Nella Bastiglia c’ero io

Stamani, sul presto, prima di iniziare a scrivere, ho riletto l’intervento di Baricco. L’altro giorno mi aveva fatto piacere, ci avevo visto dentro qualcosa di buono, uno stimolo e un’autocritica importanti. Oggi mi ha fatto incazzare. Un lettore poi mi ha stimolato colorendo l’immagine con ghigliottine, gente incazzata… un’atmosfera da redde rationem, da sollevazione popolare.

Non so. Oggi nelle righe di Baricco leggo un’ultima resa. Nell’insieme mi pareva un “mea culpa” sul disimpegno degli intellettuali, che predico da anni. Riga per riga, ponderando bene, mi è venuto in mente Crozza che imita Renzi. Cioè mi è venuta sul palato una sensazione di fuffa. In quel “mea culpa” c’è un implicito giudizio sull’incazzatura della gente, come se avesse ragione il popolo ad essere arrabbiato. Ho riletto anche due o tre pezzi di Bianciardi, Parise e Pasolini, tanto per darmele di santa ragione.

Insomma, questa atmosfera da presa della Bastiglia (fuori dalla fortezza) e da ultimo messaggio nella bottiglia di Baricco (dentro)… non mi piace. È falso. Troppe parole al netto dei comportamenti. L’intellettuale contemporaneo non deve fare finta di essere “gggiovane” o di inneggiare a “The Game” “standoci dentro” “venendo fuori dalle biblioteche”, come se riconoscesse alla gente di avere tutte le ragioni del mondo etc… Deve fare. E deve rappresentare al potere, ma anche e soprattutto alle persone, dove hanno sbagliato loro. Noi.

Io alle lame non ci ho mai creduto. Ho sempre creduto nelle lamette. La lama grande, quella sul palco con la folla intorno, serve solo a tagliare teste quando è tardi, quando ormai tutti quelli che non hanno usato la lametta da soli, ogni giorno, GUARDANDOSI ALLO SPECCHIO per radere via la PROPRIA ipocrisia… pensano di dare un colpo di spugna che cancelli le PROPRIE colpe, individuando qualcuno a cui togliere la testa al posto della propria barba. 
Undici anni fa ho cambiato le cose, ho fatto la mia presa della Bastiglia. La mia Bastiglia era una fortezza austera, simbolo del potere, simbolo dell’errore, ma dentro c’ero io, mica un altro, c’era la mia roba, mica il potere.

Oggi sono tutti incazzati con la Casta, con Macron, con l’Europa, e l’unico modo per governare sembra quello di fare l’incazzato pure se sei ministro, altrimenti la gente ti toglie il voto. Ma è perfettamente inutile che oggi la gente s’incazzi. La Bastiglia che vorrebbero prendere è sempre stata a loro disposizione. Solo che non l’hanno presa. Non aveva neanche il portone sprangato, era aperta. Le chiavi ce le avevano in tasca.

La folla s’incazza perché incazzarsi tutti insieme genericamente è il miglior modo per evitare di incazzarsi con se stessi specificamente. Nel primo caso il casino catartico farà da droga. Nel secondo, quello terapeutico farebbe da medicina.

C’è solo una cosa che mi irrita più del potere bastardo, paraculo, sfruttatore: la rabbia degli sfruttati bugiardi, falsi e ipocriti.

qui il pezzo di Baricco:

Io non sono solidale con questo tipo qui. Vorrei sapere cosa ha fatto nella sua vita, prima di solidarizzare. È inutile che tiri sassi, se non ha fatto il suo, dentro, prima.
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26 thoughts on “Nella Bastiglia c’ero io

  1. sotto la foto del gilet giallo che tira sassi ti chiedi che cosa ha fatto prima nella vita quel tipo. Ha fatto quello che hai fatto anche tu : è andato a lavorare. Poi tu ti sei reso conto che il “gioco” non valeva la candela e hai smesso, mentre quel tipo ha continuato fino a quando il “gioco” si è rotto ed allora ha cominciato a tirare sassi

    • Sintesi direi perfetta. Occorre fare in modo che sempre più persone si mettano a riflettere e studiare prima… Che il gioco si rompa per tutti

      • “Sintesi” de che?! Quest’ultimo scambio fa rabbrividire.
        Scusa Marco ma tu cosa ne sai, lo conosci forse ‘sto tizio? Mi ergo ad avvocato del (povero) diavolo: come vi permettete di parlargli così alle spalle?
        Siete riusciti a passare dalla domanda al limite della legittimità su un personaggio ignoto (se la ponesse su chi la governa, quella stessa domanda, la gente: ad es. il buon Salvini tirava sassi ai comizi altrui) alla risposta arrogante che avete scelto di darvi da soli. Ve la cantate e ve la suonate, insomma, a partire dalla fotografia di un sentimento – la rabbia collettiva, od “incazzatura” generale – che fate combaciare con la sterilità individuale. Lo avete deciso voi, ancora una volta.
        Siamo tutti corresponsabili, e sin qui sono d’accordo, fuorchè chi si chiama fuori. Ah perchè chi scrive libri non fa più parte dell’ingranaggio? Il business editoriale fuoriesce forse dalle logiche di mercato? Vaneggiate, ma quel che è peggio, giudicate con superficialità tipicamente borghese chi non conoscete. Feltrinelli non fu un grande solamente per i meriti imprenditoriali, era altro come uomo. Forniva cibo a una rivoluzione di e per tutti che interpretava per primo lui, e non solo per protagonismo, ma per necessità culturale, civile e morale. Chissà come giudichereste la foto del suo cadavere ai piedi del traliccio; immagino con la medesima supponenza: probabilmente non aveva riflettuto e studiato abbastanza prima…!
        Riflettete voi, che è meglio: tirar sassi non comporta forse processi costruttivi immediati (anche se a Genova nel ’60 servì per impedire il congresso del MSI: un evento storico), ma tirarsi fuori dalla polvere e dai gas per dirsi nuova èlite in formazione non implica per forza contrastare alcunchè. Il Potere di tutti quanti noi ci fa polpette. Non che io possieda la bacchetta magica, nè un magico libro, nè tantomeno un magico sasso; ma evito accuratamente di scagliarmi contro l’ultimo della fila per la rabbia ch’esprime inventandomi un avversario di sentimento, di sensibilità. Per par condicio occorrerebbe fare anche la foto al docile poliziotto che ha fatto perdere un occhio di recente ad un gilet: sarei curioso di leggere i vostri commenti fantasiosi sul di lui (dello sbirro) ruolo sociale, sulla sua formazione culturale, sul suo percorso lavorativo e sulla sua visione delle cose. Altrimenti, se trascuriamo il rapporto di forze in essere (chi comanda e chi obbedisce, chi va in galera e chi no, ecc.), non si capisce di cosa parliamo. Tu rifletti, un operaio crepa. Tu leggi e rileggi, un impiegato perde il posto. Tu rimugini, un picchetto viene sgomberato con la forza, uno studente messo in ginocchio per fargli capire chi comanda, per l’appunto, e come girano le cose nel mondo reale: chi ha i soldi e le armi e chi no, chi ha solo i sassi o le proprie mani per costruire qualcos’altro – poniamo pure un libro – che però, se davvero potrà infastidire, prima o poi verrà attaccato, bruciato, colpito ed affondato.
        State invece abbassando il livello della teorizzazione di un mondo nuovo, già di per sè a rischio deriva individualista, al chiacchiericcio da bar o delle comari di paese – io ve lo dico, poi fate voi.
        Non basta citare Pasolini, che lo cita anche (a sproposito ovviamente) la Annunziata!
        Non sono un troll e non ho intenzioni bellicose, semplicemente speravo altro (sognavo alto) – visto il profilo della discussione che era stata messa in piedi, anche attraverso il video – e invece vedo che chi accusa gli altri d’esser fermi è piantato come un palo pure lui, e spara basso. Non so se Pasolini apprezzerebbe.

        • Non ho capito niente. Prendi un punto, se posso chiederti, e dimmi cosa pensi. Non ho capito. Non capisco neppure questa veemenza come anche quando dici “voi”. Qui il “voi” generico non è molto apprezzato. Se poi è riferito a me non ne parliamo. Ad ogni modo, con calma, non c’è alcun motivo di essere così anomalmente avversativi. Spiegati così capisco. Perché quel che ho letto non lo comprendo.

        • (Un consiglio: quelli che si dicono delusi e scrivono “speravo di assistere a un dialogo… E invece” di solito non offrono un contributo particolarmente utile. Non sperare, se posso dirti. Adoperati)

          • Adoperiamoci.
            Mi scuso per la veemenza e la prolissità; ma il problema è proprio che non si può sintetizzare in due righe una questione enorme: per forza si finisce per banalizzarla.
            Ora, a me il vostro scambio (Simone/Marco), che riporto…
            “questo tipo qui vorrei sapere cosa ha fatto nella sua vita”
            “quel tipo ha continuato (a lavorare) fino a quando il “gioco” si è rotto ed allora ha cominciato a tirare sassi”
            “Sintesi direi perfetta.”
            …mi pare assai poco corretto e pure un po’ ridicolo. Come metodo analitico, intendo.
            Si prende una foto con un tizio a caso, che esemplifichi il caos di una rivolta senza peraltro spiegarla. Si formulano supposizioni strumentali, già contenenti in sè un giudizio. Si decreta infine la sterilità del tizio, del gesto, della rivolta (solo quella dei gilet gialli, o tutte nella Storia?). Non è neppure una tesi particolarmente innovativa (tirar sassi ai cortei è un po’ come fare jogging, spiega Laborit ne “La colomba assassinata”, 1985), ma – ripeto – è il metodo ad apparirmi, come dire, poco sensato. Detto ciò, sono d’accordo che le masse costruiscano ogni giorno la loro miseria, ma la cosa andrebbe un attimino approfondita anzichè prendere uno a caso che manco si sa chi sia, costruirgli attorno una vita immaginaria e suggerirgli, la prossima volta, di pensarci bene prima di scendere in strada. Gli esempi che ho forse troppo confusamente citato servivano solo a dimostrare che questo approccio non risulta sempre valido. Dal disimpegno degli intellettuali al giudizio tranchant sul manifestante, comunque, mi pare ce ne sia da dire ed anzitutto che si sta scavando un fossato fra gli uni e gli altri. Ecco, parliamo di questo piuttosto che di quanto immaginate possa essere bugiardo, falso e ipocrita costui, mai visto nè conosciuto.
            “Anomalmente avversativo”, comunque, non me l’aveva mai detto nessuno…! Me lo segno. 😉
            Ciao

          • Ok, Lorenzo, grazie, ora ho capito. e grazie anche della maggior sintesi, se ognuno scrive un papiro io (personalmente) non ce la faccio.

            In sintesi:
            – concordo poco con Valentino, perché spesso tirare sassi se non giustificabile è assai motivabile
            – il problema è che per tirare sassi, bisogna prima aver fatto tutta la propria parte, che spesso la generalità delle persone non fa, rendendo ingiustificato e ingiustificabile tirarne
            – quel signore col gilet giallo non sappiamo chi è, ma se è per questo nessuno sappiamo chi è, possiamo solo intuirlo, ipotizzarlo, anche con l’aiuto di antropologi e sociologi che studiamo (i quali a loro volta, non conoscono quel signore col gilet giallo, ma non di meno ipotizzano e studiano chi sia)
            – il manifestare, il tirare sassi è anche meno che fare jogging, non fosse altro che per il fatto che fare jogging con regolarità implica metodo e costanza, andare a una manifestazione e tirare sassi è fenomeno saltuario. Più facile.

            Io parto da un assunto in cui però credo sempre, non solo talvolta: io determino il mio destino al netto di fulmini, tumori al cervello e terremoti. Specializzo il concetto: io determino il mio destino quando lavoro ad esso per tutto il 100% dell’estensione che mi offre, per quel che non mi offre lo subisco.

            Ebbene, la tesi è che solo chi copre il 100% del tentativo possibile/necessario di cambiare la sua vita responsabilmente può poi, eventualmente, manifestare. Dunque, (e questa è una supposizione antropologico-sociologico-psicologica, certo) nessuno. Anche perché di solito chi si mette a lavorare a quel 100% potenziale, non ha tempo per le manifestazioni. Sta già cambiando il mondo. Il suo.

            Quella è classe media, come rivelano i giornali francesi e gli studi effettuati. é la piccola borghesia che ha aderito mani e piedi al modello di sviluppo, che non boicotta il sistema energetico francese semmai manifesta perché gli alzi la bolletta. Dunque gli va bene nucleare, scorie in Africa etc (se non ne sono consapevoli, non cambia nulla).

            Io a quella classe media dico questo: non si accetta un sistema sbagliato perché ti dà benessere e non si manifesta quando quel sistema sbagliato va in cortocircuito. Non ti puoi lamentare.

            Tutto qui. Poi, se quel signore specifico della foto è Jean-Paul Sartre redivivo o il nuovo Lutero o un ultras del PSG, questo non lo posso sapere ma è del tutto irrilevante saperlo.

      • Scriviamo la verità : chi tira sassi è un deficiente: potrebbe colpire me casualmente ed uccidermi.
        Ricordiamoci pure le regole cardine della nostra Costituzione, ove esistono diritti, doveri e regole da rispettare.
        Il resto appartiene al libero pensiero di ognuno di noi che quoti dianamente dovrebbe contribuire al progresso ed al miglioramento della qualità di vita del pianeta.

  2. Seguo da tempo con interesse il lavoro di Simone, che stimo; modestamente mi diletto anch’io nella scrittura, nell’autoanalisi e nella ricerca, per il poco che posso, e mi permetto di fare alcune considerazioni critiche nel metodo e nel merito.
    Nel metodo: esprimere un giudizio su “questo tipo qui” (il manifestante) senza ovviamente conoscerlo equivale a giudicare, come fanno in molti, il Perotti un abile mentitore, un furbacchione, un parolaio. Ma che ne sai?! Lo conosci forse? Equivale a prendere i no global del 2001 genovese e decretarne una presunta falsità ed ipocrisia, quella tipica della “rabbia degli sfruttati bugiardi, falsi e ipocriti”, per l’appunto (?). Chi era ipocrita per le strade di Genova, scusate? Le suore manganellate forse? Carlo Giuliani? Jacopo Fo? Le migliaia di giovani abbagliati dal miraggio di una trasformazione, abbandonati fra i gas? Chi siamo noi per decretarlo? Noi conosciamo soltanto noi stessi; quanto agli altri, dovremmo esimerci dal pensare che possano ritrovarsi in una data situazione soltanto per manifesta incapacità d’altri pensieri, parole, opere od azioni. “Perché abbiamo bisogno di sapere che vita fa Baricco?”, si chiede Barbara; ma di Carlo Giuliani e dei suoi più intimi dettagli famigliari la stampa s’è cibata senza ritegno e senza vergogna. Ma a noi tutto questo deve interessare relativamente (per quanto un minimo di coerenza andrebbe sempre ricercata), sennò potremmo decretare che per De Andrè o per Feltrinelli era facile fare l’anarchico miliardario, il militante, e finita lì. Che discorsi sono? Uno ha pagato con la vita, l’altro oggi viene strumentalizzato in maniera ignobile.
    Criticare il singolo sconosciuto, se mi è permesso, è un atto privo di senso e infame. Nel bel mezzo della rivolta popolare c’è chi è padre, chi è figlio, chi è lavoratore e chi è studente, chi ha subito un danno, un’ingiustizia e chi ne ha fatte.
    Nel merito: il punto non è solidarizzare o ritrovarsi nel presunto slogan o progetto politico “spacchiamo tutto e ripartiamo da capo (poveri illusi)”, che non so chi abbia mai scritto o formulato. Lo dice Valentino (il primo commento), ma se è per questo era un illuso anche Pasolini, scusate. Un idealista, un sognatore. Illusione per illusione, io credo ci sia un tempo per le parole ed uno per l’azione, e quest’ultima non può essere soltanto un lavoro individuale su se stessi. Condivido l’esempio dello specchio: la rivoluzione – dicevano gli Husker Du, la mia punk rock band preferita – comincia proprio dallo specchio del bagno. E’ certamente vero, poichè se non c’è consapevolezza non ci può esser cambiamento; ma se lì rimane lo sforzo serve a poco, ed uno di fronte allo specchio può anche creder d’essere ciò che non è. Il cambiamento deve tradursi per forza, prima o poi, in una lotta collettiva, in un cambiamento collettivo. Altrimenti facciamo il gioco dell’individualismo in cui questi tempi e le moderne tecnologie ci hanno relegato: tutti connessi, tutti soli. Allora, perchè puntare il dito sul manifestante e sulla sua ipotetica incapacità di trovare altre strade dentro di sè (!), evitando accuratamente di rammentare le ragioni per cui una massa tanto ampia di persone decida di scendere in strada rischiando botte, denunce, addirittura la morte? Perchè arrivare a sostenere che sia persino peggio il rivoltoso del Potere contro cui esso si scaglia? Non mi risulta d’aver mai visto operai in Parlamento nè politici in miniera, pertanto mi pare che il rapporto fra le classi sociali esistenti sia immutato. Questo non vogliamo considerarlo? E’ populismo forse intravedere in questo scontro la rabbia di chi si sente preso in giro contro chi lo prende in giro quotidianamente, la rabbia di chi ha 10 contro chi ha 100mila? E non è un caso che sia poi chi ha 100mila, ed i suoi servi con la penna, a strumentalizzare il Pasolini de “Il PCI ai giovani” per raccontare al volgo che persino il loro riferimento intellettuale rosso ‘stava con i poliziotti’… Ma quando mai?! Ciò dimostra ancora una volta che l’intelligenza critica, la sensibilità poetica, poco valgono nel mondo del denaro e del Potere, che dominano su ogni cosa, giungendo financo a deformare la realtà fattuale, ed i rapporti sociali e di forza fra le classi lo dimostrano.
    E’ forse cosa da tutti, poi, prendere e cambiare vita? Non è detto. E’ anzi passo arduo su cui molti lavorano ancora; altri l’hanno fallito. Quanti siamo al mondo, dannazione?! Come possiamo pretendere dai giovani, che affollano e per fortuna le manifestazioni, che possiedano la stessa coscienza di un Perotti, che a tutt’altra età il suo bel percorso lo ha già fatto? E – tornando al G8 – quanti all’epoca manifestarono (urlando o no – ci mancherebbe ora che il dibattito a sinistra passasse dalla stanca e ipocrita strumentalizzazione del concetto di violenza alla scissione fra silenti e pazienti vs volgari urlatori) il loro NO alla globalizzazione venendo trattati peggio delle bestie, la mia ragazza dell’epoca inseguita dagli sbirri per le vie al grido di “puttana comunista”, cose così…vogliamo davvero ridurle alla “rabbia degli sfruttati bugiardi, falsi e ipocriti”? Uno che fuoriuscisse dalla caserma di Bolzaneto torturato e offeso, ad esempio, a parer mio avrebbe maggiori possibilità di finire nella violenza che a partorire progettualità positive. Non potrei biasimarlo. Ma potrebbe anche fare entrambe le cose. Noi che ne sappiamo? Giudichiamo una fotografia, e questo ci pone sul piano dei borghesi che dileggiava De Andrè ne “La Città Vecchia”.
    Se di “èlite della sensibilità” vogliamo parlare, che la si mostri tale sensibilità innanzitutto nel non ergersi a giudici degli eventi storici partendo dal caso individuale e ignoto, come quanti evidenziavano le Nike di un no global per decretarne l’ipocrisia, o la ‘maleducazione’ delle uova marce lanciate contro le vetrine delle banche che commerciano in armi et cetera. Troppo facile, signori, e così procedendo ad essere sempre nel giusto è il borghese conservatore che la vita la guarda dalla finestra ed il profitto lo fa sulle spalle di chi lavora, fottendosene peraltro di chi ha cambiato vita e filosofeggia. Perchè anche costui è solo. Solo con la propria èlite di riferimento, che auspichiamo cresca, per carità; ma per farlo non c’è certo bisogno di nuove divisioni, disgregazioni, distinzioni, separazioni. Io cambio, tu ti rivolti: che significa? Potremmo rigirare la frittata e dire che chi cambia non ha il coraggio di rischiare lo scontro frontale con lo Stato, con il Potere. Ad esser massacrati per le vie per la conservazione dello status quo storicamente non furono soltanto gli ipocriti, come ora li si definisce, ma lavoratori, giovani, donne. Le stragi di Stato colpirono addirittura indistintamente. Questo è ciò che dobbiamo sapere, e come Pasolini gridare “Io so”. Gridarlo, certo, e non per sfoggio d’arroganza bensì proprio perchè c’è bisogno che il messaggio e l’allarme lanciati dagli spiriti critici e autocritici arrivino anche alla massa che resta fuori dal nostro discorso, ma non dal nostro interesse, e che magari soltanto nella rivolta trova sbocco (ma non è detto: spesso nelle sommosse ritroviamo chi ha letto centinaia di libri).
    La rivolta è certamente uno sfogo spesso sterile di tensioni e frustrazioni individuali e collettive, ma anche un indicatore sociale: dovremmo domandarci piuttosto per quale oscura ragione in Francia essa si manifesti in forme tanto radicali ed anche interessanti (autogestioni, assemblee, mancanza di leader; mica solo roghi e cassonetti), mentre nel nostro paese si dorme nell’attesa dell’uomo forte, il solito fascismo di fondo insomma, da bravi pecoroni che siamo sempre stati. Da questo punto di vista sono delle èlites anche quelle che hanno il coraggio di opporsi a loro modo a questo sistema, e che vengono duramente colpite dalla repressione. O no? Ipocriti anch’essi? Ma che ne sapete, che ne sappiamo? L’anarchico Luca Abbà, ad esempio, famoso per l’episodio della caduta dal traliccio in val di Susa, ha stabilito in quelle terre il proprio percorso di vita e di lavoro nei campi. Però è anche un estremista, agli occhi dei borghesi, e un “cretinetti” agli occhi della stampa conservatrice. Ebbene, noi con quali occhi e con quale sensibilità vogliamo guardarlo?
    Rimando anche alla definizione di “neosensibilismo” data dagli Offlaga Disco Pax nel merito della distanza da prendere dalla sensibilità classicamente intesa, nel momento in cui a dirsi sensibili sono stragisti fascisti…
    Il nostro paese è anche questo, un inganno storico di cui siamo tutti corresponsabili e non soltanto nè soprattutto chi andava in piazza a rischiare la vita… Anche se si può sostenere che certe manifestazioni facciano comodo al Potere, o siano superate nella forma, risultino inutili negli esiti. Possiamo discuterne. In altri casi possono piegarlo invece, laddove il singolo non riuscirebbe, potendo arrivare non molto più lontano di un passo da dove sta; se formiamo una catena abbastanza lunga possiamo invece forse arrivare anche a spezzarle tutte quante, le catene. Lo sciopero cos’è se non una forzatura basata sul numero, per ottenere (urlando?) qualcosa dalla controparte? Eppure fa parte delle forme di lotta storiche della classe operaia e lavoratrice in genere. Possono mica tutti quanti tralasciare il conflitto di classe, licenziarsi e diventar scrittori?! La faccio facile evidentemente, tanto quanto è stato facile il giudizio sul gilet jaune.
    Spero d’essere riuscito a spiegarmi, seppur confusamente, e ad aggiungere qualcosa, senza polemica, alla discussione.
    Sottolineo d’aver citato due anarchici, e qui il termine anarchia è stato come sempre utilizzato a sproposito nella sua accezione comune e volgare di caos. Il caos è questo sistema, è il capitalismo senza freni e senza senso; l’anarchia teoricamente sarebbe invece un inizio di ascolto reciproco, un incontro di ragioni e di sensibilità. Leggetene e fatene tesoro, se potete; se non assunta come dottrina, ma sommata alle letture qui già proposte dei Parise (di cui ho adorato “Il padrone”, ritratto neppure troppo eccessivamente grottesco di una realtà industriale e dis-umana tuttora esistente) ecc., può anch’essa agevolare un mutamento interiore ed esteriore. Saluti

  3. Non c’è il reply, quindi non rispondo sotto e cerco di farlo brevemente.
    Intanto grazie davvero del Feedback Simone, importante. Mi scuso se sono stata troppo lunga e invarigolata, ma non sono brava a scrivere. Solo ci tengo (evidentemente troppo) all’uso delle parole; certe (come appunto “intellettuale”) mi fanno letteralmente rabbrividire perché le trovo pericolose. Il fatto che uno scriva su un giornale o pubblichi libri o discetti su come va il mondo davanti a migliaia di persone o creda di avere una lettura del mondo, secondo me non rende nessuno degli “intellettuali”. Non basta. Ciò che definisce un intellettuale è ciò che dici tu (applicabile però al 90% anche a chi voglia avere una vita decente…), certo, con tutto il lavoro precedente e successivo a quello che io definivo creazione di una Weltanschauung. E questo non si misura sulla quantità di lettori e likes, non a breve termine almeno, secondo me. Il vezzo però di definire “intellettuale” allargando il suo significato fino a comprendere tout-court chi “scrive” resta per me sbagliato, pericoloso, fuorviante e funzionale al sistema che stiamo criticando. Forse ai tuoi livelli di dibattito non è percepibile il problema, ma nella quotidianità di un povero cristo di provincia come vivo io, sì. Abolirei questa parola o la userei post factum soltanto, appunto solo dopo aver valutato “da ciò che elabora […] che tipo di lavoro sta facendo”. Questo era il cuore del mio scrivere. Ma è un problema mio evidentemente. Me lo tengo.
    1)Capisco – credo di capire – perché era importante per te intervenire pubblicamente. Capisco anche che quella “venuta alla gente” ti sia sembrata disonesta, lo è sembrata a molti, me compresa. La Sinistra italiana(ma anche tedesca) in particolare è morta così, per quel mix di moralismo désengagé e di rivoluzione da salotto, dovuta al non aver saputo disancorarsi da un elettorato che attinge ad una classe sociale oggi “emancipata”. Detto questo, inutile rimanere a commentare quello che ha detto Baricco per quanto mi riguarda, perché son d’accordo con quanto dici. Capisco però l’importanza di esprimere pubblicamente il dissenso da parte di chi come te ha una posizione pubblica. Che “dire alla gente incazzata ‘è inutile che t’incazzi, perché è colpa tua!’ non fa vendere libri” siamo d’accordo – cercavo di esprimerlo con quell’autoassolvente opposizione elites-gente comune. La gente incazzata è quando va bene connivente con chi la fa incazzare. (e sul tema “donne”, abbi pietà di me, in quanto rappresentante della categoria…lo so, perfettamente e pago pegno per questo. Spero qualcuno con voce chiara abbia le palle per dirle certe cose prima o poi). Se i cosiddetti “intellettuali” ingannano, il popolo si lascia ingannare. Entrambi sono corresponsabili. Tu scrivendo su Baricco hai sottolineato il ruolo dei primi, sui secondi hai detto spesso. Ma i due non si scindono, mai mai. In questo senso non condivido la distinzione fra uomo deresponsabilizzato e intellettuale, o meglio proprio questa contrapposizione che rimane in relazione (ché l’uomo responsabilizzato lo sceglie e legge l’”intellettuale” – ahimé) è l’abbraccio mortale che bisognerebbe combattere con ogni mezzo.
    2)Per questo, quando tu scrivi che quelli che hanno sposato una prospettiva di vita che oggi patiscono “sono stati ingannati, ma non costretti”, io dico che è vero in molti casi, ma questo non li de-responsabilizza e non rende i colpevoli sommi gli “intellettuali”, su cui è sempre facile sparare dal basso senza chiedersi come ci si comporterebbe se si fosse al posto di chi si critica (e che era il motivo di fastidio iniziale che mi ha fatto commentare il post). A prescindere dall’inganno accettato (più o meno coscientemente – e su cui ci sarebbe tanto da dire), quelli che davvero sono stati “ingannati”, ma, dopo aver sperimentato sulla loro pelle che non stanno bene, pur non si sono mossi, sono rimasti alle catene, e ancora si lamentano, sono corresponsabili del loro male. Sono auto-costretti. Non ci sono scuse. Hai poco da prendertela con gli intellettuali, secondo me… E come prendersela con la “casta”… che vuol dire? Dopo i 10 anni di età l’inganno può essere solo “temporaneo” a mio modo di vedere. Se diventa condizione esistenziale (passivamente accettata) vuol dire che – per x motivi, che ognuno si vedrà per sé; e mi ci metto dentro pure io, che in tante cose resto incatenata pur vedendo che mi fa male – lo hai in parte accettato. Non ti resta che fermarti e cominciare intanto a lavorare su di te e liberarti per quanto consta la tua responsabilità (la bastiglia interirore! che poi inevitabilmente, sempre, anche senza parlare, fa tremare anche la bastiglia esteriore!). Sarebbe già la rivoluzione questa.
    3)Ma appunto – e arrivo all’ultimo punto – questo non tange il diritto di esprimere il proprio pensiero. Riprendevo lì una frase di Barbara, che volevo “disinnescare” perché non pertinente secondo me alla discussione. Tutti – intellettuali o meno – hanno il diritto di esprimere il proprio pensiero. Non credo però l’intellettuale abbia “più diritto” di dire la sua del mio macellaio, su questo rimarremo discordi. Ma forse tu ti riferisci ad altro, non al diritto di espressione (a monte), ma alla ripercussione e quindi alla responsabilità di questo dire (a valle). E certo Baricco oppure tu scrivendo su delle testate importanti avete più lettori, quindi influenzate più gente, quindi avete un carico di responsabilità maggiore rispetto al semplice salumiere che commenta in negozio con i due clienti presenti. Su questo hai evidentemente ragione – e hai ragione (ora ho capito) che la chiamata alla responsabilità che hai fatto a Baricco è un sottolineare come paraculo sia non chiamare alla responsabilità chi ti legge se fai come lavoro lo scrittore. Ora mi è chiaro il senso che non avevo visto e mi mancava (richiamare alla responsabilità scrittori E gente comune), grazie per averlo ribadito. S
    Bon, non sbrodolo più sul tema, giuro! 😉 Scusa ancora al lungaggine, Simone, e buon lavoro

  4. Che dire… quando la rivoluzione nasce con lo scopo di prendere il potere è tutto un fallimento in partenza. Se non prendi il potere tutto resta come è. Se prendi il potere (e ci vai con quell’obiettivo) non fai altro che sostituire gli sfruttatori precedenti con gli sfruttatori attuali. La vera rivoluzione, ai voglia di dirlo nessuno ti ca*a (scusa ma stavolta sono arrabbiato anche io perché proprio ieri proponevo una visione della vita meno battagliera ad una persona cara che proprio non ne vuole sapere e semplicemente continua a peggiorare il suo stress), è quella interiore. Non si combattono i problemi con le stesse armi con cui sono stati creati.

  5. Quando ho sentiro Baricco pontificare sulla situazione in cui ci troviamo e ammonire le cosidettw élite, ripreso subito dai giornaloni, come li chiama travaglio, mi sei subito venutonin mente te.

    Le parole non servono, o meglio servono solo se sono accompagnate dall’azione coraggiosa dell’individuo.

    Baricco è un fine intellettuale ma non so nulla della sua vita…forse perché agisce di nascosto?

    meno lame e più lamete!

    • Condivido, in generale. Qui però sono grato a Baricco, che affronta il tema. Poi, certo… Io ci ho passato insieme due giorni in barca a Madeira, fermi in porto. Mi è parsa una persona molto per bene, educato n tranquillo, molto poco “divo” . Carino. Ma di lui non so altro. Non l’ho più visto dopo, né l’ho mai chiamato.

      • Siamo sempre lì. Perché abbiamo bisogno di sapere che vita fa Baricco? È uno scrittore. Punto. Non è mai stato sulle ‘barricate’ (che strano caso di disssonanza con il suo cognome…). Ma quanti ne conosciamo di scrittori/intellettuali dei quali possiamo dire questo? A parte tu, Simone, e pochi altri che hanno scritto e agito in maniera ‘coerente’, cioè in linea con la loro vita reale. E di questo ne teniamo conto. Io non sono qui a difendere Baricco ma sicuramente difendo il suo diritto di esprimere un suo pensiero e il mio , il nostro diritto/dovere di riflettere su ciò che può esserci ‘utile’. Come del resto faccio sempre, con qualsiasi lettura mi capiti tra le mani. È uno spunto. Potrebbe essere almeno un punto di partenza, magari non il migliore, ma in un tale deserto di ‘voci’ alle quali poter far riferimento, non è già qualcosa? E se utilizziamo il nostro tempo a cercare il famoso ago o a spaccare l’ancora più celebre capello, quale giovamento ne ricaviamo? Quale impulso alla discussione? Forse i social ci hanno resi ‘sterili’, ci hanno fottuti con i commenti brevi (max 40 caratteri), forse le chat ci hanno resi avvezzi a una sintesi che non ‘esprime’, che non ‘allarga’ il pensiero ma, al contrario, lo comprime e lo schiaccia verso una sintesi priva di qualsiasi guizzo, lo rende infecondo e dunque improduttivo, inutile. Mentre siamo subissati da notizie false, da pubblicità non richieste, da una propaganda vergognosa e chiassosa, da twitt sguaiati e feroci, dove non c’è più un posto per la riservatezza, per il silenzio, perdiamo pezzi di noi stessi, luoghi fisici dove ritrovare consapevolezza, fermezza, disciplina e pulizia per il nostro ‘spirito’. Per la nostra anima. E dunque perdiamo tutto.

        • Condivido totalmente quel che dici. Ce ne fossero. E poi nel suo intervento Baricco (a parte un vizio d’impostazione, almeno secondo me) non ha detto cose assurde o illeggibili, al contrario, per larga misura sono spunti utili, veri. Non va, secondo me, lo sbraco sulla rabbia della gente, che sembra un po’ una resa paracula quanto paracula fu la creazione della distanza della elite. Ma a parte questo, che poi è una mia opinione, vale quel che vale, il suo contributo ci ha fatto ragionare e discutere. Ed ecco a cosa serve un intellettuale.

          • Ma la distanza delle elite non la creano (solo) le elites, la creano in gran parte anche i pseudoesclusi dalle elites (che si lasciano comprare – materialmente o simbolicamente – dalle stesse) e perdono così tempo, autoassolvendosi. Un mea-culpa ci starebbe, sarebbe meno paraculo anche da parte nostra (mi ci metto dentro in pieno, in quanto povera crista, lettrice di giornali), forse sarebbe più sano di questa costante inversione delle parti. C’è un gioco dialettico di proiezione dal basso all’alto che sfalsa il confronto quando si ragiona per opposizioni “elites(culturali,economiche, politiche)-resto del mondo”, soprattutto oggi dove la etero e auto manipolazione è pluridirezionale. Certo che ognuno ha il diritto di esprimere il proprio pensiero, ma questo non tange il ruolo dell’intellettuale più di quello di qualsiasi altro essere umano. E allora, appunto, visto che gli spunti utili arrivano da tanti, anche dai semplici, anche dai non-scrittori, si può mettere da parte la categoria “intellettuali”, che poco significa, o lasciarla, al limite, come categoria post eventum? Poi ognuno, al di là delle etichette, si cerca e si prende l’onero del confronto coi i propri “maestri” (parola più bella, perchè se mi scelgo io un “maestro” dico anche dove sto e me ne prendo la responsabilità – l’intellettuale invece sembra una categoria ontologica data…pericolosa). Che sia Baricco a far discutere e ragionare, che sia (piuttosto, per me, che so?..) un Sandor Marai, che sia vostro nonno o un vostro amico, decisiva è la capacità di ascolto, discrimine e disamine del singolo che se è “subissato da notizie false, pubblicità, propaganda” è perchè in parte lo vuole. Questo per me è il punto decisivo, sennò Socrate, Baricco, il tweet di “Teo Il Duro” e il trafiletto sui reali inglesi finisce potenzialmente tutto sullo stesso piano. Si può chiudere la tele, facebook o twitter, si può selezionare con intelligenza cosa pescare dal web, si può leggere un libro di chi le cose le ha studiate per bene, un testo dei grandi intellettuali, si può far una chiacchierata con chi ci fa bene, soprattutto si può uscire e confrontarsi de visu con le persone. E in questo confronto si può parlare di fatti (non di parole su parole, ché non serve a niente), si può mostrare quello che i nostri “maestri” ci hanno spinto a fare, delle scelte che concretamente percorriamo, descrivere le scelte che gli altri fanno (sarà politicamente poco corretto, ma chi se ne frega, va fatto), misurare distanze e poi prendere ancora posizione. Forse qui c’è il silenzio e al tempo stesso il buon eco di una produzione culturale sana. Ecologia dei rapporti e degli scambi umani, la chiamo. Capisco il senso, persino l’utilità (a volte) del dibattito pubblico via giornali e web, ma alla fine Baricco non c’entra, non è interessante per sé, almeno per me che non lo annovero fra i miei “maestri”. Ma guardo a Simone come a un “maestro”, quindi la riflessione la volevo condividere qui: più che quello che ha detto o non detto Baricco, è interessante (per me, perchè ci/mi porta all’autocritica) quanto peso gli diamo, cosa gli proiettiamo addosso e dove collochiamo lui e noi nella discussione pubblica.

          • stefania, ragionamento piuttosto articolato e interessante, il tuo. Non facile commentare. dico solo qualcosa riguardo il punto finale. Io do peso a quel che scrive Baricco perché io su quel terreno sono attivo, impegnato, ingaggiato, ogni giorno. È la mia vita, il mio lavoro di studio, il mio sforzo periodico allo stimolo e alla comunicazione. Diciamo che sento questa responsabilità, sia quando scrivo su un quotidiano sia quando scrivo un libro o comunico su un social media. ma al tempo stesso la cerco negli altri, che siano il mio vicino di casa o baricco stesso. Ho bisogno di maestri tnto quanto so che posso essere stimolo per qualcuno.
            Sapessi quanti amici si perdono a dire certe cose. Poi li incontri e vedi che sono in difficoltà: “da quando hai questo ruolo pubblico… non so… non sono sicuro che…”. La verità è che possono fregarsene se Baricco scrive qualcosa, ma se lo scrivo io no, dato che mi conoscono. Un bel peso, un costo salato da pagare, umanamente dico.
            Ma per me fa differenza che la questione la si prenda da un verso o da un altro. In sintesi: questa “venuta alla gente” andando incontro alla sua rabbia, non mi è piaciuta. E credo sia stato utile dirlo.
            Grazie per il ruolo che mi dai. Falsa modestia mi farebbe dire “che non lo merito” ma conosco la vita, so che chiunque anche la persona più impensabile, può esserci maestra. E dunque ne sono solo lieto. Ciao.

          • su una cosa non sono d’accordo, e la accennavo poco fa. Quando dici Stefania: “Certo che ognuno ha il diritto di esprimere il proprio pensiero, ma questo non tange il ruolo dell’intellettuale più di quello di qualsiasi altro essere umano”. Ecco, questo non è vero, secondo me. Ciò che definisce un intellettuale (quando è onesto con se stesso e tutta la parte di studio e di pensiero la fa già) è il suo sentimento, la sua sensazione netta di responsabilità delle idee, la sua tensione morale verso l’analisi (prima) la prefigurazione di uno scenario consequenziale (durante) e l’individuazione dell’errore, dell’area di miglioramento, della prospettiva (infine) non valida solo per sé ma valida per la comunità degli individui intorno a lui (e, se vogliamo, del tutto allargata, quella dell’uomo universale).

            Questo fa una differenza enorme, perché dove l’individuo deresponsabilizzato può alzare le spalle e voltarsi, preso dalle minime o enormi sue incombenze di vita, l’intellettuale resta, non sorvola, sente che il suo ruolo-nel-mondo è quello di stare lì, occuparsi di quella dinamica, e si strugge se non coglie il punto, e si strugge se non lo articola, e si strugge, ancora, se non ne riferisce.

            Credo che sia questo il punto fondamentale, perché poi da ciò che elabora tu capisci anche che tipo di lavoro sta facendo l’intellettuale, perché se fa prevalere l’allisciata di pelo quando ci sarebbe da usare la frusta, allora comprendi anche il suo grado di onestà intellettuale. Ecco perché credo che gli intellettuali non dovrebbero campare coi proventi dei loro libri (come faccio io ad esempio) perché la loro azione dovrebbe prescindere da quegli introiti, dovrebbe essere libera dalla tentazione paracula (che vedo dovunque) di dire alla gente quel che la gente ama sentirsi dire. Ti faccio un esempio immediatamente calzante: oggi l’80% dei lettori sono donne. Trovami uno che scriva delle donne con la crudezza e la ruvida onestà che in questa epoca e su molti punti occorrerebbe imbracciare per dire alcune cose alle donne, per cercare di stigmatizzare alcune derive culturali che vedo dilagare. Nessuno. Ovviamente comprendi anche il perché.

            Lo stesso sulle responsabilità di questa crisi sociale e comunitaria. E arriviamo a Baricco. A te non pare il suo intervento una sorta di allisciata di pelo nei confronti della gente incazzata? A me sì. Non una parola sulle responsabilità di quelle persone. Sul fatto che hanno accolto, sposato! una prospettiva di vita che oggi patiscono. Sono stati costretti? Certamente ingannati, ma non costretti. E allora un’analisi seria dell’incazzatura dilagante non può prescindere da quelle responsabilità. Ma Baricco non ne parla. E non ne parla perché non la pensa così o perché sappiamo tutti (e io la pago sulla mia pelle) che dire alla gente incazzata “è inutile che t’incazzi, perché è colpa tua!” non fa vendere libri e non genera alcun “osanna!”? Ecco la domanda, a cui forse non sapremo mai dare risposta. Ma io che leggo dovevo metterla in risalto. Et voilà il ruolo dell’intellettuale, servito.

  6. Prendo spunto da una tua frase di @Barbara: “Sarebbe bello vedere che tutti gli esperti e le esperte del mondo, compresa davvero l’urgenza del momento, si mettessero intorno a un tavolo senza pregiudizi, senza personalismi.” Gli “esperti” ci sono, lavorano e di solito parlano e comunicano con altri esperti della loro materia. Fanno il loro lavoro (come un macellaio o un saldatore). Il punto è che bisogna ascoltarli. E per ascoltarli bisogna avere umiltà – merce rara di ‘sti tempi. Bisognerebbe mettersi il cuore in pace che non si può dominare lo scibile umano e che 3/4 delle questioni non possiamo comprenderle, ma nemmeno a spanne. Già tanto se si sceglie una sola questione e ci si dedica TEMPO, anche solo per potersi orientare e capire se l'”esperto” dice cose condivisibili o meno. E nel frattempo si fa silenzio. Con meno rumore forse le voci sensate e fondate – che ci sono – si sentono meglio. Ma chi fa silenzio oggi?
    Poi gli esperti e i loro saperi settoriali – sacrosanti! – poco fanno se non si inquadrano in una “lettura del mondo” coerente, sarebbero come i pezzi di un puzzle bianco, senza disegno. Da quando mondo è mondo – lo insegna De Martino e tanti con lui. Oggi questa narrazione condivisa, questa Weltanschauug, non c’è più, perché tutti si sentono legittimati a produrla. Quindi inevitabile la “crisi di presenza” e l’anarchia.
    In teoria gli intellettuali servono a questo, a creare in una società una visione del mondo (quindi un sistema concettuale e valoriale chiaro eppure in evoluzione) in cui si contrattano i rapporti di potere. Danno le coordinate in cui poi i saperi settoriali, ma anche i singoli lavori, i singoli discorsi trovano il loro posto e dialogando fra loro tengono viva la società. Ma bisognerebbe ascoltarli, far silenzio, riflettere, mettere ognuno il proprio (solo il proprio, nulla di più) quindi si ritorna alla casella iniziale: chi sta in silenzio, legge, studia (oltre wikipedia e il trafiletto sul web – libri!) e riflette oggi? Chi si accontenta, chi è contento di ciò che semplicemente è?
    E qui mi ricollego a quanto scrive @Valentino e prima ancora @Simone…. A me pare che ci sia tanta tanta tanta confusione su chi sia un intellettuale. E che questa confusione, sia molto significativa. “Intellettuale” è parola che attira al tempo stesso aspirazioni e insulti: tutti vorrebbero esserlo, tutti lo criticano come una casta da abbattere. Ma con chi ve la prendete quando sparate contro gli “intellettuali”? A chi state pensando? A Baricco? Io alzerei l’asticella quando si parla di intellettuali…e magari sì, se ne stanno in biblioteca, anche i veri intellettuali. Le biblioteche possono essere tra i posti più rivoluzionari, soprattutto di quest’epoca, più dell’arena mediatica di Facebook o dei festival o delle rubriche sui giornali.
    Sembra una digressione, la mia, ma non lo è.
    Perché ascoltiamo – in positivo o in negativo – certa gente e altra no? Forse perché scrive su un giornale – tra l’altro cose che pure il mio macellaio, con parole più semplice, può dire (e forse proprio per questo lo leggiamo, ché se dicesse cose un po’ più complesse non avremmo tempo e pazienza per far lo sforzo di capire)? Quanto tempo ci porta via questo? E cosa c’è sotto questo ascolto (ché non tutti gli ascolti sono uguali)?
    Il mutamento della “cultura” cui abbiamo assistito è terrificante e credo anche ingrediente essenziale dello sfacelo in cui siamo.
    E’ un punto centrale, che dice molto dei modi in cui ci distraiamo da quello che dovremmo e potremmo fare, in silenzio e in massima semplicità. Appunto prendere la Bastiglia che sta sotto il gilet giallo, o il maglione nostro: quella interiore.

    • Ottimi interventi ragazze, ricchi di spunti ove riflettere.
      Mi ritengo realista e vedo una strada in salita piena di curve e tornanti da affrontare per il futuro, ove l’unica cosa certa è l’incertezza ed a pagare il conto saranno sempre i più deboli a vantaggio di ricchi e potenti.

  7. È un po’ sempre la solita questione. Da molti anni. Troppi direi. Io direi che sarebbe ora di basta. Basta dover ogni volta sottolineare che ‘tirare sassi’ non si fa. Spaccare vetrine, nemmeno. Distruggere banche o bancomat, neppure. La violenza fine a se stessa non ha mai risolto. Anche se… c’è qualcosa di troppo semplicistico nel ribadire un concetto sul quale pochi non si troverebbero d’accordo. Ma poi, quando vedi i piccoli palestinesi con le loro fionde tra le mani, che fai? Ti ripeti che no, la violenza non va bene. Ecco. Quale violenza? Chi fa violenza a chi? E la violenza è solo quella dei sassi o forse c’è anche un altro tipo di violenza più occulta, quella di gente in giacca e cravatta che dietro a scrivanie di legno pregiato firma carte per mandare gente a morte? Perché questo fa. Non direttamente, certo. Ma il risultato è lo stesso, spesso di molto peggiore. E non penso che uno di questi abbia mai pensato di provare a cambiare se stesso…
    È troppo complicato. Il punto dunque non è solo schierarsi tra i buoni e definire i cattivi. Lo sappiamo! È molto più complicato di così. Per questo sarebbero di grande utilità gli interventi di tutti gli intellettuali e le intellettuali, perché di tutte le esperienze, di tutti i pensieri, di tutte le idee abbiamo bisogno. Nessuna esclusa. Non dobbiamo parteggiare. Non abbiamo bisogno ogni volta di schierarci per sentirci ‘vivi’. Non è necessario ricordare quanto ci sia piaciuto o meno Oceano Mare. Chissenefrega. A me è piaciuto parecchio, a un altro no. E quindi?! Di questa complessità cosa ne pensiamo? Avvertiamo il sopravanzare di una tecnologia di cui non riusciamo a percepire gli effetti a breve e a lunga durata? Cosa sappiamo dei milioni di posti di lavoro che sono stati persi e si perderanno a causa dei robot… E del reddito di cittadinanza? E della scuola totalmente da riformare? Del muro che Trump vuole a tutti i costi costruire. Dei messicani. Degli honduregni. Che ne sappiamo? E dunque della nostra vita quotidiana, della spesa, del cibo contaminato, dell’aria irrespirabile, dell’ecotassa e delle rinnovabili, delle miniere di columbite-tantalite o columbo-tantalite ( abbreviata anche come coltan) che viene utilizzata per assemblare il nostro ennesimo smartphone, tablet o PC…
    Insomma. Quando si inizia a lavorare seriamente su ogni singola questione, presa una per volta, seriamente esaminata, valutata, soppesata? Che cos’è questa corsa assurda per non-dire e soprattutto non-fare ciò che servirebbe alla ‘comunita”? Quando e dove abbiamo perso di vista completamente e per sempre il senso dello stare (bene) insieme, della solidarietà, della generosità, del senso del limite. Del ‘rimanere umani’. Cosa potrà mai fermare questo degrado? Un’altra guerra mondiale? O forse l’ennesima (più volte) annunciata recessione che sarà peggiore di tutte le altre? E chi sarà a pagarne il prezzo? Chi già lo sta pagando, lo sappiamo bene. Facciamo di tutto per non voler vedere, per non voler accettare ma è tutto così disperatamente evidente…
    Sarebbe bello vedere che tutti gli esperti e le esperte del mondo, compresa davvero l’urgenza del momento, si mettessero intorno a un tavolo senza pregiudizi, senza personalismi. Non c’è tempo da perdere. Si può lavorare su se stessi e contemporaneamente aiutare gli altri o condividere le proprie idee, contribuire, metterci la faccia. C’è un progetto di questo tipo che sto seguendo… E ho notato che le persone coinvolte aumentano in maniera esponenziale di giorno in giorno. Non sarà la totalità. Non ancora. Ma chissà… Dal mio punto di vista è però l’unica direzione verso la quale guardare. E provare a fare.

  8. Interessante queste tue considerazioni legate allo spacchiamo tutto e ripartiamo da capo (poveri illusi).
    Viviamo, senza dubbio, una fase molto fragile e delicata, ove si mettono in discussione diritti doveri e regole senza senno e competenze.
    Dilettanti allo sbaraglio, spesso giovani senza studi, esperienze professionali e di vita, ricoprono incarichi ministeriali della attuale legislatura.
    I risultati sono devastanti e produrranno ulteriori danni al paese in affanno, con un debito pubblico pazzesco ed una economia stagnante.
    Ritorno al nocciolo del ragionamento: con quali presupposti riusciremo ad affrontare le future sfide che ci attenderànno, quando pressapochismo superficialità ed ignoranza diffusa regnano sovrane in questa società a pezzi?
    Si, concordo: irrita più la rabbia di falsi, ipocriti e disonesti intellettualmente.

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