“Qui” (ultimo capitolo)

5.

Per divertirci, mi accorgo, non abbiamo ancora speso una moneta. Questo è un buon segno. Il “divertimento” a pagamento è un’invenzione di quel mondo, quello che ho lasciato. Divertimento è vivere, quando non è tragedia, quando una lama di sole riesce a sollevare il cuore. E vivere crea, non costa. Produce, costruisce, non devi spendere. Semmai rende.
Rende piantare i limoni, le querce, quelle che quando scavi pensi che non le vedrai poi così vecchie, ma sei ancora giovane abbastanza per il gesto della vanga, che frutta ora, dà subito in cambio: un po’ di fatica e un sorriso grato. “Che bello piantare alberi insieme”.
Rende pensare. Sempre. Rende progettare. Tu sai con certezza come saresti finito senza creare…

E allora forse una risposta c’è: qui, stiamo vivendo.
Selvaggia prova, vivere. Senza sconti. Qui ci giochiamo tutto. Io. Tra noi. E poi a salire: come anime, come comunità. Non giocarsi tutto dà gli effetti che ho visto in questi mesi, sui giornali, nei commenti… Meglio il mio spaesamento di uomo che trova con fatica, al disorientamento di chi neppure cerca. Qui paghiamo e pagheremo tutto, possiamo solo andare avanti. Forse ispirare. Chissà. Un uomo e una donna, poche prove e subito dal vivo, fiducia l’uno nell’altra (che follia, la fiducia. Commuove per quanto è assurda. Per quanto è bella), ecco, due così… possono comunque tentare.

Possono andare laggiù, in basso a destra per chi non sa dove sia il sud est, fate così con le dita, allargate lo schermo, altrimenti non trovate l’isola. Laggiù… a piantare una melanzana, che cresca bene, che dia buoni frutti; a costruire un patio sul mare, che faccia ombra alla mente bombardata; a erigere una cucina che sia adatta a cibare il cuore di uno solo o di tanta gente, che venga o non venga fin qui, perdonata sempre, capìta solo a volte; a fare un forno d’argilla, per la focaccia; a strappare energia dal sole, per questa tastiera; a recuperare l’acqua piovana, per la melanzana, per la cucina per la tastiera. A imparare l’antica lingua del Mediterraneo, che è fatta di greco e vento, e che parla, parla, parla, sconclusionata ma più chiara della lingua madre. Poche parole, quanto basta. Laggiù, qui, a macinare meraviglia con la pietra del tempo per una manciata di esistenza fina da far scorrere tra le dita, poi da impastare col senso… un giro d’emozione… un pizzico di paura. Sul fuoco caldo di una promessa, forse, verrà fuori gustosa. “Toglila, non farla bruciare”.


A noi, qui, pare tutto enorme. E anche quando ci sovrasta, tuttavia, cos’altro dovremmo fare? Dove dovremmo essere? A sperare che? Quelle notizie, fanno tremare solo me?
Ma lamentarci non ci si addice. Scavare, va bene per noi, uomini vanga, donne piccone. Erigere un muro di pietra, va bene: che sia lì a ricordarci la fatica del solido e del tempo. Costruire il nostro letto, l’unico modo per potersi riposare. Scommettere, con poche garanzie, investire energia, l’unica moneta che vale. E mantenere fiducia: che ci sia un modo, che esista un altro mondo, e che sia ancora libero, vivibile. Sei il mio antidoto alla vita.

 
Che qualcuno ci odi, se necessario, o ci ignori, se del caso. Lei non patisce di questo. È dura come l’ardesia, nata nell’intervallo tra due burrasche, sorta dalle acque nuda, candida, scintillante, labbra vuote dalla boccata di mare che per tutta l’esistenza affoga. Io invece ne soffro. Non sono così forte. Sono nato nell’onda, mi sono sollevato già ansante sulle quattro leve affondate nella sabbia, condannato a sputare per sopravvivere, a sentire nelle orecchie l’eco violenta del mare, per sempre. Io infatti vivo scrivendo. Lei vivendo.

E quando, se non adesso? E dove se non qui, nel centro del Mediterraneo? Gente di mare, siamo soltanto questo, e nei giorni migliori. E il buon mattino, come il vento alla vela, non càpita, si cerca. Si tenta.

Questo è: “Qui”. Una frontiera, il limite che giustifica se stesso. Il suo senso è l’oltrepassamento, né da dove vieni, né dove andrai, né chi sei, né come andrà a finire. Né, tanto meno, perché. E forse non è poco. Ma so da tempo come va: chi vuole capire immagina ogni cosa non detta, accennata, neppure compresa, non vista, o quando è niente, quando è tanto, quando è caos, quando non si riesce… Qui, comunque, facciamo così. Sarebbe impossibile andare avanti, altrimenti. Qui nessuno è felice, lasciamo ai poveri di spirito le battute su una vita che non esiste. Qui però è lottare. Con fierezza, con orgoglio. Perché sarebbe troppo arrendersi. 

“Smetti di scrivere… Guarda oggi che luce sul mare”.
Tutto qui.

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10 thoughts on ““Qui” (ultimo capitolo)

  1. Beh, mi hai fatto ben capire la distanza fra sogno e realtà. Un racconto denso di tutta la fatica per realizzare un desiderio renderlo tangibile, le mille perplessità e la tenacia per riuscirci.
    Buon lavoro e buona vita, grazie per renderci partecipi. Tifo per tutte due.

  2. Grazie Simone per queste parole che ci racconti. Parole che rappresentano molto di più di quanto sembri. Sento diverse emozioni, leggendo, che non so descrivere. L’unico termine sensato che mi viene è “risonanza”. Risonanza con cose che anche io ho vissuto, che ho provato, o anche risonanza con quello che desidero, che vorrei fare, con un futuro che cerco anche se a volte non so bene quale sia, o fino a che punto potrò realizzarlo. Risonanze che commuovono, e mi fanno terminare la lettura con gli occhi pieni di lacrime. Complimenti a entrambi.

    • Che onore suscitare commozione. C’è qualcosa di più della costruzione di un’emozione? Di una risonanza? Grazie!

  3. Grazie, mi sono sentita sull’isola con te! Profumi, sensazioni che ti spingono a dire: questo lo farò anche io, è ciò che voglio fare!…e lo farò!

  4. Respiro un senso biblico nelle tue parole: due persone impegnate in un percorso esaltante, oserei dire capostipite di un paradigma di vita che spaventa i più, me compresa, ma inebriante e coraggioso. Buona vita e grazie per i tanti spunti che ci offri…chissà un giorno avrai anche voglia di creare nella tua isola una piccola comunità e allora, sono sicura, saremo in tanti a cogliere l’invito.
    Dimenticavo: la fiducia, sì una follia che ha azzoppato la mia vita, ne è valsa la pena comunque

    • La fiducia ha azzoppato tutte le nostre vite. Per questo è una follia. Perseverare… Con una gamba sola.
      (il progetto è nato proprio con l’idea di quella comunità…)

  5. Con questi scritti hai per la prima volta parlato a tutti della tua vita come parte di una vita a due… Un atto d’amore verso una persona, un tributo, un abbraccio quotidiano… a chi sola ti vede davvero come sei. Bene Simone, bene. Qualcuno vi odia? e perchè dovrebbe. Qualcuno vi ignora? è sempre sciocco ignorare qualcuno, si perdono occasioni di pensiero. Per il resto anche io cerco di immaginarvi, di adattarvi a me senza ovviamente riuscirci. “Smetti di scrivere…” Io smetto di lavorare per mandarvi questo messaggio… e per guardare che bel blu è il cielo stamattina.

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