A Torino e a milano… ci vediamo

Avviso ai naviganti torinesi e milanesi:

Ci vediamo il 2 (Torino) e il 3 (Milano).

Qui sotto vedete orari, luoghi, tutto.

Non ci incontriamo di persona da un bel po’, e mi piacerebbe ci foste tutti.
Dunque diffondete, condividete, informate, inviate, inoltrate, perché tutti sappiano.
Viene sempre fuori qualcuno che non sa… e io mi dispiaccio.
Vi aspetto.
Facciamo un po’ di casino intorno a “L’Altra Via” e ai nostri pensieri tutti. Mi pare che sia necessario…
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3 marzo – Milano – alle h 19.00 presso l’enosteria sociale EST (Via Pietro Calvi, 31, 20129 Milano), in collaborazione con la libreria VERSO, Simone Perotti presenta il suo ultimo libro “L’Altra Via” (Solferino)
2 marzo – Torino – alle 18.30, alla libreria Ponte sulla Dora, in Via Pisa 46, Simone Perotti presenterà il suo ultimo libro “L’Altra Via” (Solferino)
2 marzo – Torino – alle 17.30, presso laLibreria Gulliver, via Boston 30/b, angolo via Tripoli, Simone Perotti sarà presente per un firmacopie con i lettori.
in generale, qui i miei appuntamenti: https://www.simoneperotti.com/wp/appuntamenti/
(Nella foto, toromaki e ebimaki chez-moi)
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Echi non lontani di guerra

La rotta era: uscire a nord dal Bosforo, percorrere tutta la costa turca, poi salire per Batumi, in Georgia, andare fino a Tblisi e ritorno per poi procedere su, verso Abkhazia, Russia (entrare nei bassi fondali nel Mar D’Azov), poi la Crimea, l’Ucraina, scendere dunque dalla Romania alla Bulgaria e poi imboccare nuovamente il Bosforo. Un anno, circa… Soci, poi fino a Mariupol e Taganrog, e poi Yalta, Sebastopoli, Odessa, dove ero arrivato da bambino su una 1750 che tirava un’assurda roulotte con dentro gente un po’ svitata. Un periplo fatto con la dovuta lentezza, per luoghi che in larga misura avevo visitato da ragazzino, nel 1970 e ’71, e altri che mi erano rimasti lì, come l’ultima ciliegia nella ciotola…

Dato Turashvili (l’autore georgiano del bel romanzo “Volare via dall’URSS”, che intervistai a Tblisi) mi spiegò che Ossezia e Abkhazia erano due granate innescate, pronte a esplodere. Come lo era il confine ucraino. “Qui tutti sanno che prima o dopo Putin entrerà”. Mi parve incredibile quello che diceva. Da fuori sembra sempre che “chi c’è dentro” esageri.

Facemmo più di metà di questo giro, 2200 miglia invece che 3000, ma non tutto, perché a Sebastopoli, e nell’intero tratto di mare tra l’istmo di Azov fino a Odessa, si sparava, o era interdetta la navigazione. L’Abkhazia, sul lato nord della Georgia, non era praticabile. Chiesi le disposizioni di navigazione in quel tratto di costa a un funzionario georgiano, nella capitale. Lui mi guardò negli occhi e scosse la testa. Cercava di capire se quella domanda venisse da uno sprovveduto, da un provocatore, o da chi altri.

Quel pezzo di Mar Nero è uno dei luoghi del Mediterraneo mancato dalla nostra spedizione, che è ancora in corso per mari più meridionali. Nei sei anni abbondanti di giro, dal 2013 al 2019, in più d’una costa sulla rotta non ho potuto proseguire. C’era qualche scontro (come in Siria, un paio di anni dopo). C’era qualche “dannata guerra da fare”. Come adesso. Il Mediterraneo è un ponte, ma è anche una frattura.

Guardo la carta, alle notizia di stamattina. Lo faccio sempre, quando mi arriva una qualsiasi notizia dal mondo. Per un’antica abitudine, tutta marinara, se apprendo una notizia devo subito studiare la carta geografica, guardare bene, con attenzione. È come se cercassi una fisionomia, come se volessi vedere qualcosa lungo quel confine, o quel fiume. Non so farmi un’opinione su un fatto se non so quel posto dov’è, se laggiù, dove si soffre o si spera o si gioisce o si trema c’è il mare, o un lago, se in quel territorio c’è o non c’è una montagna. Mi chiedo sempre: “sarà già tutto fiorito, adesso? Oppure farà ancora freddo?”. Cerco di immaginare come si viva laggiù, o di ricordarmene se ci sono stato. Immagino la normalità, in quel paese, il silenzio fino a ieri. I vicoli che ho osservato silenziosi e quieti, le vie affollate di gente e commerci. Poi penso ai boati di stanotte, di stamattina. Cerco di capire almeno un frammento della paura nei cuori della gente…

(nelle due foto: navi commerciali tra Georgia e Russia (se ne intravede il profilo in fondo all’orizzonte, sulla destra) – Mediterranea in rotta per la Georgia)

 

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Il Cantiere Filosofico


Cosa?
– lavorare al primo cantiere filosofico del Mediterraneo
– che vuol dire: lavorare imparando mille e una cosa su come si ristruttura una piccola casetta di pietra. Insieme. Dunque imparando anche io con chi ci sarà
– ma anche: incontrarsi, comunicare, parlare, ascoltare, conoscersi, affrontare mille e un tema sulla filosofia applicata delle nostre vite, alle nostre scelte, oggi.

Quando, dove e come:
– aprile e maggio (forse primi giorni di giugno, ma forse no)
– sull’isola (per sapere quale sia bisogna aver seguito questa pagina, oppure aver letto “L’Altra Via”. Un’isola si cerca, non viene rivelata)
– il giorno prima, chi vorrà manderà un messaggio a me: “domani si lavora?”
– Se la risposta sarà “sì”, ci si vedrà il giorno seguente alle 9.00. Caffè e poi al lavoro.

Dotazioni:
– mani, braccia, mente, cuore, gambe, ascolto, riflessione, energia… ognuno metterà quelli che ha
– pala, piccone, cazzuola, materiali saranno già disponibili al cantiere
– portarsi abiti da lavoro. Meglio se anche scarpe antinfortunistiche e guanti.

Perché:
– Perché le mani, saperle usare, mettersi lì con cura a fare un intonaco, o un muretto, lavorando legna, pietra, ferro, ci salverà
– Perché mente, cuore, il nostro equilibrio generale… sono muscoli. E la funzione sviluppa l’organo. È una legge.

– Perché un’isola del Mediterraneo è di per sé un eremo, un convento laico, dove per pregare bisogna proprio lavorare e parlarsi.

Certezze e desideri:
– c’e qualche certezza in tutto questo? Nessuna. A nessuno. Da parte di nessuno
– Chi verrà sull’isola lo farà perché vuole venire sull’isola, viverla, vederla, sentirla, viverci. Di sua libera sponte. Dunque a prescindere da ogni eventuale altro motivo. Senza nessun impegno con me, né io con nessuno. Liberi.
– E tuttavia, ogni giorno potrà essere un’opportunità per lavorare e comunicare insieme, oppure no. Le cose migliori si scelgono, non si eseguono. Ogni mattino.
– È un lavoro questo? No.
– È volontariato? No.
– Qualcuno ne ha bisogno? No (voi potete fare filosofia in mille modi, io posso costruirmi questa casetta da solo, con F).
– Qualcuno ne avrà un beneficio? Tutti, comunque vada.
– Ciò che vale davvero qualcosa, e la pena di essere perseguito, è sempre e solo il frutto di un eventuale desiderio, volontario e libero.

Somiglia a qualcosa tutto questo?
– Spero di no.
– Se avete notizia di uno schema del genere, non simile o assimilabile, proprio questo, ditemelo che annullo tutto.
Alla via così.

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Mediterranea su RAI 3 e RaiNews24

Una barca insolita, l’ha definita Roberto Alajmo nel suo TG Mediterraneo, su RAI 3, ieri l’altro.
Insolita… Che curiosa definizione. Non solita. Non la solita barca. Non le solite persone. Dunque, per estensione del concetto: diversi.

Nell’epoca dell’omologazione, “diversità” è una parola che si spoglia di tutto il suo alone “anomalo” (non inseribile nel “nomos”, cioè nella regola) e si veste di qualcosa di proprio. Magari sono solo quattro stracci, una camicia strappata, un paio di braghette tutte lise, però sono i propri abiti. Qualcosa capace di identificare.
Non cosa di poco conto…

A ogni modo, ecco il servizio su Mediterranea.
Buona visione

 

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Aprirò un cantiere-filosofico

Io e F, da aprile circa, apriremo il cantiere-filosofico sull’isola. Verso le 9 la mattina. Fino a una certa ora. Poi pausa sotto la pergola, acqua (vino) cibo e chiacchiere filosofiche. Rigenerazione fisica e mentale. A tutti gli effetti un campo di lavoro per la mente e per le braccia, cioè qualcosa per imparare dalla fatica e dal dialogo.

Poi, ognuno per le sue vie. Mezza giornata almeno, ogni giorno, bisogna stare da soli (cantiere filosofico già iniziato, con questa affermazione…).

Per quanto tempo starà aperto il cantiere-filosofico?
E chi lo sa. Vedremo. Credo tre mesi circa, aprile-giugno. Ma forse meno, chiuderemo prima, oppure più avanti. Quando si inizia a costruire, non si può mai dire quanto dureranno i lavori. Anche perché non lavoreremo tutti i giorni. Cercheremo di dare continuità, ma senza imperativi categorici.
Regole: non daremo alcun alloggio (oh signore, aiutaci…!), semmai cucineremo insieme e faremo spesa insieme. Offriremo la nostra esperienza, la nostra disponibilità, le nostre parole. Apriremo a alcuni il teatro de “L’Altra Via”. Una testimonianza, dunque. Una circostanza di vita.
Chi vorrà fare un viaggio su un’isola, lo deciderà lui e lo farà lui. Sarà una sua decisione, com’è giusto che sia. Qui non vengono villeggianti, nessun turista. E nessuno verrà per noi, ma una volta tanto, per sé. Nessuno sarà ingaggiato, saremo noi ingaggiati.
Dunque: se qualcuno verrà sull’isola, deciderà: se invece che starsene tutto il tempo al mare, a girare, a leggere, a mangiare in trattoria, a fare l’amore, a nuotare, a pescare… vorrà lavorare di pala, cazzuola, fracasso, cervello, cuore e anima (un giorno soltanto, o due, o tutti e sette i giorni della sua settimana), basterà mandare un messaggio a me, e attendere. Se per il giorno seguente è previsto del lavoro, vorrà dire che il “cantiere filosofico” è aperto. E allora sarà il benvenuto.
Un’isola, il mare di fronte, il Mediterraneo dovunque. Nelle mani, qualcosa con cui riflettere.
(nella foto: Chirashi con funghi Shitake, gamberi, surimi, alga wakame. I funghi li produce Basilio Busà sull’Etna. Me li ha mandati perché ha intuito che mi piacciono. Deliziosi. E lui deve essere un tipo molto interessante…)
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Un anno straordinario

Sarà uno splendido anno. Io certe cose le sento. Sarà che ci sto su con tutti i sensi, in continuo, percepire è un’ambizione, una specie di vocazione.

Circolano un bel po’ di lacrime, quelle che affiorano appena, che spingono da sotto gli occhi. Dolenze latenti, anchilosamenti, aderenze che intralciano i movimenti, stanno lavorando ai fianchi già da un po’.
Ma il sole sorge ogni giorno, cupo o luminoso, come sempre. E sorgerà ogni giorno per tutto l’anno a venire, da domani, ancora e ancora. Le dolenze, le lacrime impellenti, troveranno un canale dove scorrere. Lo fanno sempre. Non le puoi fermare.
Qualcuno si è molto depresso in questi tempi. Forse non si aspettava variazioni così importanti. Forse si è convinto che qualcosa sia cambiato definitivamente. Non era come pensava, non sarà come teme.
Il mondo viaggia per un’unica ragione: l’energia. Quella che non sappiamo, quella dei cuori, quelle delle menti. Cose che devono accadere perché sono fatali, inevitabilmente avverranno. Accadranno anche cose che non sarebbero accadute, perché l’energia trattenuta, come nel Tantra, poi rompe i blocchi e si sfoga. Finalmente, qualcuno ha preso coscienza della fine. Era così triste vedere come la ignorava. E anche del tempo. Era così preoccupante osservare come lo sprecava.
Non c’è niente di produttivo come la cognizione della morte, per la vita.
Sarà dura per molti, questo è inevitabile. Non si potrà dimenticare in un lampo ciò che è stato detto, ciò che è stato pensato, né come ha reagito. Parlo degli estremi, sapete cosa intendo.
E chi non ha sbordato si ritroverà punto di riferimento, che lo sapesse o no, che lo volesse o no. Una grande responsabilità, un’élite inconsapevole fino a ieri, diventata oggi ufficiale, a cui sono appese molte delle sorti planetarie.
In ogni caso, per tutti, sarà un anno di recuperi, di scelte, di opportunità, di bivi. Cioè di luoghi e momenti di velocizzazione del processo, di compimento del percorso, di nuovo inizio. Una circostanza benedetta, credetemi. A fine vita intere schiere darebbero ogni cosa per un momento come questo, che in molte sorti tarda a manifestarsi. Oggi invece lo vivremo tutti. Esistenzialmente, un dono.
E sarà a portata di mano, per tutti!
Basterà spingersi un millimetro oltre le inerzie, oltre le paure, oltre i vincoli che ieri sembravano insolvibili, e che ora possono finalmente essere sciolti. Un millimetro appena separa molti, moltissimi, da nuovi destini: nuovi incontri, nuovi luoghi, nuove albe affrescate di occasioni.
Un passo appena, il gesto di allungare un braccio, di dire la parola mai detta: “eccomi…” oppure “vado, ciao…”.
Anche gli inconsapevoli, i meccanicistici, i sempliciotti, i divertentisti, cioè tutti quelli che negano, o che non hanno familiarità con i confini invisibili… si troveranno a doverli (o volerli) attraversare.
Unica dotazione necessaria, da non dimenticare fuori dallo zaino: un briciolo di voglia di lasciarsi andare. L’arma più affilata, quella del minimo coraggio, che risiede nel nostro cuore.
Siamo a un piede appena di distanza dal gradino. L’occasione di quest’anno è tutta lì, in quella distanza minima, nella fessura della porta, nella fettina sottilissima di visuale che offre il lungo vicolo buio, ormai già quasi tutto percorso.
Sarà un grande anno. Fidatevi di me.
Avverranno un mucchio di cose sorprendenti. Mi aspetto di fare incontri straordinari, di condividere il sentiero con sconosciuti che mai avrei incontrato, per luoghi fino a ieri inaccessibili. L’energia, la grande madre della madre della madre della vita, agirà. In me. In noi tutti. La sua forza è straordinaria. Anche se non lo capite, anche se sareste pronti a dire il contrario, abbiate fede: è così.
Non c’è niente di meglio del limite, della prossimità del confine, del vaso pieno fino all’orlo, dello svuotamento improvviso. L’ordine immutabile non consente mai niente, cristallizza, mentre la burrasca favorisce, perché quando spiana, improvvisamente, tutte le barche salpano, i porti blindati si aprono, e sulla banchina c’è fermento, voci, materiali, uomini, cime che strappavano ora allascano, si sciolgono, filano in acqua a barca in lento movimento.
Forza e coraggio dunque. C’è un mucchio di roba da fare. C’è una vita non già “ancora possibile” ma “finalmente possibile”, piena di sfide, vergine di azione. Tutta da vivere. Adesso.
Buon ultimo giorno di un anno difficile, eppure splendido nella sua tragica potenza. C’è un nuovo giorno di un anno fuori dall’ordinario che tardava a venire, e invece ora è lì, ci aspetta. Domani.
(nella foto, PettiMosso. L’ho chiamato così perché non stava fermo un attimo, a un metro da me, mentre lavoravo)

 

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Tutto si compie

A inizio giostra, a marzo e aprile 2020, scrissi che questa sarebbe stata una svolta. Feci addirittura un diagrammino per spiegare che il pensiero dominante si evolve grazie a una minoranza attiva che esplora nuove soluzioni. Scrissi che la minoranza-guida avrebbe colto l’occasione e cambiato vita proprio adesso (https://www.facebook.com/photo/?fbid=10220116741176047&set=a.1221728150603)
Quasi nessuno era d’accordo con me… Voi tutti, ammettetelo (e soprattutto ricordatevelo), mi davate del visionario: “Ma va, simone, sei un illuso! Tutto rimarrà come prima! Vedrai!”
Ora perfino La Repubblica constata il cambiamento.
Il fatto è che tralasciavate una questione: “come prima” non è possibile mai. L’acqua del fiume sembra sempre uguale, ma è altra acqua. Le cose cambiano, e non accorgersene è solo un problema di chi non sa guardare.
Dunque:
– puntuale come un orologio svizzero, dal tema pensioni fino a quello (assai più edificante) del senso del lavorare, dell’abitare e del vivere, ciò che nel 2008 scrivevo in “Adesso basta” si è realizzato definitivamente in questi anni: il mito del denaro, della ricchezza, del consumo, dei simboli, è al tramonto. Oggi, semmai, si lotta per un po’ di pace, per qualcosa che abbia senso, e per un’ora d’amore.
– Ciò he ho immaginato un mese dopo l’inizio della pandemia si sta puntualmente mostrando in tutta la sua evidenza in queste settimane.
E adesso?
Ora non resta che attendere che avvenga quel che descrivo e illustro ne “L’Altra Via“. Anche quel prossimo futuro è chiaro e visibile, basta solo volerlo vedere. E magari, nei prossimi cinque anni, spicciarsi a tenerne conto per interpretare futuro, scelte, urgenze.
Consapevoli che, stavolta, quando tutto si mostrerà nella sua manifesta evidenza, la faccenda sarà molto più seria

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Il mito 2.0

A un certo punto è nata, gloriosa, nuova, eccitante, la “voce popolare”. Il consiglio di chi aveva già usato quel prodotto, o la sapeva lunga per qualche ragione. L’opinione da bar, o che apprendevamo da un collega, da un amico, da qualcuno che consideravamo esperto. La stessa. Ma molto, molto più grande! Planetaria! Fin anche in tutte le lingue, ormai tradotte (bene? male?) da un algoritmo, dunque comprensibili a tutti. Universali quindi! La voce popolare del mondo sotto forma di commento, valutazione, con tanto di stelle, tre, cinque, a significare il “verbo di Dio”, perché il popolo è sovrano, o almeno, lo è diventato online, perché off line non lo era mica più tanto… Ma è tornata a contare l’opinione della gente. La gente, come riempie bene la bocca questa parola n’è? Ecco finalmente estinta la truffa delle aziende! Mai più potranno fregare il cliente. Ecco svelate tutte le magagne dei prodotti, tutti i problemi dei servizi, e tutto quel che c’è da sapere, perché è “la gente che fa la storia (la storia siamo noi) e nessuno la può fermare.

Solo che piano piano si è capito meglio qualcosa. E cioè che la gente non è il verbo, anzi… Non mi sono mai fidato del parere degli altri, per un semplice ragionamento logico: sapevo chi fossero? Conoscevo cosa volessero? So come la vedono su un argomento, su un altro? Con quali strumenti critici, quale esperienza? Non dovrei prima sapere questo, per poi tenere in considerazione la loro opinione?
Non ho mai guardato i giudizi degli utilizzatori finali. Anzi, ho sempre fatto un lavoro opposto: leggere i commenti ai prodotti che usavo già, quelli che conoscevo bene, per studiare la gente. In pratica ho fatto come i salmoni, che vanno controcorrente: non le opinioni delle persone per scegliere i prodotti, ma le opinioni sui prodotti per capire le persone.

E ho scoperto ciò che sapevo già: che quei giudizi non sono i miei, viaggiano per stereotipi che non ho (o che ho anch’io), con un occhio al valore del denaro che non è quasi mai il mio; con un’idea sull’uso che non pratico; con speranze e sospetti che non provo. In ogni caso quel coro è fatto da voci diverse dalla mia: c’è quello che considera uno sbuffo di vapore della macchinetta del caffè “un’esplosione”, e lo scrive dicendo “non compratela; c’è chi mette una stella perché il pacco gli è arrivato aperto (ma che c’entra col prodotto?); c’è chi considera “uso professionale” quel che io considero hobby, e viceversa; c’è chi parla di cose che non ha mai visto, sentito, praticato; c’è chi definisce “pulita” una stanza che io giudicherei un porcile, perché a casa siamo abituati a due forme d’igiene diversa; che chi dice che oggi c’è in atto una dittatura (lo dico solo per esempio, non vi arrabbiate); c’è chi la sa lunghissima, ma sta accanto a chi non ne sa nulla, perché sul web “uno vale uno”, solo che la loro è una “media a due”.

Ma c’è dell’altro. Si è saputo che ci sono scrittori che comprano like, stelle, commenti, e finiscono primi in classifica. Poi ristoratori che organizzano decine di recensioni negative per il concorrente che hanno accanto. Poi negozianti che fanno sconti se fai la recensione. Poi alberghi che ti ridanno la caparra solo se gli “dai” cinque stelle. E poi recensioni di posti mai visti, da non viaggiatori, di alberghi mai frequentati, libri mai letti, prodotti mai acquistati, solo per denaro, sempre per interesse. “In quel ristorante si mangia male” detto da uno che non sa fare due uova al tegamino.
Insomma, diciamocelo francamente: la “vox populi” è un disastro. Pessima e basta, quando va bene, fuorviante per dolo quando va male, dannosa e truffaldina in numero crescente. Perché coi like si fanno i soldi: li fanno le aziende, i clienti, e anche chi stava solo passando di là. Influencer prezzolati dai produttori, clienti non lucidi o che razzolano centesimi di euro. E tu, che stai solo cercando un phon, o una spillatrice, o una motosega, o un romanzo… costretto a passare ore a leggere banalità, o falsità fuori controllo, opinioni mitizzate dalla tecnocrazia, e finirai col prendere qualcosa di sbagliato seguendo il giudizio sbagliato di un sistema sbagliato.

In tutto ciò va messa anche la sottile coercizione dei “tutorial”. Pagati anche loro, ormai in larga misura; o frutto del narcisismo di incapaci, che non mostrano tutto il video, solo quello che funziona; oppure di improvvisati, quelli dei sentito dire, più bisognosi di te che hai bisogno di loro. Il web esprime expertise generalizzate, ormai, e non in quanto expertise, ma in quanto web. Se mostri “come si fa” su qualche sito o social… sei un maestro. Tanti proveranno, e attribuiranno a loro stessi il fallimento, a te i meriti. Una deregulation dell’autostima che non genera techné, cioè che lascia ignoranti, un po’ come quando raggiungi una località seguendo il gps: sei arrivato, è vero, ma non sapresti mai rifare quella strada. Perché non l’hai scovata, l’hai solo eseguita. Non l’hai cercata, te l’hanno mostrata. Non hai deciso, hai obbedito.

C’era una volta (come nelle favole) l’uomo che doveva costruire una propria opinione usando segnali deboli, cercando di immaginare, facendo scommesse senza rete, o dando credito solo a Mario, l’artigiano che ha la bottega in fondo al paese. Lui sì che si sapeva per certo quanto fosse bravo. Altrimenti si rischiava. Che brivido questa parola: rischiare. Si rischiava un’idea, una visione-delle-cose, perché ti eri convinto che fosse proprio così, lo “volevi”. Ci si struggeva per capire non “com’è lui” (il prodotto) ma chi sei tu che lo vuoi, cosa devi fare per usarlo, cosa ti serve per il tuo lavoro, sperando di trovare qualcosa in una giungla tua, quella dei dubbi e delle certezze, sbagliando da solo, perché per farlo non c’era bisogno di alcun aiuto, eravamo già bravi abbastanza. Tempi in cui bisognava “sapere in una stanza dov’è il nord”, e che uomo si stava girando su se stesso per indicarlo. E erano bei tempi, oh sì, perché chi sbagliava aveva comunque fatto un passo avanti. Aveva capito se non altro se stesso, cioè chi era “l’uomo della scelta”, magari sbagliata ma propria. Quell’uomo si era sforzato di “farsi un’idea originale” ad alto tasso di immaginazione, e quando ci azzeccava, provava orgoglio vero.
Non come la sensazione di essere tutti inevitabilmente dei coglioni… cioè quella che ci pervade, quasi sempre, oggi.

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Pericle, Marco Aurelio e il modello di sviluppo

Ho scritto un articolo e l’ho proposto a “La Repubblica” greca, per capirci, cioè l’importante giornale Efimeryda ton Syntaktion. E loro, che hanno poco o nullo provincialismo, lo hanno subito letto e poi pubblicato. Mi hanno perfino intervistato…

Io il Mediterraneo “un po’ lo conosco”, credo di avere diritto a una mia opinione sul tema. Soprattutto sotto il profilo ambientale. E dunque ecco l’articolo. E soprattutto la sua traduzione.

Buona lettura.

 

Pericle, Marco Aurelio e il Modello d sviluppo
di Simone Perotti

Ha destato molto interesse, in Italia, la notizia dell’autosufficienza energetica raggiunta dall’isola di Tilos. Un impianto solare e eolico pagato per più di tre quarti dall’UE, in grado di dare ai 500 cittadini dell’isola (3000 d’estate) sia continuità di rete che autosufficienza energetica. 500 tonnellate di carburanti fossili risparmiati all’ambiente ogni anno. Un segno di speranza.
Poi però sono arrivate altre notizie. Come quella di un piano energetico con l’obiettivo di disseminare su molte isole greche migliaia di pale eoliche gigantesche, e sono circolati video di attivisti che mostravano l’enorme impatto di strade, sbancamenti di terra necessari ai lavori, pale in vetroresina abbandonate, rifiuti di ogni sorta, il tutto in uno dei paradisi terracquei del Mediterraneo, dunque del mondo.

Cosa diventerà la Grecia domani? Qual è il modello di sviluppo che ha scelto? La domanda si associa a quale sia quello scelto dall’Italia (e da tutti gli altri Paesi dell’area) che nel settore delle rinnovabili ha visto sì una forte crescita (un quarto del fabbisogno nazionale) ma anche la pesante irruzione delle mafie, e una situazione ancora molto bisognosa di una chiara visione.
Paesi accomunati da un dilemma: qualcuno, nel mondo politico nazionale e europeo, ha capito bene cosa stiamo vivendo? L’autentica emergenza del momento non è la pandemia, ma il velocissimo superamento di ogni soglia del riscaldamento globale. Tra non molto tempo la crisi ambientale, ormai in fase acuta, farà più morti in una settimana (tra incendi, inondazioni, tornado inusitati, dissesti idrogeologici) di quanto la pandemia non ne abbia fatti in molti mesi. Basta verificare gli ettari andati a fuoco poche settimane fa tra Peloponneso, Eubea, Attica, Meridione d’Italia, Balcani, Maghreb e Anatolia. Eppure la domanda non si riferisce solo a questo, che i politici sembrano ignorare.
Qual è il modello di sviluppo che devono tentare di realizzare i Paesi del Mediterraneo? Vorremmo dire tutti i Paesi del mondo, per onestà, ma il Mediterraneo ha una storia e un ruolo culturale, morale, che oggi tornano alla ribalta.
Pericle, come Marco Aurelio, avevano un’idea del loro mondo ideale, e in prima persona tentarono di realizzarlo. Ecco cosa ci manca, oggi. Una visione. Come possiamo contrastare il degrado ambientale realizzando però anche benessere diffuso?
Quando si apprende che un’isola come Citera, miracolosamente sfuggita alle devastazioni edilizie negli Anni ’80 e ’90, allo sfruttamento commerciale, all’omologazione dell’offerta turistica, viene individuata come sito adatto per l’installazione di centinaia di pale eoliche di enormi dimensioni (tanto che al tramonto saranno visibili perfino da Milos) capiamo bene che gli errori conseguenti alla mancata visione sono enormi. E gravi, si badi bene, non solo sotto il profilo ambientale, ma anche economico.
In un mondo sempre più massificato, l’offerta economica turistica sarà

sempre più al ribasso dei costi. Dunque i luoghi naturali, protetti, dov’è ancora possibile la quiete, l’assenza di turismo massificato, dove il mare e la costa vengono tenuti puliti, dove non tutto è diventato merce, commercio, cultura mercantile massificata, avranno un valore enorme. Non preservare isole come Citera e le centinaia di paradisi greci, è dunque prendere il valore che si ha e buttarlo via. Qualunque esperto di marketing potrà confermarlo. L’Italia ne è l’esempio più tragico: non ha saputo curare il proprio ambiente, non ci ha visto l’enorme risorsa, non ha scelto di posizionarsi come l’ultimo Paradiso di bellezza, abitato e gestito in modo umano, senza sfruttamento sfrenato, non ha investito nell’impatto zero e semmai ha consentito speculazioni, rincorso i modelli turistici nordeuropei e anglosassoni, quelli del low cost, del “c’è posto per tutti”. E oggi si trova depauperata, le sue coste sono sempre più sporche, l’impatto antropico è fuori controllo. L’Italia di un tempo non esiste più, almeno nei quattro mesi estivi, quelli del 90% del turismo. Un Paese che era simbolo della bellezza, del viaggio sereno, tra gente aperta e sorridente, lontano dal caos delle città, fuori dal rumore… è diventato un “divertificio”, una macchina sbilenca che tenta di ingoiare il maggior numero di turisti possibile. I migliori turisti, e perfino coloro che vogliono vivere in pace, fuggono.

Fuggiranno presto anche dalla Grecia? Questo vuole la Grecia?La Grecia dovrebbe dotare tutte le isole di sistemi micro-rinnovabili capaci di renderle autonome sotto ogni profilo energetico. Diventerebbe il luogo più virtuoso del Mondo, simbolo di una élite culturale. E questo sì che sarebbe un “brand di valore”, capace di attirare il giusto pubblico, denaro pubblico buono, dove ci sarebbe sviluppo per tutti. Un Paese così sarebbe di esempio, e non avrebbe concorrenti! Soprattutto se la Grecia si impegnasse oggi più di altri nella pulizia e tutela del mare, delle coste, magari bandendo la plastica dalle isole e dai litorali più pregiati della terraferma. Serve una grande campagna di sensibilizzazione ambientale in Francia, ad esempio, dove a Marsiglia è quasi impossibile fare “la differenziata”, come in molti luoghi d’Italia e Spagna, e non nel 1980, ma nel 2021! E così in Grecia, che dovrebbe mantenere e aumentare il proprio valore unico, non certo farne una mega centrale per raccattare incentivi europei. Quegli incentivi arricchiranno qualcuno, forse i soliti imprenditori e politici di sempre, ma impoveriranno il Paese. L’Italia ha già fatto questo errore mettendo centrali a Porto Torres, a La Spezia, o acciaierie a Taranto. Perché la Grecia, che può diventare un leader creando benessere, vuole svendere la sua ricchezza?
Quando si distrugge la propria bellezza, il futuro è segnato. Pericle, Marco Aurelio, non lo avrebbero mai consentito.

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Da Gino Strada, dalla sua azione, ho imparato

Ai margini del campo profughi del Darfour, dove siamo andati a visionare la situazione

In Sudan sono stato perché mio cugino fu assunto come logista volontario in Emergency e andò per molti mesi a Khartoum. Andai a trovarlo, naturalmente, e conobbi lì, toccandolo con mano, quel che faceva l’associazione di Gino Strada. Poi ne scrissi anche, sul Fatto Quotidiano e sul mio blog.
Mi colpirono tante cose. Ma una di più delle altre: dovunque mi girassi per la città c’erano SUV bianchi delle Nazioni Unite, puliti, perfetti, nuovi, in un posto dove di nuovo e perfetto non c’era niente, nemmeno l’aria. Rimasi impressionato.
C’erano tutti, qualunque sigla con davanti le lettere “UN”, nazioni unite. Mi spiegarono che quel Paese era un buon trampolino di lancio anche per le carriere diplomatiche di vario genere. Una specie di gavetta, di campo base, per i giovani rampolli di belle speranze.
C’erano tanti soldi che giravano, evidentemente. E me ne accorsi soprattutto quando ci invitarono (chissà perché) a una festa,in una villa di un’ambasciata. Un’ora di fila indiana per tutti i SUV, tutti da controllare uno a uno con gli specchi sotto la macchina, i cani, per essere certi che non avessero esplosivi applicati e nascosti da qualche parte. Dentro, a dispetto del clima e della desolazione circostanti, prato all’inglese, buffet, alberi, alcolici che scorrevano impetuosi (in un paese in cui l’alcool è proibito).
Mi spiegarono che il campo profughi del Darfour, che vedete nelle foto “rubate” (andammo a visitarlo solo perché “eravamo” di Emergency, accompagnati da loro, altrimenti entrare in quel campo sarebbe stato troppo pericoloso) era così da vent’anni e oltre, e che il denaro stanziato ogni anno (una ventina di miliardi di vecchie lire) per rimpatriare quelle povere persone, non si sa dove finisse. Forse a tenere in piedi le grandi strutture dell’ONU, uffici, scrivanie, carriere. E feste.
Poi però c’era Emergency, che quei denari non prendeva. E anzi, che era sempre al limite per trovare quelli che gli servivano a operare. Anche perché oltre all’ospedale nel campo profughi (ultimo baluardo rimasto a occuparsi dei dannati della terra), l’associazione di Gino Strada aveva appena aperto un centro ospedaliero d’eccellenza per le malattie cardiache (una delle foto sotto). Un posto meraviglioso. Gino Strada lo aveva voluto non solo funzionale al bisogno, ma anche bellissimo e attrezzatissimo. La sua filosofia era quella del fare ma anche del testimoniare: “Perché in Sudan devono accontentarsi di un piccolo ospedale che fa quello che può? Perché non devono avere il meglio, le sale migliori, le macchine più avanzate, e fuori giardini verdi, panchine all’ombra, esattamente come noi?”.
Imparai molto da quello che vidi e dalle parole che ascoltai. Imparai che non basta fare. Bisogna anche fare politica, cioè testimoniare. E bisogna mirare alto, fare cose emblematiche, provocare, se necessario, per incidere non solo con quello che si fa, ma anche con significati e concetti taglienti come bisturi.
Imparai soprattutto che si poteva andare controcorrente, pensarla diversamente, fare diversamente, parlare diversamente. In ogni caso: fare e raccontare. Fare cose grosse, diverse, controcorrente, e poi parlare diversamente, con parole nuove, nuovo coraggio, nuova visione.
Ecco perché sono così triste della scomparsa di Gino Strada, ma al contempo molto sereno sulla sua eredità ideale, intellettuale, valoriale, dunque operativa ma anche politica. Uomini e donne come lui lasciano orme profonde. E quando ci sono le orme, basta seguirle, la strada è aperta, basta incamminarsi. E non “facendo come lui” necessariamente. Ma comportandosi secondo la sua ispirazione. Ognuno a suo modo, ognuno con i suoi mezzi e le sue gambe, ma tutti nella stessa direzione.

Qui ho fotografato il campo profughi del Darfour. Un inferno tra i viventi…

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