Il resto verrà

Un mese e mezzo lontano dall’isola. Una settimana di presentazioni del mio libro, poi a navigare, sostanzialmente. Ma anche per aeroporti, stazioni, qualche passaggio nelle città. Interessante, perfino troppo. Ora, nel ritrovato silenzio e nella sacra quiete dell’Egeo, comincio a ripensare un po’ a tutto.

Troppe persone. Troppo è termine relativo, implica una comparazione. Io la faccio con me stesso, la mia dimensione. Troppa gente. Così tanti, uno accanto all’altro, non riesco. Forse le questioni dentro di me si vanno ancor più radicalizzando. Ci devo riflettere. Sta di fatto che la condizione per me ideale è quella dell’eremita. Laico.

Lo Stato. Assente o eccessivamente presente. Quasi sempre invadente, proteso, estroflesso, abnorme nell’atto di verificare, controllare. Le norme. Quelle che definiscono, misurano, analizzano, sanzionano, approvano… la normalità. Dalla norma non si può uscire. Ma genera un immediato, invincibile desiderio di evadere.

Il denaro. Fuori controllo. Vivere nel consesso umano implica costi folli. E immotivati. Sensazione di essere stato, in questi 45 giorni, al centro di un meccanismo speculativo a spirale. Inevitabile, a aumento progressivo. Il recupero della condizione anacoretica è necessario anche per questo. Nessun costo, solo quelli scelti. Niente di indotto. Un modo per dire “no”. E anche “sì”.

I luoghi di concentrazione: stazioni, aeroporti, porti, quartieri dell’intrattenimento. Lo sciame fa impressione. Le code sembrano marce funebri. Le attese intruppati, il silenzio, o peggio, ascoltare. Prua all’orizzonte, l’unico strumento di difesa. Sarà un caso che su tutti ricordi le 90 miglia in altura tra Gozo e Lampedusa.

Le paure. Vederle permeare così in profondità tra le persone. Un velo che offusca, rende opaco, fa da coperta sul calore. La paura è l’arma più affilata, dalla quale la maggioranza si difende con maggior fatica. E ha effetti chiari. Ha un colore, che li copre tutti.

Il tempo. Sincopato, struggente nella sua velocità. Tempo che termina proprio quando inizia, è già scaduto prima di scorrere. Tempo relegato e recluso. Senza tempo. Senza che vi sia tempo. In questa nostra età il tempo è finito.

Le parole. Pare che restino solo loro. Ma parole dette tanto per dire, a caso. Parole che non implicano alcun accordo, alcuna promessa. Parole che liberano invece di collegare, che si staccano, non riescono a articolare. La dimensione umana residua è contraddistinta da parole colla, parole snodo, parole esoscheletro.

La gabbia. Immagine non chiara questa. Una gabbia dalla quale è non solo impossibile, ma inutile uscire.

Il ritorno. Ritorno dove, di chi, mi chiedo. E dopo essere stati dove? E perché?

Ho la sensazione che ci sia molto altro.
Verrà. Da sé.

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2 pensieri su “Il resto verrà

  1. Buongiorno Simone, felice di rileggerti dall’isola.
    Non c’è punto di quelli da te elencati che non si possa e non si debba condividere. Assumere una posizione fisica ed esistenziale alternativa, quella che tu definisci da “anacoreta”, è credo l’unica salvezza. Come un ancoraggio, calato al largo delle coste (o delle creste – dolomitiche) full-optional, sempre più giù, sempre più fermo. Un ancoraggio però che è anche radice: che fissa e al tempo stesso nutre. Un’àncora-ninfa. Fragile e potente. Un filo in cui sedimenta tutto il senso (le cose, le idee, le persone) delle nostre singole esistenze e degli orizzonti collettivi. Forse si torna sempre lì, a casa.
    Questo nuovo anacoreta richiede un riposizionamento a 360°, perché ritagliarsi spazio fuori dalla “norma” è sempre più difficile. Occorre in primis una grande tenuta emotiva e psicologica. Se però c’è quella e tanta sana disciplina, allora l’unica cosa a cui si rinuncia sono le limitazioni, tutto quello che si guadagna l’essenzialità della vita libera. Vera. Parca di parole. Quella che scorre anche quando non viene vista. Quella che appena si imbocca, genera effetto cascata.
    Se guardo o peggio mi immergo nel “mondo normale” le sensazioni sono molto simili alle tue. E visto che paura, disorientamento, rabbia sono inquinanti, mi ritrovo sempre destabilizzata e terrorizzata. Negli ultimi anni personalmente ho perso in elasticita, entro ed esco con sempre più fatica in un mondo che riconosco sempre meno. Come se avessi tagliato i ponti – questo è l’unico punto che mi inquieta, ma forse è inevitabile. E allora guardo piuttosto avanti, verso il nuovo che verrà, ne sono certa (dei banditori di apocalisse, che abbondano di questi tempi e sono funzionali al meccanismo speculativo a spirale di cui dici, non mi fido. Mai). Seleziono poche parole, buone e positive. Guardo avanti, e al fiaco, ai compagni di vita anacoretica. E intanto vivo, con gusto. Cerco soluzioni e alternative sempre migliori, nel mio piccolissimo raggio. Nell’attesa che dopo la siccità, arrivi la cascata. E arriverà. Come tutto arriva, quando deve arrivare.

  2. hai una mail? credo che tu veda la mia.
    conosco le tue sensazioni perchè anche a me è toccato andare ‘nel mondo’
    per prendermi cura di qualcuno.
    però non lo scriverei qui al mondo.

    non vendo vino 😀 don’t worry

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