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“Qui” (ultimo capitolo)

5.

Per divertirci, mi accorgo, non abbiamo ancora speso una moneta. Questo è un buon segno. Il “divertimento” a pagamento è un’invenzione di quel mondo, quello che ho lasciato. Divertimento è vivere, quando non è tragedia, quando una lama di sole riesce a sollevare il cuore. E vivere crea, non costa. Produce, costruisce, non devi spendere. Semmai rende.
Rende piantare i limoni, le querce, quelle che quando scavi pensi che non le vedrai poi così vecchie, ma sei ancora giovane abbastanza per il gesto della vanga, che frutta ora, dà subito in cambio: un po’ di fatica e un sorriso grato. “Che bello piantare alberi insieme”.
Rende pensare. Sempre. Rende progettare. Tu sai con certezza come saresti finito senza creare…

E allora forse una risposta c’è: qui, stiamo vivendo.
Selvaggia prova, vivere. Senza sconti. Qui ci giochiamo tutto. Io. Tra noi. E poi a salire: come anime, come comunità. Non giocarsi tutto dà gli effetti che ho visto in questi mesi, sui giornali, nei commenti… Meglio il mio spaesamento di uomo che trova con fatica, al disorientamento di chi neppure cerca. Qui paghiamo e pagheremo tutto, possiamo solo andare avanti. Forse ispirare. Chissà. Un uomo e una donna, poche prove e subito dal vivo, fiducia l’uno nell’altra (che follia, la fiducia. Commuove per quanto è assurda. Per quanto è bella), ecco, due così… possono comunque tentare.

Possono andare laggiù, in basso a destra per chi non sa dove sia il sud est, fate così con le dita, allargate lo schermo, altrimenti non trovate l’isola. Laggiù… a piantare una melanzana, che cresca bene, che dia buoni frutti; a costruire un patio sul mare, che faccia ombra alla mente bombardata; a erigere una cucina che sia adatta a cibare il cuore di uno solo o di tanta gente, che venga o non venga fin qui, perdonata sempre, capìta solo a volte; a fare un forno d’argilla, per la focaccia; a strappare energia dal sole, per questa tastiera; a recuperare l’acqua piovana, per la melanzana, per la cucina per la tastiera. A imparare l’antica lingua del Mediterraneo, che è fatta di greco e vento, e che parla, parla, parla, sconclusionata ma più chiara della lingua madre. Poche parole, quanto basta. Laggiù, qui, a macinare meraviglia con la pietra del tempo per una manciata di esistenza fina da far scorrere tra le dita, poi da impastare col senso… un giro d’emozione… un pizzico di paura. Sul fuoco caldo di una promessa, forse, verrà fuori gustosa. “Toglila, non farla bruciare”.


A noi, qui, pare tutto enorme. E anche quando ci sovrasta, tuttavia, cos’altro dovremmo fare? Dove dovremmo essere? A sperare che? Quelle notizie, fanno tremare solo me?
Ma lamentarci non ci si addice. Scavare, va bene per noi, uomini vanga, donne piccone. Erigere un muro di pietra, va bene: che sia lì a ricordarci la fatica del solido e del tempo. Costruire il nostro letto, l’unico modo per potersi riposare. Scommettere, con poche garanzie, investire energia, l’unica moneta che vale. E mantenere fiducia: che ci sia un modo, che esista un altro mondo, e che sia ancora libero, vivibile. Sei il mio antidoto alla vita.

 
Che qualcuno ci odi, se necessario, o ci ignori, se del caso. Lei non patisce di questo. È dura come l’ardesia, nata nell’intervallo tra due burrasche, sorta dalle acque nuda, candida, scintillante, labbra vuote dalla boccata di mare che per tutta l’esistenza affoga. Io invece ne soffro. Non sono così forte. Sono nato nell’onda, mi sono sollevato già ansante sulle quattro leve affondate nella sabbia, condannato a sputare per sopravvivere, a sentire nelle orecchie l’eco violenta del mare, per sempre. Io infatti vivo scrivendo. Lei vivendo.

E quando, se non adesso? E dove se non qui, nel centro del Mediterraneo? Gente di mare, siamo soltanto questo, e nei giorni migliori. E il buon mattino, come il vento alla vela, non càpita, si cerca. Si tenta.

Questo è: “Qui”. Una frontiera, il limite che giustifica se stesso. Il suo senso è l’oltrepassamento, né da dove vieni, né dove andrai, né chi sei, né come andrà a finire. Né, tanto meno, perché. E forse non è poco. Ma so da tempo come va: chi vuole capire immagina ogni cosa non detta, accennata, neppure compresa, non vista, o quando è niente, quando è tanto, quando è caos, quando non si riesce… Qui, comunque, facciamo così. Sarebbe impossibile andare avanti, altrimenti. Qui nessuno è felice, lasciamo ai poveri di spirito le battute su una vita che non esiste. Qui però è lottare. Con fierezza, con orgoglio. Perché sarebbe troppo arrendersi. 

“Smetti di scrivere… Guarda oggi che luce sul mare”.
Tutto qui.

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“Qui” (quarto capitolo)


4.


Per mesi neppure un malato, ma tutto viene chiuso su un’isola chiusa. E ora, tutto nuovamente aperto sull’isola aperta. Le quarantene al tempo della televisione sono così, prive di ogni logica, come la paura. Ora si piangono i turisti perduti, che erano già pochi. Le isole che merita vedere, del resto, non sono affollate. Sono dure da raggiungere, rimangono fuori dalle grandi rotte. Per caso, vai solo dove costa poco. Ma il costo per venire qui non è in denaro, le scelte non lo sono mai. L’isola devi prima sentirla, quando non sai nemmeno che esiste. Allora, considerato pazzo, la vai a cercare. Quando non la trovi, per anni, devi continuare, dandoti tu stesso del folle che cerca qualcosa senza motivo, come fosse una tara, qualcosa di fatale. Dunque, l’isola la devi volere. È la catena del desiderio, credo che valga per tutto. Se guardo alla terraferma, invece… mi pare che si viva tutti sentendo niente, volendo poco, cercando quello che non serve, trovando solo briciole.
O forse mi sbaglio. Da qui o si vede tutto o si scambiano navi con mostri.
Quello che so è che qui mi ci ha portato la voglia. L’irresistibile brama. Chi ce lo avrebbe fatto fare, altrimenti? Dal “Fienile dell’Anima” siamo partiti con gli occhi umidi. Ecco perché, ecco il profondo segreto di una scelta: andare nonostante ciò che basta, non a causa di quello che manca. Il bisogno è un’illusione, fa solo sbagliare la rotta. Se Penelope bastasse, non seguiresti mai il canto di una sirena.

Qui è confluenza. Ionio, Egeo, Mare di Creta. Lo chiamano Mare di Myrtos, così vuole il mito. Una storia di tradimento e inganno, come lo è sempre un confine. Uva meticcia che ognuno chiama a suo modo.
Mi interrogo: di “Qui” cosa avrebbe detto mia madre? Avrebbe strabuzzato gli occhi, stretto le labbra come per fischiare, ma senza suono, come faceva lei? Avrebbe toccato le mura di pietra con una mano, come per appoggiarsi, o a dire “che cosa grossa, solida!”? E cosa dirà mio padre, tutto entusiasmo e avventura? Cosa dirà chi non ha detto ancora niente, come non pensasse niente? Vorrei vederli tutti nella luce e nell’aria della sera. I colori di quel momento mi fanno venire da piangere. Sono narrativi, e io amo così tanto i bei finali di romanzo. Qui è un libro di racconti brevi, quotidiani. Perfetti.

Spiegare l’inspiegabile, raccontare l’inesprimibile. Provo a procedere, ma non lo so fare…
La casa non è grande, ad esempio, ma commuove. Il primo atto di vendita è del 1891. Ho trovato qui aratri di legno, intagliati a mano, vomeri col segno della sgorbia. Un giogo. Forconi fatti di rami. E un’altalena, perché i contadini dovevano tenere buoni i bambini. In questa parte dell’isola le case di pietra non hanno intonaco. Mi hanno raccontato di un manipolo di artigiani del vicino Mani, giunti qui due secoli fa. Loro sapevano costruire. “L’intonaco è quando non ti fidi”. Coprire, nascondere buchi. Non dichiarare, l’intonaco di non ammettere.
All’interno c’è spazio per tutto. Il tremore eccitato, la sensazione di navigare oltre il limite, l’assoluta meraviglia, l’hanno riempita già molte volte. Una casa non si può comprare. Va costruita. Deve somigliare a te: spazi – per tempi – per pratiche. Nel divenire. Se non sai dove mettere l’emozione, ad esempio, devi costruire un ripiano. Per sognare, devi allestire un angolo. La vera tristezza di una casa sono le stanze vuote: dovevano contenere chissà quali tesori, e invece non c’è spazio per ciò che non hai. In una teca di pietra ho già impilato immagini, libreria di istanti alla fonda: quel tardo pomeriggio, fermi, uno qui uno lì, in silenzio; quando ti sei alzata e sei andata via, ma ti sei voltata; la sera della cena fuori, candela, gli involtini che avevo mangiato una volta su un peschereccio, a La Galite. Sono venuti identici. O ancora, quel giorno, coi falchi enormi che volteggiavano, il sole sullo Ionio, la musica, ogni sfumatura del rosso, e tu che hai detto: “… è bellissimo”, ma col tono che usi solo quando ci sei. O le grandi capre selvatiche, l’apparizione di quella sera, corna larghe, ritorte, orizzontali, la pelliccia nera lunga fino a terra. Spettri dagli occhi fiammeggianti nell’altipiano, divinità incarnate che anticipavano il passaggio della falce, che poi, per mistero, ci ha risparmiati. O il ciclo dei fiori, da riconoscere ogni giorno. Quante volte ci siamo fermati, arrivando qui, perché “aspetta, aspetta, guarda che bello quello! Ieri non c’era!”?

Una nave alla fonda, da una settimana. Ci guarda. Un ancoraggio pare una domanda, in attesa. “Saremo all’altezza, sapremo preservare?” Cominciamo, come in un vaso, a mettere fiori. Basterà lo spazio? Dipende da noi. Le cose importanti non ingombrano mai molto. Eppure chissà… Può darsi che un giorno dovremo ripartire. Non fare no con la testa, lo sai…

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“Qui” (terzo capitolo)

3.

La storia è esile, sarebbe da dipingere. Meglio, da suonare.
I giorni scorrono a una velocità che non comprendo, davanti al Peloponneso, da dove siamo arrivati quel mattino. Ci aveva nascosto, coperto, ma anche fatto domande: “Dove sono gli altri?”. Anni prima l’idea era quella di arrivare fin qui in tanti.
Ma tempo per una risposta, quando si vive, non ce n’è. Già una benedizione essere arrivati in due. Due per cui questo è anche troppo. Può, ciò che ami, essere troppo? Le infinite manifestazioni dell’amore…

È troppo alzare lo sguardo ansimanti, trenta volte al giorno, e vedere il Capo spazzato dalle grandi onde. Troppo sollevare la schiena e accorgersi che il vento è improvvisamente scomparso, e la sua assenza, puntato coi piedi com’eri, ti sbilancia. Troppo caricare la macchina decine di volte, legare tutto sul tetto, slegare, scaricare. Troppo potare decine di alberi, le mani, le braccia, mandano appelli alla mente. Troppo guardarsi e chiedersi ogni cosa, senza sapere niente. Troppo accorgersi che il lavoro non finisce mai. Troppo ricordarsi quel giorno, capire che potevamo non essere qui, oggi.
Troppo, senza una risposta, venuti qui attrezzati solo con una domanda: “come saremo a vivere laggiù?”. Non come sarà, non ho sbagliato verbo: “cosa diventeremo”.
Troppo anche sentire la lontananza di chi non sta capendo, perché non ci sta proprio pensando, mentre forse dovrebbe essere qui. Troppo scegliere, provare una nostalgia lancinante per il Fienile: “ma allora perché non sei rimasto lì?” Illogica prassi della ricerca, che ti fa lasciare davvero solo ciò che sei. Troppa la preoccupazione per i cari in Italia, saranno al sicuro?. Troppo condividere tutto, ventiquattro ore al giorno, per mesi, anche noi che siamo abituati. Ogni istante, sempre, è una sfida. Personalità forti, gente che non indietreggia facilmente, ci siamo trovati ad urlare.
Tutto troppo. Un’isola è come navigare: accentua, radicalizza, satura. E prima o dopo sfonda. Ma chi ce lo fa fare? E il più atroce dei sospetti: “dovevamo accontentarci? La pagheremo”.
Il resto è lì, nel canto quotidiano che ci rimanda il mare. Una eco, un riflesso. Ogni giorno termina dormendo già. Ma l’istante prima, potresti giurarlo, sorridevi.

Troppo, ma giusto. “Se siamo qui è corretto”. Ci siamo venuti uscendo dalle garanzie. Dunque ci somiglia. Gente da confine, noi. Gente da partenze. Gente che poi si muore, ma non ancora. “Non oggi, cazzo”. Gente che se deve essere così, se ce l’hai dentro, allora è inevitabile. Gente che non si può più mentire.
Quante albe, occhi chiusi, perché vedere non basta più? Quante notti col naso all’insù? C’era da non crederci. Invece era tutto lì, tutto di fronte. Ed era tutto vero. Quanti buoni cibi strappati alla stanchezza, perché mangiare male, come pensare male, è una pratica immorale.  Se siamo qui è per questioni di Umanesimo, l’opposto della Decadenza.
Quante carezze. Com’è fare l’amore su un’isola-casa? Com’è farlo in tre, io, te e il vento, di fronte al mare, e poi crollare sotto il sole? Ce lo eravamo chiesti, in autunno. Ecco, in primavera è così.

Il piano, intanto, si srotola: produrre valore a forza di braccia, la moneta più a buon mercato dell’uomo. “Quando morirò, almeno, potrai campare”. “Non dirlo…” Ma è così, possiamo mentire sul tempo, ma solo sapendo quant’è, senza illudersi. “Ta pragmata”, in greco: “le cose”.
Eccole, le cose: un’abitazione in pietra, che non inquina, un orto sinergico che nasce. L’energia che produciamo qui è gratuita, ce la manda il sole. Anche l’acqua bollente per la pasta, per la doccia meravigliosa della sera. Una giara sotterranea raccoglie la poca, misera pioggia del sud, preziosa più dell’oro. La natura è tutta da leggere, e da mangiare… Per una volta facciamo quello che si dice sempre, quello che si legge sui libri, sui giornali. E questo è cibo per lo spirito, perché l’anima ha bisogno di vedere che ti adoperi, che prima o poi fai ciò per cui ti accalori. Altrimenti, dopo qualche anno, comincia a disprezzarti. E non volevamo invecchiare dando altri nomi a un disincanto che oggi possiamo evitare. Che dipende solo da noi.

Come la natura. Non è più solo laggiù, non fa da cornice. Vive con noi. Ma per essere assunta, come una goccia di medicina, chiede solitudine. Stare soli, essere isole, arcipelaghi. “Della solitudine devo tornare a parlare”, scrivo una mattina su un foglio. “La devo raccontare”. Mentre il mondo fa fatica a rialzarsi, mi accorgo che abbiamo tutti bisogno di cure, e la prima è lei. Sopravvivere, senza, è impossibile. Lo avrà capito qualcuno?
Il canale, puoi guardarlo mille volte al giorno, deglutirlo a ogni sorso di salmastro, ma senza vederlo. Entra nel nostro alfabeto emotivo quando percepiamo la sua solitudine. La nostra.
Così, con la solitudine e il tempo scopriamo Elafonissos, che pare tu possa toccarla. Controlla tutto, dà la misura del clima. Milos fatale, fa capolino solo all’alba, non ci abbandona dal nostro primo incontro. Contempliamo Creta, monumentale, solo quando c’è pulito il cielo, che è sempre pulito. “Santorini? Deve essere lì, sai…? È più vicina di Iraklion…”. Ci accorgiamo che l’isola (l’isola…) ci somiglia. Parla come noi. Sente cose che sentiamo solo noi. “A quanta gente questo posto non direbbe niente…”. Trovarsi su una carta nautica, puntarsi col dito, può far tremare. Finisce che pensi: “Sono qui”.

(continua…)

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“Qui” (secondo capitolo)


2.

Era ancora freddo, i giorni erano corti. Ogni mattina, nel vento teso invernale, un caffè e via, al cantiere. Il rudere aveva già il tetto ma era ancora invivibile, polvere dovunque, calcinacci, gelo (noi siamo del sud, ma qui il nostro sud lo chiamano nord). Ogni sera, stremati, intirizziti, verso casa. Dovevamo vivere in tenda vicino al rudere, questo era il piano. Ma gente ospitale si è opposta, siamo finiti in una casina deliziosa sul mare, “Il luogo delle danze”, Xorokampos. Filoxenia, così si chiama qui l’ospitalità.

Fatica, tanta, da subito. Mani che perdono fette. Schiene che perdono gambe. Ferite, abrasioni. Muscoli che non sapevi di avere. Me lo aspettavo, non era una scampagnata, anche per me che ero e resto un ingenuo quando si tratta di sogni. Iniziare da capo, qualcosa di grosso, che coinvolge tutto: anima, carne, sangue, cuore. E destino. Un cambio di vita, per me, ancora, ancora, ancora. Finirò col non averla più, una vita, a furia di cambiarla. O forse è questo moto, questa marea, la vita. La mia, almeno.
Solo noi. Due. Due è ancora un numero sociale? Ha senso due, quando già uno è difficile? E la grande paura, quella di tutti. Distanti, su un’isola vuota. Gli untori italiani. “Sono positivi, hanno fatto il tampone ad Atene”. Le voci su un’isola corrono più del vento, soprattutto se sono infondate.
Ma era così azzurro, il cielo. Dio… Il mondo veniva giù, in quelle giornate di marzo, ma la luce sfolgorava. Pareva impossibile la morte spruzzata d’azzurro. “Che succede? E noi, che stiamo facendo?” Solo le cose impossibili sono vere, ricordo di aver pensato un giorno. “Solo l’impossibile va tentato”, questo invece me lo ero appuntato anni prima. 

Su un’isola c’è il rischio di perdersi, a momenti. È necessario andati avanti, “vedere” ciò che non c’è, lavorare. Il corpo a pezzi, noi piegati a raccoglierli. Riattaccarli al cuore screpolato dal vento e dal sole, talvolta, non era un successo. Ma quanta meraviglia. Certe gite di un giorno, avete presente? Maglioni umidi, al mare, una musica, l’impressione che nulla possa turbare. Così.
Un amico, un grande pianista, inviava ogni sera un concerto di venti minuti. Poche parole per intrattenere chi era chiuso in casa da settimane. Parole dette con voce tranquilla, uomo che ha vissuto, e poi solo note. In macchina, in silenzio, ci siamo fatti portare per mano. “Ciao, buonanotte, dormi e pensa a me solo…”. L’indomani, come fosse l’unico appiglio, il verde. Il blu. Il bianco. “Guarda come si vede Creta!”. Il panino del pranzo, preparato alle otto di mattina, saprà di caffè.
E c’era la terra. Una bella terra affacciata sul mare. Com’è bella. “Da qui inizia l’Egeo, ci pensi?”. Tutto già sbocciato, due mesi in anticipo. Sapore di horta e asparagi selvatici. Scopritori di un nuovo mondo, abbiamo piantato limoni liguri come si lancia una cima: per fermare la barca sul molo. E poi la pietra. Quella è sempre la stessa. Porta via la pelle. Pesa. Ma è qualcosa che c’è. Il Mediterraneo è fatto anche di pietra. Come una casa.

Abbiamo atteso tanto. Abbiamo dovuto perdere il passo, assumerne uno minore. I materiali, su un’isola, non arrivano mai. “C’è burrasca”. E ora: “con questo virus…”. Mancava sempre qualcosa. Arrangiarsi, riutilizzare, fare lo stesso. Fare finta che sia possibile, quando si costruisce, vale più delle certezze. Ma per questo non serve aspettare una consegna. Serve speranza. Impariamo un principio, o lo ricordiamo: con la speranza si costruiscono cose. Una casa è fatta di brama.

Fino a che ci siamo venuti. A vivere. Qui. Anche se era presto per farlo. Andare avanti, indietro, mattina, sera… era spingersi oltre il limite. Limite dell’attesa e della stanchezza. Tirati. Stanchi. Un campo di lavoro, questo è stato. Ma non una finta, o qualcosa di simulato. Una quotidianità indefinibile, dura. Siamo stati soli, isolati, ancor più soli perché dovevamo stare lontani da chi c’era qui. Un’altra vita per noi, ma dentro un’altra vita per tutti. Le notti nere, l’acqua incessante del mare che batteva ai fianchi della sensibilità. “Ci pensi?” detto al buio, prima di chiudere gli occhi “qui intorno, c’è soltanto mare”. Certe sere faceva tremare.
“Che ci faccio qui?”. Le domande peggiori, quelle dette in silenzio, senza consentire risposte, che pure, prima o dopo, arrivavano.
Fino a quel giorno… a quello che ci è capitato. I polsi, i nervi, sono tremati a lungo. Tremano ancora a ogni ricordo. Un brivido che non scompare. Forse un giorno passerà, e allora potrò raccontare.

(continua…)

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“Qui” (primo capitolo)

1.

Quattro anni fa era un sogno: vivere su un’isola. Una di quelle cose impossibili… Io mi ero già incamminato da anni. Lei, non ancora. Doveva, prima… Allora l’ho attesa, come nei film. Senza premere, perché decidesse di liberarsi (lo avrebbe davvero fatto?) al momento opportuno (sì ma quando?). Quanta gente ho incontrato che giurava di… Ma poi?
E così, Uomo Libero, abitatore del “Fienile dell’Anima”, il luogo mitico, simbolo della mia libertà. mi sono ritrovato, per scelta, senza nessuna certezza che non fosse una promessa, un desiderio, in un appartamentino così così, che ho adorato solo perché c’era lei, ma che mi stava stretto, senza la natura, senza la solitudine. Stavo scrivendo “Rais”, cambiare tavolino, postazione, cose che rischiano di mandare all’aria il lavoro di otto anni. Per di più, nei luoghi della mia infanzia. Posti cancellati del tutto già da anni, due o tre vite prima. Tornare nelle vite precedenti toglie l’aria.
Ero lì ad attendere che la vita immaginata accadesse. E intanto sognavamo l’isola.

L’isola, almeno, sapevo quale fosse. Cercata per decenni. La prima volta, una notte di quasi vent’anni fa. Solo, a bordo di un barcone da riportare a Genova dall’Egeo. Notte di ancore, insonnia e catene. Però nel nero, nell’ululato del vento, avevo alzato la testa: “qui ci devo tornare. Quest’isola…”. Anni dopo avevo capito perché. Ma non sapevo, non potevo esserne certo. Ci siamo tornati, l’abbiamo vissuta un po’. Era lei. Almeno su questo non c’erano dubbi. Dopo decenni di ricerche, eccola. Ma c’era sempre da aspettare…

Quattro anni dopo, sull’isola ci siamo arrivati. Le decisioni erano state prese. Un uomo e una donna, pagati tutti i prezzi, saldato tutto, chiuso quel che c’era da chiudere. Una piccola utilitaria nera era arrivata fin su, in Liguria. Che faremo adesso? Come andremo avanti? Ce la faremo? E cos’è questa storia di andare su un’isola? Già arrivare fin qui è stata una rivoluzione, un azzardo. Stiamo seguendo un miraggio, forse?
Salto. Arrivo alla scena, a fine febbraio, cinque mesi fa: una macchina, stracarica di cose, che viaggia verso sud, Roma. Poi a sud ancora, Brindisi. Poi un traghetto, poi i Balcani meridionali, senza sapere, solo intuendo, che dietro stanno crollando i ponti, bruciano le navi. Qualcosa di imprevedibile, che sta cambiando tutto. Anche volendo, quella macchina e i suoi due occupanti, quell’uomo e quella donna, non potranno tornare indietro, non potranno rientrare.
E centodieci giorni dopo, cioè oggi, eccoli. Non torneranno… Non ora, almeno. Resteremo qui. Fino a quando, nessuno lo sa con certezza. Potersi concedere l’incertezza, del resto, non era già questo uno dei sogni? Uno di quelli pagati cari, con la valuta del coraggio. E per natura incerti.

Ma resteremo qui a fare che?
A ristrutturare quattro sassi. Una specie di stazzu, una casetta rurale, agricola, davanti all’Egeo. Quelli che chi li ha visti, i sassi, ha detto: “Va buttato giù tutto”. E io ho pensato: “Col cavolo, va tenuto su tutto com’è”. Diverse concezioni architettoniche dell’anima. Comunque: una stamberga di pietra di due secoli fa, topi, ragni grandi come arance, pipistrelli. In fondo a un sentiero bianco che molti definiscono inagibile (ma non lo è affatto, tant’è che lo agiamo), senza elettricità. Intorno, niente. Davanti, mare. Perfetto. This must be the place, pensammo la prima volta. Un eremo, se volete, un monastero laico, un’ultima Thule virgiliana. L’ultimo luogo dove è ancora possibile. Vivere, magari. A modo nostro. Chissà.

E dal pomeriggio dell’arrivo ci siamo messi a lavorare.

(continua…)

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Noi nel Mediterraneo facciamo così

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Il sole non batte ancora sui pannelli, ma il sistema energetico della casa, dopo la notte, è ancora a 51.2 V. Dunque al 65-70% della sua carica massima. Gli accumulatori sono garantiti per 4.200 cicli di carico e scarico se lo scarico non supera il 50%, che su base quotidiana vuol dire oltre 11 anni e mezzo. Dunque ogni volta che passiamo la notte senza raggiungere quella soglia sono giorni in più di durata delle batterie (in questi 80 giorni, ad esempio, mai andati al 50%).

Noi consumiamo poco, e la casa è tecnicamente una casa passiva. Il tetto è realizzato con sandwich di legno da 5cm e materiale isolante ad alta capacità. Le pareti sono di pietra da 54 cm, e di giorno, se fuori si scoppia di caldo, dentro si sta freschi come con l’aria condizionata. Il posizionamento delle finestre era già stato fatto tenendo conto della possibilità di creare correnti d’aria tra lato fresco e lato caldo della casa e in base ai venti dominanti. La struttura è disposta a mezzogiorno perfetto per il ciclo di illuminazione invernale, dunque in diagonale d’estate. Gli esperti locali dicono che la casa ha oltre cento anni, e un tempo a queste cose ci stavano molto attenti.

Il sistema di produzione energetica della casa è fotovoltaico, 9Kw, assai potente, di giorno potremmo vendere energia a un’altra casa. È totalmente off-grid (qui non c’è la rete elettrica a cui attaccarsi). Il sistema della produzione di calore è solare termico, e produce un’acqua talmente calda che non puoi tenerci sotto la mano, anche dopo una giornata piovosa.

Per l’acqua c’è un’antica cisterna interrata (tra l’altro realizzata a forma di giara, a mano, è di una bellezza commovente) che devo ancora ripristinare. 14.000 litri, non pochissimi. Preziosi.

Non vi dico la gioia. L’orgoglio.
Qui facciamo tutto col sole. Inquiniamo il meno possibile (anche grazie a una gestione molto attenta dei rifiuti, per quanto possibile. Sull’isola comunque fanno la differenziata, il che in Grecia non è per niente banale). A breve recupereremo anche l’acqua piovana. Comunque già da tempo mettiamo la bacinella sotto la doccia, quando ci laviamo, e dato che F. autoproduce ormai da anni tutti i nostri detergenti in modo naturale, la riutilizziamo per innaffiare.

Siamo autosufficienti per molte cose essenziali dunque. Paghiamo ancora la bolletta dell’acqua, che qui, dato che l’isola ne è ricca, è bassa. Ad ogni modo, quando l’energia elettrica sull’isola va via per un paio d’ore (non così raramente) noi non ce ne accorgiamo neanche. Fantastico.

F. fa il compost per l’orto, che è in allestimento. Io riciclo qualunque materiale. Ogni cosa che ci serve viene analizzata per vedere se possiamo autoprodurla invece che comprarla, un tavolo, una cucina, un divano, al momento tutto ciò che è interno alla casa lo abbiamo realizzato noi. E adesso faremo anche il fuori. Il lavandino era buttato in un angolo in una falegnameria, ce lo hanno regalato. L’altro, esterno, idem, due metri, due lavelli e due sgocciolatoi in acciaio, lo abbiamo preso per 20 euro. Recuperiamo tutto, ricicliamo, cambiamo d’uso, autoproduciamo, che sia un forno o un lavandino. Abbiamo lavorato a fianco degli artigiani, li abbiamo aiutati, per abbassare ogni costo. Stimiamo di aver realizzato lavori per 30.000 euro, che sono diventati una mancata spesa e domani saranno produzione di valore se e quando dovessimo vendere.

In tutto ciò, dovendo lavorare, faticando ma divertendoci, abbiamo accumulato chissà quanta mancata spesa necessaria per divertirci in modo “esterno”. A cena fuori ci siamo andati una volta, take-away seduti fuori dal locale, 10 euro, in 80 giorni (complice il lockdown, ma in condizioni di normalità le cose non vanno molto diversamente). Io progetto di pescare, e anche significativamente, anche perché noi adoriamo il pesce. Non sono molti quelli che sanno cucinarlo bene come noi (anche perché nessuno conosce i nostri gusti altrettanto bene). Abbiamo anche un progetto per le alghe, ma questo lo vedo più complesso. Anche se “mai dire mai”.

Questo è il nostro modello. Naturalmente si può fare molto di più, e molto meglio. Ma si può fare anche molto meno, dunque siamo già soddisfatti. Il resto verrà.

Stamattina l’alba era quella che vedete in foto. Ho preso un caffè nel silenzio rotto solo dal canto dei galli, poi dal primo lavoratore che spaccava legna per sfruttare il fresco del mattino. Poi anche dall’asino, che chiamava chissà chi. Stando lì, a pensare, a sentire il Mediterraneo che mi entrava dentro, che si impadroniva di me fino nei recessi della memoria del presente, ho fatto il punto della situazione. E ho voluto raccontarvelo.
Niente di così eclatante, solo una testimonianza di pensiero e azione, tutto, sempre, sotto la nostra responsabilità. Tutto possibile.

Buon sabato.

#lultimathule

#rapsodiamediterranea

#adessobasta

#cambiamento

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Ieri su RAI 1 (e l’alba di oggi)

“Noi dobbiamo rimanere diversi, ma attingere a queste nostre diversità. (…) Una bandiera che non verrà mai issata dagli eserciti, ma dai cittadini del Mediterraneo”.

Dal minuto 1h30’45”, il mio intervento ieri a UNO Mattina – RAI 1

https://www.raiplay.it/video/2020/05/unomattina-cffc91d0-b5b2-43af-baf1-4270a4660bee.html?fbclid=IwAR3F2VS96XhlZY5dttean4fL7KJPk5F4TxXdolEKWgYlbCmMR2dF2ZLxk74

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Oggi. Quel punto.

Elafonissos e Golfo di Neapolis visti da Citera


Sembra che il golpe sia rientrato. Il potere protervo e tirannico che aveva occupato le strade con le camionette, preso possesso “manu militari” dei media con i suoi proclami orwelliani “restate nelle vostre case”, ha sgomberato nella notte, all’improvviso.
Le libertà democratiche sono state ristabilite. Oggi è il nostro nuovo 25 aprile.

E con gli autoblindo, anche le urla dei dissidenti scompaiono. Gli appelli “La democrazia è sospesa!” “Stanno violando la nostra Costituzione!”, folli prima, inutili ormai, lasciano il posto a “Oddio, ma sono pazzi a farci uscire?!” “Moriremo tutti, proprio ora che ce l’avevamo fatta!”.
Potenza del principio di contraddizione (Ne ho fatto spesso esperienza a bordo. Se c’era mare bastava che dicessi all’equipaggio: “Salpiamo” per vederli terrorizzati. Poco prima però erano tutti delusi capendo che stavo decidendo di non salpare).
L’uomo è così. Se gli dici no, vorrebbe. Se gli dici “andiamo” ha paura. In mezzo, troppo spesso, non c’è niente.

Quel che conta adesso, però, è solo fare un bilancio, e darsi una risposta. La domanda è quella del 10 marzo (rileggetevelo quel mio post su Facebook…): “tutto questo passerà, prima e con minor danno se oggi restiamo a casa. Ma (…) se a far data da oggi, tra tre mesi appena, non staremo già ripensando tutto da capo, non staremo progettando e lavorando a come vivere diversamente, come rinsaldare le nostre esistenze troppo fragili, beh, allora non c’è alcuna speranza. Ed è bene raggiungere quel punto. Fa capire tutto“.

Mi sbagliavo per eccesso, non sono stati tre mesi, ma due virgola tre. Oggi, dunque, è quel punto. Abbiamo usato questo tempo? Abbiamo progettato? Siamo già in marcia per un’altra vita?
O stiamo solo uscendo di casa per ricominciare la stessa di prima?

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La “Bandiera per il Mediterraneo” su Rai1 – Linea Blu

In collegamento dall’Ultima Thule per lanciare l’iniziativa.
Il Mediterraneo non ha una bandiera. E allora disegniamola. Una bandiera per unire le diversità. Le bandiere sono belle, ma a volte sono pericolose. Disegniamone allora una in cui riconoscere la propria identità, capace di accogliere e dialogare, per cui valga sempre la pena di vivere, mai di morire.

Qui il servizio su Rai 1 dal minuto 20’15”:
https://www.raiplay.it/video/2020/05/lineablu—ritorno-al-mare-2b863e39-4451-49dd-8a0b-29405bffd280.html

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