“Qui” (terzo capitolo)

3.

La storia è esile, sarebbe da dipingere. Meglio, da suonare.
I giorni scorrono a una velocità che non comprendo, davanti al Peloponneso, da dove siamo arrivati quel mattino. Ci aveva nascosto, coperto, ma anche fatto domande: “Dove sono gli altri?”. Anni prima l’idea era quella di arrivare fin qui in tanti.
Ma tempo per una risposta, quando si vive, non ce n’è. Già una benedizione essere arrivati in due. Due per cui questo è anche troppo. Può, ciò che ami, essere troppo? Le infinite manifestazioni dell’amore…

È troppo alzare lo sguardo ansimanti, trenta volte al giorno, e vedere il Capo spazzato dalle grandi onde. Troppo sollevare la schiena e accorgersi che il vento è improvvisamente scomparso, e la sua assenza, puntato coi piedi com’eri, ti sbilancia. Troppo caricare la macchina decine di volte, legare tutto sul tetto, slegare, scaricare. Troppo potare decine di alberi, le mani, le braccia, mandano appelli alla mente. Troppo guardarsi e chiedersi ogni cosa, senza sapere niente. Troppo accorgersi che il lavoro non finisce mai. Troppo ricordarsi quel giorno, capire che potevamo non essere qui, oggi.
Troppo, senza una risposta, venuti qui attrezzati solo con una domanda: “come saremo a vivere laggiù?”. Non come sarà, non ho sbagliato verbo: “cosa diventeremo”.
Troppo anche sentire la lontananza di chi non sta capendo, perché non ci sta proprio pensando, mentre forse dovrebbe essere qui. Troppo scegliere, provare una nostalgia lancinante per il Fienile: “ma allora perché non sei rimasto lì?” Illogica prassi della ricerca, che ti fa lasciare davvero solo ciò che sei. Troppa la preoccupazione per i cari in Italia, saranno al sicuro?. Troppo condividere tutto, ventiquattro ore al giorno, per mesi, anche noi che siamo abituati. Ogni istante, sempre, è una sfida. Personalità forti, gente che non indietreggia facilmente, ci siamo trovati ad urlare.
Tutto troppo. Un’isola è come navigare: accentua, radicalizza, satura. E prima o dopo sfonda. Ma chi ce lo fa fare? E il più atroce dei sospetti: “dovevamo accontentarci? La pagheremo”.
Il resto è lì, nel canto quotidiano che ci rimanda il mare. Una eco, un riflesso. Ogni giorno termina dormendo già. Ma l’istante prima, potresti giurarlo, sorridevi.

Troppo, ma giusto. “Se siamo qui è corretto”. Ci siamo venuti uscendo dalle garanzie. Dunque ci somiglia. Gente da confine, noi. Gente da partenze. Gente che poi si muore, ma non ancora. “Non oggi, cazzo”. Gente che se deve essere così, se ce l’hai dentro, allora è inevitabile. Gente che non si può più mentire.
Quante albe, occhi chiusi, perché vedere non basta più? Quante notti col naso all’insù? C’era da non crederci. Invece era tutto lì, tutto di fronte. Ed era tutto vero. Quanti buoni cibi strappati alla stanchezza, perché mangiare male, come pensare male, è una pratica immorale.  Se siamo qui è per questioni di Umanesimo, l’opposto della Decadenza.
Quante carezze. Com’è fare l’amore su un’isola-casa? Com’è farlo in tre, io, te e il vento, di fronte al mare, e poi crollare sotto il sole? Ce lo eravamo chiesti, in autunno. Ecco, in primavera è così.

Il piano, intanto, si srotola: produrre valore a forza di braccia, la moneta più a buon mercato dell’uomo. “Quando morirò, almeno, potrai campare”. “Non dirlo…” Ma è così, possiamo mentire sul tempo, ma solo sapendo quant’è, senza illudersi. “Ta pragmata”, in greco: “le cose”.
Eccole, le cose: un’abitazione in pietra, che non inquina, un orto sinergico che nasce. L’energia che produciamo qui è gratuita, ce la manda il sole. Anche l’acqua bollente per la pasta, per la doccia meravigliosa della sera. Una giara sotterranea raccoglie la poca, misera pioggia del sud, preziosa più dell’oro. La natura è tutta da leggere, e da mangiare… Per una volta facciamo quello che si dice sempre, quello che si legge sui libri, sui giornali. E questo è cibo per lo spirito, perché l’anima ha bisogno di vedere che ti adoperi, che prima o poi fai ciò per cui ti accalori. Altrimenti, dopo qualche anno, comincia a disprezzarti. E non volevamo invecchiare dando altri nomi a un disincanto che oggi possiamo evitare. Che dipende solo da noi.

Come la natura. Non è più solo laggiù, non fa da cornice. Vive con noi. Ma per essere assunta, come una goccia di medicina, chiede solitudine. Stare soli, essere isole, arcipelaghi. “Della solitudine devo tornare a parlare”, scrivo una mattina su un foglio. “La devo raccontare”. Mentre il mondo fa fatica a rialzarsi, mi accorgo che abbiamo tutti bisogno di cure, e la prima è lei. Sopravvivere, senza, è impossibile. Lo avrà capito qualcuno?
Il canale, puoi guardarlo mille volte al giorno, deglutirlo a ogni sorso di salmastro, ma senza vederlo. Entra nel nostro alfabeto emotivo quando percepiamo la sua solitudine. La nostra.
Così, con la solitudine e il tempo scopriamo Elafonissos, che pare tu possa toccarla. Controlla tutto, dà la misura del clima. Milos fatale, fa capolino solo all’alba, non ci abbandona dal nostro primo incontro. Contempliamo Creta, monumentale, solo quando c’è pulito il cielo, che è sempre pulito. “Santorini? Deve essere lì, sai…? È più vicina di Iraklion…”. Ci accorgiamo che l’isola (l’isola…) ci somiglia. Parla come noi. Sente cose che sentiamo solo noi. “A quanta gente questo posto non direbbe niente…”. Trovarsi su una carta nautica, puntarsi col dito, può far tremare. Finisce che pensi: “Sono qui”.

(continua…)

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