Sul palato

In via del Campo

Genova è come Palermo con la sciatica. Un po’ come Napoli è Genova con l’otite. Un po’ come Palermo è Napoli di domenica, o Genova quando si distrae. E tu, marinaio temporaneamente a terra, coi tuoi pensieri in tasca, sei come tutte e tre le gemelle in un cuore solo. E poi, l’inverno… le lame d’aria gelida che vengono giù dall’entroterra. T’immagini avere il freddo dentro, con questo vento fuori? Non restava che salpare…

Il mar dei pirati, il Tirreno, è grigio e scuro, oggi. Pensoso. Lo guardo vicino alla Lanterna. Provo ad aprire gli occhi, chiudendoli, e a vedere le galere uscire dal porto, salpare per meridione e levante. Cosa avrà pensato Andrea Doria quando partiva? Avrà guardato indietro, il suo palazzo, avrà pensato al gatto tigrato, di nome Dragut, anche solo per abitudine? Mi volto verso di me… anche se non sto andando.

Le città di mare servono a sopravvivere. Sono la patria di cui hai sempre bisogno. La casa, il porto, se e quando soffia uno spiffero gelido sui nostri cuori. E loro danzano, cantano, generose come nessun’altra città, pronte a prenderti la cima. Sostegno melanconico, a volte, come quel giorno a Marsiglia, o come a Istanbul, due inverni fa. Finché i nostri ricordi sono qui, ad ogni modo, siamo al sicuro. Il fatto, poi, è che masticare amaro, o sognare, è sempre meglio farlo col sapore di una testa di gambero ancora sul palato. Poi, dopo, ci mancherebbe…

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