L’idea che abbiamo di noi

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“Questa casa non è grande. L’ho costruita secondo il principio che il corpo ha più bisogno di spazio dell’anima” Axel Munthe

Stamattina presto, passeggiando col mio caffè in mano tra bosco e casa, dove raggiungo picchi di armonia quasi onirici, pensavo che questo luogo somiglia molto all’idea che avevo di lui quando lo progettavo. Poi ho specializzato il concetto: somiglia molto all’idea che avevo di me quando pensavo a come volevo diventare. Pensare a un’attività, a un luogo dove vivere, a qualcosa che vorremmo fare non equivale mai a pensare ad esso, ma a pre-vedere ciò che speriamo di essere noi.

Quando non iniziamo a fare ciò che vorremmo, quando non lavoriamo per realizzare ciò che diciamo di desiderare, non stiamo credendo poco in quella cosa, e non stiamo neppure temendo sulla riuscita di ciò che avremmo in mente. Semplicemente, non desideriamo davvero diventare così. La verità è che non vediamo davvero noi stessi in quel modo, non pre-vediamo noi diversi, cambiati. Dunque non partire (per un progetto, per una realizzazione, per un’intrapresa, un viaggio) non ha nulla a che vedere con ciò che diciamo di voler fare, o con il luogo dove vorremmo andare. Ha a che vedere con la poca convinzione che nutriamo riguardo la persona che desideriamo di essere.

Gli impedimenti che invochiamo, non sono impedimenti reali (giacché ad ogni problema può essere opposta una soluzione, almeno parziale, un plausibile compromesso nei tempi, nei luoghi, nei modi o nelle sostanze) ma alibi per evitare di dover davvero salpare. Ciò che non facciamo ci indica la persona che diciamo di voler essere e che invece, di fatto, non vogliamo diventare.

In un passo di Rais la protagonista dice: “La vita non è starsene lì, dovunque sia, a non sapere o, peggio, a smettere gradualmente di sperare.” e il protagonista, in un altro passo, comprende invece che: “sulle navi bisogna andare, nelle terre lontane dove donne come quella rischiarano cuore e mente di ogni navigante, (…) e in quel momento (…) pensò che forse, invece, stavolta, qualcosa capiva, e cioè che avrebbe navigato, in capo al mondo se necessario, per ritrovare quella donna di luce, e l’avrebbe presa, rapita, portata con sé, dove proprio non sapeva, a fare cosa proprio non immaginava, ma con sé.

 

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9 thoughts on “L’idea che abbiamo di noi

  1. Grazie Simone
    una spinta alla paura di abbandonarsi al proprio io
    ho lasciato il lavoro dopo 30 anni di certezze
    e adesso? intanto basta poi si vedrà
    tanto tempo libero, una rinascita che fa paura
    stasera riprendo in mano “adesso basta” che mi ha aiutato in questa Folle scelta
    come molti dicono e che mi darà qualche dritta per procedere.
    grazie

  2. “Semplicemente, non desideriamo davvero diventare così.”
    E’ una verita’ talmente semplice e talmente davanti ai nostri occhi che ci lascia tuti senza parole.

  3. “…una barca che anela al mare eppur lo teme…”
    Chi era costui?

    CIAO
    Sandro

    • George Gray

      Molte volte ho studiato
      la lapide che mi hanno scolpito:
      una barca con vele ammainate, in un porto.
      In realtà non è questa la mia destinazione
      ma la mia vita.
      Perché l’amore mi si offrì e io mi ritrassi dal suo inganno;
      il dolore bussò alla mia porta, e io ebbi paura;
      l’ambizione mi chiamò, ma io temetti gli imprevisti.
      Malgrado tutto avevo fame di un significato nella vita.
      E adesso so che bisogna alzare le vele
      e prendere i venti del destino,
      dovunque spingano la barca.
      Dare un senso alla vita può condurre a follia
      ma una vita senza senso è la tortura
      dell’inquietudine e del vano desiderio —
      una barca che anela al mare eppure lo teme.
      Edgar Lee Masters

  4. Grazie per questo post, Simone.
    Il pugno è arrivato deciso e diretto aggirando tutte le barriere, mentre seduto alla scrivania dell’ufficio, l’istinto, la pancia cerca continue vie di fuga dalla poca voglia, dalla noia, dall’alienazione che nel corso degli anni mi sono creato. La parte debole di me ci si sdraia placida e comoda su questo strato di arrendevolezza.
    Sono così davvero? E allora perché mi sento come uno dei Prigioni di Michelangelo? Perché quando sono davanti a uno di loro mi viene il magone?
    Davvero non voglio diventare quello che dice il mio istinto, la mia pancia? O c’è una fortissima dose di paura – PAURA. Paura di provare dolore e fatica, come quando da cittadino inquinato raggiungi una bolla d’aria pura e cristallina e i polmoni ti bruciano.

    Non desidero davvero diventare come vorrei? Oppure sono talmente infangato e ogni volta che provo ad alzare una gamba lo sforzo è cose forte da consumarmi tutte le energie?

    Chi cazzo sono io?

    A 37 anni non lo so ancora (e non chiedo a te di rispondere ovviamente, ma il tuo post ha smosso una volta di più queste domande).

    Per questo ti ringrazio
    Michele

    • è semplice Michele, se ci pensi. l’uomo è un animale perfetto, che fa sempre la cosa migliore per lui. ciò che decidiamo di fare è sempre la via migliore, nel rapporto tra costi e benefici. ciò che non decidiamo di fare, non è la via migliore che però noi non ci risolviamo a percorrere. questo fa piacere pensarlo per questioni di amor proprio, forse, ma non è vero, non nel medio termine almeno. l’unica via per esserne certi, tuttavia, è essere consapevoli con spietata decisione riguardo le proprie scelte. se una cosa la vogliamo davvero, e stiamo davvero tentando con tutte le nostre risorse di ottenerla, di viverla, allora quel che accade è sempre giusto, perché nella combinazione tra scelte inconsce e scelte consapevoli, quel che decidiamo di fare è la via più semplice, a minor prezzo, al massimo beneficio. a quel punto serve solo l’onestà intellettuale ed esistenziale per ammetterlo: io sono così, cioè uno che fa quelle cose, belle o brutte che le riteniamo. ma così.

      a noi capita invece l’opposto, di frequente: non viviamo appieno tutto ciò che ci è dato determinare, e poi non accettiamo ciò che ne emerge. ma questo implica il duplice errore di non aver davvero tentato, e poi di svicolare su ciò che quel non tentativo significa in termini di valutazione di noi. ti faccio un esempio: io vorrei tanto fare x. se sono onesto con me stesso devo ammettere che non faccio davvero di tutto per fare x. e tuttavia non ammetto di essere uno che vorrebbe fare x ma non tenta di farlo. capisci la duplice bugia che ci raccontiamo? quando, più serenamente, basterebbe dirci: io vorrei fare x, ma di fatto devo ammettere che non ci lavoro, dunque effettivamente voler essere x non è cosa che mi rappresenta davvero, cioè non è vero che io voglio essere x.

      oppure il contrario: io voglio essere x, e infatti sto (onestamente) sviluppando tutto il possibile per esserlo. dunque non sono ancora x, ma lo sarò prima o dopo. e soprattutto, nel frattempo, so che quel che sto vivendo è la via giusta per diventarlo.

      vedi che nel primo caso non essere ancora x è comunque una menzogna, perché non ci lavoro, non ammetto che la via è sbagliata e comunque non lo diventerò mai (e tra l’altro non lavoro nella direzione che mi porta ad essere y, cosa che invece dovrei fare). nel secondo caso, altrettanto, non sono ancora x, ma sono sulla via giusta, adatta a me, per diventarlo.

      l’autenticità è quella via. non già essere, ma essere sulla via per diventarlo. poi, tutto accadrà.

      pur tuttavia, se non ci si ferma e non si comprende nel silenzio, nella quiete, autenticamente, ciò che si vuole essere e diventare (se x, y, o altro…) sarà molto difficile imboccare la via per diventarlo.

      ciao. non disperare. buon vento.

      • Grazie davvero per l’attenzione e il tempo che mi hai dedicato.

        Ora che sto mettendo in dubbio tutto e con in mano poche (anche se importanti) certezze, tutto mi gira attorno e mi confonde. Mi assorda.
        Mi spaventa quella parte di me, quella voce, che spegne ogni mio entusiasmo, che mi dice: “Guarda che è difficile, guarda che ti devi impegnare troppo, sarà faticoso. E che andrai a fare? Tu non hai tutta questa energia. Tu-non-ce-la-farai!” Dura zittire questa voce.

        Ora sto “buttando fuori”, Simone, come se scrivessi sul mio taccuino. Non pretendo altre risposte o altro tempo. Semmai cominciare a cercare Semplicità, Sincerità e Silenzio interiore.

        Grazie e Buon vento anche a te 🙂

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