Che dire sul mare…

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Non parlo mai del mio amore per il mare. Ne ho scritto molto in almeno tre dei miei romanzi, quelli che definirei “nautici”, e mare ce n’è tanto dovunque in quello che scrivo. Forse è per questo che poi non mi ci soffermo ancora. Il mare, in fondo, non è cosa semplice di cui parlare. Anche quando torno in terraferma, non racconto molto. Chi ne sa, immagina meglio di ciò che potrei spiegare. Chi non ne sa, farebbe comunque fatica a capire.

Ad ogni buon conto, stare in mare molti mesi l’anno, ha qualcosa di ipnotico, che pure anima la sensibilità. Scorrono i porti, scorre la superficie del mare, scorre il tempo in modo del tutto asincrono. Scorre il cuore, che si sofferma su pensieri impossibili per la terraferma. In mare un’ora non è un’ora, ma uno schizzo d’eternità che rapido asciuga sull’intonaco di un muro assolato. Ciò che manca a bordo, è sempre più in là; ciò che c’è, è ancora più vicino. In mare si sente di più, se si deve sentire, e si patisce di più, se si deve soffrire. Il mare non è cosa per uomini che desiderino poco, che tendano alla quiete interiore. Per vivere in mare occorre stipulare degli onesti patti. Uno è con se stessi. Un altro, almeno, con la solitudine.

Ciò che avviene in mare è un antico confronto, tra se stessi e se stessi, che ha luogo al di fuori, in campo aperto, nessuno mai nel suo, nessuno mai col favore del campo, ognuno senza rete, solo con la sua storia. Chi è stato male quando era a bordo di una barca, lo sa. Quello che avviene su una barca, tuttavia, è sempre la verità. In terraferma, nel caos dell’agio, si mente molto più facilmente. Anche perché all’asciutto si cerca vanamente di essere felici, mentre in mare ci si accontenta di vivere. Che è assai più vero e difficile.

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