“Qui” (quarto capitolo)


4.


Per mesi neppure un malato, ma tutto viene chiuso su un’isola chiusa. E ora, tutto nuovamente aperto sull’isola aperta. Le quarantene al tempo della televisione sono così, prive di ogni logica, come la paura. Ora si piangono i turisti perduti, che erano già pochi. Le isole che merita vedere, del resto, non sono affollate. Sono dure da raggiungere, rimangono fuori dalle grandi rotte. Per caso, vai solo dove costa poco. Ma il costo per venire qui non è in denaro, le scelte non lo sono mai. L’isola devi prima sentirla, quando non sai nemmeno che esiste. Allora, considerato pazzo, la vai a cercare. Quando non la trovi, per anni, devi continuare, dandoti tu stesso del folle che cerca qualcosa senza motivo, come fosse una tara, qualcosa di fatale. Dunque, l’isola la devi volere. È la catena del desiderio, credo che valga per tutto. Se guardo alla terraferma, invece… mi pare che si viva tutti sentendo niente, volendo poco, cercando quello che non serve, trovando solo briciole.
O forse mi sbaglio. Da qui o si vede tutto o si scambiano navi con mostri.
Quello che so è che qui mi ci ha portato la voglia. L’irresistibile brama. Chi ce lo avrebbe fatto fare, altrimenti? Dal “Fienile dell’Anima” siamo partiti con gli occhi umidi. Ecco perché, ecco il profondo segreto di una scelta: andare nonostante ciò che basta, non a causa di quello che manca. Il bisogno è un’illusione, fa solo sbagliare la rotta. Se Penelope bastasse, non seguiresti mai il canto di una sirena.

Qui è confluenza. Ionio, Egeo, Mare di Creta. Lo chiamano Mare di Myrtos, così vuole il mito. Una storia di tradimento e inganno, come lo è sempre un confine. Uva meticcia che ognuno chiama a suo modo.
Mi interrogo: di “Qui” cosa avrebbe detto mia madre? Avrebbe strabuzzato gli occhi, stretto le labbra come per fischiare, ma senza suono, come faceva lei? Avrebbe toccato le mura di pietra con una mano, come per appoggiarsi, o a dire “che cosa grossa, solida!”? E cosa dirà mio padre, tutto entusiasmo e avventura? Cosa dirà chi non ha detto ancora niente, come non pensasse niente? Vorrei vederli tutti nella luce e nell’aria della sera. I colori di quel momento mi fanno venire da piangere. Sono narrativi, e io amo così tanto i bei finali di romanzo. Qui è un libro di racconti brevi, quotidiani. Perfetti.

Spiegare l’inspiegabile, raccontare l’inesprimibile. Provo a procedere, ma non lo so fare…
La casa non è grande, ad esempio, ma commuove. Il primo atto di vendita è del 1891. Ho trovato qui aratri di legno, intagliati a mano, vomeri col segno della sgorbia. Un giogo. Forconi fatti di rami. E un’altalena, perché i contadini dovevano tenere buoni i bambini. In questa parte dell’isola le case di pietra non hanno intonaco. Mi hanno raccontato di un manipolo di artigiani del vicino Mani, giunti qui due secoli fa. Loro sapevano costruire. “L’intonaco è quando non ti fidi”. Coprire, nascondere buchi. Non dichiarare, l’intonaco di non ammettere.
All’interno c’è spazio per tutto. Il tremore eccitato, la sensazione di navigare oltre il limite, l’assoluta meraviglia, l’hanno riempita già molte volte. Una casa non si può comprare. Va costruita. Deve somigliare a te: spazi – per tempi – per pratiche. Nel divenire. Se non sai dove mettere l’emozione, ad esempio, devi costruire un ripiano. Per sognare, devi allestire un angolo. La vera tristezza di una casa sono le stanze vuote: dovevano contenere chissà quali tesori, e invece non c’è spazio per ciò che non hai. In una teca di pietra ho già impilato immagini, libreria di istanti alla fonda: quel tardo pomeriggio, fermi, uno qui uno lì, in silenzio; quando ti sei alzata e sei andata via, ma ti sei voltata; la sera della cena fuori, candela, gli involtini che avevo mangiato una volta su un peschereccio, a La Galite. Sono venuti identici. O ancora, quel giorno, coi falchi enormi che volteggiavano, il sole sullo Ionio, la musica, ogni sfumatura del rosso, e tu che hai detto: “… è bellissimo”, ma col tono che usi solo quando ci sei. O le grandi capre selvatiche, l’apparizione di quella sera, corna larghe, ritorte, orizzontali, la pelliccia nera lunga fino a terra. Spettri dagli occhi fiammeggianti nell’altipiano, divinità incarnate che anticipavano il passaggio della falce, che poi, per mistero, ci ha risparmiati. O il ciclo dei fiori, da riconoscere ogni giorno. Quante volte ci siamo fermati, arrivando qui, perché “aspetta, aspetta, guarda che bello quello! Ieri non c’era!”?

Una nave alla fonda, da una settimana. Ci guarda. Un ancoraggio pare una domanda, in attesa. “Saremo all’altezza, sapremo preservare?” Cominciamo, come in un vaso, a mettere fiori. Basterà lo spazio? Dipende da noi. Le cose importanti non ingombrano mai molto. Eppure chissà… Può darsi che un giorno dovremo ripartire. Non fare no con la testa, lo sai…

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10 thoughts on ““Qui” (quarto capitolo)

  1. Simo è tutto talmente “troppo”, che devo quasi prendere un pò le distanze da tutta questa intensità. Tu scrivi magistralmente, non è una novità. Da quanti anni ti seguo ? … 11.. ? ..12 ?? Ho letto tanto di tuo. Eppure, a volte continuo a stupire davanti alla capacità che hai di sezionare le emozioni. Chirurgico. Poetico, commovente, intenso, devastante. Bhò. Mi viene solo : grazie.

    • Quando dopo 12 anni una persona “di sostanza” non ti ha ormai in noia, e anzi, ti scrive queste cose, beh, allora c’è di che assumere energia da tutto… Grazie Raffaela…

  2. Vorrei che per qualche istante potessi trasformarti in un chiromante che riesce a scorgere la geografia nelle mie mani.. Isole, baie nascoste, scontri oceanici, naufraghi sopravvissuti.. che cosa vedi? È quella laggiù che si avvicina l’isola che devo cercare? O é forse un continente che mi permetta di spostarmi come una biglia passando da un estremo all’altro, o magari qualcosa di più simile ad un cratere entro cui crogiolarsi e rimanere silenti? Che cosa vedi nella mia mano? Cosa sarà mai quell’idea di isola che porto dentro ma che non riesce a trattenermi a sé? Perché mai un luogo dovrebbe poi trattenerti o espellerti dal suo ventre? Dove sta il segreto per trovarci una personale possibilità di salvataggio quando non si é cresciuti con i piedi piantati tra la terra, ma sospesi mentre si scappava giocando a nascondiglio tra le onde nelle nuvole?

  3. Simone, comincio a piangere, e non riesco a smettere. Perché sembra così arduo andare, eppure quell’isola io ce l’ho dentro da tanto tempo. Ho ancora paura, forse, oppure non sono così coraggiosa come credo. Partire, senza reti. Questo vorrei essere capace di fare. E tu aggiungi una pietra, ogni volta, per la mia casa. Grazie

    • Ciao Rebecca. Non pretendiamo neppure troppo da noi, però! Se serve costruisciti qualche ammortizzatore, qualche rete, o fai qualcosa di graduale. Insomma, a volte la perfezione è un modo per non fare niente. Meglio qualcosa, che nulla per colpa del tutto.

  4. “una casa non va comprata: va costruita”
    Lo credo anch’io… Ma non ho mai avuto il coraggio di farlo…. Il desiderio (sogno) c’è, ma lo vedo come qualcosa di superiore a me…. Ecco cosa mi affascina di te e del racconto così ben descritto dalle sfumature che colgo e che sento essere le mie….. il coraggio, l’audacia, la determinazione, la responsabilità e la coerenza della scelta… Sempre Mille Grazie a te che mi fai riflettere e che mi aiuti a migliorare le mie debolezze… Con vera gratitudine, Elena.

  5. …. Che bello Simone.. leggendoti e conoscendovi
    vedo questa casa crescervi addosso.. proprio quella per voi.. vi vedo e vi sento.. un forte vero abbraccio

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