“Qui” (secondo capitolo)


2.

Era ancora freddo, i giorni erano corti. Ogni mattina, nel vento teso invernale, un caffè e via, al cantiere. Il rudere aveva già il tetto ma era ancora invivibile, polvere dovunque, calcinacci, gelo (noi siamo del sud, ma qui il nostro sud lo chiamano nord). Ogni sera, stremati, intirizziti, verso casa. Dovevamo vivere in tenda vicino al rudere, questo era il piano. Ma gente ospitale si è opposta, siamo finiti in una casina deliziosa sul mare, “Il luogo delle danze”, Xorokampos. Filoxenia, così si chiama qui l’ospitalità.

Fatica, tanta, da subito. Mani che perdono fette. Schiene che perdono gambe. Ferite, abrasioni. Muscoli che non sapevi di avere. Me lo aspettavo, non era una scampagnata, anche per me che ero e resto un ingenuo quando si tratta di sogni. Iniziare da capo, qualcosa di grosso, che coinvolge tutto: anima, carne, sangue, cuore. E destino. Un cambio di vita, per me, ancora, ancora, ancora. Finirò col non averla più, una vita, a furia di cambiarla. O forse è questo moto, questa marea, la vita. La mia, almeno.
Solo noi. Due. Due è ancora un numero sociale? Ha senso due, quando già uno è difficile? E la grande paura, quella di tutti. Distanti, su un’isola vuota. Gli untori italiani. “Sono positivi, hanno fatto il tampone ad Atene”. Le voci su un’isola corrono più del vento, soprattutto se sono infondate.
Ma era così azzurro, il cielo. Dio… Il mondo veniva giù, in quelle giornate di marzo, ma la luce sfolgorava. Pareva impossibile la morte spruzzata d’azzurro. “Che succede? E noi, che stiamo facendo?” Solo le cose impossibili sono vere, ricordo di aver pensato un giorno. “Solo l’impossibile va tentato”, questo invece me lo ero appuntato anni prima. 

Su un’isola c’è il rischio di perdersi, a momenti. È necessario andati avanti, “vedere” ciò che non c’è, lavorare. Il corpo a pezzi, noi piegati a raccoglierli. Riattaccarli al cuore screpolato dal vento e dal sole, talvolta, non era un successo. Ma quanta meraviglia. Certe gite di un giorno, avete presente? Maglioni umidi, al mare, una musica, l’impressione che nulla possa turbare. Così.
Un amico, un grande pianista, inviava ogni sera un concerto di venti minuti. Poche parole per intrattenere chi era chiuso in casa da settimane. Parole dette con voce tranquilla, uomo che ha vissuto, e poi solo note. In macchina, in silenzio, ci siamo fatti portare per mano. “Ciao, buonanotte, dormi e pensa a me solo…”. L’indomani, come fosse l’unico appiglio, il verde. Il blu. Il bianco. “Guarda come si vede Creta!”. Il panino del pranzo, preparato alle otto di mattina, saprà di caffè.
E c’era la terra. Una bella terra affacciata sul mare. Com’è bella. “Da qui inizia l’Egeo, ci pensi?”. Tutto già sbocciato, due mesi in anticipo. Sapore di horta e asparagi selvatici. Scopritori di un nuovo mondo, abbiamo piantato limoni liguri come si lancia una cima: per fermare la barca sul molo. E poi la pietra. Quella è sempre la stessa. Porta via la pelle. Pesa. Ma è qualcosa che c’è. Il Mediterraneo è fatto anche di pietra. Come una casa.

Abbiamo atteso tanto. Abbiamo dovuto perdere il passo, assumerne uno minore. I materiali, su un’isola, non arrivano mai. “C’è burrasca”. E ora: “con questo virus…”. Mancava sempre qualcosa. Arrangiarsi, riutilizzare, fare lo stesso. Fare finta che sia possibile, quando si costruisce, vale più delle certezze. Ma per questo non serve aspettare una consegna. Serve speranza. Impariamo un principio, o lo ricordiamo: con la speranza si costruiscono cose. Una casa è fatta di brama.

Fino a che ci siamo venuti. A vivere. Qui. Anche se era presto per farlo. Andare avanti, indietro, mattina, sera… era spingersi oltre il limite. Limite dell’attesa e della stanchezza. Tirati. Stanchi. Un campo di lavoro, questo è stato. Ma non una finta, o qualcosa di simulato. Una quotidianità indefinibile, dura. Siamo stati soli, isolati, ancor più soli perché dovevamo stare lontani da chi c’era qui. Un’altra vita per noi, ma dentro un’altra vita per tutti. Le notti nere, l’acqua incessante del mare che batteva ai fianchi della sensibilità. “Ci pensi?” detto al buio, prima di chiudere gli occhi “qui intorno, c’è soltanto mare”. Certe sere faceva tremare.
“Che ci faccio qui?”. Le domande peggiori, quelle dette in silenzio, senza consentire risposte, che pure, prima o dopo, arrivavano.
Fino a quel giorno… a quello che ci è capitato. I polsi, i nervi, sono tremati a lungo. Tremano ancora a ogni ricordo. Un brivido che non scompare. Forse un giorno passerà, e allora potrò raccontare.

(continua…)

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“Qui” (primo capitolo)

1.

Quattro anni fa era un sogno: vivere su un’isola. Una di quelle cose impossibili… Io mi ero già incamminato da anni. Lei, non ancora. Doveva, prima… Allora l’ho attesa, come nei film. Senza premere, perché decidesse di liberarsi (lo avrebbe davvero fatto?) al momento opportuno (sì ma quando?). Quanta gente ho incontrato che giurava di… Ma poi?
E così, Uomo Libero, abitatore del “Fienile dell’Anima”, il luogo mitico, simbolo della mia libertà. mi sono ritrovato, per scelta, senza nessuna certezza che non fosse una promessa, un desiderio, in un appartamentino così così, che ho adorato solo perché c’era lei, ma che mi stava stretto, senza la natura, senza la solitudine. Stavo scrivendo “Rais”, cambiare tavolino, postazione, cose che rischiano di mandare all’aria il lavoro di otto anni. Per di più, nei luoghi della mia infanzia. Posti cancellati del tutto già da anni, due o tre vite prima. Tornare nelle vite precedenti toglie l’aria.
Ero lì ad attendere che la vita immaginata accadesse. E intanto sognavamo l’isola.

L’isola, almeno, sapevo quale fosse. Cercata per decenni. La prima volta, una notte di quasi vent’anni fa. Solo, a bordo di un barcone da riportare a Genova dall’Egeo. Notte di ancore, insonnia e catene. Però nel nero, nell’ululato del vento, avevo alzato la testa: “qui ci devo tornare. Quest’isola…”. Anni dopo avevo capito perché. Ma non sapevo, non potevo esserne certo. Ci siamo tornati, l’abbiamo vissuta un po’. Era lei. Almeno su questo non c’erano dubbi. Dopo decenni di ricerche, eccola. Ma c’era sempre da aspettare…

Quattro anni dopo, sull’isola ci siamo arrivati. Le decisioni erano state prese. Un uomo e una donna, pagati tutti i prezzi, saldato tutto, chiuso quel che c’era da chiudere. Una piccola utilitaria nera era arrivata fin su, in Liguria. Che faremo adesso? Come andremo avanti? Ce la faremo? E cos’è questa storia di andare su un’isola? Già arrivare fin qui è stata una rivoluzione, un azzardo. Stiamo seguendo un miraggio, forse?
Salto. Arrivo alla scena, a fine febbraio, cinque mesi fa: una macchina, stracarica di cose, che viaggia verso sud, Roma. Poi a sud ancora, Brindisi. Poi un traghetto, poi i Balcani meridionali, senza sapere, solo intuendo, che dietro stanno crollando i ponti, bruciano le navi. Qualcosa di imprevedibile, che sta cambiando tutto. Anche volendo, quella macchina e i suoi due occupanti, quell’uomo e quella donna, non potranno tornare indietro, non potranno rientrare.
E centodieci giorni dopo, cioè oggi, eccoli. Non torneranno… Non ora, almeno. Resteremo qui. Fino a quando, nessuno lo sa con certezza. Potersi concedere l’incertezza, del resto, non era già questo uno dei sogni? Uno di quelli pagati cari, con la valuta del coraggio. E per natura incerti.

Ma resteremo qui a fare che?
A ristrutturare quattro sassi. Una specie di stazzu, una casetta rurale, agricola, davanti all’Egeo. Quelli che chi li ha visti, i sassi, ha detto: “Va buttato giù tutto”. E io ho pensato: “Col cavolo, va tenuto su tutto com’è”. Diverse concezioni architettoniche dell’anima. Comunque: una stamberga di pietra di due secoli fa, topi, ragni grandi come arance, pipistrelli. In fondo a un sentiero bianco che molti definiscono inagibile (ma non lo è affatto, tant’è che lo agiamo), senza elettricità. Intorno, niente. Davanti, mare. Perfetto. This must be the place, pensammo la prima volta. Un eremo, se volete, un monastero laico, un’ultima Thule virgiliana. L’ultimo luogo dove è ancora possibile. Vivere, magari. A modo nostro. Chissà.

E dal pomeriggio dell’arrivo ci siamo messi a lavorare.

(continua…)

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Noi nel Mediterraneo facciamo così

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Il sole non batte ancora sui pannelli, ma il sistema energetico della casa, dopo la notte, è ancora a 51.2 V. Dunque al 65-70% della sua carica massima. Gli accumulatori sono garantiti per 4.200 cicli di carico e scarico se lo scarico non supera il 50%, che su base quotidiana vuol dire oltre 11 anni e mezzo. Dunque ogni volta che passiamo la notte senza raggiungere quella soglia sono giorni in più di durata delle batterie (in questi 80 giorni, ad esempio, mai andati al 50%).

Noi consumiamo poco, e la casa è tecnicamente una casa passiva. Il tetto è realizzato con sandwich di legno da 5cm e materiale isolante ad alta capacità. Le pareti sono di pietra da 54 cm, e di giorno, se fuori si scoppia di caldo, dentro si sta freschi come con l’aria condizionata. Il posizionamento delle finestre era già stato fatto tenendo conto della possibilità di creare correnti d’aria tra lato fresco e lato caldo della casa e in base ai venti dominanti. La struttura è disposta a mezzogiorno perfetto per il ciclo di illuminazione invernale, dunque in diagonale d’estate. Gli esperti locali dicono che la casa ha oltre cento anni, e un tempo a queste cose ci stavano molto attenti.

Il sistema di produzione energetica della casa è fotovoltaico, 9Kw, assai potente, di giorno potremmo vendere energia a un’altra casa. È totalmente off-grid (qui non c’è la rete elettrica a cui attaccarsi). Il sistema della produzione di calore è solare termico, e produce un’acqua talmente calda che non puoi tenerci sotto la mano, anche dopo una giornata piovosa.

Per l’acqua c’è un’antica cisterna interrata (tra l’altro realizzata a forma di giara, a mano, è di una bellezza commovente) che devo ancora ripristinare. 14.000 litri, non pochissimi. Preziosi.

Non vi dico la gioia. L’orgoglio.
Qui facciamo tutto col sole. Inquiniamo il meno possibile (anche grazie a una gestione molto attenta dei rifiuti, per quanto possibile. Sull’isola comunque fanno la differenziata, il che in Grecia non è per niente banale). A breve recupereremo anche l’acqua piovana. Comunque già da tempo mettiamo la bacinella sotto la doccia, quando ci laviamo, e dato che F. autoproduce ormai da anni tutti i nostri detergenti in modo naturale, la riutilizziamo per innaffiare.

Siamo autosufficienti per molte cose essenziali dunque. Paghiamo ancora la bolletta dell’acqua, che qui, dato che l’isola ne è ricca, è bassa. Ad ogni modo, quando l’energia elettrica sull’isola va via per un paio d’ore (non così raramente) noi non ce ne accorgiamo neanche. Fantastico.

F. fa il compost per l’orto, che è in allestimento. Io riciclo qualunque materiale. Ogni cosa che ci serve viene analizzata per vedere se possiamo autoprodurla invece che comprarla, un tavolo, una cucina, un divano, al momento tutto ciò che è interno alla casa lo abbiamo realizzato noi. E adesso faremo anche il fuori. Il lavandino era buttato in un angolo in una falegnameria, ce lo hanno regalato. L’altro, esterno, idem, due metri, due lavelli e due sgocciolatoi in acciaio, lo abbiamo preso per 20 euro. Recuperiamo tutto, ricicliamo, cambiamo d’uso, autoproduciamo, che sia un forno o un lavandino. Abbiamo lavorato a fianco degli artigiani, li abbiamo aiutati, per abbassare ogni costo. Stimiamo di aver realizzato lavori per 30.000 euro, che sono diventati una mancata spesa e domani saranno produzione di valore se e quando dovessimo vendere.

In tutto ciò, dovendo lavorare, faticando ma divertendoci, abbiamo accumulato chissà quanta mancata spesa necessaria per divertirci in modo “esterno”. A cena fuori ci siamo andati una volta, take-away seduti fuori dal locale, 10 euro, in 80 giorni (complice il lockdown, ma in condizioni di normalità le cose non vanno molto diversamente). Io progetto di pescare, e anche significativamente, anche perché noi adoriamo il pesce. Non sono molti quelli che sanno cucinarlo bene come noi (anche perché nessuno conosce i nostri gusti altrettanto bene). Abbiamo anche un progetto per le alghe, ma questo lo vedo più complesso. Anche se “mai dire mai”.

Questo è il nostro modello. Naturalmente si può fare molto di più, e molto meglio. Ma si può fare anche molto meno, dunque siamo già soddisfatti. Il resto verrà.

Stamattina l’alba era quella che vedete in foto. Ho preso un caffè nel silenzio rotto solo dal canto dei galli, poi dal primo lavoratore che spaccava legna per sfruttare il fresco del mattino. Poi anche dall’asino, che chiamava chissà chi. Stando lì, a pensare, a sentire il Mediterraneo che mi entrava dentro, che si impadroniva di me fino nei recessi della memoria del presente, ho fatto il punto della situazione. E ho voluto raccontarvelo.
Niente di così eclatante, solo una testimonianza di pensiero e azione, tutto, sempre, sotto la nostra responsabilità. Tutto possibile.

Buon sabato.

#lultimathule

#rapsodiamediterranea

#adessobasta

#cambiamento

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Ieri su RAI 1 (e l’alba di oggi)

“Noi dobbiamo rimanere diversi, ma attingere a queste nostre diversità. (…) Una bandiera che non verrà mai issata dagli eserciti, ma dai cittadini del Mediterraneo”.

Dal minuto 1h30’45”, il mio intervento ieri a UNO Mattina – RAI 1

https://www.raiplay.it/video/2020/05/unomattina-cffc91d0-b5b2-43af-baf1-4270a4660bee.html?fbclid=IwAR3F2VS96XhlZY5dttean4fL7KJPk5F4TxXdolEKWgYlbCmMR2dF2ZLxk74

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Oggi. Quel punto.

Elafonissos e Golfo di Neapolis visti da Citera


Sembra che il golpe sia rientrato. Il potere protervo e tirannico che aveva occupato le strade con le camionette, preso possesso “manu militari” dei media con i suoi proclami orwelliani “restate nelle vostre case”, ha sgomberato nella notte, all’improvviso.
Le libertà democratiche sono state ristabilite. Oggi è il nostro nuovo 25 aprile.

E con gli autoblindo, anche le urla dei dissidenti scompaiono. Gli appelli “La democrazia è sospesa!” “Stanno violando la nostra Costituzione!”, folli prima, inutili ormai, lasciano il posto a “Oddio, ma sono pazzi a farci uscire?!” “Moriremo tutti, proprio ora che ce l’avevamo fatta!”.
Potenza del principio di contraddizione (Ne ho fatto spesso esperienza a bordo. Se c’era mare bastava che dicessi all’equipaggio: “Salpiamo” per vederli terrorizzati. Poco prima però erano tutti delusi capendo che stavo decidendo di non salpare).
L’uomo è così. Se gli dici no, vorrebbe. Se gli dici “andiamo” ha paura. In mezzo, troppo spesso, non c’è niente.

Quel che conta adesso, però, è solo fare un bilancio, e darsi una risposta. La domanda è quella del 10 marzo (rileggetevelo quel mio post su Facebook…): “tutto questo passerà, prima e con minor danno se oggi restiamo a casa. Ma (…) se a far data da oggi, tra tre mesi appena, non staremo già ripensando tutto da capo, non staremo progettando e lavorando a come vivere diversamente, come rinsaldare le nostre esistenze troppo fragili, beh, allora non c’è alcuna speranza. Ed è bene raggiungere quel punto. Fa capire tutto“.

Mi sbagliavo per eccesso, non sono stati tre mesi, ma due virgola tre. Oggi, dunque, è quel punto. Abbiamo usato questo tempo? Abbiamo progettato? Siamo già in marcia per un’altra vita?
O stiamo solo uscendo di casa per ricominciare la stessa di prima?

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La “Bandiera per il Mediterraneo” su Rai1 – Linea Blu

In collegamento dall’Ultima Thule per lanciare l’iniziativa.
Il Mediterraneo non ha una bandiera. E allora disegniamola. Una bandiera per unire le diversità. Le bandiere sono belle, ma a volte sono pericolose. Disegniamone allora una in cui riconoscere la propria identità, capace di accogliere e dialogare, per cui valga sempre la pena di vivere, mai di morire.

Qui il servizio su Rai 1 dal minuto 20’15”:
https://www.raiplay.it/video/2020/05/lineablu—ritorno-al-mare-2b863e39-4451-49dd-8a0b-29405bffd280.html

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Una bandiera per il Mediterraneo

Inizia oggi. Anzi, è iniziata l’altro ieri.
E andrà avanti fino al 15 giugno.
Si intitola: “Una bandiera per il Mediterraneo“.
Non è un concorso, è molto di più. È l’invito, rivolto a tutti, a disegnare la bandiera del Mediterraneo, che non c’è.

E allora disegnatela, e aggiungete massimo dieci righe di “concept”, per spiegare perché quella forma, perché quei colori, quali valori esprime. Poi fatene un PDF (no altri format) e mandatelo a INFO@PROGETTOMEDITERRANEA.COM. Da oggi fino al 15 giugno. Poi faremo votare a tutto il mondo le migliori 4.
E il 30 giugno sapremo qual è la prescelta.

Quella sarà la nostra bandiera. La manderemo a capi di stato, ai vertici dell’UE, a chiunque. E soprattutto, con immenso orgoglio e grande gioia, la isseremo.

Solo il Mediterraneo, che ha già visto la tragedia che deriva dall’uso improprio delle bandiere, può inventare LA PRIMA BANDIERA CHE NON SEPARI, che non contrapponga, che non renda ostili.
Oggi dunque non stiamo solo creando una bandiera che non c’è, ma disegnando UNA BANDIERA CHE NON C’È MAI STATA PRIMA.
Occorre che il Mediterraneo issi e faccia garrire LA PRIMA BANDIERA IN GRADO DI INCLUDERE E AGGREGARE. Una bandiera per cui sia bello vivere, non morire. Una bandiera che non inciti al confine, alla secessione e alla guerra, ma all’accoglienza, all’integrazione, alla pace, alla coesistenza delle diversità che arricchiscono.

Sarà la bandiera dei futuri “Stati Uniti del Mediterraneo”, che andranno dal Mar Nero all’Atlantico portoghese, dal Golfo di Aqaba al Mar Ligure, dal Mar di Marmara al Golfo della Sirte.

Dunque partecipate. Disegniamo la nostra bandiera.
Leggete la scheda che segue qui sotto.

—————————-

BRIEFING E SCHEDA PER PARTECIPARE ALL’INIZIATIVA
“UNA BANDIERA PER IL MEDITERRANEO”:

IDEA E SIGNIFICATO:
L’area del Mediterraneo è un sub continente, qualcuno lo ha definito il “Sesto Continente”. Certo, ha il maggior tasso di diversità concentrato in una sola zona, ampia ma definita. Secondo Ferdinand Braudel, il Mediterraneo inizia con i primi ulivi e termina a sud dopo la fine delle palme, con la zona desertica. Una definizione suggestiva, e forse vera. Il Mediterraneo, composto da 30 paesi (includendovi la Giordania, che si affaccia sul Golfo di Aqaba, e il Portogallo sull’Atlantico, oltre a tutti i paesi del Mar Nero), e da tre continenti (Asia, Europa, Africa) coinvolge da millenni le sorti individuali e collettive di uno straordinario numero di persone, che solo nei paesi del Mar Mediterraneo propriamente detto ammonta a oltre 350 milioni di persone. Si incontrano in questa porzione di mondo, da sempre, culti religiosi, popoli, visioni del mondo. Qui è nata la gran parte del sapere come disciplina di ricerca e di applicazione primigenia. Qui sono nate le religioni, le filosofie dell’esistenza.

Eppure, nonostante una storia così lunga, consuetudini così radicate e comuni, il Mediterraneo è stato teatro di grandi divisioni, alcune fisiologiche e storiche, altre volute da interessi disgregatori, che ancora operano. Mentre alla salute dell’Europa cooperano ogni giorno milioni di persone in infinite sedi, economiche, politiche, istituzionali, alla frammentazione del Mediterraneo lavorano altrettanti soggetti, Stati, interessi economici e strategici. Eppure, come scrive Tahar Ben Jelloun, nel Mediterraneo “ogni mattina la vita prevale e trionfa”. Esiste un’identità mediterranea possibile, condivisa, capace di definire e rappresentare la nostre infinite diversità e le molteplici assonanze? Ed esiste un modello di sviluppo sociale, economico, di relazione, su cui costruire le basi per unione, cooperazione e pace?
La scommessa è che il Mediterraneo possa individuare tutto questo al suo interno, grazie all’avanzamento di un comune ragionamento di dialogo, comprensione, comunicazione. Unione!

Ma può un popolo non avere un simbolo di ciò che, a tendere, potrebbe manifestarsi? Una possibile futura unione, gli Stati Uniti del Mediterraneo, ha bisogno di una bandiera.
Una bandiera non certo da sventolare in battaglia, o che escluda. Le bandiere sono pericolose quando vengono issate da chi non abbia rispetto della diversità. Una bandiera invece per unire, per rappresentare un percorso comune, per far sentire tutti noi cittadini del nostro mondo, un mondo antico ma nuovo ed aperto. Oggi, isseremo una bandiera col cuore; domani con la ragione, i diritti, le leggi.

Per questo, invitiamo chiunque abbia a cuore il proprio mondo, a disegnare una bandiera. Come quando eravamo bambini. Una bandiera che possa rappresentare tutti i Paesi e gli uomini e le tipologie e gli orientamenti del Mediterraneo. E accanto alla bandiera, invitiamo tutti a scrivere un massimo di dieci righe per spiegarne il concetto, il senso, le motivazioni dei colori, delle forme, delle immagini, delle geometrie scelte per questa bandiera. Nessuna bandiera senza accanto questo concept potrà essere ammessa all’iniziativa.

A partire da oggi, le proposte (disegno+concept) potranno essere inviate a info@progettomediterranea.com. Fino al 15 giugno alla mezzanotte.
Le 4 bandiere/concept più interessanti tra le tante che perverranno a Progetto Mediterranea verranno mostrate e comunicate, sui media off/on line, sui social network,
dovunque, per poter essere votate dai concittadini mediterranei. Il 30 giugno la più apprezzata diventerà la prima Bandiera del Mediterraneo.

Quella bandiera verrà inviata a istituzioni, soggetti aggregativi, politica, mondo del mare, istituti di cultura… con l’invito a
issarla con gioia ed orgoglio. Quella bandiera, per ragioni forse inevitabili del Pianeta, della grande Storia, dell’attualità, sarà carica di significati e di prospettive, oltre che di
memoria e ricchezza, più di qualunque altra.

AREA GEOGRAFICA DEL MEDITERRANEO:
Quando parliamo di Mediterraneo come sub continente, intendiamo un’area molto vasta, ad oggi rappresentata da questi Paesi:
Grecia, Albania, Montenegro, Bosnia Erzegovina, Croazia, Slovenia, Italia, Turchia, Georgia, Federazione Russa, Ucraina, Romania, Bulgaria, Siria, Libano, Israele, Stato della Palestina, Egitto, Giordania, Cipro, Malta, Libia, Tunisia, Algeria, Marocco, Gibilterra, Portogallo, Spagna, Francia, Principato di Monaco.

A CHI È RIVOLTA L’INIZIATIVA:
tutti possono partecipare. Non ci sono limiti di età.

COME SI PARTECIPA:
disegnando una bandiera a colori, corredandola di un testo (max 10 righe) a spiegazione delle scelte cromatiche e di design collegate ai valori che esprimono, salvando tutto in un file PDF e inviandolo a questo indirizzo: info@progettomediterranea.com

QUANDO:
dal 2 maggio al 15 giugno 2020. Dalle 00:00 alle 24:00.

Le candidature verranno analizzate da una commissione di cittadini del Mediterraneo che voterà le 4 proposte più convincenti. Queste verranno messe online e soggette a una pubblica votazione su social network e sui media.

L’autrice o l’autore della bandiera più votata sarà invitata/o a bordo dell’imbarcazione Mediterranea per presenziare alla cerimonia di issata della bandiera.

#progettomediterranea
#mediterranea
#mediterraneo
#unabandieraperilmediterraneo

MediaPartner: Bolina, La Stampa, Linea Blu di Rai1

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La Via

Posted by Simone Perotti on Sunday, April 26, 2020

Ho scritto questo testo intorno al 29 marzo scorso. La Pandemia infuriava, tutto pareva alla fine. L’ho intitolato un po’ fortemente… “La Via”. È quasi un Manifesto. In fieri.
Ditemi cosa vi suscita.
Ma non ditemelo tra molto, il tempo stringe. Io sono già all’opera.
Pensateci. Adesso.

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Per dignità

Il 29 febbraio scrivevo “Tutto ‘sto casino si risolve stando tutti a casa una quindicina di giorni. (…) Provateci. Cogliete l’occasione. Una quindicina di giorni e via, finito il virus. E iniziato qualcosa di nuovo…”.

Erano i giorni di #milanononsiferma, l’inno nevrotico della nostra società drogata di attività e lavoro. In quel pezzo citavo anche un filosofo che non amo, ma che ha scritto una frase piuttosto importante: Tutta l’infelicità dell’uomo deriva dalla sua incapacità di starsene nella sua stanza da solo. Blaise Pascal.

È evidente, per come sono andate le cose, che non sarebbe bastato. Eppure, se per magia ci fossimo tutti sintonizzati sulla gravità della situazione e da quel giorno ci fossimo distanziati, chetati, avessimo chinato il capo (per una volta!) oggi probabilmente staremmo parlando di qualche decina di morti al giorno, non di molte centinaia. In quei giorni, infatti, il virus proliferava.

Ora impazza la domanda: “Basterà questa lezione a farci cambiare?”. Spero di sì, ma temo un po’ la naturale tendenza dell’uomo al bene relativo: oggi che la pizza con gli amici non la può più mangiare, guarda a quella pizza come a un miraggio, e non vede l’ora di potersela mangiare domani. E quella pizza sarà quanto di più importante, bastante a redimere da ogni privazione. Sarà tutto lì, in quella pizza. A me invece quella pizza deprime.

Mi deprime la voglia di tornare “alla normalità”. Quella “normalità” a me non pareva affatto normale, affatto positiva, tanto che me n’ero da anni costruita una parallela, coi miei mezzi, diversa nelle quantità e nei toni, nei luoghi e nel tempo. Quella normalità di spreco, confusione, relazioni insane, coatte, quella clemenza nel considerare le peggiori derive dell’uomo come “umane”, o nell’accusare chi le stigmatizzava come “incapace di compassione verso l’uomo”, ecco, quella normalità era niente, un pantano. Non c’era volontà, non c’era ambizione, tutti vivevamo arroccati solo in ciò che già eravamo, mai lanciati verso quello che non eravamo ancora. In quell’acquitrinio rituale, sempre identico, costoso, maleodorante di simulacri consumistici e di falsi miti simbolici, annaspava una società che oggi vediamo nuda, fragile, incapace di tenere botta se non urlando, accusando, lamentandosi, come se questo virus fosse colpa di qualcuno. E dato che non c’è un “qualcuno”, la rabbia aumenta, perché le false coscienze hanno sempre bisogno di un nemico, meglio se immaginario.

Neanche io, come già altri, mi auguro il ritorno a quella normalità. La temo quasi al pari di questo virus e dei prossimi che verranno. Come vivevamo prima sapeva già di morte, aveva il tanfo dei piedi zozzi dell’umanità accasciata, il sapore stantio dell’omologazione. Generava esseri assuefatti a una vita intera con due sole settimane di ferie all’anno, che una persona sana avrebbe ritenuto schiavitù. Era colorata di disperata resa alla realtà, che solo i rassegnati dicono che va vissuta per com’è, perché invece va cambiata, e non ha mai ragione, la realtà, per il fatto di essere vera, semmai ha torto per lo stesso motivo, perché ciò che è già vero deve diventare altro che ancora non è, che sto immaginando proprio perché voglio qualcosa di meglio, e questo è il principio dell’evoluzione, dell’ambizione, cioè la voglia di non rifare oggi, per l’ennesima volta, lo stesso identico errore di ieri. Non fosse altro per non annoiarsi. O per curiosità. Per dignità.

#adessobasta

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L’Ospite ideale

“Si chiama “colonizzazione culturale”, peste della contemporaneità. Gli untori sono le major cinematografiche, mediatiche, pubblicitarie, ma con loro schiere di scrittori e sceneggiatori scellerati. Una malattia mortale, che genera perdita di orizzonte, estinzione dell’identità.

I suoi sintomi sono il capogiro, la scomparsa dell’equilibrio, l’alienazione psicologica. I suoi effetti sono la nausea e la rabbia prolungate nel tempo. La sua tendenza è la cronicizzazione.

Ma chi è il soggetto a rischio, il potenziale ammalato capace di contrarla? L’uomo spaesato, debole culturalmente, già preda di una spossatezza esistenziale che fa di lui un ospite ideale per il virus, capace di colonizzare chi non ha un suo saldo mondo d’ispirazione”.

(Una lettrice mi ha fatto notare su un social questo passo di “Raspodia mediterranea“. Curiosa assonanza (anche se il soggetto è altro) con le cronache odierne. Sincronia.)

#rapsodiamediterranea
#lultimathule


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