Surplace

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Amare i tramonti e non vederli, ad esempio. (Ieri, il fiume Vara, al tramonto).

“Quanti chilometri hai fatto?”.
“Zero”.
Il breve scambio avvenne anni fa, in una palestra di Milano. Avevo corso tre quarti d’ora, ma su un tapis roulant. Dunque non mi ero mosso di una spanna. Non ero andato da nessuna parte. La fatica ma non il premio, lo strumento ma senza il fine. Compresi che quel tappeto mobile, come altre cose che avevo sotto gli occhi, era un’icona della mia decadenza.

Non ho mai sopportato le cose vane: correre ma restare sempre nello stesso metro quadrato; pedalare senza che la bicicletta avanzi di un millimetro; fare avanti e indietro nella stessa baia con una tavola a vela senza mai doppiare il capo per vedere la baia accanto; salire su una montagna per scendere giù, per poi risalire e scendere giù, su, giù, su giù; faticare per guadagnare soldi senza avere una buona idea per spenderli, cioè lavorare generando valore che non produce benessere autentico; avere un hobby, ma che è un hobby!? Una cosa che ami ma non la fai quasi mai. Perché!?; andare in vacanza per fare una sola settimana ciò che sai che non farai per le cinquantuno rimanenti; amare leggere e poi saltare le pagine dei libri; parlare del più e del meno, lasciandosi esattamente come ci si è trovati, anche un poco peggio a dire il vero; comprare quel che posso farmi da solo; avere una barca e non usarla mai; pagare tanto di mutuo per la casa e non starci mai perché lavori, ma nel weekend che avresti tempo per godertela andare fuori porta; fare un figlio, amarlo tanto e non vederlo mai; innamorarsi di una donna e non stare mai con lei; avere una station wagon “per quando fai una scampagnata con amici” e poi non fare la scampagnata, se non una volta l’anno se va bene, e il 99% del tempo andare in auto da solo; avere una casa grande e non riempirla; avere una casa piccola e non abbellirla; avere amici che ti invitano nella loro bella casa al mare e non andarci; avere una seconda casa propria e non andarci; amare qualcosa e non farlo; ricevere, alzare, schiacciare, sempre lo stesso giro, come nella pallavolo, magari per anni; non credere in Dio e pregarlo quando butta male; amare una persona e poi trattarla male; sentirsi dire ti amo, essere trattati male e non andarsene; avere poco tempo e poi sprecarlo; avere tanto tempo e non sprecarne almeno un po’; amare una cosa e non studiarla…

Tutti falsi movimenti. Come correre, senza muoversi. Tapis roulant.

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28 thoughts on “Surplace

  1. Simone un commento banale, spero mi perdonerai, ma non potresti aumentare un po’ la dimensione dei caratteri del tuo blog?
    Buona giornata!
    Mauro

  2. ciao..non ho una barca ma ho affrontato molte mareggiate e cambi di rotta.
    E ora mi ritrovo nel pieno della tempesta.
    Qualcuno con disprezzo mi chiama “la ribelle” ma ne vado fiera. Non è facile .
    Non è facile tacere davanti ad un medico che mentre tu gli stai spiegando la tua depressione ti dice di far presto perché ci sono gli altri pazienti che aspettano.
    Non è facile tacere davanti ad un controllore che si rivolge in tono maleducato ad una giovane ragazza perché non sa trovare il codice del biglietto .
    Non è facile non far presente al ristoratore che il pane che ci ha appena servito è posato e che una formaggiera non si porta al tavolo mezza vuota.
    Non è facile capire per quale motivo ti si chieda di prendere il numero ( di prenotazione) quando davanti a te non c’ è nessuno.
    Non è facile ascoltare l’impiegata postale che ti dice che per chiudete il conto corrente ci vuole un appuntamento ( solo perché non ha voglia di farlo) quando tu hai letto sul sito delle poste che è una normale operazione che si può fare allo sportello.
    Non è facile andare in cartoleria per fare tre semplici fotocopie e dopo aver atteso 15 minuti osservando che tutti e tre i commessi sono a fare delle rilegature da 10 minuti ciascuna, dover chiedere perché uno dei tre non capisce che si dovrebbe dedicare alle cose più veloci e snelle mentre gli altri due portano avanti i lavori più lunghi???!!
    Non è facile svolgere il proprio lavoro con passione e rispetto, e vedersi consegnare dal medico dell’azienda ( la quale ha iniziato da due mesi a fare azioni di mobbing perché ormai il tuo progetto è avviato e quindi può portarlo avanti uno stagista che costa meno) un certificato che attesta che tu,in quanto affetto da patologia tumorale non sei in grado di portare avanti la tua mansione lavorativa.
    Pugno dritto allo stomsco.
    Non è facile.
    Ma a tutto questo mi sono ribellata.
    Consigliando anche alla ragazza trattata male sul treno dal controllere, di reagire, di non subire mai da nessuno determinati atteggiamenti.
    Tutto questo non accadrebbe se ognuno di queste persone amasse ciò che fa.
    E quindi?
    Devono subire gli altri la loro rabbia?
    No non ci sto e spero che ognuno inizi a ribellarsi davanti a questi atteggiamenti.
    Non si può tacere.
    Si deve reagire.
    Sono afffetta da una rara forma di tumore..per il quale ho subito 4 interventi e….altro. Ma la malattia ora è asintomatica e quindi posso svolgere la mia attività lavorativa.
    Contrariamente a quanto ha dichiarato il medico aziendale non consultando nessuna mia cartella clinica.
    Potrei continuare a lavorare per questa azienda connun altra mansione buttando giù il rospo e facendomi condizionare dal ” “posto fisso ” ma l’orgoglio verso me stessa viene prima di tutto.
    Scelgo la strada più complicata.
    Ma la più pura.
    Sto facendo un esposto al medico e una denuncia all’azienda.
    E riparto a vivere nella libertà di essere me stessa.
    Utilizzando questi miei giorni di distacco dal lavoro e di solitudine per pianificare la nuova avventura lavorativa.
    Che sarà un distacco totale dal mondo ” manager,budget, riunioni, report,ecc” per il quale ho un rifiuto totale.
    È arrivato il mio definitivo ” Adesso basta”
    Scusate lo sfogo.
    Ciao
    Laura

    • Accidenti che energia. Una leonessa. Complimenti per la verve.
      Io non so nulla, figuriamoci di queste storie, cosi grosse e dure. Però una cosa te la dico: non un lavoro solo, ma due.
      Non solo l’energia di affrontare molte cose di petto, con coraggio e fierezza. Anche il lavoro di estraniarsi da molte di esse. Noi non abbiamo una missione, ricordatelo. Questa vita non l’abbiamo scelta, non ci e’ stata insegnata e finirà senza preavviso. Dunque misura. Bisogna tirarsi fuori, anche. Non solo tuffarsi dentro. Armonia e equilibrio. Buon vento.

  3. Sono d’accordo. Fare per fare… al massimo fare per vantarsi un po’. E nient’altro. E ammazzarsi pure di fatica, per giunta. Orrore assoluto!

    • Mi hai fatto sorridere.
      Primo, perché leonessa è una definizione che anche altri hanno usato nei miei confronti.
      Secondo, perché praticamente mi hai consigliato di farmi gli affari miei e di non aizzare alla ” rivoluzione” 🙂
      Ma penso che sia la mia natura…difficile da controllare se non estraniandomi nella mia solitudune. Che peraltro,proprio perché faccio troppa fatica ad osservare senza intervenire o reagire, è la mia dimensione preferita.
      Dopo aver scritto il mio precedente sfogo infatti sino uscita di casa e sono andata a camminare in un sentiero nel bosco che porta in Baia blu. Breve ma colmo di pace e di vita che voglio.
      Che sento.
      Grazie

      • Non fraintendermi. Lo spirito di giustizia, l’istinto civico alla ripulsa dell’assurdo, ce l’ho come te. Solo, rifletto da tempo che l’armonia non può venire da fuori. Troppi pezzi da mettere a segno. Impossibile far tornare tutto. Viene quasi da pensare che tentare sia un’oppio. Dentro, per quanto dura, abbiamo più chance. E forse, se ci pensi, e’ anche piu’ giusto.

  4. ‘Ricevere alzare schiacciare sempre lo stesso giro come nella pallavolo…’ mica vero Comandante. Solo agli occhi di chi si limita a ciò che vede sembrerebbe tale. In realtà ogni azione è una situazione differente e reca la sua difficoltà nel gestire la palla solo con tocchi e non con prese, per altro con tecnica precisa altrimenti il gesto viene considerato errore…Allora guardando con occhio più attento, realizzerai che proprio questo sport sia l’apoteosi del cambiamento, sia nelle regole, sia nel gesto atletico, e dunque dell’evoluzione. Per molti ma non per tutti. Perché accettare di modificare regole, stile, atteggiamento per evolvere e dunque uscire dallo status quo di ciò che portava comunque risultato, richiede coraggio, incoscienza, tempo e precisa cura. Perché dare vento alla propria essenza ed ai propri desideri è rischioso e non a tutti è dato farlo…infatti altri giocano a calcio;-)…buon vento Comandante

    PS: da giocatrice prima e allenatrice poi, è stata proprio la pallavolo, unica costante (seppur variabile) della mia vita a darmi il vento per la mia rivoluzione umana…giusto o sbagliato poco importa. So che ora sono scesa dal tapis roulant delle false sicurezze…

    • Naturalmente Franca. Ognuno ha la sua ‘visione’. Io di fronte a cose che non mi piacciono chiedo sempre, a chi le ama: ‘cosa ti piace?’. Quasi mai ricevo risposte esaurienti. Ma quando qualcuno me ne dà capisco di essere solo io a non comprendere, ma qualcosa di bello evidentemente c’e’. Ciao!

    • Si concordo, ma non pensi che l’armonia di cui parli,sia una condizione raggiungibile solamente nella solitudine?

    • Si l’armonia deve essere prima di tutto dentro e con noi stessi.
      Ma spesso…troppo spesso..é condizionata dai ” doveri” o da ciò che le persone si aspettanobda noi.
      Io ero in piena armonia stasera percorrendo il sentiero nel bosco.
      E non avrei voluto rispondere alla telefonata da Milano del mio compagno.
      Ma non ho potuto farlo.
      É anche vero che degli ” obblighi ” verso le persone care li abbiamo.
      E che la necessità di armonia, di libertà ,di vivere ciò che realmente si desidera ,
      forse è una condizione che può sussistere solamente in solitudine.

      • Non dirlo a me, che la solitudine la costruisco, cerco, custodisco. Una persona che non passi per scelta una quota periodica di tempo da sola, per me, non fa quanto necessario per la ricerca dell’armonia. Quando prima distinguevo tra fuori e dentro, anche a questo mi riferivo.

  5. “Non ho mai sopportato le cose vane”.
    Forse di veramente vano nella Vita non c’è niente.
    Sostenere con le unghie, con la rabbia un qualcosa di già definito o che si crede tale perché la vita, talvolta, insegna qualcosa.
    E’ che siamo cocciuti. Tenaci.
    Vogliamo arrivare. Vorremmo farlo. Ci dicono di no ?
    Si sbagliano.
    Gliela faremo vedere.

    ps.il minuscolo e il maiuscolo non sembrano essere casuali.

    • rileggendomi …scusami gli errori di digitazione (cellulare troppo piccolo) e la scrittura. Lo stress che sto vivendo ,si manifesta anche con lieve dislessia.
      E si…mettiamoci anche che a 45 anni la vista inizia a non essere quella di un falco 🙂

      Forse il problema è che la mia ” quota periodica di solitudine”, sembra abbia la necessità di aumentare ogni giorno.
      Ma questo è in conflitto con gli affetti.
      Purtroppo patisco il ripetersi schematico delle azioni. La routine delle piccole cose.
      Ma che gli altri si aspettano da noi.
      Ma nel momento in cui ci si aspetta qualcosa dagli altri, non si cela la preoccupazione,l’amore dietro una forma di egoismo?
      Se invio un sms con scritto “ti voglio bene” , non attendo una risposta.
      E invece no.
      Se non rispondi ti devi giustificare.
      E continuare a dover spiegare che il mio “ti voglio bene”, lo voglio mandare semplicemente quando è spontaneo.
      Al mio compagno,a mia mamma,ad un fratello. Io ne ho sei…immaginatevi se dovesse esserci sempre una risposta ( che poi si innescano quelle serie da almeno 6-7 risposte) ad ogni loro sms: un delirio!
      Ovviamente voglio cmq un gran bene a tutti loro.
      E intanto il mio tempo trascorre.
      Non una semplice risposta automatica.

      Ops..si è fatto tardi….devo correre in ospedale a ritirare la mia dose di farmaci,andare a fare una iniezione
      qualche commissione e poi via di nuovo nella mia dimensione.
      Sto bene.
      Oggi è una giornata giusta per dipingere.

  6. E poi…ho trovato questa…

    “Ho osservato tante volte
    il marmo che mi hanno scolpito,
    una nave alla fonda con la vela ammainata.

    In realtà non rappresenta il mio approdo ma la mia vita.

    Perché l’amore mi fu offerto ma fuggii le sue lusinghe;
    il dolore bussò alla mia porta ma ebbi paura;
    l’ambizione mi chiamò, ma paventai i rischi.

    Eppure bramavo sempre di dare un senso alla vita.

    Ora so che bisogna alzare le vele
    e farsi portare dai venti della sorte
    dovunque spingano la nave.

    Dare un senso alla vita può sfociare in follia
    ma una vita senza senso è la tortura
    dell’inquietudine e del vago desiderio:
    è una nave che desidera il mare ardentemente ma ha paura.”

    Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River

  7. I ‘reali bisogni’ non li conosciamo. L’educazione e’ un lavoro costante che si tramanda da generazione in generazione. Scoprire improvvisamente che e’ sbagliato, che e’ oppressivo, coercitivo, nevrotizzante, e’ destabilizzante. Vuol dire che tutto quello che ti hanno insegnato, tutto quello che hai fatto fino a un minuto prima, e’ solo ‘fuffa’, ‘aria fritta’ inserita in un modello sociale pero’ al quale devi attenerti scrupolosamente, seguirne le regole o meglio i dogmi: accettare senza discutere. Ove lo facessi, ti daranno della pazza, ti emargineranno, ti faranno sentire ‘sporca e cattiva’. Ma dentro di noi, sin dall’infanzia, una voce ci parlava d’altro….Quella voce, quel ‘fanciullino pascoliano’, che abbiamo imparato a sopprimere lentamente sull’altare dell’autoinganno e dell’omologazione con buona pace di psicologi e psichiatri… Quando non sai piu’ dire chi sei, quando la tua identita’ e’ un povero simulacro vuoto e sofferente, allora parte l’eterna domanda: chi sei e cosa vuoi ‘veramente’? Ed e’ in questo avverbio che si riassume, a qualsiasi eta’, la somma di un ‘ridicolo paradosso’…

  8. Ciao Simone, concordo pienamente con te anche se con un inevitabile sapore di amaro in bocca.
    Purtroppo, soprattutto l’uomo nato e cresciuto secondo il modello occidentale e consumistico, è destinato spesso a vivere in modo non autentico, lasciandosi abbindolare da falsi bisogni indotti da tale sistema. Di conseguenza l’autoinganno diventa l’infame conseguenza di un vivere quotidiano adagiato su un mondo illusorio dove, dolorosamente, ci si prende per il culo da soli. Ed è doloroso!!
    Ed ecco tornano le immagini che tu ci offri. Pedalare o correre senza muoversi, leggere a mozzichi e bocconi, idolatrare una settimana di vacanza e tanto altro.
    Forse bisognerebbe dar voce ai reali bisogni che ognuno sente dentro evitando di essere in malafede nei confronti di se stessi…credo non ci sia cosa peggiore dell’autoinganno

  9. Questo pezzo é un pugno bello dritto nello stomaco. Duro perché portatore di realtà. Ma grandioso perché capace di svegliare l’animo (ed il cuore) Grazie comandante!

  10. Art de vivre, com dicono i francesi…
    Chapeau comandante di vita e non solo!

  11. Da tempo mi indirizzo pensieri per parlare con me in altro modo. Per dare voce alle voci interiori e cercare di ascoltarle tutte o almeno provarci. Dar loro la possibilitá di uscire ed esprimersi.
    Questa mattina mi sono scritto chiedendomi se fosse possibile reperire uno strumento in grado di misurare il cammino intrapreso, se questo mi stia facendo crescere (non in altezza chiaro), evolvere e se cosí non fosse…cambiare rotta, andare altrove .

    Scrivendolo capisco che il percorso puó essere quello giusto e la prova é di quanto sia duro, perché le cose “facili” sarebbero quelle che tu citi. Parlare per parlare, desiderare e poi comprare cose inutili, rimanere intrappolato in relazioni ormai prive di significato e valore affettivo..poi mi invade il dubbio, la vita deve essere per forza cosí complicata per poter vivere in forma piú semplice, genuina, autentica e avvicinarci alla nostra essenza?

    Grazie ancora una volta Simone

    • Fabrizio, la semplicità è un’invenzione dell’uomo. Noi, la terra, l’universo, è tutto complesso.

  12. “Breve Riflessione…” Il termine “breve” ha in se, nel pensiero comune, un significato di “poco importante, marginale, qualcosa che prelude a più ampi ed importanti approfondimenti”. Non è (sempre) così. In queste righe c’è molto. Quel molto che ognuno di noi dovrebbe imparare a fare. Quel fare che ognuno di noi dovrebbe indirizzare al viver meglio. Come sempre qualcuno dirà “facile per Simone, non ha figli, ha la barca, ha tempo…” Non comprendiamo, in realtà che ogni occasione è un modo per finalizzare le cose. Preparare un piatto guardando il temporale che si avvicina fuori sorseggiando un bicchiere di vino, osservare il gatto che ti guarda e pensare a cosa pensa, andare se serve o restare senza (troppi) rimpianti. Per fare questo non serve la barca, e non serve neanche essere Simone… serve buon senso e amore per se stessi.

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