Meglio

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Diversi (“pere e mele”, come dice il detto, non le avevo…)

Tre amici mi raccontano storie tra loro analoghe, che io collego alle mie. Il quadro che emerge merita una riflessione. Quando si cambia, intorno a noi il mondo o scherza o fa finta di niente. Risolini, finte curiosità. Prima o dopo emerge sempre il consueto “perché non fai questo o quello, dato che ora non hai niente da fare?”. Piccole banalizzazioni, piccole offese. Ma in realtà il dialogo si ferma, invece che partire. L’irruzione del “diverso” nello spazio del “consueto” destabilizza. Il copione tradizionale va a rotoli, e non ce n’è uno alternativo pronto all’uso. Di che si parla, come si parla, quando c’è un diverso, o comunque qualcosa è cambiato? Di quella cosa no, che poi ci fa la morale. Di quell’altra no, perché non lo riguarda più. Del lavoro no, dei soldi no, della casa no, delle vacanze no. Quando non si possono fare le solite chiacchiere inutili, che si fa?

Altri mi scrivono: “Nessuno mi chiede niente delle nuove cose che faccio tentando di cambiare. Le ignorano, perché?” “Con gli amici mi sento a disagio. I loro discorsi sono sempre gli stessi, da sempre, durano il tempo preciso, al cronometro, che devono durare. Poi stop, si passa ad altro. Io tento di entrare in profondità, ma non c’è verso”. Nessuno vuole entrare in profondità, come nessuno cerca davvero il silenzio o ha mai provato, o proverebbe, la vera solitudine. In profondità, in silenzio e da soli si finirebbe col dover affrontare la vita, i suoi problemi, le domande, l’immensa prateria illibata del senso. Ci si guarda bene dal praticare il senso, salvo poi lamentarci che la vita è tedio. Diamine, è tedio sì senza senso!

Meglio una crisi vera di una finta armonia. Meglio sentirsi fuori luogo che far parte troppo a lungo dell’arredamento. Meglio bisticciare con un amico su questioni di fondo che andar d’accordo sul nulla. Meglio soli consapevolmente che per sempre nel mucchio, ignari e superficiali. Meglio il disagio di una parola vera che il comfort delle solite liturgie. Meglio diversi che omologati. Meglio magri e famelici che gonfi di slogan e bolsi per la finta requie. Meglio in cammino stanchi e assetati che in panciolle satolli con la bolla al naso. Meglio in lacrime per una scelta vera che “sereni” per una vita falsa. Meglio, soprattutto, non sentirsi più a proprio agio nel noto, perché è la prova che stiamo cambiando, che quello che andava bene ieri, oggi, non basta più.

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27 pensieri su “Meglio

  1. Ciao Simone, grazie per la parte finale con l’elenco dei “meglio”. Questo blog mi fa sentire meno sola, meno aliena. Io purtroppo mi sento “circondata”. E ormai lo so che sono io ad essere nel posto sbagliato… Il problema è anche che quegli “altri” quando scoprono che sei “alieno” o ti trattano in modo da sottolineare di continuo come una colpa la tua alterità o, peggio (?), cercano di convincerti che stai sbagliando. Io cerco di continuo di nascondere il mio modo “strano” di pensare, non perchè me ne vergogno, ma soltanto per non dover subire i loro inutili attacchi, purtroppo è impossibile, si vede da lontano che sono “diversa” e per quanto cerchi di non farmi scoprire, presto o tardi lo intuiscono. La “diversità”. Sarà anche per questo che quando faccio un acquisto ho l’insopprimibile istinto di scegliere il pezzo che non è “perfetto”, che ha una piccola sbavatura, un bottone cucito storto, un pezzetto di stoffa in più, un colore non uniforme, una lieve ammaccatura. I pezzi considerati difettosi. Sono pezzi che hanno “personalità”, non sono uguali a tutti gli altri. Non voglio i “complimenti” per come sono, voglio essere considerata una persona “normale”, da non dover rieducare, da non considerare strana o incomprensibile, da non dover etichettare in alcune categorie di comodo già pronte per questi casi. Buona serata a tutti.

  2. Io NON sono un dottore, NON sono un architetto NON sono uno scrittore , NON sono uno skipper , NON sono il pionere del DownShifting , io NON so parlare in pubblico, io NON SONO e basta. Gaber diceva mio nonno era Ambrogio in ogni momento non indossava la maschera del compiacimento, del consenso, del finto antidoto alla solitudine che alla lunga ci sta ammazzando. Un pagliaccio disse “Noi ti ringraziamo nostro buon Protettore per averci dato anche oggi la forza di fare il più bello spettacolo del mondo.Tu che proteggi uomini, animali e baracconi, tu che rendi i leoni docili come gli uomini e gli uomini coraggiosi come i leoni, tu che ogni sera presti agli acrobati le ali degli angeli, fa’ che sulla nostra mensa non venga mai a mancare pane ed applausi. Noi ti chiediamo protezione, ma se non ne fossimo degni, se qualche disgrazia dovesse accaderci, fa che avvenga dopo lo spettacolo e, in ogni caso, ricordati di salvare prima le bestie e i bambini.Tu che permetti ai nani e ai giganti di essere ugualmente felici, tu che sei la vera, l’unica rete dei nostri pericolosi esercizi, fa’ che in nessun momento della nostra vita venga a mancarci una tenda, una pista e un riflettore. Guardaci dalle unghie delle nostre donne, ché da quelle delle tigri ci guardiamo noi, dacci ancora la forza di far ridere gli uomini, di sopportare serenamante le loro assordanti risate e lascia pure che essi ci credano felici. Più ho voglia di piangere e più gli uomini si divertono, ma non importa, io li perdono, un pò perchè essi non sanno, un pò per amor Tuo, e un pò perchè hanno pagato il biglietto. Se le mie buffonate servono ad alleviare le loro pene, rendi pure questa mia faccia ancora più ridicola, ma aiutami a portarla in giro con disinvoltura. C’è tanta gente che si diverte a far piangere l’umanità, noi dobbiamo soffrire per divertirla; manda, se puoi, qualcuno su questo mondo capace di far ridere me come io faccio ridere gli altri”. Ma mi sa che questa poesia NON esisterebbe se il padre dell’ autore non fosse stato un marchese. Poesia e felicità degli ultimi . amen

    • Giacomo, ahime soldi e censo non contribuiscono in nulla alla soluzione dei problemi della vita e a quelli della conoscenza di sè…. marchesi e poverini hanno scritto splendidi poemi, bellissime preghiere. Soffrendo e gioendo spesso in misura assai simile.. A me le uniche che fanno pena sono le tigri in gabbia. Ciao!

      • Passati i primi 9mesi, si inizia a vedere la luce con la testa di tigre , ma ancor prima di completare l’ uscita dall’ utero materno, siamo già diventati pecorelle e scimmiette.Benvenuti sul pianeta “morigerando”.
        Sono pochi quelli che hanno il dono dell’ intelletto. Con stima.

  3. Ma scusate: che bisogno c’è dell’approvazione altrui? Del consenso? Lo vediamo ogni giorno quali sono le persone che riscuotono consenso dalle masse e sono in gran parte persone discutibili. Certo che chi non ha il coraggio di fregarsene dell’opinione altrui, difficilmente riuscirà a cambiare la propria vita. Il consenso non è un valore da perseguire salvo che non si sia politici o pubblicitari. O sbaglio?

    • Grande tema anna. Fregarsene e’ una difficile tentazione. Il punto e’ ascoltare, per poi scegliere tra cio’ che reca sempre di buono il giudizio e cio’ che comunque, inevitabilmente, decidiamo di fare.

      • Già… grande tema…. penso per esempio alla cosiddetta “sindrome di Eva contro Eva”. Donne contro donne. Fregarsene è quasi impossibile. E anche se, in qualche caso, puoi riuscire a farlo, stai sicura che qualcuno che ti ricorda come “dovresti comportarti” lo incontri …sempre…. E’ il percorso della consapevolezza di sé, quello arduo, faticoso, e in alcuni casi pure frustrante, che potrebbe aiutare a non tenere conto di “quello che si dice”….di “quello che si fa”… Basterebbe riuscire a ottenere il “proprio” consenso e quello di quei pochi che ti stanno accanto…..

  4. La mancanza di approvazione per qualsiasi diversità può essere fatta sentire in vari modi, dall’ isolamento dell’ individuo all’ aperto contrasto nei suoi confronti. Questo in tutte le parti del mondo.
    Io ho iniziato ad essere insofferente nei confronti di un certo comportamento diffuso, presente nell’ area dei paesi mediterranei per cui associata ad una maggiore propensione per la facilità al dialogo sovente si accompagna una invasività, addirittura rancorosa a tratti talvolta, dell’ altro.
    Non ti sta bene il tuo prossimo? Ignoralo. Isolalo. Per te non é nessuno, vai avanti con la tua vita!
    E invece NO!! Gli devi far presente “x” e “y”, che c’é un modo migliore di ragionare. Che se solo si rendesse conto … … Ecco questo questo l’ ho riscontrato maggiormente negli abitanti delle nazioni meridionali d’ Europa, non propense ad evitare i conflitti. E lo tollero sempre meno.

  5. si, se trovi il coraggio di prendere in mano la tua vita e solo provare a spostarti dalla merda, trovi altri che si sorprendono..ma come? non vuoi l’automobile nuova? non vuoi skype e tutte le partite, non hai l’i phone?..ma ..tu non fai tagliare i tuoi figli con l’accetta dal sistema?? io resto allibita e non so come cambiare il lavaggio di cervello che abbiamo subito

  6. ma come fece ..LUI.. prendiamo in mano una rete televisiva ,quanto potrà costare ora? ce ne sono di scadentissime ..pero le puoi vedere, quanto le scadentissime altre e facciamo controeducazione e diciamo a tutti la verità ,prima che questo schifo ..no, cercando di fare in modo che questo schifo non debba essere la vita

  7. Mi sento diverso in mezzo agli altri. Non per spocchia. Se provo a parlare di libertà, di cambiamento si finisce sempre nella solita minestra riscaldata con accuse alla politica o al buon dio.

    Non mi ritengo un’isola. Mi piace ogni tanto vivere momenti in compagnia di amici. Scambiare opinioni, litigare pure! Ogni volta che c’è uno scontro, può nascere qualcosa di positivo.

    Mi piace sentirmi fuori luogo. Mi da un gran senso di libertà!

    Ciao Simone

  8. Io, invece, ho sorriso. Non so se questo sia un bene o un male. Intanto so, per certo, che ne ho bisogno. Ho sorriso soprattutto dell’immagine “imbolsita”, quella, per intenderci, con la “bolla al naso” :-). Perché io stessa riesco a immaginarmi, ancora, in questo modo…
    Non c’è nessuna presunzione nel mio sorriso e nemmeno, credo, superficialità.

    Da tempo ho smesso di chiedermi perché nessuno ha più voglia di telefonare e, soprattutto, di incontrarsi, di discutere, di parlare e, se capita, anche di litigare. Mia madre è venuta in mio soccorso e mi ha dato questa risposta: “Perché tu parli di cose che la gente non vuol sentire, tu approfondisci e le persone invece hanno bisogno di “leggerezza”.” Insomma mi ha dato della “rompi coglioni”… e fino a qui, niente di nuovo direi…Banalmente poi il consiglio è stato “trovati altri interlocutori!….che siano alla tua “altezza””. Come dire ….”noi siamo così. Quello che dici magari è anche giusto ma non è fattibile. Non sei credibile. E poi tu che fai, a parte “parlarne”?”.

    Ora. A parte il fatto che la prima cosa che può succedere, e succede, è di smarrire il “senso” (e anche un po’ di autostima…) ma poi, quando il dialogo dura quei pochi minuti, precisi, centellinati, quando la “discussione” diventa un “rito” quotidiano avvilente, succede che un bel giorno decidi di …smettere. A un certo punto ti arrendi. E’ una resa incondizionata, una sorta di rassegnazione ma…bella, positiva. E’ giunto il momento di non correre più, di non sbracciarsi, di non cercare di farsi capire a tutti i costi. E’ arrivato il benedetto e sacrosanto momento di far sedimentare i propri pensieri. Di cercare “strategie” utili per me senza nessuna necessità di approvazione …
    E’ forse arrivato anche il momento di scegliere “da che parte stare”, possibilmente senza avere la stringente necessità di pubblicarlo su feisbuk…

    • La leggerezza…la sua mancanza nel mio modo di pensare e argomentare è la cosa mi viene maggiormente rimproverata quando parlo o agisco per – e del – cambiare.
      Riuscire a mettere insieme fermezza, autenticità e leggerezza è possibile?

      • Mi correggo. manca un “che”.

        Forse al posto di “fermezza” avrei dovuto usare “determinazione”? Una cosa “ferma” da l’idea di qualcosa poco propenso al cambiamento, poco molteplice…ma poi penso a una pianta, sempre ferma e sempre diversa.

      • “Leggerezza”…. non uso quasi mai questa parola ma ogni volta che la sento mi evoca sempre quella…”insostenibile” di Kundera…
        Il pesante contrasto tra l’evanescenza della vita e la necessità “troppo umana” (!) di rintracciare dei “significati” e, dunque, di dare un “senso” che, nel romanzo, si rivolve con una paradosso, appunto, “insostenibile”… E in questa lettura troviamo tutti gli ingredienti per la nostra “ricetta”: libertà e costrizione, necessità e contingenza… Per questo la tua domanda potrebbe, forse, trovare qui una dignitosa risposta…..

  9. Infatti la solitudine è uno dei primi mostri che si affrontano quando si fanno scelte alternative! E confesso che io faccio ancora fatica ad accettarla. La seconda Simone hai avuto, come sempre, la capacità di dipingerla chiara chiara come su una tela: è la diffidenza che spesso è legata ad un atteggiamento svalutante nei tuoi confronti… Una volta una persona, (anche di famiglia), dal divano dove semi-annoiato guardava la televisione mi ha detto: “ma se tu c’hai questa testa qui…vattene a vivere in Africa…in un villaggio sperduto, in mezzo ai problemi… Lì vedi come stai meglio!” E poi il cinismo.. a volte l’ aggressività. Certo, se uno si aspetta consensi, quella di cambiare vita non è proprio la scelta giusta! Io ho cercato per anni di ritrovare le mie stesse necessità nella gente che incontravo. Tra i colleghi in ufficio, sui treni. Spesso ottenevo di essere etichettata come un barattolino: “ALIENA/FUORI DI TESTA”. Ora, al mattino, anche d’inverno, bevo il mio caffè in terrazza e sento l’odore della salsedine e vedo il mio mare. Alla sera, posso leggere, mangiare-non magiare, invitare amici o chiamare un’amica e parlare per ore. Fino a tardi. O giocare con la mia gatta. Senza imposizioni o doveri di sorta. E sono sicura, Simone, che quelli con la pancia gonfia e la bolla alla narice, non mangiano verdure buone come le tue in piatti belli e gioiosi di ceramica di Vietri (…te li invidio molto). O forse, se anche ne disponessero, non li vedrebbero. Una cosa è certa: ognuno di noi sta già scegliendo. Qui ed ora. Grazie ancora grazie a te, perché ci sei. Buona giornata 🙂

    • SopraTtutto sai cosa fanno poco? Comprare quei piatti lievemente fallati a un terzo del prezzo, o incollarli quando si rompono…

  10. Nella mia esperienza, seppure recente, posso dire che non è stato del tutto cosí…spariscono quelli che non vogliono andare in profondità, meglio così, e compaiono persone altre che sono in grado anche di camminare al mio fianco condividendo il silenzio. Sono molte meno. Meglio così. Le relazioni si scarnificano degli orpelli inutili e delle parole vuote.

    • Mi passate una digressione? (mi perdonerete). Sono convinta, Simone, che i piatti cambino il gusto delle pietanze. Come una buona tazza, il gusto del caffè. Adoro le ceramiche di Vietri (e quindi i tuoi meravigliosi piatti). Le adopero sempre, anche solo come brevi citazioni, nella mia professione. I colori, la gioia che trasmettono: quando in Italia eravamo bravi, abbiamo inventato cose bellissime (hai ragione, si trovano anche buone offerte). Io sono convinta che anche la bellezza attenga strettamente alla qualità della vita. Ma vi chiedo scusa ugualmente per l’inciso non proprio attinente. Buona giornata.

  11. Ciao Simone
    Manca il coraggio. Per questo si finge che va tutto bene. Ma questa finzione, reggendosi su fondamenta pericolanti, contrasta con chi intende destabilizzarla con dei discorsi che scendono in profondità. Meglio parlare di chi sarà il prossimo acquisto della squadra del cuore, delle prevsioni metereologiche, o delle ferie estive. Spesso facendo domande per fingersi partecipi, ma senza neppure ascoltare le risposte.

  12. Vai a quel paese Simone, è tre giorni che leggo robe tue e sono sempre più stravolta, questa chicca stamattina è come un pugno allo stomaco.

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