Solo tentativi

 

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Insalata di alghe wakame e cetrioli sunomono per aprire. Couscous con salsa alla menta per chiudere. Tentativi. Anche di buon livello. Ma solo tentativi.

Alla fine è tutto qui. Tutto davanti a noi. E in quell’istante, sappiamo tutto molto bene. L’istante inconfessato, quello che ci fa da segreto. Sei certo di sapere tutto? Proprio tutto? 

Il resto del tempo, serve solo a dimenticare quell’istante. Sforzi sovrumani, inutili. Dannosi perfino. Nemici inventati, per obliarne uno. Sconfitte e vittorie, per cancellare quella che abbiamo bene in corpo. Un enorme teatrino, con uno sceneggiatore, un regista, un protagonista, varie comparse. Sul cartellone, però, soltanto un nome: il tuo.

Ora che fai, dici che sono strano io?! Fammi vedere con che coraggio lo dici

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20 thoughts on “Solo tentativi

  1. Mi è capitato, nel corso di viaggi, quel nervosismo… out of the safety zone…
    …lo stress, la fatica, il pensare che forse non ero quell’avventuriero che credevo di essere, la nostalgia, le difficoltà e tanto altro di non previsto ma che alla fine avevo cercato IO… l’hai voluta la bicicletta ? centinaia di volte al giorno a rimuginarla, la domandina impertinente ma VERA –
    Ti capisco e non ti capisco: vai verso est ed è normale che incontri inefficienza e problemi; d’altronde da che mondo è mondo, da est viene quasi solo feccia
    ( capisco ).
    Navighi “solo” ma con equipaggio ( non capisco ); torni a casa, svuoti la fogna, rifai il tetto e riparti di nuovo, a spizzichi e bocconi ( non capisco ) –
    Mi piacevi di più quando eri il Simone che si autocostruiva la sdraio di legno, piantava il suo orto, dipingeva i muri della sua casa di pietra ( ma questa è solo una mia opinione, io detesto il mare, per me distesa ostile di acqua salata ) –
    Mi piacevi di più quando non tornavi a casa con filmati e interviste a intellettuali locali ( infatti le hanno guardate in pochi ): perchè credo che sofisticarsi, dopo che hai raggiunto lo scopo, secondo me è stra-fare. Come quei quadri, o foto, o opere d’arte, che quando le hai terminate, le hai terminate ( loro te lo dicono ); se continui a ritoccarle le sporchi e finisci per doverle cestinare.
    Spero di essere degno di risposta anche se non sono come quegli intellettuali che ti dicono sempre sì, citando grandi autori a destra e a manca e autocompiacendosi.

    • Dario, se mi capisci e non mi capisci, è una buona notizia. Molte cose ci restano oscure, ed è un bene, perché l’oscurità invoca luce e genera domande nel farlo. Del resto quando leggi quello che scrivo, non preoccuparti di capire me come persona. Faccio fatica io, che sono me, figuriamoci te, che sei te e non me. Se quel che un autore scrive ha un senso (cosa ancora tutta da stabilire visti i millenni di letteratura e gli scarsi risultati umani raggiunti) ce l’ha nel consentire a te di fare domande e trovare risposte su di te. Preoccupati di quello, che credo sia il risultato massimo a cui ambire.
      Quanto a me vado sulla mia linea di minore resistenza, cioè ciò che è sensato io faccia. Ci vado a tratti, è pur vero, ma ci provo sempre.
      Non posso darti torto quanto al discorso che a tratti non ti piaccio. Non piaccio neppure a me. E tu? Ti piaci?
      Ciao!

  2. Ciao Simone, visito il tuo blog da poco e ti conosco poco, leggendo i tuoi ultimi post (peraltro il “vi detesto” l’ho fatto leggere a tutti i miei colleghi, pubblici dipendenti) mi appari molto carico di rabbia; mi viene da chiederti quindi:
    la userai per “elevarti”? o
    la userai per “indebolirti”?
    La rabbia mi spaventa molto ( sia la mia che quella degli altri), credo sia potenzialmente un veleno per la mente.

      • La prima definizione che troviamo su Wikipedia della parola “rabbia” è:
        “malattia infettiva che colpisce gli animali a sangue caldo e può essere trasmessa all’uomo (zoonosi)”. forse è per questo che nessuno vuole essere definito “arrabbiato” e che, ove lo fosse, la definisce una manifestazione eclatante, qualcosa che va oltre un limite definito. Io invece penso che di questi tempi definirsi arrabbiati o, con permesso, incazzati non abbia poi tutta questa valenza negativa. Mi chiedo infatti come si può non arrabbiarsi di fronte a tutto quello che vediamo succedere. Certo è possibile sedersi in una posizione yoga, cercando il proprio chakra lasciando che la rabbia (sentita, percepita) defluisca dal proprio corpo e dalla propria mente. Bene.
        Proviamo a fare questo esercizio in fila alla posta? Proviamo a farlo quando cerchiamo di metterci in contatto con un qualsiasi call center o con un ufficio dell’inps? Oppure quando il capo ti tratta da sottoposto (intendendo soprattutto mentalmente inferiore)… o quando… Insomma in quanti di questo casi possiamo definire “rabbia” la sensazione che proviamo? Per non parlare di altre cose che succedono, che vediamo e che ci procurano sensazioni che vanno ben oltre la rabbia. Capisco che sia sempre stata definita negativamente. Capisco anche se a questa segue solo una sensazione di impotenza, di scoramento, è evidentemente “inutile” arrabbiarsi. Ma se invece questa collera venisse convogliata e utilizzata per reagire, per combattere l’intorpidimento e potesse essere energia che per far ripartire un motore ingrippato? Non voglio fare un elogio alla rabbia. Anzi. Ne farei tanto volentieri a meno. Ma esiste e se esiste va utilizzata magari nella maniera più positiva possibile. I buona sostanza, quelli che NON si incazzano io non li capisco.

        • Nemmeno io li capisco, Barbara.
          Ti dirò, mi irritano pure un tantino, ché con la scusa della loro sedicente superiorità zen lasciano passare ogni nefandezza,.
          Per non sporcarsi le mani, per non prendere una posizione netta e chiara ed assumersene la piena responsabilità.

    • A me preoccupa molto di più questo buonistico confondere una sana ribellione di fronte a fatti inaccettabili con una indistinta “rabbia” o malattia “potenzialmente” infettiva.
      A che pro, a questo punto, aver mostrato lo scritto di Simone ai tuoi colleghi “pubblici dipendenti” (come a dire che i pubblici dipendenti hanno il monopolio di certi atteggiamenti, visione quantomeno riduttiva), se in realtà lo consideri un pericoloso segno di sovversione?

      • Per me è veramente una strana situazione questa: per il solo fatto di aver nominato la parola “rabbia” mi sembra di averne scatenata po’. Volevo semplicemente capire meglio Simone e la sua risposta mi è stata sufficiente. Le affermazioni di Barbara nel finale convergono con il mio pensiero o per lo meno col pensiero al quale tendo. Silvia invece si e’ fatta qualche film: che sono buonista, che ho il monopolio di certi atteggiamenti, che ho visioni riduttive e che considero alcune cose sovversive. In alcuni casi, le definizioni sembrano “confortare”, per cui potrebbe essere utile la definizione di rabbia dal punto di vista della psicologia. Cari saluti

        • Maria Rosaria, “io sono un uomo, e tutto ciò che è umano mi appartiene” (Terenzio). Ecco, io la penso così. Non provo alcuna rabbia di fondo, sono altri i miei sentimenti. La rabbia latente per me stesso, prima di cambiare vita, si è estinta. Semmai mi indigno con forza e aspra determinazione, di tanto in tanto, per cose specifiche verso le quali trovo tragico assuefarsi, smettere di opporsi, farle passare alla chetichella. Non confondere la vis polemica del commento, che in comunicazione deve comunque scorticare un po’ le orecchie e gli occhi, con la rabbia. Ho scritto spesso sulla rabbia, in passato, riferendomi a Grillo. Lo spiegavo anche lì.
          Ciao!

          • Certo. La vis polemica. Perfetto per chi, come noi, si accinge a scriverne su un blog. Come fa appunto Beppe Grillo dal suo. Io intendevo dare voce a tutti coloro che non possiedono un computer (ci sono), a tutti quelli che non sanno utilizzare internet (ci sono), a quelli che verbalizzano tanto ma poi non sono in grado di infilare per iscritto una parola dietro l’altra. Volevo dire che l’indignazione, a mio parere, è qualcosa che hanno inventato gli occidentali, bianchi e ben nutriti che hanno tempo di sedersi appunto, come me, come tutti noi, e esprimere tutto il loro sdegno. Questa invenzione ha riempito e riempie le pagine dei social. Pare una sorta di obolo quotidiano. Leggi la notizia triste, orribile, metti il tuo bel mi piace, aggiungi una faccina triste o, se credi, quella con le lacrimucce, e ti senti meglio. come quanto posi il tuo centesimo di euro nel bicchierino sporco del mendicante. Ecco. Questo tipo di indignazione mi fa molto incazzare. Perché in questo modo, sistemata la coscienza, la mente non percorre nessun sentiero. Cioè non ci pensa più. E’ andata. E allora quanti erano i migranti morti ieri? 40? o 60? erano donne e bambini? Era quella piccola bimba morta perché diabetica?
            Voglio dire che se poi nei fatti, nella realtà, tutto ciò non ha un seguito, “tutto cio'” non serve.
            E allora se vai in posta e chiami il direttore per fare aprire un altro sportello e ti ci incazzi, lo fai per te ma ne usufruiscono anche gli altri.
            E spesso trovi qualcuno che alza la testa come te e smette di fare il giochino rincoglionente sul suo smartphone e ti dà pure una mano.
            Questo intendevo….

          • Pienamente d’accordo barbara. Indignati e basta e’ patetico. Almeno entro un certo lasso di tempo..

        • Vista la tua reazione piccata, Maria Rosaria, forse il film te lo sei fatto un po’ anche tu. Per questo ci tengo a precisare alcune cose.
          – Non ho mai scritto che “tu” sei buonista; ho scritto, ed è verificabile, che mi preoccupa quando si tende a relegare “buonisticamente” un sanissimo impeto di ribellione a mera reazione rabbiosa, come fosse qualcosa che non s’ha da fare. Mi sembra ben altro concetto.
          – Non ho mai scritto che “tu” hai il monopolio di certi atteggiamenti; tu stessa dichiari di aver fatto leggere le parole di Simone “ai tuoi colleghi, tutti pubblici dipendenti”; ritengo che si potrebbero/dovrebbero far leggere a tutti quanti, non solo ai pubblici dipendenti (che peraltro conosco bene, avendone fatto parte per oltre vent’anni). Che è ben diverso dal dire che “tu” hai visioni riduttive.
          – Tu stessa hai definito la rabbia “un potenziale veleno per la mente”, ovvero un atteggiamento potenzialmente pericoloso. Da qui l’uso dell’espressione, volutamente e chiaramente eccessiva, “pericoloso segno di sovversione”. Ben diverso dal dire che consideri alcune cose sovversive.
          Tutto qua, Maria Rosaria.
          E senza ombra di rabbia, credimi.

          • su internet accade spesso. ci si scontra preliminarmente. io credo sia utile ascoltare e poi dire la propria a prescindere da quello che dicono gli altri. utile perché così leggiamo e ci facciamo un’idea. M internet è così, scatena reazioni. Cose che uno ha dentro prima di scrivere. Il che, però, non deve necessariamente scandalizzare, almeno tra adulti. almeno entro certi limiti.

  3. Gia’….pero’ il dialogo con te stesso si chiude con una domanda che non sembra rivolta a te stesso….anzi…
    Un po’ come se volesse sottendere ‘dicono che lo strano sono io, ma LORO si sono visti??!’. E se dicono cio’….con quale coraggio lo fanno?
    Cioe’. I dialoghi scaturiscono sovente ‘in solitaria’. Poi pero’ si ha la necessita’ (non sempre, certo) di trasmetterli a ‘qualcuno’, scrivendo o parlando….se no si rischia l’asfissia…. Un ‘autismo’ di parole (non chiacchiere e fregnacce da talk show) non si era mai visto. Dunque diventa sempre piu’ importante che chi ‘sa’ o pensa di essere capace di ‘comunicare’ lo faccia. Come un imperativo… io credo….
    Poi il dialogo e’ un discorso che ‘attraversa’, quindi un confronto tra 2 (minimo!) o piu’ persone…..

    • Ah, l’autismo, Barbara. Magari! Qui semmai, da sempre, “una sola moltitudine”.

      • 🙂 ho usato questa parola pensando in effetti a una mia amica che si autodefiniva ‘autistica affettivamente’ nei confronti del figlio…
        In questo caso mi riferivo all’abuso di parole … quindi a una bulimia, in politica o nei social per esempio, che pero’ fa da contraltare a silenzi che non nasondono nulla ma svelano, semmai, solo un’assenza, un vuoto e la totale mancanza di empatia….

  4. Quando ti leggo una delle prime cose che cerco di capire è chi è l’interlocutore di turno. a volte siamo noi, i tuoi follower/pusher, a volte gli “altri” più o meno indistinti. questa volta faccio fatica a capire con chi stai parlando, i post troppo ermetici denotano solo molto tempo “da solo”, e mi sembra quasi che il post non sia per me. In ogni caso mi soffermo sul peso dell’istante rispetto al resto del tempo. provo a mettere sul tavolo una lettura ribaltata. l’epifania dell’istante calamita ogni nostro sforzo speculativo, mentre etichettiamo come insignificante una enormità temporale che comunque si dà, c’è, e che forse, fosse anche solo per l’entità, avrebbe tutte le ragioni di essere equiparata al peso dell’istante, capitalizzata per ciò che è, vita a pari merito, un istante srotolato. così, almeno a me, sembra.

    • martina, io dialogo sempre e solo con me stesso. Il mio dialogo è continuo, incessante. Ognuno di noi fa altrettanto, quel che cambia come diceva Pessoa “è che io scrivo”.

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