      secco acuto minerale
      del mare orale

      & alla deriva
      questo poter ancora alzare
      gli occhi al cielo
      e gridare
      cosa vuoi da me ?
      non mi è rimasto nulla
      nulla
      solo la vita…la mia vita
      che cosa devo capire ?
      cosa ?
      voglio che tu capisca
      che l’uomo senza
      dei è nulla
      nulla

      & poter ancora apprezzare
      fresche
      sul volto la fronte
      le note della pioggia
      vibrare
      scrivere un pentagramma
      di senso
      & il corpo totalmente
      avvolto immerso
      in un panno d’acqua
      quest’acqua tagliata
      come lamina di metallo
      che brucia la pelle
      e questo dire ancora

      si si si

      & ancora si
      mentre affondiamo
      affoghiamo

      si si si

      sono io sei tu
      Signore

      piccolo piccolo piccolo
      umano troppo umano

      Fletcher Christian

      Da un certo punto in avanti non vi è più modo di tornare indietro.
      È quello il punto al quale si deve arrivare.
      Kafka

      in un pub del porto
      di Londra
      avevo spesso udito parlare
      un marinaio francese
      “dans la vie il faut
      (d’abord) durer ”

      ma erano oramai
      i tempi lontani
      ero durato ma
      in un altro modo
      in un altro mondo
      sotto un altro cielo

      ora sull’isola
      mi facevo fisico
      & tutto organico
      gonfiavo i polmoni
      come due spinnaker
      & sentivo
      una grande orchestra
      vibrare le stelle tutte
      tatuate in petto

      a Pitcairn
      ammutinato
      alla mia stessa vita
      avevo messo
      una stella del cielo
      nel faro del porto
      sulla porta d’ingresso
      inciso una frase:
      non aspetto altro che svestirmi
      & di tutto
      mi spogliai
      solo la mappa la bussola
      & la bibbia conservai
      al buio della capanna
      trovai al loro posto
      i fiammiferi
      asciutti
      & illuminai la mappa
      che mi aveva guidato
      in silenzio di notte
      oscuro il mare la mare
      sulle rive
      del letto
      mi veniva a svegliare
      aprii la finestra
      la feci entrare
      le mie spalle alle sue
      come due pinne in barca
      & le dissi
      ora scivola sulle mie labbra
      & trasformati in parole

      Maimiti
      amore mio
      spero i tuoi vagiti
      non siano ancora finiti

      Maimiti
      amore mio
      i tuoi profondi vagiti
      mai terminati
      ancora infiniti

      cammelli accovacciati
      sulle dune dei tuoi seni
      altalene come
      ludiche lingue
      bagnano granelli
      di pomice verso
      l’oasi d’Adamo
      appesa al collo una collana
      di pensieri perfetti
      mi ricordavo di te & di tutti
      i miei stretti

      Dardanelli
      (& i suoi bordelli)

      Bab El Mandeb Panama

      Suez

      Hormuz Gibraltar

      *

      noi
      vittime
      inconsapevoli
      dei nostri stessi sogni

      noi
      esuli del cuore
      non possiamo tornare
      sono le ultime carte
      da poter giocare
      non siamo mai
      ciò che vorremmo essere
      lui fu solo ciò
      che poté essere
      sempre qualcosa
      d’altro
      ai confini
      lui
      che sognava i sogni
      di tutti quanti gli altri
      voleva respirare un’aria nuova
      voleva liberarsi di tutto
      persino del nome
      & della parola
      noi
      la parola
      sempre riconosciuta
      sul foglio

      Fletcher ingenuo
      la tua parola non era forse
      di quelle che si scrivono
      perché più importante del verso
      è saper
      declinare le cose

      *

      non avevo mai saputo
      cosa muoveva il mio cuore
      la voglia irrefrenabile
      di sovvertire l’ordine
      un’avversione naturale
      per i capi & le posizioni di potere
      & dopo tutto
      mi resi conto
      del personale senso storico
      del naufragio
      (dei sensi)

      sulle carte
      nominavo sempre
      i luoghi piaciuti
      inospitali
      marginali
      sconosciuti
      con una delle mie più
      belle mappe in mano
      dicevo agli amici
      ammutinati

      seguitemi
      conosco un posto
      dove il sole sorge ancora
      & potrete
      grattarvi le croste
      alle ginocchia giovani

      addio chimere, ideali, errori ?
      Rimbaud
      addio chimere, ideali, errori ?

      Bligh ormai lontano
      poteva comandare
      sulla tolda ma non
      nei nostri cuori

      addio chimere, ideali, errori ?

      spesso
      lo spleen mi era
      sospetto
      entravo nella mia
      camciatca mentale
      variazioni
      sullo stesso tema
      un gioco a somma zero
      false partenze
      per lasciare una scia

      addio chimere, ideali, errori ?

      della mia mente chimere
      allora solo trovavo piacere
      a diserbare
      il giardino
      vicino al torrente
      di levante
      la bussola in un angolo
      di ponente

      comincia l’analisi
      dalla presa
      di coscienza delle cose
      col tempo che è trascorso
      si è accumulato ai lati
      il senso
      la giostra si è fermata
      non ci sono più capi
      né soldati
      tutto è silenzio
      & abbandono
      al tempo che passa
      senza reagire
      senza ragione

      guardo in cielo
      con calma
      ignote mani muovono
      panini di nuvole
      un grande gioco
      di prestigio
      di cui non riconosco
      l’attore

      cercavo un confine
      che non fosse
      minato
      perché l’isola è
      analisi
      del rifugiato
      in nuovi mondi
      mi aveva chiamato

      ora nello specchio
      scheggiato
      non cercavo neppure
      di riconoscermi
      radevo la mia mezza faccia
      & ho pensato

      tutto mi appartiene
      mentre assisto muto
      a questo processo
      senza difese
      che irrimediabilmente
      mi condanna
      a ricordare a dimenticare
      ad osservare dall’alto
      il Bounty bruciare
      un mondo vecchio
      andare

      dover uccidere il passato
      è il più grande atto
      di un dissennato

      *

      i lacci delle mie scarpe
      erano anguille
      la penna una lisca
      incidevo parole
      su un foglio
      di squame d’argento
      slegai la cima dalla bitta
      sciolsi nel palato le parole
      poi girai intorno alla boa
      & sull’orlo del letto
      affilai questo mio verso
      scorsoio

      hai conquistato
      algide montagne
      & cime che non conosci
      porti lontani
      desolate
      banchine di container
      & facce negre
      riflesse lucide
      sulle tue scarpe
      bianche

      abbagliato nel miraggio
      questo è il mio lavoro
      dove mi infingo
      costantemente
      nel linguaggio

      osservavo l’amaca di luna
      appesa a due chiodi di stelle
      mi stupivo la mano
      alla luce della luna
      girando il gesto
      divenne palma
      mentre fissavo
      atomi di polveri
      il filtrare la luce del sole
      tra il fogliame
      delle canne
      del tetto sul letto

      & in me emerse

      il Salvador

      Salvador de Bahia
      de Todos os Santos

      & lontano
      ricordò
      quelle sere di Maceió
      ah le sere di Maceió
      le sere di Maceió
      i fari furono stelle
      il mare era il cielo
      il cielo era il mare
      tirarono a riva
      reti & lampare
      che raccolsero …

      poi la roda
      cominciò
      nelle sere di Maceió
      granchi giravano lubrici
      tra la rena aragoste
      voluttuose donzelle
      dervisce
      un granchio dispettoso
      tagliò
      -tratteggiando con le sue chele
      la carta stropicciata
      del mare di Maceió-
      & la mare parlò
      con le labbra
      di una conchiglia
      tra le foglie cadute
      di una palma
      sulla spiaggia di Maceió

      ecco
      la nostra grande prescrizione
      elettro-cardiogramma del mare
      questo profilo dell’onda
      che siamo

      & tutto si stempera colando
      sulla realtà in parole

      di inutili versi

      spartiacque in cui
      riconosciamo il sopravvissuto
      a continua espansione
      mancato appagamento

      di questa scena tragica
      a cui fortemente
      dobbiamo partecipare & girare ogni giorno

      la questione
      è sopravvivere
      & ricordare
      & dimenticare

      & sfiorare l’acqua col naso
      sull’orizzonte perduto
      la linea forse
      immaginaria
      di galleggiamento

      osservare spade
      come prue di legno

      sfettare
      l’onda del mare

      & resistere
      & resistere
      a questo peso di piombo
      nel fondo del petto

      che ci àncora

      ancora

  4. Hai ragione Simone, hai delineato i due limiti entro cui si agisce. Uno è quello superiore: tentare di essere ciò che non siamo, che spreco enorme di energia, che lavaggio del cervello ci facciamo fare e poi alimentiamo da noi! E così ci convinciamo di essere altro e quest’altro è quello che viene riconosciuto come buono e desiderabile dalla società. Quel che in realtà desideriamo che fine fa? Pfui, mica conta rispetto a un po’ di rispettabilità sociale: dimenticato. Il secondo limite è quello inferiore, quello di colui che non ha aspirazioni, che non si muove, che si basta così com’è. Forse è ancora peggio del primo, non so, ma nessuno dei due mi è mai piaciuto. Da buon pigro attivo, ho sempre fatto una certa attenzione a non sprecare energie in ciò che non ha senso e, con il tempo, sto imparando a investirle con generosità in ciò che invece è importante per me. Grazie.

    • Fabio, quel limite superiore non sempre lo subiamo. Spesso lo genera anche la nostra incoscienza di noi stessi, e una profonda, tragica, obnubilante presunzione…

  5. Grazie per il post.
    Hai perfettamente ragione, vivere quello che nel profondo non siamo e’ massacrante sia a livello mentale che fisico.
    Ma purtroppo e’ cosi difficile trovare il proprio “Io”, quello che si e’ veramente.
    Ci sono cosi tanti condizionamenti e pressioni esterne.
    Bisogna avere la forza di leggere in maniera semplice e onesta nel profondo del proprio animo e il coraggio poi di agire di conseguenza.
    Onestamente non ho ancora trovato la forza per farlo.
    Forse la possibilita’ di condividere il percorso con altri in simili situazioni potrebbe aiutare, altrimenti ci si sente anche isolati perche’ in tanti – per ragioni anche di circostanza – vivono con la maschera e non condividono.
    Ciao.

    • Andrea, si puo essere utile condividere. Ma per condividere bisogn avere qualcosa da mettere in comune. E quello lo possiamo trovare solo noi. Dentro.

      • Hai ragione Simone, la partenza deve venire da dentro di Noi. Io penso che tutti abbiamo qualche cosa da condividere. La difficolta’ sta nel trovare il meccanismo iniziale per sbloccare la situazione e un’ idea di percorso.
        Pero’, per esempio, gia’ essere qui sulla tua pagina a discutere di tutto questo – e anche a condividere la frustrazione per le nostre difficolta’ – forse e’ un inizio (piccolo).

  6. Dimenticavo! Quella scultura è meravigliosa!!! E la foto …altrettanto…Chi l’ha fatta? Grazie perchè mi ha fatto luccicare gli occhi…. Ciao. Barbara

    • Bellissima riflessione. Dopo molti anni di ricerca di me, sono arrivata solo da poco a comprendere che condividere non è per nulla cosa da poco. Anche quando ci lamentiamo e additiamo gli altri di non aver condiviso. Spesso non ci siamo posti una semplice domanda: avevamo chiaro che cosa volevamo condividere? E’ una scoperta e ci si deve di continuo lavorare su, ma ne vale la pena.

      • Vedi Marianna, quel tuo ‘ne vale la pena’ è bello perché fa capire che hai capito. Tuttavia la locuzione che usi è emblematica (anche perchè universalmente accettata). Quella definizione si usa per dire che qualcosa potrebbe essere fatto oppure no, ma che se venisse fatto sarebbe certamente utile e portatore di benefici. Quell’ambito umano, quella ricerca non sono qualcosa da fare o no, sono l’unica cosa da fare. Bizzarro sarebbe considerarle un’opzione positiva.

  7. Mi siedo sui gradini, fuori dall’ufficio. Fumo una sigaretta e guardo la mia pelle bianca. La preferirei un pochino più colorita. Sento il corpo stanco. Mi fanno male le gambe. Non si respira oggi a Milano. E’ così da molti giorni. dentro, in ufficio, fa leggermente meno caldo…
    Mi sono sempre molto impegnata nel mio lavoro. E anche stamattina ho provato a proporre. Come sempre chi sta sopra di me, in quella piramide di cui molti di noi hanno già detto, non solo non comprende ma reputa il suo giudizio migliore del mio. Il risultato si chiama “prostrazione”, sfiancamento…SFINIMENTO.
    Se il lavoro che cerchi di fare viene osteggiato e finanche svalutato fin nelle minime azioni, ti arrendi. Lasci che le braccia scivolino lungo quel fianco che è scoperto e che è già stato predato e depredato…
    Non ti rimane che sforzarti di pensare all’altra te, quella bella, giovane, piena di forza e di energia, quella che riesce sempre a trovare un lato ironico … per provare a sorridere anche dove non si potrebbe nè dovrebbe.
    Prova a immaginare che tutte le sue capacità, qui senz’altro sprecate e solo, unicamente e biecamente “retribuite”, potrebbero, già da ora, servire ad altri e far rinascire l’altra, quella decrepita e depressa e senza più forze. Nè parole.

    • Sì, quel Ne vale la pena significa Quanta pazienza. E ce ne vuole: dentro incontri infinite resistenze. Sono d’accordo sul fatto che non esista altra soluzione, come so che soltanto chi ha cominciato a mettersi in dubbio possa essere in grado di pensare questo, proprio perché desiderava nell’intimo di essere più autentico. Non so se mi sono spiegata. Grazie!

  8. Hai riassunto in poche righe ben scritte quello di cui sono anch’io convinto…e sono altrettanto persuaso che le migliaia (milioni?!?) di piccole depressioni, astenie, risvegli già stanchi che purtroppo si vanno moltiplicando sono “solo” segnali che il nostro corpo e la nostra mente ci mandano per dirci: ” Basta, non ci attiviamo più per quello che ci fai fare, smettila, cambia, fai una buona volta quello che davvero vuoi fare, ci stai nauseando!”.

    Improvvisamente, stanchi, stremati, esausti se ci concentriamo sul FARE qualcosa che davvero ci interessa e ci piace, di adatto a noi, le energie arrivano di colpo, l’entusiasmo torna, la creatività riemerge, l’anima respira…

    C’è poco altro da aggiungere, Simone, anche su questo punto hai ragione ed il tema credo sia molto grande, diffuso e da approfondire.

    Ciao!

  9. Neanche puoi immaginare quanto sia importante questo post. Proprio in questo momento. Eventi sincronistici, li chiamano.

    • Gia Marica….

      Pavese scriveva, nel Mestiere di vivere, che ogni volta che pensava a qualcosa di importante, finiva poi coll’aprire un libro e leggere qualcosa che riguardava esattamente quel punto, quella questione. Era meravigliato della ricorrenza di questo, costante, puntuale…

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