Senza neppure supporre

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Quel giorno, nel Golfo, prima di sapere…

Siamo talmente sofisticati e complessi, che secoli di filosofia sembrano aver appena scalfito la crosta dell’enorme toma del nostro universo esistenziale. Ben lontani dalla polpa più interna, ci dibattiamo sulla superficie. E la cosa più emblematica è che neppure sappiamo supporre. Del resto, i giocattoli, lo shopping, gli aperitivi compulsivi, le vacanze, il lavoro…, a questo servono: evitarci di presumere o intuire quell’oceano.

Basta una fessura, tuttavia, un indizio seguendo il quale arriviamo a intravedere la nostra complessità (così simile all’idea che la teologia ha elaborato di Dio), che un baratro si spalanca di fronte a noi. Laggiù ci sarebbe quel che cerchiamo da sempre (comprendere, o almeno farsi un’idea… della vera realtà) ma è talmente arduo pensare di gettarsi in quel marasma senza fondo, che la reazione è la ripulsa. Ci ritraiamo storditi.

L’esperienza che ho fatto in questi quasi nove anni di vita da uomo tendenzialmente libero è stata proprio questa: scoprire la complessità, quel groviglio segregato, nascosto, occultato per non destabilizzare. Tolti i giocattoli e le corazze offerte dalle “droghe” esistenziali (denaro, relazioni appoggiate, promiscuità, caos, lavoro, rumore, responsabilità, alienazione…) non ho potuto più essere “estraneo”. Ho dovuto necessariamente appartenere alla mia natura. Le “droghe” generavano desiderio di una vita migliore, ma solo apparentemente. In realtà solidificavano giorno per giorno la peggiore, allontanandomi dal cambiamento. Dopo, invece, ho scoperto la voragine, ho capito perché avessi esitato tanto a cambiare vita, e ho dovuto trovare il coraggio alla cui assenza le “droghe” avevano supplito.

Credo che quando morirò sarò soprattutto soddisfatto di aver visto la parte posteriore dell’arazzo, la sua trama sconclusionata, l’ordito misterioso e assurdo del tempo, e della nostra vera natura. Senza conoscerla, non sarebbe stato vivere davvero. Ripensando indietro, a prima…, non supporne neppure l’esistenza (credetemi, non supporne neppure l’esistenza…) mi appare solo artificiale, un incubo fatuo. Un falso.

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12 pensieri su “Senza neppure supporre

  1. Il nostro assurdo, insensato e insano paradosso del ‘vivere’ che dista anni luce dal nostro auspicabile e auspicato ‘sentirsi vivi’… È solo quando il nostro daimon decide di manifestarsi, quando siamo chiamati a decifrare il codice della nostra anima che riusciamo a intuire quanto distante sia il nostro quotidiano lasciarsi vivere dal percepirsi vivi. Abbiamo inventato di tutto. Abbiano desiderato tutto. Tutto quello che non ci sarebbe servito però…e abbiamo dimenticato, abbiamo fatto di tutto per dimenticare, per mettere a tacere quella voce…Abbiamo preferito non ascoltare e non ascoltarci, perché, quando abbiamo provato a farlo, abbiamo provato orrore. Era troppo tardi, o forse solo troppo faticoso. Ci piace supporre che, prima o poi, senza nessuno sforzo, apparirà ‘il nostro io migliore’, quello che saprà cosa farne di noi…burattini inermi………..
    Ho fatto un sogno bellissimo ieri notte, quasi commovente…abbracciavo fortissimo una persona …che sembrava impassibile ma che dopo poco ha ricambiato con slancio… Suppongo che sia quello che il codice della mia anima mi abbia suggerito di fare anche da sveglia….

    • può darsi, Barbara, ma la manifestazione di quell'”io migliore” non avverrà come un’apparizione, così, puff!… Il mondo come volontà, oltre che come rappresentazione.

      • Rappresentazione batte volontà 3 a 0 ai supplementari… Ma sai, c’è sempre quella parte del nostro io un po’ persa, un po’ da coccolare…che poi è la stessa che ti fa anche più incazzare…Quella del ‘vorrei ma non posso’ (posso eh…non ‘posto’…che invece in quello siam buoni tutti!)… O forse mi fa comodo pensarlo…non sono in grado di dirlo…

        • Io sono per la volontà che batte la rappresentazione. Magari uno a zero, su autogol o rigore che non c’era. Sempre.

  2. Esistono persone che si fermano all’apparenza e quello a loro basta, non vogliono nemmeno provare a supporre, come dici tu, che esista qualcusa di più profondo dietro la facciata e ritengono di vivere bene così ( anche se sappiamo tutti, forse anche loro stessi, che è un illusione fatta di luccichini ); esistono poi altre persone che stanno esattamente dall’altra parte, passano una vita a scavare dentro sè stessi senza mai vedere la luce, intenti a cercare qualcosa che ritengono esistere ma che forse non troveranno mai perchè mai si accontenteranno di quello che hanno già trovato.
    Nel mezzo ci stiamo noi, che guardiamo dietro senza perdere di vista la leggerezza, che ci scaviamo dentro senza dannarci quando non troviamo esattamente quello che vorremmo e ci stupiamo dell’altro portato alla luce, che non conoscevamo ma che fa parte di noi. Che accogliamo le sfide senza pretendere di vincere sempre, che prendiamo la vita così come viene, che ci vogliamo bene per quelli che siamo pur puntando sempre in alto.
    Non si può vivere solo di apparenza, non si può vivere solo di introspezione, guardarsi dentro aprendo il cuore al mondo penso sia la giusta via di mezzo.

  3. Forse qualcosa mi sfugge, o forse mi sbaglio,ma a volte ho la sensazione che invece tu un filo sottile che ti tenga collegato alla riva e alle ” droghe” lo matenga.

      • Si è vero, ma bisogna far attenzione …. perché la consapevolezza che quel filo esiste, può condizionaree i nostri pensierii e le nostre azioni. E di conseguenza, la nostra reale libertà

        • Certo laura. Lo fa sempre di condizionarci. Ma la libertà non è, secondo me, emanciparsi da quel condizionamento. Semmai averlo, sentirlo, capirlo, regolarlo. Poter fare tutto questo.

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