Tutto si compie

A inizio giostra, a marzo e aprile 2020, scrissi che questa sarebbe stata una svolta. Feci addirittura un diagrammino per spiegare che il pensiero dominante si evolve grazie a una minoranza attiva che esplora nuove soluzioni. Scrissi che la minoranza-guida avrebbe colto l’occasione e cambiato vita proprio adesso (https://www.facebook.com/photo/?fbid=10220116741176047&set=a.1221728150603)
Quasi nessuno era d’accordo con me… Voi tutti, ammettetelo (e soprattutto ricordatevelo), mi davate del visionario: “Ma va, simone, sei un illuso! Tutto rimarrà come prima! Vedrai!”
Ora perfino La Repubblica constata il cambiamento.
Il fatto è che tralasciavate una questione: “come prima” non è possibile mai. L’acqua del fiume sembra sempre uguale, ma è altra acqua. Le cose cambiano, e non accorgersene è solo un problema di chi non sa guardare.
Dunque:
– puntuale come un orologio svizzero, dal tema pensioni fino a quello (assai più edificante) del senso del lavorare, dell’abitare e del vivere, ciò che nel 2008 scrivevo in “Adesso basta” si è realizzato definitivamente in questi anni: il mito del denaro, della ricchezza, del consumo, dei simboli, è al tramonto. Oggi, semmai, si lotta per un po’ di pace, per qualcosa che abbia senso, e per un’ora d’amore.
– Ciò he ho immaginato un mese dopo l’inizio della pandemia si sta puntualmente mostrando in tutta la sua evidenza in queste settimane.
E adesso?
Ora non resta che attendere che avvenga quel che descrivo e illustro ne “L’Altra Via“. Anche quel prossimo futuro è chiaro e visibile, basta solo volerlo vedere. E magari, nei prossimi cinque anni, spicciarsi a tenerne conto per interpretare futuro, scelte, urgenze.
Consapevoli che, stavolta, quando tutto si mostrerà nella sua manifesta evidenza, la faccenda sarà molto più seria

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Farsi le canne da soli

L’incannicciata costa tanto. Troppo. Allora penso; me la faccio da me. Chiedo sull’isola: “dove si comprano le canne?” . Risposta: “ma mica si comprano. Stanno in molti punti, lungo i rivi, andiamo tutti lì quando ci servono, e le prendiamo. Sono di tutti.”

E allora vado con la fida F. Un culo immane. Le canne sono enormi, sembrano bamboo. Dure, alte tra i 4 e i 6 metri. Quelle al Fienile sembrano stuzzicadenti in confronto. Ma non basta. Le canne dritte sostanzialmente non esistono. Sono una proiezione iperurania, o una promessa commerciale. Dunque allestire un’incannicciata diventa un’opera di meccanica quantistica: “la canna dritta non esiste ma in determinate condizioni può diventarlo”. Cinema…

Morale: dita le cui falangi superiori non sento praticamente più. Epicondilite a nastro. Schiena. Tempo. E pensieri… Ma enorme orgoglio. Sotto questa Pergola, che copre la cucina esterna con ipnotica vista sul mare, avverranno cose. Mente a quelle cose, non al progetto, mentre si lavora, mi raccomando. Chi fa le cose precisine e non pensa “a quelle cose” è un maniaco. Prima o poi entra in un Eurospin con un kalashnikov. Le cose “servono a”, oppure sono fatica sprecata, e gesto nevrotico. (Per chi ha letto Stojan Decu: “occasioni per le emozioni“).

Ora bevo un sorso di vino. Stanco. Seduto. E guardo F che si incaponisce su un restauro. Quel portellone dice cose sul tempo. E lei le sta cercando. Le troverà? Io la guardo. Non so se riesco a capire. Però qualcosa sento. Dunque forse sì.

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αντίθεση (antitesi)

Ho scritto due brevi brani in questi giorni. Senza un progetto, lo giuro.
Ne è nato uno specchio che rimanda infiniti riflessi, antitetici e dunque in grado di rivelare molte cose. Avvicino qui i due brevi brani. Credo siano utili.


Stare

Bisogna stare fermi. Smetterla di ronzare. Smettere l’abitudine di scendere, salire, lamentarsi perché il pullman non arriva, perché l’aereo è in ritardo. Quell’aereo non porta da nessuna parte.
Andiamo, certo. Andare è bello, ci mancherebbe… Ma poi stiamo là. Se ci siamo andati un motivo c’è. Cerchiamolo.
Succhiamo, lecchiamo, digeriamo, facciamoci rivenire fame quando tutto ci ha saziati. Aspettiamo. Stiamo mesi, non ore, non poveri sterili inutili giorni. La temporaneità si acquisisce stando. Comprendendo. Perché quel primo giudizio non vale niente. Lo dà un uomo ancora altrove, ancora “non giunto”. Invece per capire bisogna cambiare quanto basta per assumere le categorie di sé in un luogo che non è più noi. Non è ancora noi.
L’irrequietezza mi è sempre stata amica. Ma è una pratica affilata, pericolosa per chi non sa maneggiarla. Con l’irrequietezza si fanno un mucchio di cose belle, ma non è roba da dilettanti, o da equilibristi. Per andarsene bisogna esercitarsi. Bisogna aver letto, capito, sentito. Si parla dopo i silenzi, non durante.

Bisogna smettere. Stare fermi. Solo da fermi si va.

Muoversi

Fermi non vuole dire immobili. Vuol dire profondi, dentro, in contatto. Ecco perché bisogna muoversi.
Muoversi non è sciamare, semmai vedere. Osservare come fosse lì qualcosa che ancora non c’è: ecco l’essenza del moto. La sua causa. Andare perché si è già visto, figurandosi ancora e ancora; fare perché abbiamo già messo insieme pezzi, con le mani della fantasia; dire qualcosa che abbiamo studiato e ristudiato come pronunciare, con le ali precise del silenzio e del cuore.
In movimento non è andare continuamente, da qui a lì. Non è alzarsi dopo poco che ci si è seduti, non è arrivare, ripartire, riandare. Muoversi non è fare mille cose inutili, semmai fare fino in fondo e costantemente e onestamente e quotidianamente qualcosa che abbia un valore.
Muoversi, dunque, è iniziare. Muoversi è esserci, prima di arrivare, scomparire prima di essere partiti. È avere pensiero lungo per la grande rotta, medio per ciò che ce la impedirà, breve per il primo salto.
Muoversi è sapere che la vita si suona a dieci dita, non solo con due indici tremanti, ingredienti tutti, non soltanto uno. Muoversi è percepire il tempo come una misura di valore, come l’acqua, come il cibo, come l’aria, qualcosa da salvaguardare. Muoversi è rispetto e considerazione per l’energia, da produrre, da rigenerare.
Muoversi è non cedere alla malattia del tempo, l’ignavia accidiosa della noia.
Muoversi è non avere per faro la comodità, ma la vita. Muoversi è adorare l’atto di pagare con la moneta della vita.
Muoversi è sentire che arriva il giorno in cui bisogna partire per andare là dove qualcosa risuona. Dove potremo ridurre raggio e circonferenza per stare e operare.
Muoversi è il nemico giurato del falso movimento, quello che disprezza il senso, che non ha la religione dell’economia delle energie, che arriva distrutto la sera non per aver fatto, ma per aver sprecato.Muoversi è colorare il disegno, prima crearlo, prima sentirlo.
Muoversi è farsi trovare intenti, applicati, concentrati. Muoversi è essere attratti, quindi è essenzialmente vedere, notare, cogliere. Muoversi è sempre dettaglio, dunque occhi, dunque cura. Dunque sentimento.
Muoversi è curiosità. Muoversi è ipotesi. Curiosità più ipotesi è cambiare.
Muoversi è fuggire l’alibi della comprensione non di ciò che viene detto, ma di ciò che vogliamo capire. Per questo muoversi non ha per opposto l’immobilità, ma l’onestà. E allora muoversi è partecipare, spendersi, senza mentire, senza raccontarsi che siamo quello che non siamo. Essere qualcosa è il movimento che facciamo veramente per diventarlo, prima ancora di esserlo.
Muoversi, per queste ragioni, è assumersi la responsabilità del vero, quello che sappiamo solo noi.
E viverlo.
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Non da morenti

Nel caso circolasse una sensazione di instabilità, e forse di grande vuoto interno ed esterno, non preoccupiamoci troppo.
È normale. Per dure ragioni.
La prima è che la vita è fatta in modo davvero approssimativo. L’avessi fatta io l’avrei fatta decisamente meglio. E tanti che conosco l’avrebbero organizzata anche meglio di me.
La seconda è che oggi si paga tutto ciò che non è stato fatto prima. Troppo tempo buttato via. Troppe occasioni mancate. Troppo trascinarsi senza rotta di qua e di là. Naturale sentirsi perduti quando servirebbe aggrapparsi a ciò che si doveva costruire.
Se ne deduce (per piana logica) che l’opportunità, oggi, è duplice:
– da un lato, come antidoto al vuoto, bisogna mettersi a costruire qualcosa che serva. Un modello, uno schema, ciò che è necessario per parare i colpi. E da fare, come sappiamo, ce n’è tantissimo.
– da un altro, costruendo oggi, lavorando con impegno a consolidare, modificare, cambiare, non ci troveremo più, già domani o dopodomani, con questa rinnovata e aggiornata sensazione di spaesamento.
Ma c’è dell’altro.
Comprendere questo è già passare dal vuoto al pieno.
Dunque, prima ancora dell’azione, il pensiero di essa è già una salvezza.
Va da sé che questo schema e questa progettualità, andranno poi abbandonati. Prevengo l’obiezione. Non si vive bene nel dualismo dialettico basato solo sulla volontà.
E tuttavia, prima di abbandonare, bisogna acquisire. Prima di cambiare bisogna scegliere. Mentre mi pare che la maggior parte delle persone sia ferma sulla soglia del luogo da cui dovrebbe evadere. E questo non va bene.Serve dunque conoscenza del proprio perimetro, prima di ogni altra cosa. Serve aver fatto passi (soprattutto uno: il primo), serve aver capito limiti e possibilità di cui possiamo disporre e che dobbiamo temere. Serve aver attivato un circuito d’energia e di concatenazione tra desideri, progettualità, possibilità… prima di avere la forza di accettare, di convivere, di rifiutare.
Non si convive con l’assurdo (né lo si abbandona) da morenti.
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Da Alessandro Milan su “L’Altra Via”

Intervista di Alessandro Milan, nella sua bella trasmissione “Uno, Nessuno, 100Milan” su Radio24, in margine all’uscita del mio ultimo libro “L’Altra Via” (Solferino)

Buon ascolto!

 

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Un anno. Il primo

Buon compleanno alla Bandiera del Mediterraneo.
Un anno. Mica poco…
Uno è il primo passo di tutto. Anche delle grandi marce destinate a giungere chissà dove.
Oggi alle 18.30 ora italiana invitiamo tutto il Mediterraneo a issare la bandiera. A fare foto ma soprattutto video dell’atto di apporla, fissarla, issarla da qualche parte, dovunque.
Poi invitiamo tutti a pubblicare il video, le foto, etc… e a segnalarci tutto, così da consentire a Progetto Mediterranea di montare un video complessivo. Video e foto mandatele qui: fotovideo-mediterranea@googlegroups.com.

Io sono pronto.
Qui sull’isola saranno le 19.30, ora greca.
Alzeremo un bicchiere di vino vedendola lassù. Con grande gioia.
Una bandiera bella, nata dall’ingegno di tre ragazzi, votata da migliaia di persone desiderose di vederla sventolare. La Bandiera del Mediterraneo, che prima o dopo non sarà più solo un continente de facto, ma anche un Paese unito e reso ricco e consapevole dalle proprie preziose diversità.
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TUTTO TRANQUILLO SUL FRONTE ORIENTALE

Bilancio della giornata campale di ieri…

Una marea di aggressioni sui social. Risposto a tutti o quasi. Stima: un migliaio di risposte. Tempo impiegato, un po’ di ore. Convinti, pochi.
Io li capisco. Deve far incazzare da mo

 

rire che ci sia qualcosa di fattibile senza segreti o frodi o amici-degli-amici. Perché se è possibile allora “io non to tentando, mentre forse dovrei”. Solo che “se tento mi devo fare un culo quadrato per la fatica”. Allora meglio dire “che lui è un impostore”, così evito tutta quella fatica.
Conosco bene questa dinamica. Perfino la comprendo. Mi fa anche tenerezza, perché è una difesa, è umana, sa di paure, debolezze, e noi siamo anche questo.
Ma non la posso accettare. Per mestiere, per missione, per scelta, per dignità, per orgoglio perché no… la devo contrastare. E così ho fatto. Tempo e verve ne ho, dunque nessun problema a farlo.
——–
Poi le telefonate.
Gente che non sentivo da una vita. Dagospia+Corriere nel linguaggio del mondo dove stavo 13 anni fa significa: “occhio…”.
E “Occhio…” vuol dire: “se questo fa parlare di sé in questo modo potrebbe essermi utile. Una telefonata non costa niente. Meglio farla adesso”.
Bravi. Quel mestiere si fa così.
Solo che con me non è facile, perché vi conosco, so cosa fate ogni giorno, come lo fate, perché lo fate, e lo so perché lo facevo anch’io, e anche bene.
Dunque so tutto prima ancora di rispondervi al telefono.
Difficile con me, almeno su questo terreno…
——–
Poi le richieste di interviste, tv, radio etc.
Quelle, vedremo. Il motto hollywoodiano “niente fa bene al successo come il successo” è sempre lì, validissimo. A me però non me ne frega niente. Questa roba arriva, fa il suo giochetto, poi scappa via. Se posso la uso, naturalmente. C’è la mia carne e il mio sangue nei miei libri, e poi ci campo, dunque se portano qualcosa, ben vengano. Però non dovunque e comunque.
Io ho il mio passo, non lo cambio di un millimetro. Ci ho messo tanto impegno a trovarlo, è il mio, mi serve, non cedo di una virgola.
Grazie al cielo sto sull’isola e dunque negli studi televisivi dove mi invitano non ci posso andare.
Meglio così. In un lampo lasceranno perdere.
Vi conosco troppo bene, amici miei… Voi invece non conoscete più me.
——–
Poi le paure. In tanti hanno arricciato il naso: “oddio adesso cambierà” “oddio tutto questo è in contrasto con quello che…”.
Ma voi davvero pensate che basti questo per mutare una scelta? Pensate davvero che per un boccone si possa cambiare strada? Strada si cambia quando si vuole cambiarla. E quando si vuole non serve nemmeno il boccone.
Vi rassicuro così:
oggi taglio fieno per ore.
All’orto alle 6 ci sono già stato.
Devo aggiornare lista di lavori qui: il muretto di pietra da costruire, la terra da spostare, le piante da interrare, le mensole da fare che F. non sa più dove appoggiare la roba.
E poi dobbiamo fare il pane, le focacce, c’è da iniziare a ristrutturare quei quattro sassi, vedremo…
Col mal di schiena, naturalmente (quello che da una pagina facebook non si comunica, non si avverte, e nemmeno su un quotidiano nazionale..) e male alla mano, che un poco è migliorata, grazie al cielo.
E tutto avverrà dopo la sessione di studio e di scrittura, come ogni mattino. Cioè sarà il solito giorno della mia vita, quello non casuale, semmai terminale di decisioni grosse (per me), cioè quello scelto, voluto, a cui tengo fede perché “tener fede alle scelte vere rende vere le scelte”.
Il marinaio o è per rotta o è fuori rotta.
Se ha coscienza della meta, se davvero vuole portare la prua laggiù, proseguirà….
——–
In sintesi.
Tutto tranquillo sul fronte orientale.
Il Mediterraneo se la ride delle frivolezze. L’isola sogghigna. Oggi il sole sarà alto e forte, dopo il passaggio depressionario d ieri. Un’altro lento, assoluto, ruvido e incredibile giorno del mediterraneo. Vedete nella foto come sta nascendo. Potete immaginare come finirà.
E io qui sto. Ringrazio quel che arriva. Ci giocherello te
E tutto, sempre, diventa ciò che è. Cioè quello che, visibile o meno che fosse, è sempre stato. Perché se lo diventa, vuol dire che era così, e dunque ora lo diventerà.nendolo tra le dita. Poi lo poso sul tavolo azzurro. Mi distraggo. Me ne dimentico.
Conta sempre la realtà.
Questa.

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Qui sotto il pezzo sul Corriere di ieri, quello che ha scatenato l’inferno…

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NON ANDATE IN VACANZA. MI RACCOMANDO…

Non andate in vacanza.
Cioè non mettetevi in una condizione di “vuoto” (/va’kantsa/ s. f. [dal lat. vacantia, neutro pl. sost. di vacans vacantis​, part. pres. di vacare “esser vuoto”]). Nel vuoto ci vivete già.
Nel vuoto ci avete passato questo anno.
 
Semmai fate il contrario: entrate in uno stato di “pieno”.
Non vi garba il lavoro che fate, la casa dove abitate? Non vi soddisfano le persone che frequentate, i luoghi in cui vivete? Non vi dà nulla, o troppo poco, lo schema nel quale siete immersi, i suoi rituali, la gimcana quotidiana per partire da nulla e ritornarci? Non trovate il senso, ciò che attiverebbe le vostre migliori energie, l’antidoto alla vita?
 
Ma se avete queste urgenze… che vuoto, che “vacantia” dovete fare?
Di cosa dovreste dimenticarvi, cosa dovreste mettere in stand by?
Reduci da un collasso che ha rivelato ogni fragilità delle nostre vite, non correte a occuparvi di come cambiare ciò che non va? Non è tempo di riposarvi. Semmai, di riempirvi di impegni, di lavoro, proprio ora che forse avrete un po’ di giorni a disposizione.
 
Andate. Cercate. Studiate. Adoperatevi per verificare la vita.
 
Andate a fare ciò che dite di amare, per cimentarvi, per impararlo meglio, e se vi parrà davvero così vostro, pensate a come farne la quotidianità, un lavoro;
andate alla ricerca dei luoghi delle vostre risonanze, delle vostre latitudini, dei vostri paesi, delle vostre montagne, dei vostri mari, ma non per dormirci, non per dire “aahh…”, ma per testare se sono proprio loro, o uno più in là, e se davvero sono i posti dove dovreste vivere;
andate a cercare le persone con cui potrebbe avere senso che passaste il tempo, facendo il vuoto di quei rapporti dai quali vi allontanate motivatamente. L’amicizia, l’amore, il dialogo, la solidarietà, cercatele tra loro;
cercate la finestra da cui amereste affacciarvi, spremetevi le meningi per escogitare ogni idea per fare di quella finestra occasionale il vostro balcone perenne;
andate nei posti dove vivere sarebbe una festa, o una minor pena, e verificate se esistono, per sperarli autenticamente o cancellarli per sempre;
svegliatevi nei letti per capire se potreste dormirci, mangiate il cibo che potreste digerire, aprite le porte che potreste chiudere col sorriso, guardate da lontano la casa che vorreste fosse casa vostra.
 
La vita non sarà meno dura, ve lo assicuro. Anche in quei luoghi. Ma cercarli, come il bracco segue e punta un fagiano, sarà già una metafora di come vorreste vivere.
Lavorate davvero, ora che avrete del tempo. Lavorate per voi. Incaricatevi. Pretendete. Verificate. Poi fate un bilancio. Approvatelo. O rifatelo. Poi date atto a quel che avete previsto.
 
Che chi vi cerca, non vi trovi mai vuoti: in… vacanza.
Che chi vi cerca o vi incontra per caso, vi trovi intenti, posseduti di voi, pieni di programmi.
Buoni giorni di lavoro intenso, dunque. Non buone… vacanze.
Buoni giorni in rotta. Utili. Veri.
 
“Abitare non è una funzione accessoria del vivere. Habitare, in latino, era il frequentativo di habere, implicava la consuetudine dell’uomo, nel tempo, verso la sua dimora (cum-suescere: «come qualcosa di proprio»).
E demorari indicava l’abitudine di attardarsi in un posto, di indugiarvi volontariamente e a lungo. Tutti aspetti del sentimento di appartenenza, quello che definisce un legame tra casa, territorio e uomo. Seguendo l’etimo, si vive dunque in uno spazio che si sente proprio, dove si sta volentieri, il più possibile, per una corrispondenza.
Abitare non è un fatto occasionale, temporaneo, dettato dall’esigenza strumentale di stare lì perché l’ufficio è vicino, o perché c’è la fermata del metrò. Questo accade nelle città, è normale nel nostro alienato sistema di vita, dove abitare non è più una funzione del vivere. Si vive dove si abita, mentre dovrebbe essere il contrario.”
 
(“L’Altra Via”, Solferino)
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Pagina intera sul Corriere della sera di ieri

Ieri sul Corriere della sera /
è apparsa una pagina intera /

Giunta fino a qui, in quest’isola che si chiama….

(Tu che sai quel nome, non dirlo. Nel libro c’è il piccolo gioco di non citare l’isola, dando, a tutti, gli spunti per poterla trovare da sé. Lasciamo che ognuno, se vuole, si diverta a cercare…)
Il fatto è che in tanti mi scrivono, vogliono sapere “dove“.
L’isola del tesoro bisogna sempre capire dov’è.

Invece la questione centrale è “cosa“, e poi, parallelamente, “come“. Non esiste “quel luogo”, o meglio, è potenzialmente dovunque. Dipende. Ma c’è solo un “cosa” per ognuno di noi. E soprattutto un solo “come“.

L’ha capito chi non chiede, legge, poi mi scrive del suo “cosa“, del suo “come“, di come funzionino in sintonia, o in distonia.
Non l’ha capito chi si prende subito la briga di giocare a “trova l’errore” (ieri addirittura il fatto che in una foto avessi una lattina di birra in mano) per essere sicuro non tanto del suo cosa/come, ma che “il mio” non sia vero, sia sbagliato, sia una bufala.
Stesso meccanismo appena vissuto con l’emergenza. Chi si è fissato su Wuhan, su Bill Gates, sul colpo di Stato, e ha perso il filo della sua vita, ha dilapidato energie, ha frainteso.
Concentràti, sempre, soprattutto quando si è sotto schiaffo. Ecco dove comincia il “cosa”, in quella presenza a se stessi, in quella focalizzazione. Ecco dove si inizia a delineare il “come”. Ed ecco, anche, dove si passa dalle chiacchiere generiche su “salvare il pianeta”, all’azione.
Poi, il “dove“, quello naturalmente, prima o dopo, verrà…
A furia di cercare (se davvero si vuole trovare, non per finta…) finisce che si trova sempre tutto.
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“L’Altra Via”. Una casa di pietra su un’isola del Mediterraneo.

Due pagine su Natural Style – F – Corriere della sera

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