L’unico modo

Lasciate stare per un istante che il calcio è un business ormai degenerato, che procuratori e manager la fanno da padrone e inquinano ogni cosa. D’altro canto è vero quasi per tutto, in questa epoca.
Ma mettete da parte tutto questo, per un momento soltanto. Certe storie impongono questa sospensione, per poter essere comprese.

Pensate che c’è un ragazzino, ogni giorno, che infila i suoi pantaloncini e i suoi scarpini in una borsa che, quando se la carica sulla spalla, sembra più grande di lui. Le sue speranze, la sua voglia di giocare, di emulare i grandi campioni, c’è, è autentica. Lo guida.
Se poi il bambino è un immigrato slavo in Svezia trent’anni fa… se vive in una borgata multietnica e violenta… se i soldi per il cibo mancano… Ecco che la faccenda si complica molto. Ma diventa epica.
Quel bambino ce la fa. Cresce, diventa alto due metri, e nei decenni seguenti diventerà uno dei più grandi campioni del suo sport. Riesce a venire fuori dal ghetto, ma il ghetto non verrà mai fuori da quel ragazzo. Giocherà sempre al calcio con la tensione morale di chi non sta semplicemente praticando uno sport.
Tornerà a Rosengard, il ghetto di Malmoe, e comprerà il campetto da calcio dove giocava da bambino. Lo renderà bello, per tutti.
Ieri quell’uomo ha abbandonato il calcio dopo una carriera sportiva fenomenale. Ha vinto tantissimo, ma senza cambiare mai. È stato sempre il primo ad arrivare agli allenamenti, l’ultimo ad andare a casa la sera. Così sono i professionisti che amo. Detesto i talentuosi ribelli, il genio-e-sregolatezza l’ho sempre disprezzato. A me piacciono quelli che ogni giorno, alla stessa ora, per lo stesso tempo, si applicano alla stessa cosa. I monaci, insomma. Cioè quelli che per quanto ego abbiano, pensano che ciò che fanno è più grande di loro. E vale di più.
C’è però un problema. Grande.
Come tutti quelli senza sufficienti strumenti per vedersi molteplici, quest’uomo ha puntato tutto su una sola vita.
E quella vita è finita ieri sera, allo stadio Meazza di Milano. A 41 anni.
E ora iniziano i guai per lui. Il ghetto non è mai uscito dal suo cuore, nonostante le coppe, gli scudetti, le giocate memorabili. Continuerà a ruggire, ogni giorno, ma non avrà più un avversario con cui sfogarsi. Sarà un triste risveglio, quello di questa mattina. Infatti, ieri sera, piangeva.
A me, che osservo le vite degli altri per capire la mia, rimane di lui l’agonismo assoluto, quello che viene da dentro, la durezza dello scontro, l’onestà dell’approccio, la motivazione religiosa nel fare e nell’esserci. E rimarrà la capacità di aiutare i compagni non tanto e non solo tecnicamente, ma con l’esempio. Quando un uomo di oltre quarant’anni che ha già vinto tutto si allena di più di un ragazzo di venti che non ha ancora vinto niente… quando lo fa con maggiore concentrazione, maggiore spinta, con impareggiabile assiduità e tenacia, anche dopo un infortunio che avrebbe stroncato la carriera a chiunque… allora quell’uomo, nel suo genere, nel suo mondo, e forse non soltanto nel suo, è un maestro. E come tutti i maestri, è duro ma generoso.
Comunque sia…
Che “a qualcuno piaccia il calcio” oppure no… che a prescindere dalle proprie passioni si intuisca vita dove ce n’è, senza curarsi troppo di selezionare o schematizzare il mondo in base alle proprie propensioni… Zlatan Ibrahimovic è stato, in una vita soltanto, l’emblema di tutto quello che un uomo non deve fare mai, ma anche dell’unico modo in cui farlo.

 

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