Li invidio

Albero, tramonto e laguna in Mozambico. Uno dei luoghi…

Tutti gli autori hanno una città. Una soltanto loro. La NY di Allen, la Marsiglia di Izzo, la Istanbul di Pamuk, la Lisbona di Pessoa. Ma non è prerogativa solo dei grandi autori, vale per tantissimi, quasi per tutti, anzi, soprattutto per i “minori”. E non si fermano a una città, spesso hanno perfino un quartiere definito, addirittura una strada di quel quartiere, intorno alla quale ruota la loro vita o comunque giostrano le loro storie. Ognuno di loro ha un bar di riferimento, che dopo morti viene visitato dalle generazioni future di lettori affezionati. Tantissimi hanno fin anche un personaggio, sempre lo stesso, nome e cognome, sintesi e testimone delle loro strade, dei loro quartieri, delle città, delle culture. E hanno un registro per raccontarne le avventure, una voce definita, riconoscibile, che conforta i lettori bramosi di rileggere dieci, cento volte la storia amata, con cui raccontano storie identificative, inconfondibili. Solo pochi scrittori non si identificano con una nazione precisa, con una cultura. Talmente pochi che non me ne viene in mente uno così, all’impronta.

Pensavo tempo fa che io ho solo una lingua, mi esprimo per puro caso in italiano, anche se quando un libro viene tradotto la mia lingua scompare. Per il resto non ho una nazione, la mia patria è solo mare, dove non c’è che cittadinanza di umiltà e rispetto; abitante tra le isole, in quel dovunque mediterraneo delle valli dell’immediato entroterra, delle coste, delle baie in cui di volta in volta mi trovo. E poi non ho registri, la mia sintassi cambia sempre, le parole e le forme con cui racconto storie diverse è sempre un altro, perché ogni storia ha il diritto di scegliersi il proprio narratore. Non ho città, se cammino per una di esse sono un ospite temporaneo. Dunque non ho quartieri, né bar, né strade. Non ho personaggi, nessun cognome ricorrente. Ci ho provato una volta, ma era un po’ come commettere un furto. In alcune delle mie storie il protagonista un nome neppure ce l’ha, in molte non ha neppure un volto, convinto come sono che ci sia solo un uomo al mondo, lo stesso da sempre, al centro di infinite avventure.

Guardo le vie della cittadina, quando mi capita di andarci. Guardo i borghi oltre lo schermo magico del finestrino di un treno in corsa. Guardo nelle cucine accese di notte. Guardo la gente sotto un lampione, o le formiche che siamo visti dal cielo. Cerco d’immaginare ogni volta quale sarebbe il mio luogo, se ne avessi uno soltanto, e mi chiedo perché non ce l’ho. Mi struggo a domandarmi come fanno altri ad averne uno così preciso, come riescono a ignorare quello accanto, quello della via adiacente, del quartiere limitrofo, come non siano ogni volta aggrediti dalla brama di entrare con la penna fin dentro ad altre vite, identiche e nuove, depositarie ognuna di un pezzo di realtà. La nostra. La loro. La mia.

Guardo, e resto un po’ sgomento. Li invidio. Come ho sempre invidiato i collezionisti di francobolli, capaci di concentrare su un quadratino di carta l’interesse intero per il mondo, riparandosi da qualunque altro sconcerto. O chi cresce e muore nel posto dov’è nato, che sa resistere all’irrefrenabile curiosità di sentirsi un altro rinascendo una, due, dieci volte altrove. Mi pare di vederli, ma di non riuscire a sentirli miei simili, inossidabili come sono alla più ancestrale smania di vedersi e sentirsi diversi in altri mondi, come Ulisse, Ibn Battuta, o Giasone, Zeng He, Colombo, Polo, Caboto. Il bisogno ancora identico a quello del primo uomo, dell’ultimo uomo, dell’ultima donna, vestali dell’eterna porta socchiusa, sacerdoti del desiderio latente che un giorno si compie e diventa gesto: la mano, ferma da anni, che si solleva e quella porta spalanca, e tutto diventa solo una partenza. Senza ritorno.

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Documenti (chi viaggia vede)

Ecco il documento video della visita a bordo di nave Aquarius dell’equipaggio di Mediterranea durante lo svolgimento del nostro programma culturale a Marsiglia.

Un’occasione per capire, più unica che rara direi. Visite a bordo non ne organizzano, e sono sempre in zona SAR (Search and Recue). Quindi, doveroso farne almeno una sintesi e mostrarvi quel che abbiamo visto.

Molte informazioni sfuggono al video, naturalmente. Ecco perché qui sotto metto anche gli appunti grezzi presi sul telefono quel giorno, da leggere.

Buona visione.

***

“La mortalità nel Mediterraneo è tornata la più alta dai tempi di Mare Nostrum. Una persona ogni 7-10 (a seconda delle fonti).

A bordo marittimi, personale di SOS Mediterranee, personale di Medici senza Frontiere. Totale 35 persone.

Salvare, proteggere i naufraghi e testimoniare. Questi sono i nostri obiettivi.

Abbiamo avuto fino a 1072 persone soccorse a bordo sulla nave nello stesso momento.

Quando sentiamo che hanno odore di carburante adosso li facciamo lavare bene per evitare ustioni, poiché acqua di mare e gasolio provocano ustioni chimiche.

Portiamo a bordo i naufraghi esortandoli a salire da soli per la scaletta se possono, altrimenti abbiamo tre sistemi di paranchi a seconda delle condizioni delle persone.

Molti di loro sanno che il Mediterraneo è un fiume. “Ci hanno detto che in tre o quattro ore siamo in salvo”.

Noi non costiamo un euro all’Italia quando operiamo in zona SAR. Una nave della Guardia Costiera o della Marina costa tantissimo. Dovremmo essere cercati, non respinti.

Per quel che ne sappiamo noi, da Sea Watch a Open Arms, operiamo insieme, è tutta gente come noi, l’obiettivo è comune, uno solo, salvare vite, e ci coordiniamo per farlo.

Quando il soccorso riguarda un gommone normale senza particolari complessità, dura un paio d’ore. Altrimenti anche 36 ore.

In quel container rosso mettiamo le vittime. In sacchi mortuari. Un momento terribile per noi.

I gommoni su cui prendono il mare i migranti sono di un materiale fatto di niente, non ci mettereste sopra neanche un animale in un metro d’acqua. Sono omologati per 30 persone, li vendono su AliBabà come ‘gommoni da lago’ o direttamente come ‘gommoni per migranti’. Ormai sono un prodotto. Li fabbricano i cinesi. Dentro hanno solo pannelli di compensato o truciolato imbullonati con prigionieri a vista che fanno ferite dovunque. Dopo qualche ora, carichi fino a 110 persone, i gommoni implodono si stringono all’interno. La gente affoga all’interno del gommone. Si soffocano a vicenda. Troviamo segni di morsi sulla pelle…

Qui c’e’ l’ostetrica. Visita donne che nella maggioranza hanno subito violenza sessuale. Ma qui sono nati anche sette bambini, figli di Aquarius. I bambini nati in acque territoriali di un Paese che prevede lo ius soli sono di nazionalità di quel Paese. Altrimenti, se in acque internazionali, prendono la nazionalità della bandiera d’armamento. In questo caso Gibilterra.

Questo è il reparto. Qui possono stare i malati gravi o quelli con malattie infettive.

Questa nave e il suo equipaggio hanno salvato e assistito quasi 30.000 persone in difficoltà da febbraio 2016. Aquarius è l’unica nave che ha navigato ininterrottamente, salvo i momenti di bunkeraggio.

SOS Mediterranée vive con finanziamenti per il 90% provenienti da privati, la maggior parte dei quali persone singole. Il resto viene dal Comune di Parigi, da fondazioni bancarie e altri soggetti privati. Non abbiamo alcun finanziamento pubblico statale o sovranazionale.

La nave è di una società armatrice tedesca e noi l’affittiamo. Farla navigare ci costa 11mila euro al giorno. Meno della norma, ma certamente molto denaro. Abbiamo costantemente bisogno di aiuto”.

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Definisci uomo

Risultati immagini per ponte morandi

A un passo dal baratro

Crollano i ponti, le opere dell’uomo. Crollano i valori, l’unica àncora di salvezza di una vita dignitosa. Chi ha speculato sui naufraghi per avere consenso, ora rinnega le dichiarazioni sui ponti (“la favoletta del crollo del ponte Morandi”), le fa scomparire dai blog e chiama sciacalli chi gliele ricorda, per non perdere quello stesso consenso. Chissà se riflette sulla sua ridicola esistenza. Che vite sono quelle che danzano su questi pezzi di vetro? E chi vi inneggia, che piccola donna, che piccolo uomo è?

Pare che ogni cosa, ogni parola, ogni gesto di questa contemporaneità sia fatto ad arte per spingerci via, in qualche eremo, dovunque purché lontano da qui. I cani randagi famelici di ossa nude invadono le strade che noi, sempre più, prima o dopo, dovremo abbandonare. È giusto farlo? È inevitabile? Persino vivere diversamente, perfino testimoniare sembra inutile. Oppure no…?!

Ferragosto diverso. Io almeno lo percepisco così. Ero solo meno attento, meno sensibile, quando lo vivevo con leggerezza? Oppure qualcosa è cambiato? Saturo io, saturo il mondo? Come si dice…: “quando qualcuno cambia, sostiene che tutto è cambiato”. Chi lo sa. Difficile fare programmi. Che qui, in questo metro quadrato, il volume sia pieno solo di poesia, non è sufficiente a impedire la visione del caos.

Partire. Per dove, chissà. Non si fa così quando il nostro mondo sembra preda della follia? Eppure ad avere le forza di scendere in strada, si potrebbe tentare di prendere un uomo alla volta, una donna alla volta… Basterebbe? Forse no. E che immane fatica. Un sacrificio senza fine. Per poi dover ammettere l’inevitabile: nati per morire, con questa unica inconsapevole certezza, siamo esseri programmati per l’autodistruzione. Dunque a che serve?

A noi, suppongo… Ma non per sventolare bandiere di speranza. Solo per stare al mondo, per restare in piedi. Solo perché è umano. Chiunque, programmato per morire, ha dentro l’insana tendenza a sopravvivere. L’inutile speranza, l’insopprimibile utopia. Salpare, comunque, anche quando si scopre che l’orizzonte non è la linea di un arrivo, ma un’impressione ottica che avanza alla velocità stessa della vela. Costruire, comunque, anche a poche ore dalla fine, così facciamo noi, inevitabilmente, anche quando è certo che non c’è più tempo, che non servirà a niente. Quello che ci definisce… uomini.

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Avanti Tutta (Reloaded)

La nuova copertina. Mi piace tantissimo…

Avanti Tutta” (Chiarelettere) viene rilanciato e ripubblicato. Esce il 28 giugno, tra pochi giorni, con una nuova (bellissima) copertina, mentre il testo è più attuale oggi che mai.

Quando uscì per la prima volta, nel gennaio del 2011, io avevo cambiato un po’ tutto della mia vita da quasi tre anni. Se in “Adesso Basta” (ottobre 2009) avevo raccontato gli eventi all’indomani delle mie scelte, qui potevo già tracciare qualche bilancio. Correggendo, ad esempio, quel che scrivevo sui soldi: vivendo avevo scoperto che ne bastavano molti, molti di meno del previsto. Mi ero dato da fare per trovare mille lavoretti, terrorizzato di non avere più lo stipendio, ma in pratica spendevo assai meno di quel che avevo preventivato. Ecco la bellezza della realtà: le mie paure, come per tutti, sempre, erano state dieci volte superiori ai rischi reali.

Ma c’era anche altro. In un solo anno, per il successo bruciante del libro precedente, avevo ricevuto 300.000 email e messaggi, da ogni parte d’Italia e dall’estero, da ogni tipologia di persona. Tutti volevano raccontarmi la loro storia, dirmi perché si sentivano così, perché i miei libri parlassero proprio di loro, e perché leggendoli ricevessero ispirazione e coraggio.Io ho fatto le 5 di mattina, per mesi, rispondendo a tutti. Ma ho anche potuto analizzare un materiale enorme, una sorta di Diario Intimo di una Generazione, mai confessato prima, che io ho suddiviso, classificato e inserito in “Avanti Tutta”. Dunque ci siete anche voi qui dentro. Molti si riconosceranno.
Riporto uno solo di quei messaggi, bellissimo: “Il mio downshifting procede per gradi…..mi impegnerò a testimoniare anche io nel mio piccolo. Se “Adesso basta ” ti apre una finestra, “Avanti tutta” è un maremoto, fa la rivoluzione. E’ un libro realmente pericoloso per il Sistema. Se io fossi il Sistema lo censurerei per quanto è potente. Debbo dire che fa male, ti scompagina, è stupendo, personalmente mi ha mandato in crisi, ma una volta letto non si può più tornare indietro, non si può fingere di ignorare la verità, la realtà che si porta dentro. Sono entrata in risonanza con molti dei tuoi pensieri, più di tutti quello della solitudine che ho sempre coltivato. A me sta cambiando la vita, e fa il suo lavoro meglio di uno psicologo, di una guida spirituale. Mille volte grazie !! Mary Paula”.

Considero “Avanti Tutta” il migliore dei miei tre saggi sul tema del cambiamento, l’azione rivoltosa e necessaria, alla nostra portata, per vivere meglio e cambiare questo mondo alla radice.
È di certo più maturo di “Adesso Basta”, e ha maggiore ambizione di “Ufficio di Scollocamento”. È pratico, concreto, consapevole e anche molto duro. C’è dentro tutto quel che ho progettato, poi fatto, e infine distillato sull’argomento, ma contiene anche un’analisi del fenomeno nella sua interezza, quando ancora i sociologi non lo avevano codificato (oggi ne parlano tutti, spesso assai a sproposito…). 
Di tanta gente che ha fatto scelte, scritto libri negli anni a venire… ne ho visti tanti tornare indietro. Io non ho ritrattato, semmai ho radicalizzato tutto, e soprattutto sto ancora qua, sono ancora vivo, resisto.
Forse anche per questo “Avanti Tutta” è davvero un Manifesto, per una radicale, speranzosa rivolta individuale. Chi ha apprezzato “Adesso Basta” penso debba leggerlo. C’è dentro l’altra metà.
Buona (ri)lettura

Dall’intro del libro:

“Bisogna dare senso al nostro tempo non solo perché è poco, ma per un’etica della vita che abbiamo perduto. Che il mondo finisca domani oppure no, oggi noi siamo qui, e la cosa grave non sarà scomparire, ma non essere mai stati.
Noi non siamo mai stati… ogni giorno nel traffico; 

non siamo mai stati quando viviamo con quel peso sul cuore;
non siamo mai stati ogni volta che il Sistema ci costringe a gesti non nostri e noi non reagiamo; 
non siamo mai stati negli acquisti inutili, nel ricatto del tempo speso a compiere azioni che non servono; 
non siamo mai stati quando viviamo nove ore al giorno con persone che non abbiamo scelto; 
non siamo mai stati quando abitiamo in posti brutti, mentre l’Italia e il mondo sono pieni di luoghi meravigliosi, dove le case costano poco; 
non siamo mai stati quando veniamo vinti dalla noia, dall’inerzia, quando non ci comportiamo sobriamente, dunque quando non siamo dignitosi; 
non siamo mai stati quando saremmo musicisti, pittori, artigiani, scrittori, sarti, decoratori, falegnami e invece vendiamo fondi d’investimento o compiliamo dichiarazioni dei redditi.
Non siamo mai stati quando ci pensiamo su troppo, oppure quando decidiamo impulsivamente, mentre il cambiamento è un processo, un percorso, da iniziare subito, ora, e a cui lavorare a lungo, dando senso alla nostra vita. Prima che cambiare non sia troppo tardi”.

Clicca qui per vedere il booktrailer di quando uscì la prima edizione nel 2011.

Copertina e quarta.

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L’inevitabile

La cosa migliore di andare (navigare, ma non solo) è che le cose della tua vita avvengono. Hai immaginato, hai temuto, ma poi tutto si è compiuto come deve.

Se salpare sarà stato altro da ciò che ti raccontavi, i Lestrigoni certamente ti ghermiranno, i Ciclopi faranno strazio della tua immaginazione sotto i grandi macigni dell’abbandono. Le sirene, soprattutto, quelle che ti sorridono ma hanno sguardo di fiera, t’inviteranno con successo a deviare.

Se invece salpando sarai nel tuo (proprio-dove-dovevi-essere), le cose avverranno com’è naturale e adeguato che avvengano. Ai Lestrigoni resteranno solo brandelli della tua camicia, alle sirene solo l’odore del tuo corpo. Destinato a procedere per rotta, sarai sempre lontano dalle insidie dei Ciclopi.

In entrambi i casi, accadrà l’inevitabile: la linea correrà, correrà, disegnando una matassa apparentemente casuale e inestricabile, oppure non procederà, e rimarrà solo un punto sul posto, all’inizio del foglio.
Groviglio e punto, belli o inquietanti che siano, sono il disegno particolareggiato del tuo volto.

Riguardandolo, potresti non riconoscerti, ma sei tu che ti sbagli: quel segno minuto o folle sei proprio tu. Tu al di là di ogni illusione, di ogni presunzione, di ogni supposizione. Di ogni inconsapevolezza. Di ogni infingimento.

(nel video, la rotta di Mediterranea 2013-2019)

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La raggiungeremo?

Con Donatella e Rais, in prua

Linea Blu a bordo della bella Mediterranea. Donatella Bianchi, che ci segue da tempo, che sta con me e i miei argonauti per un paio di giorni, a parlare di mare, di Rais, della spedizione, e rimanda addirittura il primo servizio di quel lontano maggio 2014, quando la barca partì da San Benedetto. Mi colpiscono quelle scene: le cose che dicevo, tutte vere, tutte in prua, tutte da fare. Chi aveva in mente una scampagnata, chi veniva perché gli pareva che costasse poco, chi voleva davvero fare questo lungo viaggio, chi pensava che… chi si illudeva che…. Io questo dicevo. Miglio a miglio proprio quello che abbiamo fatto, che è avvenuto. E badate bene, non mi colpisce aver fatto quel che dicevo di voler fare, che pure genera soddisfazione, ma che dicessi quel che poi ho effettivamente tentato di fare, che invece implica chiarezza di rotta.

Esercizio: andate a rivedere quel che dicevate. È importante. Dicevate cose che poi avete effettivamente tentato di fare, convintamente, appassionatamente? Lasciate perdere che ci siate riusciti o no, questo conta relativamente. Ma ci avete provato, davvero, con l’anima e la mente schierate in prima linea? Ecco…

Un viaggio. Per mare. Condito di sirene che tentano di fregarti (e ci riescono pure in gran parte [ma non del tutto]) perché tu vuoi essere fregato (come Ulisse…), di Divinità in collera con te (ma qui essendo ateo, anche meno…), mostri marini e gorghi del pensiero che possono inghiottirti in un baleno, sortilegi, angiporti che non vogliono lasciarti ripartire, pozioni magiche, autunni del nostro scontento a cui reagire con l’incanto della speranza. Odissea in piena regola, Progetto Mediterranea. Stessi mari, stessi uomini, stessi episodi, stessa vita. E Itaca sullo sfondo. In prua.

La raggiungeremo? Non conta. La domanda vera era: ci proveremo, almeno?

Qui la puntata di Linea Blu

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Alla via così

Ultimo riparo a Capo di Punta Sperone.

Quella sera a Sciacca, o a Mazara, tra gente che il mare lo vive (è bene stare tra gente simile, gran parte del tempo); quel mattino con F, D e R, all’ennesimo varo (è bene esserci e rimettere sempre in acqua la barca); D a bordo con la troupe, e i nuovi compagni di viaggio; la galoppata tra le onde per 160 miglia, la barca che correva bene per rotta, rivedersi col mare e fare le nostre solite chiacchiere franche; il tonno che riesce a fuggire; i racconti di una tedesca italo-greca e gli entusiasmi di un siciliano; in terra Shardana, pagare dazio e poi trovare riparo in porto, a Villasimius; ricevere LA notizia via email, e trasalire; Genn’e Mari all’alba; desiderare sempre F, ogni istante, da lontano; Alessio Satta, Varoufakīs, Alberto Serci e la luce di Cagliari; ritrovare il caos emotivo del sabato, al cambio equipaggio; i saluti un po’ commossi con F, B e gli altri; Dragut ormeggiato accanto; di nuovo in mare verso sud; ricci e pollo, la dieta dei campioni; Capo Malfatano dopo tanti anni; sbarcare su una spiaggia semideserta; fare festa a bordo fino alle 3 e le tossine che se ne vanno; P, G, A (C), e la gente (anche quella ritrovata) che (ri)diventa equipaggio; notare un’aria nuova a bordo; il pensiero di mia madre; piani per il futuro, come si deve quando ci si accorge di non essere Lemmings; rileggere Rais; Punta Sperone per caso, la solitudine e le stelle; la vela per Carloforte all’alba; il Mediterraneo tabarkino (a casa); P e G che fanno i baristi, seri e sbrigativi; saluti e traghetti (con P); e poi tutto il resto… tra cui, come sempre, la dolcezza divorante di tornare.

Non so se voi lo facciate, ma io mi appunto spesso le cose in questo formato: una stringa per un fatto, per una condizione. Dieci righe, non di più. Mi aiuta nella sintesi. È la mia protoscrittura, fin dall’inizio. Ho decimetri di taccuini scritti fitti fitti, da quando avevo (credo) poco più di dieci anni. Sono certo che se li rileggessi rivivrei tutto metro per metro. Non è un allenamento, serve a stringare, appunto, e a darmi una visione d’insieme. Poi rileggo e valuto: che giorni sono stati? Che vita è? Cosa c’è da cambiare? Mai due volte nella stessa acqua, ma sempre in acqua, mi raccomando. E mi chiedo: è sempre la stessa vita, per lo stesso uomo, nello stesso modo? O stiamo navigando per rotta, anche se a spirale? Autoanalisi. O se si vuole, solo acquerelli. Ma utili.

Poi, ma solo a mente, mi interrogo sul passo oltre. Nel tempo ho sviluppato una sorta di allergia all’uomo che sono già, a una parte di esso almeno. Concetto molto simile a quello dell’Odissea: tornare a casa, ma in che modo, con che conseguenze? Navigare per il Mediterraneo (metafora della vita) espone a sirene, mostri, divinità; l’odio e l’invidia, l’amore (o la sua chimera), le maghe che tentano di rapirti; i Feaci che ti aiutano a riguadagnare la rotta. Qual è la parte di Ulisse, e quale quella inevitabile? Mettersi o non mettersi la cera nelle orecchie, legati all’albero di maestra…

Mi fa male il mignolo del piede e quello della mano sinistra. Ho le dita gonfie. La schiena duole ma è anche più forte. E penso: ci fosse una volta che fare-stando-nel-mio non genera vita. Trovo in tasca un pezzetto di carta e leggo le poche parole scritte un mattino presto: “Solo una decina di gradi all’orza della salute. Poi alla via così“. La sera prima, in effetti, avevo bevuto un po’…

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Virate

Santo Cielo… Quante cose in questo mese e mezzo. Un mucchio di miglia, tanti contatti, una vita sociale a cui non sono abituato più. Parole, Dio quante parole. E libri, premi, interviste ma anche tanta scrittura, nuovi progetti, Mediterranea che sta per ripartire. Vita che straborda, il ricolmo che esce dal vaso. Troppo, certamente. Bisognerà svuotare un po’, tornare indietro. So bene come si fa. Ma tutto buono, in ogni caso, perché tutto adatto a me, tutto giusto, giusta la rotta, giuste le cose, nulla di insensato. Solo un po’ troppo per le mie forze e il mio bisogno di quiete, solitudine, silenzio.

Interessante, comunque. Càpita così, sempre, quando per anni fai quello che è corretto che tu faccia, non bello o brutto, ma giusto e adatto a te. E infatti tutto avviene di conseguenza, tutto si compie. Si sottovaluta spesso che serve il suo tempo, alle cose, per accadere. Me ne accorgo, e me ne compiaccio. Vedere i risultati del proprio lavoro conforta, sia quando sono buoni sia quando sono cattivi. È la verifica: ciò che accade che effetto ha su di me? Mi cambia? In direzione corretta? Mi fuorvia? Sì/No. L’opportunità di misurare e scegliere.

Quando non ci càpita nulla, quando tutto scorre identico, avviene qualcosa di analogo. Io ho preso delle decisioni, e sono vissuto in un certo modo: e che accade, come conseguenza? Qualcosa cambia, qualcosa si compie, speravo in un effetto che ho visto avvenire? Sì? No? Ecco.
Siamo tutti allergici a questo: prendere atto, e incontrovertibilmente chiamare le cose col loro nome. Avevamo deciso di andare negli USA a studiare, a lavorare, è passato del tempo, stiamo bene? Sì/No, risposta secca, senza tanti infingimenti. Avevamo deciso di lavorare in quel modo, in quell’azienda, in quella città: è andata bene, stiamo meglio? Sì/No. Abbiamo scelto un compagno, una compagna, o non abbiamo scelto di cambiare direzione per il nostro cuore, e il tempo ha maturato i suoi frutti: buoni/cattivi, Sì/No, senza tanti giri di parole. Una franchezza dovuta, essenziale, che dice tutto.

La prova dei fatti. Quando si naviga, si sceglie un’opzione sul vento: “girerà a est, mi darà buono per rotta”. Lo fa? È avvenuto? Sì/No. Il tempo è trascorso, e continua a trascorrere. Posso essermi sbagliato, càpita, non è grave. Grave è non ammettere l’errore, non correggere, non virare. Non parlo di due settimane, un mese. Prendiamo gli ultimi due anni almeno. 730 preziosi giorni, tanti. Abbastanza per non avere dubbi. Quello che doveva accadere DEVE essere accaduto, o avere dato almeno segnali. Sto come allora? Sto peggio? Sto meglio? Consapevolezza passa per assunzione sincera e franca della realtà, ammissione delle cose “per come davvero sono”.

Quando studiavo tutti odiavano gli esami. Io li adoravo: si vedeva qualcosa, finalmente. Si metteva un punto. Buono/Cattivo, Meglio/Peggio. E si chiariva tutto. Si usciva, soprattutto, dall’indistinto, da quelle sabbie mobili del sospetto, delle paure, dell’incertezza, del dubbio. “Basta?” “Non basta?”. Finalmente si capiva: “Non basta”, “Anche troppo”. E ci si evolveva.

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Verifica

La vita. Vista (in questo caso) dalla Boqueria.

E quindi? E ora? Questo ci si deve chiedere quando qualcosa è stato fatto, quando si è presa quella decisione, a lungo vagheggiata, che tanto sembrava urgente. Sembrava che ne avessimo diritto, ci siamo caricati dentro chiamandola proprio così: un nostro diritto! Pareva che fosse un gesto di liberazione perfino, qualcosa di necessario, da cui dipendeva tutta la nostra dignità. Non era quella, in fondo, la causa di tutti i nostri problemi? Bisognava metter fine a quella cosa! Ci avevamo pensato, l’avevamo sentita sorgere dentro, forse ne avevamo anche parlato con qualcuno, amico buono o amico falso, che infatti ci aveva detto cose diverse. Quello falso non ci aveva messo in guardia di alcune possibili conseguenze, non ci aveva parlato delle cause, guarda caso…

Ed eccole, il giorno dopo. Le conseguenze. Finalmente misurabili: e ora? E adesso? Che prospettive abbiamo costruito? Dovrebbero spalancarsi delle porte, direi, se la decisione era quella giusta. No?! Dovremmo avere più opportunità, dovremmo aver liberato energie imboccando una strada finalmente nostra, vera, adatta. Si aprono? Si spalancano? Fammi vedere ora quanto sei felice, quanto stai meglio. Sorridi, fammi vedere come voli. Di più… Ancora di più…!

La verifica. Quanto poco la amiamo. Quanto la tralasciamo. Quanto la temiamo… Eppure è essenziale. Pratica sempre diffusa tra le anime oneste: ho preso questa decisione, e il giorno dopo misuro che, in effetti, sto meglio, vedo molte cose, noto che la mia prospettiva è stata potenziata, ho aumentato, fatto crescere, posso finalmente decollare. Oppure no… No?! E allora, mi spiace ammetterlo, ma qualcosa non è andato, qualcosa che ho detto o fatto mi ha diminuito, ha ridotto, ha limitato. Ho dato soluzione sbagliata a problema giusto, perché ho travisato le cause. Dunque ciò che ho fatto era un errore. Lo registro, lo ammetto, me ne faccio carico. Punto.

Qualcuno mi ha stimolato a prendere quella decisione, senza parlarmi dei rischi? Pessimo amico. Punto. Oppure qualcuno me lo aveva detto, anche male, anche solo a modo suo? Ottimo amico, persona franca, sincera, adulta. Punto. Ecco una cosa ben fatta dopo un errore: la verifica. Ho appena guadagnato qualcosa… Fosse anche solo un amico.

Quanti dati, quante informazioni! Basta analizzarle, non chiudere gli occhi, non evitare di dirsi ciò che è accaduto con la stessa franchezza che ha sempre la realtà, se la guardi. Se la guardi davvero. E da quei dati posso capire tanto, per non rifare l’errore, ad esempio, domani, o per capire l’esatta dislocazione della causa del problema, che si è rivelata altrove, non fuori, spesso dentro….
“Mi ha reso più povero dire o fare quella certa cosa. Ora ho meno prospettive. Pensavo sarei stato meglio, e invece…”. Ecco l’inizio di una vita migliore. Ma senza dir questo, senza vedere la realtà, senza il coraggio di misurarla spietatamente, è solo un anello. L’anello identico al precedente, identico al susseguente, della stessa medesima catena di sempre. Proprio quella catena che ci eravamo convinti di spezzare facendo o dicendo qual che abbiamo fatto e detto.

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Formidabili quegli uomini

Anni duri. Ma non sono più duri gli anni del silenzio del pensiero e della parola?

Ho fatto un incontro, in questi giorni, su “La Nave dei Libri” per Barcellona. Ho incontrato un uomo che, a 24 anni, col megafono in pugno (l’arma della parola…) un giorno urlò alla polizia schierata in assetto antisommossa: “Avete cinque minuti per arrendervi!“. Questa battuta, così controintuitiva, pronunciata verso una polizia repressiva e braccio armato di un potere duro, all’epoca, l’avrebbe potuta pronunciare solo il mio Gregorio (il protagonista di “Un uomo temporaneo“). Quest’uomo si chiama Mario Capanna, di cui trovate tutto sul web (per chi ha meno di quarant’anni almeno, gli altri se lo ricordano bene). Un omone alto e grosso, con due occhi pieni di passione ed emozione, la cultura di chi ha studiato (“la regola fondamentale che ci davamo era: studiare, studiare, studiare. Per essere i primi nella lotta, dovevamo essere i primi nello studio“), l’uso della parola di chi ha sempre pensato, intuito, tentato.

Formidabili quegli anni“, libro irrinunciabile, leggetelo. Ma anche “Lettera a mio figlio sul ’68” e poi questo ultimo, appena uscito, che leggo a breve: “Noi Tutti“. Fu uno dei primi e massimi leader del Movimento Studentesco tra ’68 e ’69, tanto durò il fenomeno in Italia (il Maggio francese durò venti giorni, e in Germania e altrove, altrettanto). Fu consigliere regionale, poi parlamentare europeo, poi deputato. Fondò DP, Democrazia Proletaria. Ripudiava la violenza in un’epoca in cui fare il passo e andare oltre pareva (e fu) per tantissimi inevitabile (“ci aiutò molto il dialogo coi partigiani, che ci ammonivano a stare lontani dalla violenza, che è una spirale da cui non esci più”). Raccontando, si commuove ancora oggi. Sintonia immediata tra noi.

Gli ho mosso una critica, sul poco peso dato all’azione individuale, tutti presi da quella collettiva (i cattolici per la comunità, i marxisti per la classe). Credo molto in questo punto. Ne ho fatto una filosofia di vita. Ma poi me ne sono pentito (anche se lui, disponibilissimo, ha accettato e argomentato).
Me ne sono pentito perché quest’uomo ha detto, studiato, e soprattutto fatto tanto, è stato tre volte in galera senza aver commesso furti o violenze, perché all’epoca la lotta era pericolosa, e si rischiava di persona. Ha dialogato con le teste più attive di un ventennio, e dato tutto il suo contributo, fino al ’92, quando si è ritirato dalla politica praticata e si è messo a lavorare su temi ambientali. E chi sono io per muovere critiche a chi ha fatto tanto, azione diretta, concreta, sulla propria pelle? Ho sempre odiato chi viene lì e ti dice che potevi fare di più… mi verrebbe da dirgli: “ma perché, tu che mi critichi, che cazzo hai fatto intanto?”.

Molto dialogo tra noi. Tanta intesa, di energia e ispirazione. Formidabili quegli uomini, in quell’epoca. Noi oggi cloroformizzati, stanchi prima di sudare, immobili, salvo rarissimi casi. Impauriti di tutto, della nostra ombra vuota, mentre il mondo ci muore sotto i piedi. E come al solito, quando siamo andati via, l’ho salutato con un profondo languore, nella pancia, nella mente, per quanto potremmo fare, per quanto siamo fragili, per quante cazzate ci raccontiamo, e per com’erano ambiziosi loro, invece, fratelli maggiori di un’epoca viva. Ma anche con uno stimolo: a studiare di più, a impegnarmi di più, a vivere l’azione diretta, attivisti almeno delle nostre deboli idee col coraggio necessario a non dover rimpiangere, domani, di non essere vissuti.

Che ricchezza incontrare uomini così, che impulso sanno ancora offrire a noi! E che bella la parola, il pensiero, gli sguardi, che ci possono unire, ci possono collegare. Quante miserie di bassa lega hanno spazzato via dal mio cuore, quegli sguardi vivi, giochetti e presunzioni che nascono dalla mediocrità…

Grazie alla vita, per uomini e incontri così.

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