Chissà

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Olymbos, Karpathos. Poco fa.

Febbraio e marzo a Istanbul. Poi Mar Nero, Bosforo, Marmara, Dardanelli, tutto l’Egeo da agosto ad oggi, da Lymnos al Dodecaneso, solo un breve stop in mezzo. Nel frattempo, tutto. Cose mie, cose personali, ma anche altre, luci che illuminano la scia. Anche un gatto, ad esempio, quel pomeriggio a Kadikoy. Pomeriggio trafelato di polizia e doganieri, corse, attese, mazzette e traghetti. Un gatto grigio e bianco, duro maschio della costa. Mi ha guardato con aria interrogativa, occhi acuti, smorfia di disappunto esistenziale. Mi sono sentito giudicato, e aveva probabilmente ragione. Chissà…. 

Chissà se il nostro amico marinaio è ancora nella sua tana a Messolongi, accenna a cose grosse che possono accadere, o ha deciso di rompere gli indugi e salpare. Chissà se la barista di Kithyra ha terminato il suo fitto dialogo d’amore al telefono. Chissà se a Chanakkale ci sono ancora quei bambini che giocano a pallone sotto al monumento di Piri Reis. Chissà se il pescatore di Rize accoglie ancora i forestieri con una cassetta di acciughe e triglie. Chissà se i poliziotti di Batumi sono ancora in combutta con l’agente navale, come in quel pomeriggio umido e teso. Chissà se il vento tra Lymnos e Chios è calato, insieme alle onde che ci facevano impazzire. Chissà se quella ragazza sfuggita al bombardamento del villaggio vicino a Aleppo è riuscita a raggiungere la Svezia. Chissà come stanno quei poveri ragazzi esausti, giunti a Kos a remi, neppure la forza di rispondere a un saluto. Chissà se il figlio della sorella, ventotto giorni, sopravvissuto già a un naufragio, sta bene. Chissà se a Leros i giramondo italiani a vela cenano ancora insieme e si ricordano di noi, come noi di loro. Chissà come stanno le miriadi di delfini del Mar Nero, che saltavano giocosi ad ogni miglio. Chissà come stanno i due skipper stanchi di Rodi, innamorati della Sardegna, delusi del presente. Chissà se a Nisiros hanno preso un altro pesce spada, ieri il tempo era ideale. Chissà come sta il mendicante che salutavo ogni mattino sotto casa a Tiblisi, e chissà se lungo i viali di Salonicco c’è ancora il bel passeggio di splendide ragazze in fiore. Chissà se all’alba a Goekcheada i militari escono ancora a fare la traina, e se si ricordano di una bella barca con quattro vele a riva che navigava verso lo stretto accolta dal loro saluto. Chissà che fa il direttore del porto di Tsarevo, e come sta la sua giovane e bella fidanzata italiana. Chissà cosa pensano ora del Mediterraneo Vassilikos, o Murat Belge, Omer Livaneli e Petros Markaris, che si complimentarono così tanto con noi. Chissà come sta Babis, nella sua romantica casa di Kavala. Chissà come stanno gli amici di Samsun, e le loro figlie che non volevano sposarsi, ma viaggiare.

Chissà, chissà… se quel gatto ha finito di mangiare il suo piccione. Lo aveva difeso soffiando, mostrando i denti, e se lo meritava. Guardando me preoccupato, che divoravo una pita col kebab, in attesa del traghetto, deve essersi fatto delle domande. Tutto sommato, nessuno stava tentando di portarmela via. Dunque, qual era il problema?

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5 pensieri su “Chissà

  1. “Chissà” è una parola che uso raramente. Vuol dire “chi lo sa”, ma senza il punto interrogativo, che però pare essere sottointeso. Lo uso spesso alla fine di un ragionamento, più spesso di uno dei miei tanti “sproloqui”, accompagnato da “poi”…”Poi …chissà…”. Serve per sospendere il giudizio, per riprendere fiato, per dare spazio ad altri pensieri, per fare chiarezza…E’ una sorta di differimento, forse …una proroga… Ma, in questo caso, è posta all’inizio di un lungo elenco di ricordi, di immagini, vere e proprie istantanee di volti, di momenti di cui si è stati testimoni e di cui, forse, si vuole fissare l’attimo, oltre che condividerlo. Perché ogni singola frase contiene una vita, che ora è sospesa, non ci appartiene più, è “là”…e con quel “chissà”, si vuole tentare di rivivere quel momento, di immaginarlo ancora nel suo divenire…nell’attimo successivo, nel suo “non cessare” di esistere… Mi piace questo post perché mi concede “continuità” e, soprattutto, una “contiguità” quasi fisica. E nel “dolce” divenire si fissa lo sguardo di un gatto, vigile e indifferente…”Panta rei”…Lo scorrere implacabile del tempo, il perenne nascere e morire delle cose. La lucida, limpida, cristallina, spietata consapevolezza di tutto questo… Grazie Simone.
    So…What’s the matter??!!! …

  2. Nessun problema, proprio nessuno, finchè si tratta di un singolo gatto.
    Quando i gatti diventano tre, quattro, cinque, dieci, si faranno la guerra tra loro.
    Quando saranno tanti, veramente tanti, ti attaccheranno e se non te ne vai in fretta, di te e del tuo kebab non resterà neanche il ricordo. Eccolo, il problema.

    …un po’ come a Israele: quando esso fu creato, ebrei e palestinesi andavano a braccetto (ci sono le foto) ; poi a furia di scaricare coloni dagli aerei, il numero di questi crebbe e iniziarono i guai.
    E’ una questione di numeri, semplicemente. Non c’è bisogno di grandi elucubrazioni storiografiche: numeri.

    • “Scaricare coloni dagli aerei”?????? Cosa sono i coloni? Oggetti? Ah già…vecchia tattica quella di negare l’umanità alle persone… roba da vergognarsi.

      • Io non ce l’ho con gli israeliani nè con i palestinesi, non sto disumanizzando nessuno. Questa è storia applicata, e basta.
        Poi se uno non vuole vedere come stanno le cose e vuole continuare a vivere nel mondo delle favole e delle utopìe condito da bontà e spruzzato di buonismo, faccia pure. Ma non è realistico, purtroppo.
        Un ripasso di geografia della scuola elementare, in termini di superfici e – lo ripeto – numeri, sarebbe fruttuoso. Cordialmente –

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