La Faccia

Ho dato una scorsa ai giornali anglosassoni, stamattina. L’antico vizio della “rassegna stampa”, per una volta, me lo sono goduto.

Con una considerazione, che mi è parsa evidente: non si va mai troppo lontano se si mantiene lo sguardo rivolto solo a se stessi.
Ricordo che un tempo, analizzando una partita di calcio (o qualunque altra cosa) uno dei miei maestri mi invitava a guardare sempre prima le cose da un altro punto di vista, poi semmai dal mio. Io non capivo bene, ma nel tempo ho compreso.
Ieri in campo s’è visto bene tutto, e anche durante questo Campionato d’Europa. Ma per comprenderlo bisogna 1) sapere di calcio 2) essere obiettivi… e poi, solo dopo, 3) gioire o patire (a seconda dei punti di vista). Rigorosamente nell’ordine.
Ieri lo sterile e semplicistico calcio inglese è stato inferiore sempre (salvo i primi 15 minuti della partita) al calcio qualitativo, di supremazia territoriale, di tecnica, di tensione morale, di fraseggio, di voglia di giocare, praticato da una giovane squadra di talenti italiani. I quali, tra l’altro, giocavano in uno stadio tutto o quasi a favore dell’avversario (chi sa di calcio può confermare quanto il fattore campo conti in questo sport).
E tuttavia i giornali inglesi, stamani, non spendono un titolo per l’avversario che li ha chiaramente sovrastati. Nemmeno una maglia azzurra nelle foto. Come se il vincitore non esistesse…
Molto male.
Ma se il calcio (come ogni fenomeno di massa) va analizzato perché rivela anche “altro”… be’, allora vale la considerazione che prima bisogna dare meriti a chi ci è stato superiore, dunque guardare oltre il proprio ombelico, non solo al ventre molle della propria vita, e poi, soltanto dopo, fare considerazioni personali. Altrimenti il mondo rimane un mistero. Un po’ come pensare che “c’è nebbia nella Manica, il continente è isolato”. Oppure che staccarsi dall’EU sia solo uno svantaggio per l’EU.
Io, fossi stato il Direttore di un giornale inglese, avrei rispolverato Fair-Play e capacità di analisi, e intitolato così: “Italia campione con merito. Leoni sconfitti da una grande squadra”. E avrei messo una foto di Mancini in lacrime. Non fosse altro, dopo aver perso tutto, per salvare almeno la faccia dopo il brutto gesto dei giocatori di togliersi la medaglia.
Nel noto film di Ridley Scott, uno dei comandanti della Legio Felix dice con snobismo sprezzante “I popoli dovrebbero capire quando sono stati battuti”. E il Generale supremo gli risponde saggiamente: “Tu lo capiresti? Io lo capirei?”.
Interessante considerazione.
Dunque anche i media britannici, tutto sommato, vanno capiti.
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Da Alessandro Milan su “L’Altra Via”

Intervista di Alessandro Milan, nella sua bella trasmissione “Uno, Nessuno, 100Milan” su Radio24, in margine all’uscita del mio ultimo libro “L’Altra Via” (Solferino)

Buon ascolto!

 

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Un anno. Il primo

Buon compleanno alla Bandiera del Mediterraneo.
Un anno. Mica poco…
Uno è il primo passo di tutto. Anche delle grandi marce destinate a giungere chissà dove.
Oggi alle 18.30 ora italiana invitiamo tutto il Mediterraneo a issare la bandiera. A fare foto ma soprattutto video dell’atto di apporla, fissarla, issarla da qualche parte, dovunque.
Poi invitiamo tutti a pubblicare il video, le foto, etc… e a segnalarci tutto, così da consentire a Progetto Mediterranea di montare un video complessivo. Video e foto mandatele qui: fotovideo-mediterranea@googlegroups.com.

Io sono pronto.
Qui sull’isola saranno le 19.30, ora greca.
Alzeremo un bicchiere di vino vedendola lassù. Con grande gioia.
Una bandiera bella, nata dall’ingegno di tre ragazzi, votata da migliaia di persone desiderose di vederla sventolare. La Bandiera del Mediterraneo, che prima o dopo non sarà più solo un continente de facto, ma anche un Paese unito e reso ricco e consapevole dalle proprie preziose diversità.
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Su ELLE (settimanale del Gruppo Hearst)

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TUTTO TRANQUILLO SUL FRONTE ORIENTALE

Bilancio della giornata campale di ieri…

Una marea di aggressioni sui social. Risposto a tutti o quasi. Stima: un migliaio di risposte. Tempo impiegato, un po’ di ore. Convinti, pochi.
Io li capisco. Deve far incazzare da mo

 

rire che ci sia qualcosa di fattibile senza segreti o frodi o amici-degli-amici. Perché se è possibile allora “io non to tentando, mentre forse dovrei”. Solo che “se tento mi devo fare un culo quadrato per la fatica”. Allora meglio dire “che lui è un impostore”, così evito tutta quella fatica.
Conosco bene questa dinamica. Perfino la comprendo. Mi fa anche tenerezza, perché è una difesa, è umana, sa di paure, debolezze, e noi siamo anche questo.
Ma non la posso accettare. Per mestiere, per missione, per scelta, per dignità, per orgoglio perché no… la devo contrastare. E così ho fatto. Tempo e verve ne ho, dunque nessun problema a farlo.
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Poi le telefonate.
Gente che non sentivo da una vita. Dagospia+Corriere nel linguaggio del mondo dove stavo 13 anni fa significa: “occhio…”.
E “Occhio…” vuol dire: “se questo fa parlare di sé in questo modo potrebbe essermi utile. Una telefonata non costa niente. Meglio farla adesso”.
Bravi. Quel mestiere si fa così.
Solo che con me non è facile, perché vi conosco, so cosa fate ogni giorno, come lo fate, perché lo fate, e lo so perché lo facevo anch’io, e anche bene.
Dunque so tutto prima ancora di rispondervi al telefono.
Difficile con me, almeno su questo terreno…
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Poi le richieste di interviste, tv, radio etc.
Quelle, vedremo. Il motto hollywoodiano “niente fa bene al successo come il successo” è sempre lì, validissimo. A me però non me ne frega niente. Questa roba arriva, fa il suo giochetto, poi scappa via. Se posso la uso, naturalmente. C’è la mia carne e il mio sangue nei miei libri, e poi ci campo, dunque se portano qualcosa, ben vengano. Però non dovunque e comunque.
Io ho il mio passo, non lo cambio di un millimetro. Ci ho messo tanto impegno a trovarlo, è il mio, mi serve, non cedo di una virgola.
Grazie al cielo sto sull’isola e dunque negli studi televisivi dove mi invitano non ci posso andare.
Meglio così. In un lampo lasceranno perdere.
Vi conosco troppo bene, amici miei… Voi invece non conoscete più me.
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Poi le paure. In tanti hanno arricciato il naso: “oddio adesso cambierà” “oddio tutto questo è in contrasto con quello che…”.
Ma voi davvero pensate che basti questo per mutare una scelta? Pensate davvero che per un boccone si possa cambiare strada? Strada si cambia quando si vuole cambiarla. E quando si vuole non serve nemmeno il boccone.
Vi rassicuro così:
oggi taglio fieno per ore.
All’orto alle 6 ci sono già stato.
Devo aggiornare lista di lavori qui: il muretto di pietra da costruire, la terra da spostare, le piante da interrare, le mensole da fare che F. non sa più dove appoggiare la roba.
E poi dobbiamo fare il pane, le focacce, c’è da iniziare a ristrutturare quei quattro sassi, vedremo…
Col mal di schiena, naturalmente (quello che da una pagina facebook non si comunica, non si avverte, e nemmeno su un quotidiano nazionale..) e male alla mano, che un poco è migliorata, grazie al cielo.
E tutto avverrà dopo la sessione di studio e di scrittura, come ogni mattino. Cioè sarà il solito giorno della mia vita, quello non casuale, semmai terminale di decisioni grosse (per me), cioè quello scelto, voluto, a cui tengo fede perché “tener fede alle scelte vere rende vere le scelte”.
Il marinaio o è per rotta o è fuori rotta.
Se ha coscienza della meta, se davvero vuole portare la prua laggiù, proseguirà….
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In sintesi.
Tutto tranquillo sul fronte orientale.
Il Mediterraneo se la ride delle frivolezze. L’isola sogghigna. Oggi il sole sarà alto e forte, dopo il passaggio depressionario d ieri. Un’altro lento, assoluto, ruvido e incredibile giorno del mediterraneo. Vedete nella foto come sta nascendo. Potete immaginare come finirà.
E io qui sto. Ringrazio quel che arriva. Ci giocherello te
E tutto, sempre, diventa ciò che è. Cioè quello che, visibile o meno che fosse, è sempre stato. Perché se lo diventa, vuol dire che era così, e dunque ora lo diventerà.nendolo tra le dita. Poi lo poso sul tavolo azzurro. Mi distraggo. Me ne dimentico.
Conta sempre la realtà.
Questa.

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Qui sotto il pezzo sul Corriere di ieri, quello che ha scatenato l’inferno…

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NON ANDATE IN VACANZA. MI RACCOMANDO…

Non andate in vacanza.
Cioè non mettetevi in una condizione di “vuoto” (/va’kantsa/ s. f. [dal lat. vacantia, neutro pl. sost. di vacans vacantis​, part. pres. di vacare “esser vuoto”]). Nel vuoto ci vivete già.
Nel vuoto ci avete passato questo anno.
 
Semmai fate il contrario: entrate in uno stato di “pieno”.
Non vi garba il lavoro che fate, la casa dove abitate? Non vi soddisfano le persone che frequentate, i luoghi in cui vivete? Non vi dà nulla, o troppo poco, lo schema nel quale siete immersi, i suoi rituali, la gimcana quotidiana per partire da nulla e ritornarci? Non trovate il senso, ciò che attiverebbe le vostre migliori energie, l’antidoto alla vita?
 
Ma se avete queste urgenze… che vuoto, che “vacantia” dovete fare?
Di cosa dovreste dimenticarvi, cosa dovreste mettere in stand by?
Reduci da un collasso che ha rivelato ogni fragilità delle nostre vite, non correte a occuparvi di come cambiare ciò che non va? Non è tempo di riposarvi. Semmai, di riempirvi di impegni, di lavoro, proprio ora che forse avrete un po’ di giorni a disposizione.
 
Andate. Cercate. Studiate. Adoperatevi per verificare la vita.
 
Andate a fare ciò che dite di amare, per cimentarvi, per impararlo meglio, e se vi parrà davvero così vostro, pensate a come farne la quotidianità, un lavoro;
andate alla ricerca dei luoghi delle vostre risonanze, delle vostre latitudini, dei vostri paesi, delle vostre montagne, dei vostri mari, ma non per dormirci, non per dire “aahh…”, ma per testare se sono proprio loro, o uno più in là, e se davvero sono i posti dove dovreste vivere;
andate a cercare le persone con cui potrebbe avere senso che passaste il tempo, facendo il vuoto di quei rapporti dai quali vi allontanate motivatamente. L’amicizia, l’amore, il dialogo, la solidarietà, cercatele tra loro;
cercate la finestra da cui amereste affacciarvi, spremetevi le meningi per escogitare ogni idea per fare di quella finestra occasionale il vostro balcone perenne;
andate nei posti dove vivere sarebbe una festa, o una minor pena, e verificate se esistono, per sperarli autenticamente o cancellarli per sempre;
svegliatevi nei letti per capire se potreste dormirci, mangiate il cibo che potreste digerire, aprite le porte che potreste chiudere col sorriso, guardate da lontano la casa che vorreste fosse casa vostra.
 
La vita non sarà meno dura, ve lo assicuro. Anche in quei luoghi. Ma cercarli, come il bracco segue e punta un fagiano, sarà già una metafora di come vorreste vivere.
Lavorate davvero, ora che avrete del tempo. Lavorate per voi. Incaricatevi. Pretendete. Verificate. Poi fate un bilancio. Approvatelo. O rifatelo. Poi date atto a quel che avete previsto.
 
Che chi vi cerca, non vi trovi mai vuoti: in… vacanza.
Che chi vi cerca o vi incontra per caso, vi trovi intenti, posseduti di voi, pieni di programmi.
Buoni giorni di lavoro intenso, dunque. Non buone… vacanze.
Buoni giorni in rotta. Utili. Veri.
 
“Abitare non è una funzione accessoria del vivere. Habitare, in latino, era il frequentativo di habere, implicava la consuetudine dell’uomo, nel tempo, verso la sua dimora (cum-suescere: «come qualcosa di proprio»).
E demorari indicava l’abitudine di attardarsi in un posto, di indugiarvi volontariamente e a lungo. Tutti aspetti del sentimento di appartenenza, quello che definisce un legame tra casa, territorio e uomo. Seguendo l’etimo, si vive dunque in uno spazio che si sente proprio, dove si sta volentieri, il più possibile, per una corrispondenza.
Abitare non è un fatto occasionale, temporaneo, dettato dall’esigenza strumentale di stare lì perché l’ufficio è vicino, o perché c’è la fermata del metrò. Questo accade nelle città, è normale nel nostro alienato sistema di vita, dove abitare non è più una funzione del vivere. Si vive dove si abita, mentre dovrebbe essere il contrario.”
 
(“L’Altra Via”, Solferino)
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Pagina intera sul Corriere della sera di ieri

Ieri sul Corriere della sera /
è apparsa una pagina intera /

Giunta fino a qui, in quest’isola che si chiama….

(Tu che sai quel nome, non dirlo. Nel libro c’è il piccolo gioco di non citare l’isola, dando, a tutti, gli spunti per poterla trovare da sé. Lasciamo che ognuno, se vuole, si diverta a cercare…)
Il fatto è che in tanti mi scrivono, vogliono sapere “dove“.
L’isola del tesoro bisogna sempre capire dov’è.

Invece la questione centrale è “cosa“, e poi, parallelamente, “come“. Non esiste “quel luogo”, o meglio, è potenzialmente dovunque. Dipende. Ma c’è solo un “cosa” per ognuno di noi. E soprattutto un solo “come“.

L’ha capito chi non chiede, legge, poi mi scrive del suo “cosa“, del suo “come“, di come funzionino in sintonia, o in distonia.
Non l’ha capito chi si prende subito la briga di giocare a “trova l’errore” (ieri addirittura il fatto che in una foto avessi una lattina di birra in mano) per essere sicuro non tanto del suo cosa/come, ma che “il mio” non sia vero, sia sbagliato, sia una bufala.
Stesso meccanismo appena vissuto con l’emergenza. Chi si è fissato su Wuhan, su Bill Gates, sul colpo di Stato, e ha perso il filo della sua vita, ha dilapidato energie, ha frainteso.
Concentràti, sempre, soprattutto quando si è sotto schiaffo. Ecco dove comincia il “cosa”, in quella presenza a se stessi, in quella focalizzazione. Ecco dove si inizia a delineare il “come”. Ed ecco, anche, dove si passa dalle chiacchiere generiche su “salvare il pianeta”, all’azione.
Poi, il “dove“, quello naturalmente, prima o dopo, verrà…
A furia di cercare (se davvero si vuole trovare, non per finta…) finisce che si trova sempre tutto.
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“L’Altra Via”. Una casa di pietra su un’isola del Mediterraneo.

Due pagine su Natural Style – F – Corriere della sera

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La Voglia

Una delle cose che vorrei davvero tanto riuscire a dare il 29, è LA VOGLIA… di rompere gli indugi, di fare QUEL passo. Quello che manca per prendere in mano il filo caduto in terra. Il filo di un destino, di un percorso verso la direzione che ognuno di noi spera, suppone, immagina, desidera.

Quel filo c’è. Ognuno di noi ne riceve uno alla nascita. Ma sapere che esiste, e poi vederlo lì in terra, e poi raccoglierlo, non è cosa così scontata.

Per tutta la vita non facciamo altro che distrarci, inveire contro qualcuno, piangere tanto da non vedere più né il filo né il mondo, oppure camminare guardando altri, o all’indietro. Ma mai ci concentriamo su quel capo di filo, che pare niente, solo una sagola, solo uno spago, e invece è tutto.
Tutto parte da quel filo. Basterebbe prenderlo tra le dita, e cominciare a seguirlo. Il resto verrebbe da sé.

Quel filo è sempre stato lì. Un’opportunità. Oggi una necessità.

Se dovessi riassumere il mio obiettivo per il seminario del 29, posso sintetizzarlo in questo: spingere le persone a cui parlerò a prendere in mano quel filo.

Sarebbe un risultato enorme. Ne sarei fiero per sempre.

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Ci vediamo a Forlì. Oppure online.
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“Venirne Fuori” insieme – Vi aspetto

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