Prima della fine della frase

La foto mi è venuta sfocata. Stavo per cancellarla, e invece rende molto l’idea della… sospensione.

Pare che stia arrivando la pioggia. Vedo due ampie perturbazioni che si avvicinano da ovest. Speriamo che non siano troppo forti. Nel mondo che cambia abbiamo imparato ad avere paura della pioggia, che mai i nostri nonni ebbero. E tuttavia, la campagna, qui nel Levante Ligure, è in uno stato di siccità mai visto prima. Figuriamoci che sto bagnando ancora l’orto, ho ancora i fiori di zucca, le melanzane, i pomodori… A fine ottobre.

Eppure… che mesi meravigliosi. Un periodo lungo, che pare non avere fine, di cielo azzurro, aria immobile, cristalli di tempo che scendono volando come la neve. Mi sono ripromesso di scriverne, di questo lungo periodo immerso nella meraviglia, perché poi cambierà, poi ci dimenticheremo, e dimenticare mesi così sospesi e fatati non va bene. L’equilibrio e l’armonia sono doni non scontati, bisogna prenderne appunto.

Mi ha chiamato un ex collega, qualche giorno fa. Mi ha raccontato alcune cose, poi mi ha chiesto come stavo. Non ci sentivamo da tantissimo. Ho avuto l’impulso di raccontargli questi quasi undici anni, poi ho risposto: “bene, bene, tutto bene”. Lui non ha chiesto, non ha approfondito. Meglio così.

Mai come in questi ultimi mesi mi sono reso conto del valore delle scelte, del peso che hanno, quotidianamente, e soprattutto del valore assoluto di richiamare sempre tutto a sé, ogni singola decisione, del tutto responsabili del nostro destino, ma anche del tutto consapevoli di esserlo. Recentemente ho sentito persone perfino intelligenti attribuire a questo o a quello le loro decisioni. Come se non fosse evidente quel che stava capitando dentro di loro. Mi sono stupito, poi rammaricato. Poi però mi sono ricordato della meraviglia intorno a me, e li ho dimenticati. Ormai chi dice: “Tu…” o “Lui…” spiegandomi perché sta male, lo saluto prima della fine della frase. Non me ne frega più molto di chi ignora ciò che avviene dentro di lui e della follia di attribuire responsabilità al di fuori di sé. Se non interessa a loro… Figuriamoci a me. Anche perché guarda ancora che bel sole, senti ancora l’aria estiva. Poi finirà. Non voglio perdere nulla. Tanto meno tempo.

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Anomalie

Qui stiamo così

Anomalìa” viene dal greco “ἀνωμαλία”, parola composta da “α” privativo e “νωμoς”, cioè “la regola”. In latino passa pari pari, anomalĭa, con identico significato: difformità dalla regola generale. Il termine nasce in ambito linguistico, perché i grammatici greci della scuola di Pergamo (detti infatti Anomalisti) consideravano quella difformità dalla regola come il principio fondamentale di una lingua, mentre i grammatici di Alessandria (detti Analogisti) sostenevano il contrario. È interessante che i primi a impossessarsi del termine anomalia in ambito non linguistico siano stati gli astronomi, per esprimere la non circolarità delle orbite planetarie. Poi il termine viene assunto dalla matematica come sinonimo di “angolo”. Ad esempio nelle coordinate polari anomalia o azimut di un punto sono la stessa cosa, come anche nella rappresentazione geometrica dei numeri: anomaliaargomento di un numero complesso. Con altra accezione, nella teoria delle coniche, l’anomalia eccentrica di un’ellisse è la sua conformazione schiacciata, dunque la misura della sua eccentricità.

Dunque per i linguisti di Pergamo l’anomalia aveva valore distintivo, per quelli di Alessandria valore esclusivo. Per la scienza l’anomalia si arricchisce subito di significati relativi alle orbite, dunque ai percorsi, alla geometria, dunque all’ampiezza degli angoli e alle forme schiacciate, irregolari. In sostanza fin dalla sua nascita l’anomalia fa subito discutere. 

Una volta l’Agenzie delle Entrate mi ha convocato a Milano, in Via Moscova. Il mio nome appariva spesso sui giornali, in tv e loro ovviamente vanno a farti le pulci. Sulla notifica che avevo ricevuto si parlava di anomalie. In sostanza risultava che guadagnavo troppo poco e consumavo troppo poco. Il mio stile di vita sobrio era anomalo. E per spiegarglielo ho dovuto illustrare il mio diverso “angolo” di visuale, la mia “diversa orbita”, cioè il mio “elemento distintivo”. Dopo poco che ero in quell’ufficio, intorno a me c’era un crocchio di persone bramose di sapere come facessi a vivere, come facessi con le bollette, etc. Grande eccitazione. Saluti e abbracci finali.

La tesi dei verificatori era questa: chi si comporta in modo diverso dalla norma ruba qualcosa. Ma ruba cosa, a ben vedere? Soldi, forse. Anche se a me pare più interessante pensare che comportarsi in modo diverso rubi qualcosa di maggior valore. Innervosisca. Faccia venire sospetti perché nega un principio che deve essere sempre valido, e che non può mai essere messo in discussione, altrimenti sono guai per tutti. La norma. “Norma” viene dal latino. Voleva dire la “squadra”, nel senso dello strumento per il disegno, la squadretta. Serve per misurare, perché è millimetrata, tracciare linee, ha tre angoli. Ancora gli angoli. In ambito giuridico diventa subito il termine per descrivere l’articolo del codice con cui è descritta una regola valida per tutti (quella che i greci chiamavano “νωμoς”, l’abbiamo detto sopra). Se qualcuno fa qualcosa di diverso, che non si può tracciare e misurare con la squadretta, quella norma va in crisi. Se è possibile vivere con regole diverse da quelle universalmente accettate, allora in chissà quanti altri modi è possibile comportarsi!

La norma, più che giusta o sbagliata, deve essere valida per tutti. La “normalità” deve essere una soltanto. Non ce ne possono essere due. Altrimenti anche i parametri di giudizio possono essere tantissimi, e non si finisce più. Uno che fa qualcosa di diverso, che esprime una anomalia, deve essere ricondotto alla normalità. Altrimenti, la sua anomalia fa saltare i piani, non fa tornare i conti. Cioè è eversiva. L’anomalia non va bene proprio per questo: perché è eversiva.

(la foto sopra è solo a titolo di cronaca. A ottobre sono passati sull’Italia già quattro sistemi depressionari, ma nessuno sul Levante Ligure. A parte un giorno, non piove da mesi. Ieri a Roma grandine a palate, a Milano una tromba d’aria, a Palermo e in Sicilia danni per 180 milioni. Qui, estate. Anomalie.)

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Vivi nascosto


Da Benedetto da Norcia in avanti, la tradizione eremitica rifiutava la vita nella sua completezza. Il ritiro su una montagna o in un deserto, senza comunicare, nutrendosi appena, era in un certo senso “contro” la vita, contro le sue derive viziose, contro i suoi piaceri, ed era tutto orientato alle privazioni terrene e alle pratiche meditative ascetiche. Diciamo che quella cultura lasciava trasparire un certo odio verso gli altri uomini e verso l’esistenza che conducevano.
Il “lathe biosas” di Epicuro (“vivi nascosto”), invece, era tutt’altro. Nasceva dalla convinzione che la solitudine e in generale l’uscita dal caos del consesso umano, consentisse di “vivere di più”, assaporando maggiormente il piacere intero della vita. Se apparentemente il pensiero di Epicuro si muove nella stessa direzione di quello antichissimo degli anacoreti, in realtà parte da premesse e punta verso obiettivi assai differenti, di estremo amore per la vita.

Qualcuno sostiene che questa nostra epoca sia pervasa da un ampio problema di solitudine. Io la penso all’opposto. Constatiamo un diffuso isolamento, che però è “lo stare soli imposto” dagli stili di vita e dalle regole sociali dominanti, in cui ognuno bada a sé e non si accorge, “non vede” l’altro. Di contro, tentare di “stare da soli per scelta” è molto difficile. Scegliere è difficile, sempre, qualunque cosa, perché le rapide della routine ci vengono a prendere anche se tentiamo di nuotare nelle anse, anche se cerchiamo le acque calme di un rivolo laterale. Eppure è necessario. È necessario il silenzio prolungato, per sentire la propria voce interiore, è necessaria una periodica inattività, per rilassare mente e corpo, è necessario il lavoro manuale da soli, perché è una pratica meditativa, è necessario lasciare spazio al pensiero senza che il rumore lo intimorisca e lo devi su argomenti inessenziali, perché è l’unica via per la costruzione originale di idee, è necessario lo studio che si compie in solitaria, perché quella concentrazione è strumento altissimo per la comprensione, è necessario vivere nella natura, perché noi ne siamo parte e solo essa ci consente “il ricongiungimento”, è necessario praticare ciò che si ama (che siano vizi o abitudini o propensioni) misurandosi solo ed esclusivamente con se stessi e con ciò che quelle pratiche possono generare, è necessario seguire il filo variabile di un’alimentazione che si confaccia con precisione alle esigenze psicofisiche e al fabbisogno energetico di ciò che stiamo effettivamente facendo, di giorno in giorno, perché altrimenti non può esserci armonia tra mente e corpo.
Si potrebbe continuare a lungo.

Se c’è un’epoca in cui il pensiero di Epicuro del “lathe biosas” torna prepotentemente di attualità è questa. Non è semplice restare esseri umani in mezzo a questo rumore, a questo sciamare inutile e non finalizzato e al suo continuo “falso movimento”. Le persone che ci incontrano, quando sono in equilibrio, notano che non abbiamo pensieri, che non abbiamo energia, passione, idee nostre, che siamo in ansia e che quel rumore e quella promiscuità non finalizzata e non sensata ci hanno devitalizzati. Serve tempo, modo, luoghi, condizioni adeguate per sentire risorgere la nostra creatività e il desiderio di incontrare il mondo. Dopo.

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