Piccola e fragile (EU)

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Secondo me stiamo facendo la figura degli psicotici, e ci stiamo facendo prendere per i fondelli da noi stessi.

Siamo quelli che escono senza alcun timore in macchina nonostante l’anno scorso si siano verificati in Italia 177.031 incidenti stradali con lesioni, che hanno provocato la morte di 3.381 persone e il ferimento di altre 251.147. Una strage. Nella vita domestica saliamo senza tema su un seggiolino per prendere la farina lassù in alto pur sapendo che sono 7.378.000 ogni anno gli accessi in pronto soccorso causati da incidenti e violenza, di cui oltre 1.825.000 avvenuti in casa (Istat). Eppure nessuno si spaventa, pur sapendo che si farà certamente male così, e forse morirà. 

Al cospetto di ciò, che non genera alcuno schiamazzo, nessun commento accorato, i morti per terrorismo quanti sono? Dunque, di che cosa stiamo parlando? Cos’è questo allarme, che genera invettive, litigi sui social, stati d’ansia collettiva? Perché c’è gente che in un aeroporto si guarda intorno terrorizzata, sta spalle al muro, nonostante in migliaia di aeroporti transitino decine di milioni di persone al giorno senza neppure mai farsi un graffio? Perché i politici invocano la pena di morte, l’espulsione in massa di tutti i non italiani? Io, ad esempio, ho paura degli italiani quando guidano, e la statistica mi dà ragione. Allora che vogliamo fare, espellere tutti gli italiani perché guidano male e mettono a repentaglio la mia preziosissima vita? Se fossi un extracomunitario lo direi: “Italiani, per strada ho paura di voi!”.

Nelle liste dei problemi gli psicotici non partono mai dall’alto. E noi? Ogni anno muoiono circa 180 donne, uccise da uomini, una vittima ogni due giorni (Eures). Ignoriamo le ventinove cause di morte più gravi per occuparci in massa della trentesima. Perché!?

Ottanta morti a Nizza, sono tanti. Un buon numero tra Parigi, la Germania e altrove. Tragedie, beninteso. Tutte (o quasi) vittime per causa di cittadini europei. Non venga a nessuno in mente di chiamarli diversamente, perché sono nati e vissuti in Europa, sono andati a scuola qui, hanno lavorato qui. E allora? E’ brutto, è grave, ma è anche evidente che si tratta di emuli raccattati nei bassifondi della follia e del disinserimento sociale. E’ evidente che la comunicazione allarmata e clamorosa che stiamo facendo li innesca, perché gli concede il momento eroico, invece del momento del coglione, per farla finita. Se i telegiornali smettessero di fare dirette fiume a ogni atto terroristico, in sei mesi sarebbe finito tutto. Idem se qualche poliziotto belga o francese facesse il suo lavoro decentemente. Se la televisione dedicasse la stessa enfasi ai tagli da lamierino aprendo le scatolette di tonno, le aziende di scatolame fallirebbero, e i tonni vivrebbero felici e contenti.

Se seicento italiani muoiono in un anno cadendo da un treppiede fatto in oriente nessuno ci bada, la notizia non c’è e soprattutto nessuno titola: “Siamo in guerra. La Cina ci vuole morti”. Se quattro imbecilli emuli sparano e fanno morire dieci connazionali se ne parla per settimane, a reti unificate. L’Isis ride a crepapelle, nonostante rivendichi l’attentato solo quando è certa che un minimo appiglio ci sia. E noi crediamo che ci sia una rete, una trama, un collegamento in grado di minare l’Europa. E’ come se io domani rivendicassi l’aggressione a un capoufficio stronzo da parte di un manager saudita esasperato che gli ha spaccato la testa a colpi di MontBlanc. Avendo scritto libri sul tema “lavoro” voglio un titolo a nove colonne sul Corriere di Rihad e un’indagine internazionale a mio carico. Ma sai le risate dell’Interpol…!?

Si può essere più fragili di così? Ci sgretoliamo sotto i colpi dei media che noi stessi gestiamo. Ma se siamo fragili, vogliamo chiederci perché? Vogliamo prendere atto con calma che qualcosa nella società, nella nostra cultura, non va? Se andasse, non avremmo tutti questi matti in giro… Ma vogliamo farlo con calma, perché non c’è alcuna guerra!? E’ semplice terrorismo, lo abbiamo avuto in casa per due decenni, ben più grave e letale. Il Generale Dalla Chiesa, alla fine, lo sgominò. Vogliamo fare altrettanto, e ragionarci su? Così magari non ci distraiamo dalle nefandezze assai più gravi che avvengono nei nostri paesi, e che qualcuno, secondo me, è ben lieto che passino in secondo piano nascoste dietro la Guerra Santa.

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26 pensieri su “Piccola e fragile (EU)

  1. Apprezzo molto le persone che qui scrivono e si sforzano di dare un loro contributo per “ragionare insieme”, come Marzia che ha scritto, a mio parere, cose molto interessanti. Ho trovato un articolo pubblicato da Informazione Libera su facebook di Paolo Bartolini, nel quale ho trovato spunti molto molto interessanti. E’ un po’ lungo ma vale il tempo speso a leggerlo.
    “Se la legge del nostro tempo è la violenza
    Pensare la violenza come sintomo di uno scasso psicosociale, politico e ambientale, messo in atto dal cosiddetto capitalismo assoluto.
    Gli aerei pronti a decollare per portare dal cielo la maledizione di un’altra guerra dagli effetti incontrollabili, l’esplosione di atti violenti, inconsulti, gettati nel calderone mediatico del terrore, il terrorismo feroce dell’ISIS e quello sterilizzato dei grandi interessi della finanza e dell’industria bellica… potremmo continuare a lungo ma bastano questi pochi cenni – a cui si aggiunge la tragedia di un crescendo impressionante di sevizie sulle donne – per dirci che la legge del nostro tempo è quella della Violenza. L’impazzimento collettivo denuncia, sulla soglia tra psiche e storia, individuo e collettività, il passaggio caotico che sta attraversando la società-mondo neoliberale, ormai giunta a una transizione di fase che mette in questione tutti gli equilibri precedenti e allude a una nuova era complessa ancora da cartografare. Registriamo dunque un’intima parentela tra violenza e caos, effetti sistemici e correlati di un’epoca che non vuole tramontare.

    L’epoca della dismisura, l’epoca del denaro che si accumula e dell’Uno omologante dell’apparato tecno-capitalista. Il senso di esclusione, di abbandono e di impotenza che viene sperimentato da chi vive ai margini del sistema delle merci e dello spettacolo, diventa deflagrante e, in assenza di chiavi di lettura del reale e di alternative praticabili di convivenza umana, si traduce in gesto omicida, distruzione di sé e degli altri (su questi temi Franco “Bifo” Berardi ha scritto un libro illuminante).

    L’azzardo che tentiamo con questa breve riflessione è quello di provare a pensare le svariate forme di violenza odierne (quelle più organizzate e quelle apertamente irrazionali) come facce di un’unica medaglia, sintomi di uno scasso psicosociale, politico e ambientale messo in atto dal cosiddetto capitalismo assoluto.

    Si dirà ora, con comprensibile fastidio, “ma cosa c’entra il sistema capitalistico con gli episodi sconvolgenti di femminicidio, con i gesti disperati di qualche disadattato che prima di suicidarsi imbraccia un mitra per sentirsi dio?”. Ebbene, tali fenomeni, apparentemente eterogenei, hanno tutti in comune un rapporto patologico con il possesso. Solo delle relazioni umane ridotte a scambio strumentale, a mezzi efficienti per il fine ultimo del piacere (del potere, della ricchezza), possono così facilmente capovolgersi in sete di sangue, brama di dominio totale sull’altro-oggetto. Anche il terrorismo “ufficiale”, quello dei fondamentalismi religiosi (per lo più di matrice islamista negli ultimi anni), non può essere compreso a pieno senza evocare l’Ombra che l’Impero del Bene e della Luce (l’Occidente a guida anglosassone) proietta costantemente attorno a sé.

    Sul piano filosofico e psicologico non possiamo trascurare la trasformazione antropologica innescata dalla globalizzazione economica e dall’uso spregiudicato delle nuove tecnologie multimediali. Se è vero che la coscienza e la capacità etica dell’uomo fioriscono nello spazio di latenza tra stimolo e risposta, nello iato tra gli eventi e le reazioni riflesse di homo sapiens sapiens, allora possiamo dire che negli ultimi cinquant’anni stiamo assistendo a una impressionante e sconvolgente riduzione di tale spazio intermedio. La pubblicità, molte forme di intrattenimento digitale e soprattutto il consumismo come atto divorante, ci condannano a un’immediatezza che rende sempre più difficile il controllo dell’impulso, l’esame complesso dei dati di realtà, l’adozione di una condotta morale che riconosca a ogni essere umano e vivente una dignità più forte della logica di proprietà e dell’utilitarismo.

    Mentre negli Stati Uniti d’America Hillary Clinton si prepara a dimostrare, ancora una volta, che in politica anche le donne sanno essere spietate, sanno portare avanti con la guerra gli interessi dei potenti (per lo più maschi, ma devoti al genere neutro del denaro che si accumula), noi insistiamo a credere che siano le caratteristiche femminili di amore e cura per le relazioni a fornire l’antidoto al veleno inoculato dal capitalismo globale nel corpo della società. Con ciò, sia chiaro, non stiamo dicendo che il principio femminile – nelle donne e negli uomini – coincida esclusivamente con queste tendenze, ma siamo pur certi che esse rappresentino una forma eccellente di alternativa reale, poiché già praticata in ogni angolo del pianeta, alla logica della violenza, prima maschile e ora “neutra”, astratta, indifferente alle sorti degli esseri umani.

    È una rivoluzione d’Anima, dunque, (e qui non a caso ci avvaliamo della figura archetipica individuata da Carl Gustav Jung), quella di cui abbiamo bisogno. Per resistere al degrado dei nostri tempi, per uscire dal circolo vizioso dell’impazienza, della superficialità, del dominio e della vendetta, è indispensabile rianimare – appunto – quegli aspetti che, nel singolo e nella collettività, hanno a che fare con i tempi lenti, con una riflessione che intreccia emozione e pensiero, con la lungimiranza di chi sa rinunciare all’utile immediato per ottenere un bene “sostenibile” capace di durare, con la dedizione di chi ascolta nel presente la musica del proprio corpo e ne conosce il ritmo, con la creatività di processi vitali che fanno saltare la coazione a ripetere di un desiderio imprigionato nelle maglie del godimento dissipativo. Ma, soprattutto, siamo tutti chiamati a ridar vita a un senso di giustizia radicale, quello che si avverte nelle viscere, quello che non può fare mondo senza un’integrazione progressiva delle nostre componenti pulsionali, di sentimento e di pensiero.

    Tutto questo potrà sembrare un inno generico, o nel migliore dei casi “appassionato”, al potere generativo del femminile, o addirittura un invito esplicito alle donne a pensare un loro ruolo decisivo nel rilancio di una politica nonviolenta di critica radicale dell’esistente. Questi elementi sono certo presenti nelle nostre intenzioni, ma non le esauriscono affatto, non fosse altro che per l’impossibilità di far coincidere interamente il femminile con il genere che ne porta il nome. Riteniamo invece che il cuore della questione sia il seguente: il femminile, nella storia di tutte le culture monoteistiche (e anche la civiltà dell’accumulazione economica va considerata tale), è stato il grande rimosso, perennemente escluso dalle scene. Lo dimostrano chiaramente la mancanza di attenzione per i legami umani e per la qualità della vita, l’incuria nei confronti di equilibri naturali delicati e preziosi, lo svuotamento criminale delle energie di Psiche. Appiattiti sui quattro principi dominanti dell’Occidente (Identità, Proprietà, Potere, Sacrificio) rischiamo, in un passaggio epocale che invoca ormai la convivenza pacifica e paritaria tra mondi e culture diverse, di perdere il contatto con le sorgenti profonde della nostra creatività, le uniche da cui potremmo ricevere, tra sogno e veglia, indicazioni decisive per orientarci verso un orizzonte post-capitalista, centrato consapevolmente sulla sostenibilità ambientale, economica e antropologica.

    Convincere in qualche modo l’attenzione collettiva a concentrarsi su questo rimosso, favorendo quella “presa di coscienza” già auspicata da un analista visionario come Ernst Bernhard, significa oggi esercitare, come rabdomanti instancabili in mezzo al deserto, una ricerca di senso capace di riunire, dopo i fallimenti rivoluzionari del Novecento, psiche, spiritualità, pensiero e politica. Se è vero, come ha spiegato in modo stringente il filosofo Roberto Finelli, che il vero soggetto della storia moderna è il capitale e non certo il proletariato come classe universale, è allora indispensabile, seguendo il suo ragionamento, che noi si operi per dar vita a nuove istituzioni del riconoscimento capaci di tenere insieme, in un unico processo emancipativo, il piano orizzontale della solidarietà/giustizia sociale e quello verticale di una possibile armonizzazione dei propri complessi psichici. Il femminile a cui ci siamo appellati, l’Anima da riscoprire e nutrire, hanno proprio a che fare con questo riconoscimento profondo che riguarda la società e il corpo singolo, il mondo e il Sé.

    E la rivoluzione di cui parliamo può iniziare in ogni istante, anzi è già reale ogni qual volta ci rifiutiamo di reagire d’impulso a una provocazione, di crederci puri e immacolati a fronte di nemici assoluti e disumani, di preferire il possesso alla condivisione, di scegliere la guerra al posto della negoziazione, di usare il prossimo come oggetto di gratificazione, e ogni volta in cui preferiamo coltivare una relazione e farla crescere, sospendere l’adesione passiva al male e all’ingiustizia, promuovere la libertà di chi ci sta accanto senza intaccare quella di chi ci è lontano, appartenere ma non escludere, scavare dentro di noi per trovare l’acqua dissetante che cercavamo.

    La saldatura tra psicosi individuale e follia collettiva sta diventando talmente evidente da richiedere ogni sforzo per ripensare la “crisi di presenza” dell’Occidente (per riprendere una categoria antropologica coniata da Ernesto De Martino) prima che essa sfoci in un’apocalisse culturale. Per trovare una cura, individuale e collettiva, dovremo riconsiderare l’efficacia e la portata di discipline diverse che troppo a lungo hanno camminato parallelamente senza incrociarsi. La prassi del futuro, una prassi trasformativa radicale e nonviolenta, dovrà rispondere al potere diffuso descritto da Michel Foucault agendo su tutti i livelli del conflitto: dal microcosmo del singolo individuo al macrocosmo dei sistemi economici-sociali e delle visioni culturali che li sottendono. Solo uscendo dalla parcellizzazione delle specializzazioni, dalla frammentazione dei saperi e dell’esperienza, potremo riscoprire i legami di cui siamo fatti e dare anima anche all’azione politica.”

  2. Sarà… ma quando sento che il 26enne pakistano magazziniere al Decathlon e aspirante attentatore è stato espulso ( oibò che crudeltà ! ) non mi sento addolorato: mi sento sollevato.
    1) perchè il magazziniere al Decathlon non è uno di “quei lavori che gli italiani non vogliono più fare”.
    2) perchè non è il caso di arrotondare i grandi numeri statistici sugli incidenti mortali con altri piccoli numeri causati da deficienti ( e chissà perchè, mai da buddisti ).

    Sarò xenofobo o islamofobo, saltatemi pure addosso. Non me ne frega niente.

      • Forse c’entra qualcosa con le righe no. 9 e 10. E anche 11.
        Inoltre chiamare certi terroristi “europei” mi sembra una forzatura, già usata da Gianni Letta all’indomani dei fattacci di Parigi.
        “Europea” era semmai quella povera ragazza pakistana trucidata dal padre nel 2015 perchè vestiva all’occidentale, Hina Saleem si chiamava.

        Certa gente, di certa religione, causa problemi sia che la integri che non la integri. Se li emargini, fanno gli attentati. Se gli fornisci edifici di culto, casa, sussidi e lavoro, ce l’hanno “contro noi occidentali” e fanno attentati.

        Quando capiremo che il vero cancro è il diffuso buonismo, forse sarà già troppo tardi. Svezia, Germania e Francia stanno appena aprendo gli occhi.

          • Le invasioni in ciad, libia ecc. – Allora: se non interveniamo siamo degli strafottenti; se interveniamo siamo dei guerrafondai; se gli facciamo le moschee le usano come centri di cospirazione; se non gliele facciamo siamo razzisti; se li accogliamo nelle scuole italiane, pretendono le scuole islamiche tutte per loro.
            Se non gli facciamo le scuole siamo tutti come Salvini che-schifo-di-persona…

            Forse sarebbe ora di smetterla con l’asserzione “colpa dell’occidente” ( non mi riferisco a Te ); voglio dire: con certe persone sbagli sempre e comunque. Forse non sono poi così “moderati”, come d’altronde la Storia insegna.
            Beninteso, neanche noi lo siamo –

            Errata corrige: Hina Saleem è stata uccisa nel 2006, non nel 2015 come ho scritto. Me ne scuso.

          • veramente a parte le chiacchiere io di mea culpa occidentali non ne vedo. dai tempi delle crociate poi della santa inquisizione, fino al colonialismo e al neo-colonalismo e fino a Gheddafi, mi pare che l’occidente abbia fatto tutt’altro. E il risultato lo vediamo. Direi che bisognerebbe cominciare a guardare le cose dal lato opposto, senza infingimenti, senza falsi sensi di colpa, senza rinunciare a vedere quel che di marcio abbiamo tutti costruito, dall’una e dall’altra presunta parte, ma iniziando dalla nostra, non dall’altrui. troppo facile, terribilmente inutile e devo dire obbrobrioso pensare di risolvere i conflitti dando la colpa all’altro. in quel modo i conflitti proliferano, non si spengono. A me che qualcuno mi abbia fatto un torto non mi interessa mai più di tanto. Mi chiedo sempre: perché gliel’ho consentito? l’ho forse spinto? Perché IO mi sono costruito un destino così, in cui sono finito vittima di qualcosa? Il resto dei tuoi ragionamenti su quando, chi, avrebbe fatto cosa che lo renderebbe colpevole più di me, consentimi, non mi interessano, li trovo inutili, e come si vede oggi, francamente fallimentari.

  3. Perché a mio modesto parare, i tre cardini su cui ragionare e su cui ruotano da sempre tutti i problemi dell’uomo, del vivere consapevolmente la vita, qualsiasi tipo di relazione con l’altro , e la costruzione di una società veramente democratica e civile sono appunto : LIBERTA’ AUTENTICITA’ GIUSTIZIA.
    Se non avessimo perso la nostra memoria storica e la mutazione antropologica operata dal mercato e da questo capitalismo resiliente, non avesse azzerato le nostre coscienze e la nostra capacità di discernimento li avremmo sempre davanti come fari ad illuminarci il cammino, perché non a caso sono stati i valori cardine di quei ragazzi che settanta anni fa hanno sacrificato la loro vita per liberarci dal fascismo,e i valori dei padri costituenti che hanno scritto la nostra mirabile COSTITUZIONE (ahimè con alcune eccezioni) che riconosce i diritti inviolabili considerandoli preesistenti. Cioè non li costituisce, non li forma: ne accoglie la presenza, la persona. Se da noi ci sono i diritti inviolabili (individuali) che lo Stato riconosce e tutela significa che da noi lo Stato dipende da questa autenticità, libertà e autonomia dell’individuo. Ci rendiamo conto dell’avanguardia di questo pensiero?
    Preferire comunque e sempre l’autenticità dell’essere e dell’agire. Si paga, spesso salatamente, spesso con la solitudine, ma vale il prezzo. Perché penso che sia autentico soltanto quello che viene vissuto liberamente. Senza libertà non c’è autenticità. Senza autenticità non c’è responsabilità. Senza responsabilità non c’è scelta, discernimento. Senza scelta non c’è giudizio né giustizia. Senza giustizia – senza cioè quell’equilibrio che ci proietta nel bene e nell’armonia di se stessi, non c’è bellezza dello stare insieme perché manca appunto un legame, una ragione per stare insieme che come minimo deve essere una ragione civile. Un uomo libero non obbedisce: pensa. Pensa per cercare di obbedire però solo alla verità autentica intesa come capacità di produrre il bene e la giustizia. Perché poi alla fine quello che contano sono le azioni, il fare, l’ esempio che si da con il proprio vivere, le proprie azioni anche piccole e quotidiane, verso se stessi e verso gli altri, verso i più deboli di noi o i più forti di noi. Questa è a mio parere la stella polare da seguire in una società dove invece viene ostacolata la nostra unicità primaria, la creatività, la conoscenza di se stessi, ma in ogni modo insegnato solo ad uniformarci ed omologarci in fretta e il più possibile alla massa, duttile, trascinabile e quindi più facilmente governabile e controllabile. Una società dove spesso non si è considerati individui, persone e cittadini liberi ma solo consumatori e clienti, semplici ingranaggi, e quindi destinati a d essere sempre più poveri. Perché oggi il vero povero è chi rimane vittima dei falsi bisogni creati ed indotti dal mercato, che per vivere necessita infinitamente di tanto, consumando la propria vita ed il proprio tempo per averli. Chi preferisce apparire piuttosto che essere. E consumare la vita per perdere la libertà è da miseri, è forse la vera follia.

  4. Il pensiero che ha esposto Simone è, come sempre, molto più ampio, articolato e complesso di quello che può sembrare ad una prima lettura. E’ in questa stimolante aperta prospettiva di pensiero e dialettica che va letto dopo aver compreso molti degli ultimi suoi post che ne sono, secondo me, incipit e corollario.
    Un pensiero che ha anticipato e va a legarsi pure all’articolo di oggi di Michele Serra su Repubblica “La Jihad in casa”. E qui l’amaro in bocca e la bile salgono a dismisura diventando insopportabili . ..
    Quello che io ho capito dal discorso di Simone e che condivido pienamente è di fare attenzione ai mass media o a certe analisi socio politiche che ci stanno proponendo (e con molto successo a quanto pare) un altro giro di vite al conformismo e al controllo a cui siamo sottoposti: cioè vivere con la PAURA,la paura dell’ALTRO, con la spettacolarizzazione della paura, dell’orrore. Altra estrema mercificazione. Vogliamo aprire gli occhi e focalizzare il grado di manipolazione, negazione e di rimozione dei veri problemi che invece non vengono affrontati?
    Pone il problema del continuo bombardamento di ”informazione” che subiamo più o meno volenti e consapevoli e che crea invece disinformazione perché sempre meno strumento di ricerca della verità e di controllo del potere e avanguardia dell’opinione pubblica. Cioè nostro strumento. Spesso si fa strumento dello stesso sistema capitalistico creando disinformazione e distrazione di massa dai veri problemi, dalla verità, creando e cavalcando giorno dopo giorno ondate emotive, sempre cangianti e caotiche, spesso su temi e problemi inesistenti marginali e fuorvianti, ondate presto dimenticate per accogliere quelle nuove in arrivo. E così via. Ma questo tzunami quotidiano, queste mareggiate, questi bombardamenti a chi giovano? A chi servono? Ce lo vogliamo chiedere? Vogliamo focalizzare questo sistema paranoico? In questo io vedo il tentativo di tagliare i fili all’alta lucidità (dove ci stanno portando ?) per stringere le catene (vi ci portiamo lo stesso !).
    Si perchè i mass media, i social e certe interpretazioni della realtà rivelano a mio parere sempre più una relazione insana con la paranoia. Perché l’informazione per essere di massa deve necessariamente semplificare la comunicazione ed il rapporto bene-male. Creare sempre il capro espiatorio, il nemico da dare in pasto all’opinione pubblica. Purtroppo la paranoia spesso si trasforma facilmente in infezione psichica collettiva, specialmente quando la società civile è in crisi e vi regna la paura, l’ingiustizia, la schiavitù, l’insicurezza economica. Per il paranoico il male corrisponde sempre all’ ALTRO. Su questa paura il sistema capitalistico e la politica spesso speculano allegramente. Un discorso paranoico nutre appunto quelle persone incapaci di autocritica, non consapevoli, non libere. Ed oggi purtroppo ce ne sono tante. La guerra di religione, la guerra fra civiltà in un mondo globalizzato sono un’interpretazione semplicistica per non dire miope. In un mondo dove ci sono conti correnti anonimi su cui transitano somme incredibili e incalcolabili , ricchezze immense totalmente fuori da ogni controllo e spesso illegali. In un mondo dove per conservare questo potere anonimo e irresponsabile, spesso criminale e invisibile, i sistemici tentano continuamente di spostare l’attenzione dell’opinione pubblica, di indirizzarla su altre distrazioni anche violente. In un mondo dove molti non studiano più i problemi, intendo le loro cause autentiche,(problemi sociali, politici, etici, relazionali o delle stesse nostre malattie fisiche e soprattutto mentali) ma solo le facili soluzioni del momento(spesso solo quelle comunicative e curative dei soli sintomi) quelle generate appunto dalle stesse ondate emotive a breve termine. In un mondo dove quasi più nessuno cerca di avere un programma comune, delle tesi e degli obiettivi da raggiungere. Ma vogliamo finalmente tentare insieme di stabilire o ristabilire le vere priorità per poter vivere una vita decente in una società giusta e civile? Vogliamo dire di NO? Riprendere la nostra vita il nostro destino o almeno provarci e pensare ed agire diversamente? La Libertà è più importante di Dio. Qualsiasi Dio. Che che si tratti di religione o del peggior dio denaro. Punto. Libertà intesa come punto fermo ma di tipo dinamico e creativo di consapevolezza e responsabilità, ovviamente non di libero arbitrio e anarchia.

  5. Credo che siamo in mezzo ad una grandiosa messinscena.
    Una Tragedia anzi di dimensioni planetarie.
    Due forze disuguali e contrarie si fronteggiano.
    Isis contro la Civiltà ?
    Oppure.
    Islam contro la Cristianità ?
    Oppure.
    Nord contro Sud (se mettessimo gli altri due Poli non cambierebbe niente) ?
    Credo che siamo oggetto, noi quì e adesso, di una produzione di Cultura di Massa che ci obbliga a fare le cose descritte da Simone.
    A pensare le cose descritte da Simone,
    E loro, dall’altra parte (non chiamiamoli pazzi per favore) fanno la stessa cosa utilizzando quello che hanno e le loro idee.
    Stiamo andando, veloci, verso uno scontro.
    Molto veloci.

    • Alberto, il concetto stesso di scontro è artefatto, non esiste, a meno che così non venga definito e proposto. E’ comunque strumentale. 36 anni fa morirono a Bologna esattamente le stesse persone che sono morte a Nizza, ottantasei vittime. Era terrorismo, come e peggio di quello attuale. Lì c’era dall’interno un’idea di sovversione violenta, per giunta, dunque un’idea politica definita, dotata di ispiratori, intellettuali e cattivi maestri. E siamo qui, dopo 36 anni.
      Accadrà la stessa cosa oggi.
      Ma nel frattempo, averci tutti condotti al parossismo di un’ansia collettiva da attacco, una sindrome dell’assedio, ci avrà provato ancora una volta, e ancor più di 36 anni fa, quanto siamo balilla, quanto siamo birilli, quanto siamo stupidi. Io non mi faccio condurre ad emozioni non suffragate dalle mie considerazioni e dalla mia visione del mondo. Che non è assolutamente quella che mi viene proposta unanimemente.
      Non c’è alcuno scontro religioso in atto. Non c’è alcuna guerra alle porte. Come fa ad esserci quando di un miliardo e mezzo di musulmani quelli armi in pungo sono lo 0,0001%? E’ una cosa senza senso. Fare cose senza senso che qualcuno propone bene solo perché noi le pensiamo male è essere già a metà del guado della schiavitù.

      • Lo scontro tra Religioni, è vero, ancora non esiste.
        C’è soltanto un cammino lento ma inesorabile.
        Occupazione militare e sfruttamento delle risorse seguite a guerre vere e proprie tra Stati.
        Informazione sempre più tendente a dare ad una religione l’origine di tutto.
        E come è successo altre volte solo una voce autorevole si alza per mettere in guardia e far riflettere la gente. I popoli.
        Come Benedetto XV e Pio XII anche adesso solo il Papa usa con decisione un certo linguaggio.
        So bene che adesso non c’è una guerra di religione.
        Mi preoccupano non poco i segnali che arrivano.
        Molto simili ad altri segnali tempo fa.

  6. Carissimo Simone avresti un indirizzo e-mail al quale posso scriverti un paio di domande che vorrei porti? Mi farebbe estremamente piacere.

    Un saluto

    Andrea

  7. Quindi se capisco bene la differenza tra il reato di guida pericolosa e quello di terrorismo è l’ordine di grandezza? Tra un camionista delinquente (e stronzo, senza dubbio) che fa una manovra pericolosa rischiando la strage (che sarebbe potuta essere ma non è stata) e un fanatico che è pagato per fare una strage, vuole farla e la fa, non c’è differenza? Mamma mia…
    Siamo fragili, eh si…fragilissimi

    • Ma io non parlo di reati, e nemmeno degli altri. Non hai ancora capito che non lo faccio mai, che non mi interessa? Io parlo di noi, e della reazione coerente e consapevole o meno che abbiamo di fronte a cio che accade. Tu parli sempre dell’altro. Io sempre di me.

  8. Eh, si, è proprio cosi…
    Sembra che la metà degli mezzi circolanti abbia i pneumatici in cattivo stato, non manutenzionati o ricoperti…
    Di esempi simili ne possiamo citare a decine, potrei scrivere un ” libraccio di stupidità ” con un passato di vigile del fuoco.
    Le dinamiche sono le solite, buon senso ed intelligenza spesso sono opzioni.
    Gli psicodemoliti abbondano specie con il caldo, qualcuno si incazza, ma è cosi: c’ è ben poco da fare se non smarcarsi, il resto è destino.
    Ciao

  9. Sono gli ordini di grandezza che cambiano: Il camionista assassino che fa inversione in autostrada è un coglione abissale ed un delinquente. I politici che alimentano con il loro fare (fare???!!!) l’esistenza di assassini sono coglioni abissali e delinquenti. La differenza sta nei risultati che ottengono a livello mediatico (cosa che forse serve per ottenere altro ma qui si apre un discorso lungo, laborioso e pesante). Quello che impera è la stupidità umana (“leggi universali della stupidita umana” c.m. Cipolla… vedere web) che alberga nel camionista delinquente tanto come nel leader delinquente… ecco cosa li accomuna, purtroppo con risultati diversi: 10 morti in autostrada, 100.000 in una guerra. Io penso (tristemente) di non poter eliminare che una infinitesima parte della stupidità umana e quindi preferisco dare alla mia vita una svolta di sano “non interventismo” perchè se dovessi fare altrimenti mi toccherebbe di sparare al camionista, al terrorista, al giornalista, al politico ecc. ecc. e non ho mica tutto ‘sto tempo! (Le ultime tre righe sono una battutaccia ragazzi!… prima di scatenare commenti tremendi!).

    • Esatto Mario, ecco perché occorre necessariamente fare da soli la parte più importante del lavoro: ragionare, misurare, relativizzare, chiedersi, capire.

  10. Io mi sono messa a pensare al concetto di fragilità. A questo post, facebook rimanda simpaticamente, al video di Drupi del 1974… Una donna “piccola” e “fragile”… Una donna, appunto. Sono passati molti anni e non è cambiato quasi niente. La “fragilità” rimane una connotazione squisitamente femminile. Purtroppo… L’uomo infatti devo mostrarsi “forte”, il famoso maschio alfa, l’uomo-che-non-deve-chiedere-mai. Un modello che sembrerebbe indicare solidità, resistenza fisica, stabilità morale, al contrario dell’uomo “fragile” al quale si attribuiscono solo connotazioni negative: debolezza morale e fisica, timidezza, paura… Ma la fragilità che si combina con la capacità di emozionarsi, con quella “flessibilità”, quella “resilienza” che permette di mantenere l’equilibrio, è ciò che rende l’uomo (e la donna) fragile ma resistente, “stabile benché labile” cioè flessibile, capace di adattamento e quindi “disponibile” al cambiamento. Una società che non lavora su questo è una società inevitabilmente malata e psicotica, proprio perché esige che questa “fragilità” sia tenuta nascosta, non venga “agita”, generando modelli sbagliati, violenza e frustrazione. “La fragilità consente all’uomo la corretta misura di se stesso, della propria finitezza. È questo il passaggio essenziale che consente di poter comprendere i limiti degli altri, di acuire la sensibilità di percezione anche delle loro fragilità, che è la via attraverso cui passa la capacità di comprensione e di pietà.”. Mostrarsi fragili o esserlo davvero, però, di questi tempi non funziona, non empatizza anzi… I “fragili” creano imbarazzo e vengono isolati o, al più, vengono sollecitati a frequentare “quelli fragili” come loro (e intendo anche economicamente…). Pare che l’unico “evento” che è in grado di metterci tutti d’accordo, di “farci stare tutti da una parte”, che ci fa sentire “popolo” o “comunità”, che riesce a creare “empatia”, appunto, sia quella del “noi” vs “loro”, magistralmente orchestrata da media e politica……….

    “Come ti senti amico, amico fragile,
    se vuoi potrò occuparmi un’ora al mese di te”

    https://www.youtube.com/watch?v=5mkNp_iozh4

  11. Qualche distinguo…Ovvero:
    – Monaco: niente a che vedere con il fondamentalismo islamico, almeno così parrebbe proprio, fondamentalismo evocato in modo meramente strumentale da alcuni opinionisti. Follia? Probabile, nel caso specifico.
    – Disinserimento sociale: mah…non sempre e non necessariamente. Gli autori della strage di Dacca erano facoltosi rampolli ex-studenti presso prestigiose università straniere.
    – TIR: sarebbe opportuno distinguere tra la condotta colpevole di chi commette una manovra azzardata e potenzialmente letale e il dolo di chi la manovra la fa con la volontà di uccidere, in un momento di festa, in una sede in cui non è previsto che passi un tir. Il gesto di follia è una cosa che per definizione esclude la volontarietà. Altrimenti non è follia. Al massimo nevrosi.
    – Tutti questi ” matti” in giro (per il mondo, non solo in europa…): ma perchè molti inneggiano per la stessa cosa? Allora esiste un substrato culturale che ti mette più a rischio di impazzimento? …i buddisti non impazziscono?
    – Statisticamente è maggiore il rischio di incorrere in un incidente domestico, o se sei donna di venir stuprata o uccisa dal compagno: e allora? Non vuol dire che gli altri rischi non esistano. E quindi vanno conosciuti. Anche perchè è proprio la mancanza di consapevolezza che crea la psicosi. E così inizia un circolo vizioso.
    – E qui viene il problema “caciara mediatica”: se i media facessero informazione, anzichè propaganda o censura o disinformazione o leccaculismo, se i professionisti del settore sapessero di cosa stanno parlando e documentassero quello che dicono o scrivono anzichè aizzare opposte correnti d’opinione, rifilare bufale, foto modificate e servizi televisivi montati ad arte così da creare il substrato ideale per la crescita di teorie complottiste, allora forse avendo la consapevolezza di ciò che succede potremmo anche avere una stima realistica dei rischi. Senza ricorrere all’argomento pazzia.
    – Fragilità: si, siamo fragili. E sotto i colpi dei nostri media: in pratica ci facciamo paura da soli. E pensiamo che sia meglio fare gli struzzi.
    Ciao

    • La tua ultima riga sintetizza quel che scrivevo, dunque siamo del tutto d’accordo.
      Il resto sono dettagli di cui discutere, ma, appunto, tenendo presente la reale entità dei fatti (dove c’è rischio alto sono ragionevolmente fobico, dove non c’è rischi alto no) e soprattutto l’ordine delle priorità.
      Se ho una cavalletta in casa, non posso pensare di espatriare, né perdo il sonno. Se ho una tigre affamata, direi di sì. Ecco, non c’è alcuna tigre affamata in casa nostra, ma noi abbiamo la stessa paura che avremmo se ci fosse. L’unica tigre affamata, che però non temiamo per nulla, è l’insieme di modi di vivere, traffico, inquinamento, stress che ci fa vivere malissimo e ci accide con incidenza statistica mostruosa.
      Chi teme come fosse il primo l’ultimo dei pericoli è nevrotico, starato, non in equilibrio. Chi parla mezza giornata ogni giorno di un dettaglio e non discute tutto il tempo dei sei problemi capitali che ha, è un nevrotico, starato, non in equilibrio.
      Chi almeno nell’analisi ex post, dopo essersi sconvolto di qualcosa, non comprende che è un nevrotico, starato, privo di equilibrio, oltre a ciò è anche irrecuperabile e disperato. Se qualcuno sbatte la porta e io salto come una molla come se mi avessero lanciato una granata sui piedi, dopo lo spavento, non posso non concludere che ho esagerato, che forse sono teso. Chiunque si faccia prendere dalle fobie non deve chiedersi come battere il nemico che lo spaventa, ma come smettere di gettare via la sua vita in preda alle fobie.

  12. Un TIR che va a zig zag SULLA folla, puntando poi sulle giostra affollata di bambini qualche pensiero lo desta…anche sulle menti più equilibrate e meno fragili….

    • Saretta, ieri e tre giorni fa due tir hanno fatto inversione di marcia facendo cross sulle aiuole in autostrada, la Cisa e la A10. Non è stata una strage per puro caso. La volontarietà è diversa, ovviamente, ma il gesto di follia no. ieri l’altro un uomo a sparato alla moglie e ai suoi tre figli, una strage. Devo andare avanti? E’ la solita situazione di follia omicida aizzata da emarginazione e disinserimento, come sempre e come per tutti. Qui i media amplificano il gesto, li chiamano foreign fighters, mostrano le jeep nere con le bandiere nere… capisci che per un pazzo che vuole farla finita e odia se stesso e il mondo è una manna? si sente qualcosa, e ne ha talmente bisogno da morire pur di sentirsi parte di qualcosa. E a volte è anche meno di così, è solo una scusa per uccidere. Uno dei vari attentatori, credo quello di Monaco, aveva a casa tutti i libri possibili sui vary Bowling a Columbine accaduti, dalla Svezia agli USA. Che dici, quello è l’Isis? O è matto lui?

  13. La tua analisi non fa una piega Simone, prenderne atto richiede una presa di coscienza tanto necessaria quanto apparentemente lontana dal sentire comune.

    • Hai ragione,
      e la tua capacità di analisi e sintesi è sicuramente migliore della mia….i pazzi che fanno U turn sui TIR sono sicuramente altrettanto folli…però come madre, l’emotività monta….e la follia di Nizza mi atterrisce.
      Ciononostante al netto di questa follia imperante, di fatto reprimo la mia emotività e continuo a fare la mia vita impedendomi di attuare strategia del tipo “Evitare concerti, evitare luoghi affollati”…non me lo permetto…bello però ragionarci insieme. Un abbraccio.

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