Echi non lontani di guerra

La rotta era: uscire a nord dal Bosforo, percorrere tutta la costa turca, poi salire per Batumi, in Georgia, andare fino a Tblisi e ritorno per poi procedere su, verso Abkhazia, Russia (entrare nei bassi fondali nel Mar D’Azov), poi la Crimea, l’Ucraina, scendere dunque dalla Romania alla Bulgaria e poi imboccare nuovamente il Bosforo. Un anno, circa… Soci, poi fino a Mariupol e Taganrog, e poi Yalta, Sebastopoli, Odessa, dove ero arrivato da bambino su una 1750 che tirava un’assurda roulotte con dentro gente un po’ svitata. Un periplo fatto con la dovuta lentezza, per luoghi che in larga misura avevo visitato da ragazzino, nel 1970 e ’71, e altri che mi erano rimasti lì, come l’ultima ciliegia nella ciotola…

Dato Turashvili (l’autore georgiano del bel romanzo “Volare via dall’URSS”, che intervistai a Tblisi) mi spiegò che Ossezia e Abkhazia erano due granate innescate, pronte a esplodere. Come lo era il confine ucraino. “Qui tutti sanno che prima o dopo Putin entrerà”. Mi parve incredibile quello che diceva. Da fuori sembra sempre che “chi c’è dentro” esageri.

Facemmo più di metà di questo giro, 2200 miglia invece che 3000, ma non tutto, perché a Sebastopoli, e nell’intero tratto di mare tra l’istmo di Azov fino a Odessa, si sparava, o era interdetta la navigazione. L’Abkhazia, sul lato nord della Georgia, non era praticabile. Chiesi le disposizioni di navigazione in quel tratto di costa a un funzionario georgiano, nella capitale. Lui mi guardò negli occhi e scosse la testa. Cercava di capire se quella domanda venisse da uno sprovveduto, da un provocatore, o da chi altri.

Quel pezzo di Mar Nero è uno dei luoghi del Mediterraneo mancato dalla nostra spedizione, che è ancora in corso per mari più meridionali. Nei sei anni abbondanti di giro, dal 2013 al 2019, in più d’una costa sulla rotta non ho potuto proseguire. C’era qualche scontro (come in Siria, un paio di anni dopo). C’era qualche “dannata guerra da fare”. Come adesso. Il Mediterraneo è un ponte, ma è anche una frattura.

Guardo la carta, alle notizia di stamattina. Lo faccio sempre, quando mi arriva una qualsiasi notizia dal mondo. Per un’antica abitudine, tutta marinara, se apprendo una notizia devo subito studiare la carta geografica, guardare bene, con attenzione. È come se cercassi una fisionomia, come se volessi vedere qualcosa lungo quel confine, o quel fiume. Non so farmi un’opinione su un fatto se non so quel posto dov’è, se laggiù, dove si soffre o si spera o si gioisce o si trema c’è il mare, o un lago, se in quel territorio c’è o non c’è una montagna. Mi chiedo sempre: “sarà già tutto fiorito, adesso? Oppure farà ancora freddo?”. Cerco di immaginare come si viva laggiù, o di ricordarmene se ci sono stato. Immagino la normalità, in quel paese, il silenzio fino a ieri. I vicoli che ho osservato silenziosi e quieti, le vie affollate di gente e commerci. Poi penso ai boati di stanotte, di stamattina. Cerco di capire almeno un frammento della paura nei cuori della gente…

(nelle due foto: navi commerciali tra Georgia e Russia (se ne intravede il profilo in fondo all’orizzonte, sulla destra) – Mediterranea in rotta per la Georgia)

 

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Un pensiero su “Echi non lontani di guerra

  1. Periodicamente la follia umana emerge e porta disperazione e morte.
    Penso sia strettamente legato al fatto che, il potere legato all’onnipotenza di menti perverse e contorte porti alla sopraffazione ed alla violenza al fine di dominare.
    Purtroppo fa parte della natura umana.

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