In un lampo

Un giorno sul molo vedo una ragazza. Capelli cortissimi, sguardo un po’ circospetto. Si era nel… mah, non saprei… forse nel 2010 o 2011. Una vita fa. Ricordo che rimanemmo a Spezia qualche giorno di più, aspettammo a salpare, perché fuori c’era parecchio mare. Comprammo il pesce, facemmo festa, accadde un mucchio di roba. Ci conoscemmo. Eravamo tre equipaggi, su tre barche.

Quella ragazza, che si chiamava Michela, mi scrutava, ascoltava e guardava tutto, prevalentemente in silenzio. Poi piano piano parlammo un po’, anche più intimamente intendo. Le chiesi perché era lì, come mai fosse venuta sulla mia barca.
Mi raccontò che aveva deciso di licenziarsi, stava lasciando una delle maggiori aziende mondiali, dove, ancora giovane, stava facendo una bella carriera. Voleva partire per l’Australia, se non ricordo male, insomma, un posto lontano, senza programmi, senza un futuro definito. L’avevano ispirata i miei libri, credo entrambi i saggi sul cambiamento “Adesso Basta” e “Avanti Tutta”. Ovviamente si rendeva conto del passo enorme che stava per compiere, e era timorosa di farsi influenzare da uno che neanche conosceva, che magari raccontava dei suoi cambiamenti dicendo una marea di cazzate. Per questo era venuta: “Volevo vedere se era vero, se eri così come scrivi, se era tutta roba autentica oppure no…” mi rispose guardandomi dritto, con un lampo veloce che le balenava negli occhi ancora un po’ circospetti e paurosi, ma carichi di speranza.
Ne deduco che riuscì a sanare quell’impetuosa e impellente curiosità, perché dopo poco lasciò la multinazionale, partì, aprì un blog, viaggiò e da allora ha fatto una vita straordinaria, un mucchio di cose.
Ebbene, vi racconto questa storia perché le ho scritto stamattina. Mi è venuta in mente improvvisamente, ho ricordato che lavorava nel settore informatica, social, network digitali. Era super brava, sveglia, veloce.
E grazie a lei, che è rimasta un portento (e forse mi vuole ancora bene), eccomi tornato su Facebook dopo due settimane di “passione”, certamente di stallo, perché avevo cambiato telefono e Facebook ha un problema grave con l’autenticazione a due fattori per entrare nell’account. A un certo punto, dopo averle provate tutte, ho capito che non sarei mai più riuscito a rientrare, e che così avrei perduto per sempre oltre 13 anni di lavoro, di network, di persone, di immagini, di parole… Tutto spazzato via da un malfunzionamento (molti pensieri utili, a riguardo. Siamo messi assai male…).

E invece no. Michela.
Ciò che pareva immutabile, ormai irrisolvibile, perduto… Risolto. In un lampo.
Come quello che vidi negli occhi d Michela, undici anni fa.

Grazie cara…

(Nella foto: “L’Ultima Thule” all’una di notte. C’era una luna che sembrava giorno)
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Il “Meccanismo di Kythira”

I superstiti del naufragio assiepati alla base della scogliera. Le onde che li colpivano mentre tentavano di mettersi in salvo ne hanno risucchiati circa quindici. Otto risultano ancora dispersi in mare.

 

La mattina dopo il naufragio di Citera, mi sono messo a parlare con i migranti sopravvissuti, offrendogli una sigaretta o consentendogli di chiamare i parenti col mio telefono. Più d’uno mi ha detto: “io amo il mio Paese, non avrei mai voluto andare via!”, quasi per scusarsi. “Siamo tutti in fuga dal regime violento dei Taliban. Gli americani, andando via, ci hanno condannato a morte”.
Tra di essi c’è un Giudice per le indagini preliminari, che ha appena perso il fratello. “Per anni ho mandato in galera quei pazzi, ho sciolto 450 matrimoni di donne costrette a sposarli dalla Sharia. Ero nella lista nera degli assassini”. C’è Abdalla il pilota di caccia, giovane, disperato per la moglie e la figlia di 7 mesi lasciate in Afganistan: “ho studiato 18 anni per diventare pilota. Ora sono lontano dalle mie due ragazze, e ho buttato via tutto. Ma se restavo morivo”. C’è il giovane ingegnere che chiede una cintura, i pantaloni ricevuti dai volontari gli stanno larghi: “abbiamo venduto tutto per andare via, o saremmo stati uccisi. Tutti quelli che hanno lavorato a qualunque titolo col governo precedente”. Ci sono le due ragazze che non smettono un istante di piangere: “Sapete se nostra madre si è salvata? Vi prego, diteci qualcosa!”.
Uno di loro timidamente mi si avvicina: “scusami, mi dici dove siamo? Come si chiama qui?”. Gli spiego che si trova su un’isola.
Ieri, durante il giro per le medicazioni delle innumerevoli ferite ai piedi e alle gambe, lacerate dagli scogli, i sopravvissuti si sono riuniti tutti intorno ai volontari: “Grazie. Siete i nostri angeli. Non vi dimenticheremo mai”.

Per arrivare fino a quest’isola, a sud del Peloponneso, questa gente disperata è partita dall’Afghanistan. Mille ero a ogni frontiera: quella con l’Iran, poi quella con la Turchia, poi altri 900 per attraversare tutta l’Anatolia fino a Istanbul e poi Izmir, che da anni è il centro operativo dei trafficanti di uomini sulla frontiera di levante. Infine, 10.000 euro a testa per imbarcarsi su una vela di 18 metri.
Erano poco meno di cento, a bordo, tre giorni fa. Ragazzi e ragazze, per lo più. La loro barca si è incagliata in prossimità della costa, poi le onde l’anno fatta spezzare. “Ci siamo buttati in acqua per raggiungere a nuoto la costa” mi racconta Abdalla. E così si sono ritrovati tutti aggrappati su una scogliera verticale spazzata dal mare in burrasca, che uno a uno ha inghiottito quindici di loro. Solo dopo tre giorni di disumano ritardo è iniziato il recupero delle salme, lasciate a gonfiarsi e galleggiare in mare. Sono sette. All’appello ne mancano almeno otto.
Ma sarebbero stati cento, i morti, se pompieri e volontari di quest’isola buona non fossero accorsi subito. Soprattutto Michalis Protopsaltis, l’uomo divenuto il simbolo di questa straordinaria operazione di soccorso. Al primo allarme, di notte, Michalis non ci ha pensato su nemmeno un istante: ha preso il suo camion-gru con braccio telescopico e l’ha piazzata sulla scogliera. Solo grazie alla sua velocità e intraprendenza è stato possibile issare per oltre dieci metri i superstiti, uno a uno. Oggi la Grecia intera lo onora sui social network, inviando migliaia di encomi appassionati. Spero lo faccia anche l’Europa.

La barca stracarica di migranti è finita sugli scogli nel punto peggiore dell’isola perché il comandante non era un marinaio. I trafficanti di Izmir addestrano velocemente uno dei migranti, gli spiegano superficialmente come funziona una barca, lo mettono al comando. In cambio, un passaggio gratis verso l’Italia. Poi lo guidano via telefono lungo la rotta. “Il proprietario della barca e il reclutatore di migranti, due turchi, gli dicevano di passare in due posti diversi, uno a nord e uno a sud dell’isola. E lui era confuso. Discuteva con loro per telefono…” mi racconta Ahmad Khan, viso gentile, calmo ma ancora sotto choc. E così il “comandante” ha fatto rotta, di notte, col mare in burrasca, verso una scogliera invece che tra isola e Peloponneso, dove qualunque marinaio, anche uno della domenica, si sarebbe subito riparato da vento e onda di nord est.
Ma che fine ha fatto il “comandante”? I sopravvissuti dicono che sia morto sul colpo,“folgorato da una scossa elettrica”, eppure questa versione dei fatti non convince. La polizia indaga, ascolta i racconti. Dalla minuzia dei dialoghi e degli interrogatori, si capisce che ha dei sospetti.

I giornali ellenici oggi avanzano l’ipotesi di basi operative in Grecia. Tutto da verificare. Ma questo fa parte delle indagini, cioè dell’ora e del dopo. Sull’isola, che conta poco più di duemila abitanti, dove sindaco e autorità si sono rivelate ancora una volta del tutto impreparate e ancor peggio assenti e inadempienti con i soccorsi, i volontari hanno invece svolto un lavoro straordinario. Anche questo rimbalza per tutta la Grecia, come un monito e un insegnamento per redimere l’attuale deriva di insensibilità e disumanità di buona parte delle istituzioni e della politica. Quella che in Italia conosciamo bene, E l’esempio, qui, è stato fortissimo: in poche ore l’educata e sensibile comunità dell’isola (dove è in costruzione un “Museo delle migrazioni” dal grande valore culturale e sociale), ha offerto ogni bene di prima necessità: cibo, acqua, medicinali, vestiti asciutti, scarpe, mutande. L’intera gestione dei soccorsi e dell’accoglienza è stata svolta da quella che ormai si sta configurando come un’autentica associazione popolare. Qualcuno, sulle chat dei volontari, ha anche disegnato un logo e proposto un nome: “Il Meccanismo di Kythira”, facendo il verso al famoso ritrovamento archeologico della vicina Antikythira.

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Un podcast bello lungo. Per voi.

Ecco qui, su Spotify, un lungo podcast (1h e 37′) parte della serie “L’Ultima Domanda“.

Tema complessivo, a ampio raggio, in cui viene fuori un po’ di tutto sui temi più attuali.
Pensavo che qualcosa lo tagliassero, non fosse altro che per stringerlo, e invece no, hanno lasciato proprio tutto… Ma forse è meglio così, restituisce il senso anche del tono.
 
Non devo dirvi io, ancora, quanto questi pensieri siano urgenti, necessari, e come proporsi, sottoporsi, suscitare a se stessi una nuova opzione di vita, sia ormai diventato una necessità (era un’opportunità, ai tempi, ma le cose cambiano).
 
Buon ascolto.
 
#laltravia
 
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Il Cantiere Filosofico


Cosa?
– lavorare al primo cantiere filosofico del Mediterraneo
– che vuol dire: lavorare imparando mille e una cosa su come si ristruttura una piccola casetta di pietra. Insieme. Dunque imparando anche io con chi ci sarà
– ma anche: incontrarsi, comunicare, parlare, ascoltare, conoscersi, affrontare mille e un tema sulla filosofia applicata delle nostre vite, alle nostre scelte, oggi.

Quando, dove e come:
– aprile e maggio (forse primi giorni di giugno, ma forse no)
– sull’isola (per sapere quale sia bisogna aver seguito questa pagina, oppure aver letto “L’Altra Via”. Un’isola si cerca, non viene rivelata)
– il giorno prima, chi vorrà manderà un messaggio a me: “domani si lavora?”
– Se la risposta sarà “sì”, ci si vedrà il giorno seguente alle 9.00. Caffè e poi al lavoro.

Dotazioni:
– mani, braccia, mente, cuore, gambe, ascolto, riflessione, energia… ognuno metterà quelli che ha
– pala, piccone, cazzuola, materiali saranno già disponibili al cantiere
– portarsi abiti da lavoro. Meglio se anche scarpe antinfortunistiche e guanti.

Perché:
– Perché le mani, saperle usare, mettersi lì con cura a fare un intonaco, o un muretto, lavorando legna, pietra, ferro, ci salverà
– Perché mente, cuore, il nostro equilibrio generale… sono muscoli. E la funzione sviluppa l’organo. È una legge.

– Perché un’isola del Mediterraneo è di per sé un eremo, un convento laico, dove per pregare bisogna proprio lavorare e parlarsi.

Certezze e desideri:
– c’e qualche certezza in tutto questo? Nessuna. A nessuno. Da parte di nessuno
– Chi verrà sull’isola lo farà perché vuole venire sull’isola, viverla, vederla, sentirla, viverci. Di sua libera sponte. Dunque a prescindere da ogni eventuale altro motivo. Senza nessun impegno con me, né io con nessuno. Liberi.
– E tuttavia, ogni giorno potrà essere un’opportunità per lavorare e comunicare insieme, oppure no. Le cose migliori si scelgono, non si eseguono. Ogni mattino.
– È un lavoro questo? No.
– È volontariato? No.
– Qualcuno ne ha bisogno? No (voi potete fare filosofia in mille modi, io posso costruirmi questa casetta da solo, con F).
– Qualcuno ne avrà un beneficio? Tutti, comunque vada.
– Ciò che vale davvero qualcosa, e la pena di essere perseguito, è sempre e solo il frutto di un eventuale desiderio, volontario e libero.

Somiglia a qualcosa tutto questo?
– Spero di no.
– Se avete notizia di uno schema del genere, non simile o assimilabile, proprio questo, ditemelo che annullo tutto.
Alla via così.

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Aprirò un cantiere-filosofico

Io e F, da aprile circa, apriremo il cantiere-filosofico sull’isola. Verso le 9 la mattina. Fino a una certa ora. Poi pausa sotto la pergola, acqua (vino) cibo e chiacchiere filosofiche. Rigenerazione fisica e mentale. A tutti gli effetti un campo di lavoro per la mente e per le braccia, cioè qualcosa per imparare dalla fatica e dal dialogo.

Poi, ognuno per le sue vie. Mezza giornata almeno, ogni giorno, bisogna stare da soli (cantiere filosofico già iniziato, con questa affermazione…).

Per quanto tempo starà aperto il cantiere-filosofico?
E chi lo sa. Vedremo. Credo tre mesi circa, aprile-giugno. Ma forse meno, chiuderemo prima, oppure più avanti. Quando si inizia a costruire, non si può mai dire quanto dureranno i lavori. Anche perché non lavoreremo tutti i giorni. Cercheremo di dare continuità, ma senza imperativi categorici.
Regole: non daremo alcun alloggio (oh signore, aiutaci…!), semmai cucineremo insieme e faremo spesa insieme. Offriremo la nostra esperienza, la nostra disponibilità, le nostre parole. Apriremo a alcuni il teatro de “L’Altra Via”. Una testimonianza, dunque. Una circostanza di vita.
Chi vorrà fare un viaggio su un’isola, lo deciderà lui e lo farà lui. Sarà una sua decisione, com’è giusto che sia. Qui non vengono villeggianti, nessun turista. E nessuno verrà per noi, ma una volta tanto, per sé. Nessuno sarà ingaggiato, saremo noi ingaggiati.
Dunque: se qualcuno verrà sull’isola, deciderà: se invece che starsene tutto il tempo al mare, a girare, a leggere, a mangiare in trattoria, a fare l’amore, a nuotare, a pescare… vorrà lavorare di pala, cazzuola, fracasso, cervello, cuore e anima (un giorno soltanto, o due, o tutti e sette i giorni della sua settimana), basterà mandare un messaggio a me, e attendere. Se per il giorno seguente è previsto del lavoro, vorrà dire che il “cantiere filosofico” è aperto. E allora sarà il benvenuto.
Un’isola, il mare di fronte, il Mediterraneo dovunque. Nelle mani, qualcosa con cui riflettere.
(nella foto: Chirashi con funghi Shitake, gamberi, surimi, alga wakame. I funghi li produce Basilio Busà sull’Etna. Me li ha mandati perché ha intuito che mi piacciono. Deliziosi. E lui deve essere un tipo molto interessante…)
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Un anno straordinario

Sarà uno splendido anno. Io certe cose le sento. Sarà che ci sto su con tutti i sensi, in continuo, percepire è un’ambizione, una specie di vocazione.

Circolano un bel po’ di lacrime, quelle che affiorano appena, che spingono da sotto gli occhi. Dolenze latenti, anchilosamenti, aderenze che intralciano i movimenti, stanno lavorando ai fianchi già da un po’.
Ma il sole sorge ogni giorno, cupo o luminoso, come sempre. E sorgerà ogni giorno per tutto l’anno a venire, da domani, ancora e ancora. Le dolenze, le lacrime impellenti, troveranno un canale dove scorrere. Lo fanno sempre. Non le puoi fermare.
Qualcuno si è molto depresso in questi tempi. Forse non si aspettava variazioni così importanti. Forse si è convinto che qualcosa sia cambiato definitivamente. Non era come pensava, non sarà come teme.
Il mondo viaggia per un’unica ragione: l’energia. Quella che non sappiamo, quella dei cuori, quelle delle menti. Cose che devono accadere perché sono fatali, inevitabilmente avverranno. Accadranno anche cose che non sarebbero accadute, perché l’energia trattenuta, come nel Tantra, poi rompe i blocchi e si sfoga. Finalmente, qualcuno ha preso coscienza della fine. Era così triste vedere come la ignorava. E anche del tempo. Era così preoccupante osservare come lo sprecava.
Non c’è niente di produttivo come la cognizione della morte, per la vita.
Sarà dura per molti, questo è inevitabile. Non si potrà dimenticare in un lampo ciò che è stato detto, ciò che è stato pensato, né come ha reagito. Parlo degli estremi, sapete cosa intendo.
E chi non ha sbordato si ritroverà punto di riferimento, che lo sapesse o no, che lo volesse o no. Una grande responsabilità, un’élite inconsapevole fino a ieri, diventata oggi ufficiale, a cui sono appese molte delle sorti planetarie.
In ogni caso, per tutti, sarà un anno di recuperi, di scelte, di opportunità, di bivi. Cioè di luoghi e momenti di velocizzazione del processo, di compimento del percorso, di nuovo inizio. Una circostanza benedetta, credetemi. A fine vita intere schiere darebbero ogni cosa per un momento come questo, che in molte sorti tarda a manifestarsi. Oggi invece lo vivremo tutti. Esistenzialmente, un dono.
E sarà a portata di mano, per tutti!
Basterà spingersi un millimetro oltre le inerzie, oltre le paure, oltre i vincoli che ieri sembravano insolvibili, e che ora possono finalmente essere sciolti. Un millimetro appena separa molti, moltissimi, da nuovi destini: nuovi incontri, nuovi luoghi, nuove albe affrescate di occasioni.
Un passo appena, il gesto di allungare un braccio, di dire la parola mai detta: “eccomi…” oppure “vado, ciao…”.
Anche gli inconsapevoli, i meccanicistici, i sempliciotti, i divertentisti, cioè tutti quelli che negano, o che non hanno familiarità con i confini invisibili… si troveranno a doverli (o volerli) attraversare.
Unica dotazione necessaria, da non dimenticare fuori dallo zaino: un briciolo di voglia di lasciarsi andare. L’arma più affilata, quella del minimo coraggio, che risiede nel nostro cuore.
Siamo a un piede appena di distanza dal gradino. L’occasione di quest’anno è tutta lì, in quella distanza minima, nella fessura della porta, nella fettina sottilissima di visuale che offre il lungo vicolo buio, ormai già quasi tutto percorso.
Sarà un grande anno. Fidatevi di me.
Avverranno un mucchio di cose sorprendenti. Mi aspetto di fare incontri straordinari, di condividere il sentiero con sconosciuti che mai avrei incontrato, per luoghi fino a ieri inaccessibili. L’energia, la grande madre della madre della madre della vita, agirà. In me. In noi tutti. La sua forza è straordinaria. Anche se non lo capite, anche se sareste pronti a dire il contrario, abbiate fede: è così.
Non c’è niente di meglio del limite, della prossimità del confine, del vaso pieno fino all’orlo, dello svuotamento improvviso. L’ordine immutabile non consente mai niente, cristallizza, mentre la burrasca favorisce, perché quando spiana, improvvisamente, tutte le barche salpano, i porti blindati si aprono, e sulla banchina c’è fermento, voci, materiali, uomini, cime che strappavano ora allascano, si sciolgono, filano in acqua a barca in lento movimento.
Forza e coraggio dunque. C’è un mucchio di roba da fare. C’è una vita non già “ancora possibile” ma “finalmente possibile”, piena di sfide, vergine di azione. Tutta da vivere. Adesso.
Buon ultimo giorno di un anno difficile, eppure splendido nella sua tragica potenza. C’è un nuovo giorno di un anno fuori dall’ordinario che tardava a venire, e invece ora è lì, ci aspetta. Domani.
(nella foto, PettiMosso. L’ho chiamato così perché non stava fermo un attimo, a un metro da me, mentre lavoravo)

 

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Tutto si compie

A inizio giostra, a marzo e aprile 2020, scrissi che questa sarebbe stata una svolta. Feci addirittura un diagrammino per spiegare che il pensiero dominante si evolve grazie a una minoranza attiva che esplora nuove soluzioni. Scrissi che la minoranza-guida avrebbe colto l’occasione e cambiato vita proprio adesso (https://www.facebook.com/photo/?fbid=10220116741176047&set=a.1221728150603)
Quasi nessuno era d’accordo con me… Voi tutti, ammettetelo (e soprattutto ricordatevelo), mi davate del visionario: “Ma va, simone, sei un illuso! Tutto rimarrà come prima! Vedrai!”
Ora perfino La Repubblica constata il cambiamento.
Il fatto è che tralasciavate una questione: “come prima” non è possibile mai. L’acqua del fiume sembra sempre uguale, ma è altra acqua. Le cose cambiano, e non accorgersene è solo un problema di chi non sa guardare.
Dunque:
– puntuale come un orologio svizzero, dal tema pensioni fino a quello (assai più edificante) del senso del lavorare, dell’abitare e del vivere, ciò che nel 2008 scrivevo in “Adesso basta” si è realizzato definitivamente in questi anni: il mito del denaro, della ricchezza, del consumo, dei simboli, è al tramonto. Oggi, semmai, si lotta per un po’ di pace, per qualcosa che abbia senso, e per un’ora d’amore.
– Ciò he ho immaginato un mese dopo l’inizio della pandemia si sta puntualmente mostrando in tutta la sua evidenza in queste settimane.
E adesso?
Ora non resta che attendere che avvenga quel che descrivo e illustro ne “L’Altra Via“. Anche quel prossimo futuro è chiaro e visibile, basta solo volerlo vedere. E magari, nei prossimi cinque anni, spicciarsi a tenerne conto per interpretare futuro, scelte, urgenze.
Consapevoli che, stavolta, quando tutto si mostrerà nella sua manifesta evidenza, la faccenda sarà molto più seria

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Farsi le canne da soli

L’incannicciata costa tanto. Troppo. Allora penso; me la faccio da me. Chiedo sull’isola: “dove si comprano le canne?” . Risposta: “ma mica si comprano. Stanno in molti punti, lungo i rivi, andiamo tutti lì quando ci servono, e le prendiamo. Sono di tutti.”

E allora vado con la fida F. Un culo immane. Le canne sono enormi, sembrano bamboo. Dure, alte tra i 4 e i 6 metri. Quelle al Fienile sembrano stuzzicadenti in confronto. Ma non basta. Le canne dritte sostanzialmente non esistono. Sono una proiezione iperurania, o una promessa commerciale. Dunque allestire un’incannicciata diventa un’opera di meccanica quantistica: “la canna dritta non esiste ma in determinate condizioni può diventarlo”. Cinema…

Morale: dita le cui falangi superiori non sento praticamente più. Epicondilite a nastro. Schiena. Tempo. E pensieri… Ma enorme orgoglio. Sotto questa Pergola, che copre la cucina esterna con ipnotica vista sul mare, avverranno cose. Mente a quelle cose, non al progetto, mentre si lavora, mi raccomando. Chi fa le cose precisine e non pensa “a quelle cose” è un maniaco. Prima o poi entra in un Eurospin con un kalashnikov. Le cose “servono a”, oppure sono fatica sprecata, e gesto nevrotico. (Per chi ha letto Stojan Decu: “occasioni per le emozioni“).

Ora bevo un sorso di vino. Stanco. Seduto. E guardo F che si incaponisce su un restauro. Quel portellone dice cose sul tempo. E lei le sta cercando. Le troverà? Io la guardo. Non so se riesco a capire. Però qualcosa sento. Dunque forse sì.

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αντίθεση (antitesi)

Ho scritto due brevi brani in questi giorni. Senza un progetto, lo giuro.
Ne è nato uno specchio che rimanda infiniti riflessi, antitetici e dunque in grado di rivelare molte cose. Avvicino qui i due brevi brani. Credo siano utili.


Stare

Bisogna stare fermi. Smetterla di ronzare. Smettere l’abitudine di scendere, salire, lamentarsi perché il pullman non arriva, perché l’aereo è in ritardo. Quell’aereo non porta da nessuna parte.
Andiamo, certo. Andare è bello, ci mancherebbe… Ma poi stiamo là. Se ci siamo andati un motivo c’è. Cerchiamolo.
Succhiamo, lecchiamo, digeriamo, facciamoci rivenire fame quando tutto ci ha saziati. Aspettiamo. Stiamo mesi, non ore, non poveri sterili inutili giorni. La temporaneità si acquisisce stando. Comprendendo. Perché quel primo giudizio non vale niente. Lo dà un uomo ancora altrove, ancora “non giunto”. Invece per capire bisogna cambiare quanto basta per assumere le categorie di sé in un luogo che non è più noi. Non è ancora noi.
L’irrequietezza mi è sempre stata amica. Ma è una pratica affilata, pericolosa per chi non sa maneggiarla. Con l’irrequietezza si fanno un mucchio di cose belle, ma non è roba da dilettanti, o da equilibristi. Per andarsene bisogna esercitarsi. Bisogna aver letto, capito, sentito. Si parla dopo i silenzi, non durante.

Bisogna smettere. Stare fermi. Solo da fermi si va.

Muoversi

Fermi non vuole dire immobili. Vuol dire profondi, dentro, in contatto. Ecco perché bisogna muoversi.
Muoversi non è sciamare, semmai vedere. Osservare come fosse lì qualcosa che ancora non c’è: ecco l’essenza del moto. La sua causa. Andare perché si è già visto, figurandosi ancora e ancora; fare perché abbiamo già messo insieme pezzi, con le mani della fantasia; dire qualcosa che abbiamo studiato e ristudiato come pronunciare, con le ali precise del silenzio e del cuore.
In movimento non è andare continuamente, da qui a lì. Non è alzarsi dopo poco che ci si è seduti, non è arrivare, ripartire, riandare. Muoversi non è fare mille cose inutili, semmai fare fino in fondo e costantemente e onestamente e quotidianamente qualcosa che abbia un valore.
Muoversi, dunque, è iniziare. Muoversi è esserci, prima di arrivare, scomparire prima di essere partiti. È avere pensiero lungo per la grande rotta, medio per ciò che ce la impedirà, breve per il primo salto.
Muoversi è sapere che la vita si suona a dieci dita, non solo con due indici tremanti, ingredienti tutti, non soltanto uno. Muoversi è percepire il tempo come una misura di valore, come l’acqua, come il cibo, come l’aria, qualcosa da salvaguardare. Muoversi è rispetto e considerazione per l’energia, da produrre, da rigenerare.
Muoversi è non cedere alla malattia del tempo, l’ignavia accidiosa della noia.
Muoversi è non avere per faro la comodità, ma la vita. Muoversi è adorare l’atto di pagare con la moneta della vita.
Muoversi è sentire che arriva il giorno in cui bisogna partire per andare là dove qualcosa risuona. Dove potremo ridurre raggio e circonferenza per stare e operare.
Muoversi è il nemico giurato del falso movimento, quello che disprezza il senso, che non ha la religione dell’economia delle energie, che arriva distrutto la sera non per aver fatto, ma per aver sprecato.Muoversi è colorare il disegno, prima crearlo, prima sentirlo.
Muoversi è farsi trovare intenti, applicati, concentrati. Muoversi è essere attratti, quindi è essenzialmente vedere, notare, cogliere. Muoversi è sempre dettaglio, dunque occhi, dunque cura. Dunque sentimento.
Muoversi è curiosità. Muoversi è ipotesi. Curiosità più ipotesi è cambiare.
Muoversi è fuggire l’alibi della comprensione non di ciò che viene detto, ma di ciò che vogliamo capire. Per questo muoversi non ha per opposto l’immobilità, ma l’onestà. E allora muoversi è partecipare, spendersi, senza mentire, senza raccontarsi che siamo quello che non siamo. Essere qualcosa è il movimento che facciamo veramente per diventarlo, prima ancora di esserlo.
Muoversi, per queste ragioni, è assumersi la responsabilità del vero, quello che sappiamo solo noi.
E viverlo.
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Non da morenti

Nel caso circolasse una sensazione di instabilità, e forse di grande vuoto interno ed esterno, non preoccupiamoci troppo.
È normale. Per dure ragioni.
La prima è che la vita è fatta in modo davvero approssimativo. L’avessi fatta io l’avrei fatta decisamente meglio. E tanti che conosco l’avrebbero organizzata anche meglio di me.
La seconda è che oggi si paga tutto ciò che non è stato fatto prima. Troppo tempo buttato via. Troppe occasioni mancate. Troppo trascinarsi senza rotta di qua e di là. Naturale sentirsi perduti quando servirebbe aggrapparsi a ciò che si doveva costruire.
Se ne deduce (per piana logica) che l’opportunità, oggi, è duplice:
– da un lato, come antidoto al vuoto, bisogna mettersi a costruire qualcosa che serva. Un modello, uno schema, ciò che è necessario per parare i colpi. E da fare, come sappiamo, ce n’è tantissimo.
– da un altro, costruendo oggi, lavorando con impegno a consolidare, modificare, cambiare, non ci troveremo più, già domani o dopodomani, con questa rinnovata e aggiornata sensazione di spaesamento.
Ma c’è dell’altro.
Comprendere questo è già passare dal vuoto al pieno.
Dunque, prima ancora dell’azione, il pensiero di essa è già una salvezza.
Va da sé che questo schema e questa progettualità, andranno poi abbandonati. Prevengo l’obiezione. Non si vive bene nel dualismo dialettico basato solo sulla volontà.
E tuttavia, prima di abbandonare, bisogna acquisire. Prima di cambiare bisogna scegliere. Mentre mi pare che la maggior parte delle persone sia ferma sulla soglia del luogo da cui dovrebbe evadere. E questo non va bene.Serve dunque conoscenza del proprio perimetro, prima di ogni altra cosa. Serve aver fatto passi (soprattutto uno: il primo), serve aver capito limiti e possibilità di cui possiamo disporre e che dobbiamo temere. Serve aver attivato un circuito d’energia e di concatenazione tra desideri, progettualità, possibilità… prima di avere la forza di accettare, di convivere, di rifiutare.
Non si convive con l’assurdo (né lo si abbandona) da morenti.
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