Càpita

IMG_20160108_095842

Malaga. Qualche giorno fa. Ma qui è lo stesso.

Tornando indietro molte cose non le rifarei. Non in quel modo, non con quella casualità. “Ti aspettavo” è la frase migliore da dire, se è vera, in un incontro. Solo che per aspettare qualcosa occorre sapere che esiste, crederci senza prova, avere fiducia che avverrà. Che poi accada, è faccenda del tutto diversa. Che poi non accada, non conta. Non si vive sulle certezze, perché il punto non è l’avvenimento, ma chi sei stato fin lì, cosa credevi quando credevi. Il fatto è che nel rumore non ci riesci.

Scrivo ormai da più di tre settimane, ogni giorno. Non vedo nessuno, non parlo con nessuno, solo pensiero libero, sentimento del mondo che occupa ogni spazio, poi poca musica, del cibo, il fuoco, gli alberi. Il temperino del tempo e della solitudine hanno reso acuminata la sensibilità. Sono così costernato quando mi accorgo che onda immensa di pensieri, sensazioni, sentimenti si impadronisce di un essere solitario, silenzioso, presente. Costernato dalla consapevolezza di cosa accade là fuori. Ogni distrazione, ogni incombenza, ogni scadenza, perfino le relazioni quotidiane imposte dai luoghi e dal dovere, anestetizzano, riempiono di schiuma. Fanno sentire pieni e gonfi anche se abbiamo dato solo un piccolo morso all’esistenza. La stanchezza della sera non è prova di alcuna vera azione, semmai del falso movimento. Quante inutili faccende affollano lo spazio dell’essenza. Non c’è spazio per nulla. 

Oggi ho salutato il tempo. Passava qui davanti, ci siamo fatti un cenno. Mi ha guardato nervoso, corrucciato. Mi è spiaciuto non farlo entrare, ma era attorniato di secondi, minuti, ore inutili, e non volevo confusione in casa. E’ stato un po’ lì, nel vialetto, fumava una sigaretta dietro l’altra. Il vociare mi ha attratto, ho avuto la tentazione di uscire, fare due chiacchiere, invitare tutti a prendere un caffè. Poi grazie al cielo se n’è andato, con tutto il suo codazzo di normalità. E’ stato utile vedere quella processione d’impiegati e operai del nulla che si allontanava, bello ritrovare la quiete e l’immobilità. Mi ero distratto, ieri l’altro. Càpita. Bisogna che ci stia più attento.

Share Button

18 thoughts on “Càpita

  1. Cosa credevi quando credevi…è una buona domanda. E’ la Domanda. Coniugata al presente diventa l’orizzonte verso cui guardare quando ti fermi. Quando la nostalgia di quella sensazione strana, che ti manca e lo senti che qualcosa manca, ti prende nello stomaco. E ti fermi non perchè tutto si blocca ma perchè inizia un movimento interiore che per quanto invisibile e silenzioso, riuscirà a smuovere (una volta trovata la leva, il punto su cui poggiare) il mondo, quello di fuori e quello di dentro.

  2. simone, mi commuovi, come sempre. avrei bisogno di scriverti in privato, posso…?

  3. E’ bello (nel senso di “gustoso & nutriente”) leggere i vostri dialoghi.
    E in questo senso, nell’aggiungere qualcosa di mio, mi sento un po’ come quando Simone scrive della “sensazione di confrontarsi con qualcosa al di sopra” perché la mia capacità di “ragionamento” non è un granché..
    Però mi viene in mente (non ricordo più in quale libro, di quale autore) una considerazione sui compiti di quella che si definisce una “società avanzata”. Ecco, largo circa, dovrebbe occuparsi di “rendere umani gli esseri umani”. Forse detta così può sembrare una stupidata, eppure avere a cuore di creare le condizioni affinchè si prenda consapevolezza e si comprendano e si acquisiscano le capacità utili perchè gli obiettivi della vita corrispondano esattamente ai bisogni esistenziali (degli uomini come specie, come persone e non come “consumatori”, ovviamente), a me pare una faccenda impegnativa quanto promettente.

  4. Tempora tempera tempòre. Il tempo tempra il carattere (temperamento). “Antiche” massime, proverbi in cui è distillata tutta la sensibilità di uomini che, come noi, si sono trovati di fronte a quella sensazione d’infinito ma fermi sulla sponda del finito, del limitato. Lo sguardo al di là spiazza ma una volta buttato l’occhio lo stesso orizzonte si apre nel cuore e, dopo, niente è più lo stesso.
    Ti seguo da poco (ho seguito le puntate in tv, poi il libro, adesso il blog). Sei una conferma alla sensazione che qualcosa è sfuggito di mano e il falso progresso strombazzato ai quattro venti, che tante vittime ha già fatto, stritolerà tutto e tutti se non iniziamo a vivere un’altra vita…

    • Domenico mai come oggi mi pare tutto chiaro sul punto che citi alla fine. Da qui, vivendo un sentimento molto forte, disponendo del tempo e della cura necessari per godermelo e farlo vivere, vedo il caos intorno a me, osservo le distrazioni e gli affanni, e mi rendo conto di quanto spreco di tempo, di concentrazione, di consapevolezza di attanagli tutti. La cosa più grave di questo modo di vivere è l’incapacità a godere e a dare spazio a ciò che viviamo dentro. Anche in presenza di emozioni forti, siamo tutti presi da cose inessenziali, che fanno scorrere via tempo e occasioni come sabbia tra le dita. I giorni potrebbero essere molto più sapidi e ricchi, e quel che ci capita potrebbe essere vissuto in modo molto meno superficiale, con maggiori ambizioni esistenziali. Negli ultimi anni ne ho avuto esperienza diretta, e l’ho compreso come mai prima. Un danno enorme, di cui non siamo consapevoli. E la mancanza di consapevolezza di ciò che ci perdiamo è la peggiore delle beffe. Un conto è perdere vita, un conto è non saperlo neppure.

      • La beffa più grande è credere che stai vivendo al massimo solo perchè consumi molte cose invece di capire che stai solo solleticando la superficie della coscienza. Spesso ci sono i sensi eccitati ma senza senso. Altrettanto spesso c’è il Senso ma non ci sono più sensi disposti a codificarlo (ci vuole tempo!).
        Grazie Simone, ti seguo…

        • mmmm sì, certo… anche se io mi riferivo a qualcosa di più specifico, e se vuoi più raffinato… Intendo dire che le cose più importanti della vita, quelle che se esistesse una giustizia emotiva ed esistenziale sarebbero la normalità e verrebbero vissute totalmente, come l’amore, l’amicizia, il sentimento di armonia con la natura etc, le viviamo invece distratti, stanchi, dovendo continuamente dividerci tra incombenze e doveri, che vengono sempre prima di ciò che vorremmo essere, nel momento in cui sentiamo di esserlo, e dunque le viviamo depotenziate, ridotte, parziali, senza poter mai sapere cosa sarebbero se fossimo liberi, come ameremmo se fossimo davvero concentrati sull’amore e via così. Mi rendo conto che è difficile spiegare…

          • Chiaro. Sei stato chiaro per quanto in effetti sia difficile spiegarlo. In realtà è complicata già la vita stessa. Poi per come ha preso piega questo modo di intenderla è ancora peggio. Vorrei potermi spiegare meglio ma…in questa prospettiva la materia è scivolosa.

          • Certo, è difficile spiegare… forse lo sarebbe anche parlando e ascoltando. “Spogliarsi” di inutili orpelli, strapparsi il paraocchi, guardare non vedere, provare a “sentire” fino in fondo, anche se potrebbe far male, molto male. L’obbligo costante, la forzatura di tutti i giorni, i luoghi “brutti”, le persone “orrende”, il maleficio di una vita “inquadrata”, irrigidita…. Quella della quadruplice divinità: lavora, compra, consuma, muori. Amore? Amicizia? Armonia? Ma sì, con parsimonia però…. Spendendosi poco che manca il tempo…. Quante cazzate ci siamo raccontati! Quanto tempo abbiamo letteralmente buttato via, di quanto tempo ci siamo “liberati” concentrandoci in attività inutili, vero spreco… E lo sapevamo, ne eravamo ben consapevoli, ne siamo consapevoli. Ma è il vuoto dentro a risuonare, è il cuore a battere troppo forte, l’ansia, gli attacchi di panico… Come abbiamo potuto credere a questa enorme menzogna? Mi riferisco soprattutto a quelli che hanno avuto la possibilità di studiare, che conoscevano la filosofia, l’arte… Penso spesso a Pasolini ultimamente, a tutto quello che ha detto, che ha scritto, a come è rimasto inascoltato….Alla sua intelligenza, alla sua lungimiranza, alla sua solitudine.
            L’amarezza non basta a colmare il sentimento di frustrazione, non MI basta per colmare l’ “inazione”… Ma io ho una domanda, LA Domanda. Coloro i quali ci sono riusciti, quelli che hanno lavorato duro e ora hanno chiaro in mente cosa fare e come farlo, ecco, queste persone riescono ad amare profondamente dedicando tutto il tempo che ci vuole? Riescono davvero a dare il giusto peso e il sacrosanto valore all’Amicizia? Sono aperti e disponibili verso gli “altri”, intendendo coloro i quali non sono ancora riusciti a superare le loro paure? Riescono davvero a condividere, a “veicolare” (come si usa dire ora…) ciò che loro hanno imparato? Insomma, al di là delle barricate e delle cazzate, esiste davvero questa predisposizione umana a viversi pienamente e totalmente? Forse sono troppo dura, o forse solo un po’ scettica o leggermente pessimista…. Ma io un dubbio ce l’ho.

  5. “La stanchezza della sera non è prova di alcuna vera azione”

    Quanto è vero,alibi delle non-azioni

  6. Ciao Simone,
    quanto scrivi mi fa tornare alla mente alcuni passi dello splendido romanzo di Sarte La Nausea, un testo che ho letto in adolescenza e che non ho mai smesso di amare. Sprazzi di consapevolezza sulla quotidianità e su come, questa, a volte ci gira intorno con tutto il suo bagaglio di nullitudine…
    Credo comunque che l’importante sia abbattere certe contingenze, viverle li per li, per poi lasciarle andare alla loro impermanenza, riprendendo i contatti con i sogni e i progetti di vita, affrontando a muso duro quella che tu chiami la catena corta, ossia lo spazio tra pensiero e azione.

    • L’impermanenza (sorella siamese della temporaneità) è dolorosissima nel silenzio e nella solitudine. Ma non si può adorare l’oliva senza accettare che abbia un nocciolo. Il prezzo da pagare non è mai nè alto nè basso. Dipende per cosa lo paghi…
      “La Nausea” è un capolavoro. Credo che segni chiunque lo legga troppo presto. Io lo feci seguire di poco allo Zarathustra di Nietzsche, intorno ai quattordici anni, figurati tu… Come si vede, non mi sono mai ripreso.

  7. Càpita di non sapere più chi sei. Càpita di immaginare di aprire una porta e dire “ti aspettavo”, e vedere se stessi. Càpita di aggiungere “finalmente!”. Càpita anche di pensare solo al budget o a quando i soldi finiranno, a “cosa farò”. Ma è “adesso” che devo sapere cosa fare. E’ “ora e qui” che devo essere. E come sono? Chi sono? O chi sono diventata? Quali colpe devo espiare, quali errori ho commesso, quali strade ho intrapreso troppo “casualmente”, o troppo “superficialmente”? Cosa pensavo allora? Chi credevo di essere? Dove volevo andare? Quali parole e quali azioni e quali emozioni riempivano le mie giornate, le mie ore, i miei minuti? Come facevo, mi chiedo? E come faccio? Come fanno tutti gli altri? Ma che importa, o cosa cambia? Sposto, accantono, e forse “rimuovo”. La rimozione è materia di analisi psicologica: nel “rimosso” ci sta il groviglio della matassa di una vita, l’ “irrisolto”, il potenziale non “agito”, bloccato, che se ne sta, proprio come il tempo, corrucciato, offeso e umiliato…
    La mancanza di coraggio, forse, non ha permesso di sollevare quel coperchio, e, come nel racconto mitologico, di far uscire dalla giara tutto il “male” del mondo per richiuderci dentro solo la speranza. Che accada o non accada, dici, è lo stesso: l’importante è averci creduto davvero. Che non è, che non deve essere “consolatorio”, che quello che importa è quello che sei stato tu fino a lì. Se sei riuscito a risplendere, se non ti sei avvinghiato a qualcosa o, peggio, a qualcuno. Ma hai bisogno di fidarti. Devi riuscire ad avere fiducia in te stesso, in quello che sei, in quello che pensi, in quello che ogni giorno, “nel tuo”, credi di fare e di fare “bene”, con severità ma anche con tolleranza, allontanando pregiudizi e false credenze. Il corpo non segue, o non sempre, ma la mente esplode in immagini, piccoli pezzi di vetri colorati. Nella mia “personale” Pandora ho imprigionato la stima di me stessa, l’ho delegata ad altri. Non ho fatto quasi nulla, a conti fatti, per difenderla, per onorarla. E lei si è atrofizzata, forse si è pure incazzata. Ha provato per anni a urlare, a strepitare. Poi si è arresa. Si è accovacciata mestamente nel suo angolo, ha pensato, giustamente, di non avere più nulla da dire e da dare. Si è guardata allo specchio, ha scovato le prima piccole rughe… Si è domandata più volte a chi appartenesse quell’ovale impreciso, miope e senza contorno. Quel corpo libero e fiero che aveva molto amato e che ora non riconosce più. La dicotomia non è più dunque “io- il mondo” o “il mondo-io”. La scissione è dentro di me: “io-me stessa”. Càpita di non riconoscersi, càpita di disprezzarsi, di piangersi addosso per quello che poteva essere e non è. Càpita anche di consolarsi, di farsi una carezza, di provare a dimenticarsi. E può anche succedere di sentirsi esplodere in un piccolo attimo di gioia, pensando a una frase, forse banale, a cui non pensavi da tanto, troppo tempo: “ti aspettavo”…

  8. Ti seguo e ti leggo ormai da un pò…stimo le tue scelte e la pianificazione adoperata per perseguirle.
    Già fare una scelta spesso è un’azione coraggiosa, ci incanaliamo in binari in maniera inconsapevole senza fare mai scelte vere….o se le fai sono per reazione, perché costretti (che poi è la genesi degli impiegati e operai del nulla).
    Però, però…leggendo i tuoi brani, i tuoi post, mi domando di questo tuo privilegio, di questo tuo tempo fluido….libri scritti, vita in mare con Mediterranea, ti viene mai un senso di incompiuto? Mi permetto di farti queste domande, visto che se hai un blog , sostanzialmente ti esponi e probabilmente non hai problemi a ricevere quesiti forse scomodi….

    • Costantemente saretta sarix. Ma l’incompiuto in me non coincide mai con ciò che non faccio, ma con lo squadro tra quello che sento e quel che riesco davvero a condividere. La sensazione di incompiuto è una cifra interiore degli uomini sensibili, che per quanto facciano, non riusciranno mai a comunicare come lo fanno. I benpensanti giudicano, hanno tutto chiaro nelle loro minuscole testoline affilate, ma sentire non è cosa che si possa comprendere. Da questo viene il sentimento di precarietà e di incompiutezza. Quando mi parlano di soldi, di problemi, mi sforzo di applicarmi al di sotto delle mie possibilità. Qui invece ho sempre la sensazione di confrontarmi con qualcosa al di sopra….

    • Scusa ma incompiuto de che? Simone gira il mondo…naviga… scrive..le sue passioni..si gode il tempo che gli rimane nel posto che ha scelto..conosce un sacco di persone interessanti..ha successo perchè le sue opere si vendono..quello che fa e che ottiene se lo suda…perchè mai dovrebbe avere un senso di incompiuto…semmai il contrario.

      • sì e no gianluca…
        Il sentimento di incompiutezza ci accompagna, o accompagna almeno gli spiriti che prestano sensibilità a ciò che davvero è la loro vita. Detta come la dici tu, che pure è vera, dovremmo essere a cavallo di tutto. Il che non è. Il percorso che si fa (in questo periodo ne sto facendo uno molto impegnativo e credo anche molto importante) conduce in luoghi da cui accedere ad altri luoghi, taluni ipotizzati, tali altri neppure mai presi in considerazione, ma che si trovano affascinanti o comunque doverosi. Fare cose, ancorché autentiche, apre a interrogativi e ipotesi, non costituisce mai compimento se non temporaneo (Un uomo temporaneo, appunto…). Ciao!

Comments are closed.