Adesso Basta (e Mediterranea) a RAI3

Dal minuto 20′.52″. Riflessioni sul cambiamento a “Ambiente Italia”, su RAI 3. Buona visione.

Share Button

11 thoughts on “Adesso Basta (e Mediterranea) a RAI3

  1. Leggendo il tuo commento di ieri mi sono fermato a riflettere sul tuo scritto.
    Nel mio caso non provo nessun genere di colpa e men che meno senso di disonestà nei confronti della società.
    Ciò che ho costruito l ‘ ho ottenuto anche con tutti i miei limiti e difetti, ho sbagliato, ho pagato il prezzo ma sempre e comunque a testa alta e non ho mai svenduto la mia dignità.
    Nessuno mi paga spese e tasse, a me di esser catalogato socialmente non me ne importa un fico secco e non mi masturbo mentalmente per tutto ciò.
    Soffro di più nel vedere sfascio sociale, individui psicodemoliti, la mancanza di serenità e buon senso, l ‘ anormalità diventata ” normale”, la diminuzione della qualita di vita complessiva, sapere che le medicine più vendute sono gli psicofarmaci, le coppie scoppiate al 50% ed i relativi figlioli spesso allo sbando, gli anziani abbandonati, l ‘ uso smisurato di alcool e droghe.
    Continuiamo a lavorare su noi stessi al fine di migliorare nella semplicità avendo un rapporto distaccato con danari ed status symbol avendi cura del nostro corpo e della nostra mente, vivendo il presente senza rimpiangere il passato e senza aver ansia per il fututo, sapendo che la vita non la si pilota con un telecomando.
    Ciao
    Vale

  2. Nel mio personale percorso di downshifting capita, per fortuna non spesso, di provare una strana,assurda,sensazione di senso di colpa.
    Nei confronti di chi sta lavorando mentre prendo il sole o leggo un libro, nei confronti di chi in qualche modo sta facendo qualcosa di ‘socialmente riconosciuto’ mentre io sto facendo qualcosa per me.
    Qualcosa che non ha nessun valore (classificato) quando non addirittura socialmente deprecabile.
    Insomma….alla mia età dovrei pensare alla carriera.
    Come se fossi chiamato a giustificarmi di fronte a un giudice costituito dal buon senso comune.
    Quando succede mi chiedo se non sia il momento sbagliato, dal momento che anch’io ritengo,come hai scritto nel primo libro,che il vero muro da affrontare sia la perdita di una codifica sociale.
    Penso che alla lunga possa diventare letteralmente una bomba a scoppio ritardato ma dagli effetti irreparabili e soprattutto imprevedibili.
    Voglio dire…quella codifica di cui oggi non sentiamo bisogno tra 1, 5 o 10 anni potrebbe diventare un vuoto devastante.

    Ecco,enza dilungarmi troppo,vorrei chiedere questo a chi ha intrapreso un cambiamento che va in direzione opposta al pensiero comune, se capita mai o se è capitato di avvertire il senso di colpa

    • Caro Simone, non solo non c’è questo rischio, ma credo che il senso di colpa dovremmo provarlo per tutti gli anni in cui abbiamo passato tempo e energie a inseguire quel qualcosa di socialmente riconoscibile che invece, oggi, come vediamo, riconoscibile proprio non è. Dunque avanti sereno. Tu sei socialmente riconoscibile quando sei autentico. In quel momento non contribuisci alla bruttura della società falsa. Ecco dove il mondo dovrebbe provare senso di colpa verso di te. Non il contrario.

    • Se togli una gallina dalla gabbia, c’è più posto per le altre!
      Prima di iniziare il ds ho fatto in modo che tutti i miei intimi non risentissero economicamente della mia scelta, ho insomma riscattato la mia libertà.
      Poi, scalando marcia, ho reso disponibile ad altri la mia quota di inquinamento in città, di spazi pubblici, di cure ospedaliere, di file nei supermercati, di concorsi per bidella. Mi pare di essere socialmente utile nel lasciare più spazio e risorse agli “altri”, cercando di arrangiarmi sempre di più, per vedere se riesco a reggere da sola il mio peso.
      Come direbbe il Sun Tzu: nessuna macchia.

  3. Vorrei aggiungere molte cose. Da qualche giorno ci sto riflettendo, ma non trovo il modo per essere breve.
    Ho fatto tutto quello che ho potuto, compreso il soffrire tantissimo nel dover prendere la decisione di andarmene. Credo che, se ti è rimasta impressa la mia storia, tu sia l’unica persona che davvero abbia capito che lasciare una famiglia che dall’esterno pareva sana, bella e benestante, è stato come dovermi togliere la pelle a vivo. Non ho un modo meno splatter per descrivere l’esperienza.
    Nell’ultimo periodo in cui sono stata moglie, madre, imprenditrice, serva, infermiera, psicologa e pure despota (questa mia teoria sulla figura materna che manipola e crea uomini/mostri incapaci, dipendenti e, quando lasciati, violenti, mi sta facendo diventare molto impopolare tra le donne), il mio corpo decideva di non stare più al mio gioco. Non ho avuto scelta. Non bastava essermi resa conto che l’unico modo per insegnare la felicità ai miei figli fosse essere felice per prima: capire non mi faceva cambiare, ma per fortuna, spesso le malattie indicano la strada giusta.
    So che queste sembrano frasi ad effetto, che qualche anno fa leggevo nei libri di Osho & C., poi però l’ho provato, e sono qui a testimoniare che è davvero così.
    Ho deciso di lasciare e di andare ad abitare in paesi di montagna, perché c’è più spazio, i negozi sono rari, posso stare con dieci euro in tasca per qualche giorno e sono felice.
    Ci ho messo anni a ridurre il mio regime di spesa, e sì che nasco contabile, ma nei primi venti mesi non riuscivo a capire dove andassero a finire i soldi, e non avevo entrate. Però avevo un progetto e qui in montagna, se non ci sono negozi, c’è molta materia prima.
    Alcuni ancora ridono della mia attività, come fossi una matta, perché non gli va che una “foresta” venga ad insegnare come sopravvivere quassù con qualche sacco d’erbe.
    Un paio di giorni fa mia sorella, molto più grande di me, la persona meno invidiosa del mondo, dice a mia madre di smetterla di preoccuparsi di ciò che faccio, perché io sono “moooolto furba”. Mia madre non smetterà mai di preoccuparsi perché è il suo lavoro, lei ha scelto così.
    Mia sorella voleva essere positiva, come sempre, ma io ci sono rimasta un po’ male: furba viene da “furto”, ed io in effetti rubo ai boschi ed ai prati.
    Il mio orgoglio, ma forse è solo realismo finalmente, dice che in giro a fiere nel triveneto, con la Panda, un tavolino pieghevole e qualche cestino di erbe e vasetti, a prendere anche tanto freddo e pioggia, ci sono andata io mentre chi ora mi ritiene affettuosamente furba non avrebbe scommesso più di cinque euro sul mio sogno: cinque euro messi sul banco giusto perché mi vuole bene.
    Queste riflessioni le riferisco a te, com, e a chi ha provato a prendere una strada diversa da tutte le altre.
    A mia sorella, invece, quando si è congratulata con me per i piccoli successi che sto raccogliendo, ho scritto su whatsapp ” Molto spesso penso che sia merito di tutti quei libri che mi hai regalato quand’ero piccola! Come se mi avessi riempito le tasche di semini ed ogni tanto ne tiro fuori uno che diventa un’idea”.
    E’ la stessa cosa che ho tentato, e ancora tento, di fare coi miei figli: riempire le loro tasche di semi di idea.

    • uh che bel finale quel che scrivi. i semi delle idee nelle tasche dei tuoi figli. e che bella la tua amarezza orgogliosa. Sì, è giusto che tua sorella mettesse quei 5 euro sul tavolino. E’ giusto che tu ci sia rimasta male. Ma sai, queste cose accadono ai generosi, e tu così sei, non ti puoi sottrarre. Ma non scambierei la vita da generoso con quella di un pulciaro. la vita va, bisogna spenderla. Morire coi soldi della vita non spesa ancora in tasca è la merda di questa epoca decadente. Dacci dentro. Ciao Lucy.

      • E come vedi meriti una citazione d’onore in un servizio. Non so perché ma quando mi chiedono di qualcuno che ha cambiato vita, che ha provato, dei tanti che conosco o di cui ho sentito, penso sempre a te.

      • Devo chiarire altrimenti mi rimorde la coscienza per essermi spiegata male e siamo pure in quaresima: mia sorella conosce bene la tenacia che ho ed in questo progetto mi ha amorevolmente “sorvegliata” acquistando le mie cose, cercando di farle conoscere ad altre persone e pure portandomi da mangiare alle fiere!!
        Ma nonostante tutti i suoi sforzi, capivo che in questo progetto non riusciva a crederci davvero, nemmeno lei, esattamente come tutti gli altri. E’ giusto così, proprio come dici tu, perché a stento ci ho creduto io, come potevo pretendere che gli altri mi sostenessero?
        Se il progetto è diverso da quei 100 lavori che tutti conoscono e fanno, se non dà una busta paga minima, se è fisicamente faticoso, non ha orario e dipende pure dal tempo, come può dare la felicità?
        Ah, per fortuna che molti la pensano così. Grazie per tutto questo spazio.

Comments are closed.