Tutto si compie

A inizio giostra, a marzo e aprile 2020, scrissi che questa sarebbe stata una svolta. Feci addirittura un diagrammino per spiegare che il pensiero dominante si evolve grazie a una minoranza attiva che esplora nuove soluzioni. Scrissi che la minoranza-guida avrebbe colto l’occasione e cambiato vita proprio adesso (https://www.facebook.com/photo/?fbid=10220116741176047&set=a.1221728150603)
Quasi nessuno era d’accordo con me… Voi tutti, ammettetelo (e soprattutto ricordatevelo), mi davate del visionario: “Ma va, simone, sei un illuso! Tutto rimarrà come prima! Vedrai!”
Ora perfino La Repubblica constata il cambiamento.
Il fatto è che tralasciavate una questione: “come prima” non è possibile mai. L’acqua del fiume sembra sempre uguale, ma è altra acqua. Le cose cambiano, e non accorgersene è solo un problema di chi non sa guardare.
Dunque:
– puntuale come un orologio svizzero, dal tema pensioni fino a quello (assai più edificante) del senso del lavorare, dell’abitare e del vivere, ciò che nel 2008 scrivevo in “Adesso basta” si è realizzato definitivamente in questi anni: il mito del denaro, della ricchezza, del consumo, dei simboli, è al tramonto. Oggi, semmai, si lotta per un po’ di pace, per qualcosa che abbia senso, e per un’ora d’amore.
– Ciò he ho immaginato un mese dopo l’inizio della pandemia si sta puntualmente mostrando in tutta la sua evidenza in queste settimane.
E adesso?
Ora non resta che attendere che avvenga quel che descrivo e illustro ne “L’Altra Via“. Anche quel prossimo futuro è chiaro e visibile, basta solo volerlo vedere. E magari, nei prossimi cinque anni, spicciarsi a tenerne conto per interpretare futuro, scelte, urgenze.
Consapevoli che, stavolta, quando tutto si mostrerà nella sua manifesta evidenza, la faccenda sarà molto più seria

Share Button

Il mito 2.0

A un certo punto è nata, gloriosa, nuova, eccitante, la “voce popolare”. Il consiglio di chi aveva già usato quel prodotto, o la sapeva lunga per qualche ragione. L’opinione da bar, o che apprendevamo da un collega, da un amico, da qualcuno che consideravamo esperto. La stessa. Ma molto, molto più grande! Planetaria! Fin anche in tutte le lingue, ormai tradotte (bene? male?) da un algoritmo, dunque comprensibili a tutti. Universali quindi! La voce popolare del mondo sotto forma di commento, valutazione, con tanto di stelle, tre, cinque, a significare il “verbo di Dio”, perché il popolo è sovrano, o almeno, lo è diventato online, perché off line non lo era mica più tanto… Ma è tornata a contare l’opinione della gente. La gente, come riempie bene la bocca questa parola n’è? Ecco finalmente estinta la truffa delle aziende! Mai più potranno fregare il cliente. Ecco svelate tutte le magagne dei prodotti, tutti i problemi dei servizi, e tutto quel che c’è da sapere, perché è “la gente che fa la storia (la storia siamo noi) e nessuno la può fermare.

Solo che piano piano si è capito meglio qualcosa. E cioè che la gente non è il verbo, anzi… Non mi sono mai fidato del parere degli altri, per un semplice ragionamento logico: sapevo chi fossero? Conoscevo cosa volessero? So come la vedono su un argomento, su un altro? Con quali strumenti critici, quale esperienza? Non dovrei prima sapere questo, per poi tenere in considerazione la loro opinione?
Non ho mai guardato i giudizi degli utilizzatori finali. Anzi, ho sempre fatto un lavoro opposto: leggere i commenti ai prodotti che usavo già, quelli che conoscevo bene, per studiare la gente. In pratica ho fatto come i salmoni, che vanno controcorrente: non le opinioni delle persone per scegliere i prodotti, ma le opinioni sui prodotti per capire le persone.

E ho scoperto ciò che sapevo già: che quei giudizi non sono i miei, viaggiano per stereotipi che non ho (o che ho anch’io), con un occhio al valore del denaro che non è quasi mai il mio; con un’idea sull’uso che non pratico; con speranze e sospetti che non provo. In ogni caso quel coro è fatto da voci diverse dalla mia: c’è quello che considera uno sbuffo di vapore della macchinetta del caffè “un’esplosione”, e lo scrive dicendo “non compratela; c’è chi mette una stella perché il pacco gli è arrivato aperto (ma che c’entra col prodotto?); c’è chi considera “uso professionale” quel che io considero hobby, e viceversa; c’è chi parla di cose che non ha mai visto, sentito, praticato; c’è chi definisce “pulita” una stanza che io giudicherei un porcile, perché a casa siamo abituati a due forme d’igiene diversa; che chi dice che oggi c’è in atto una dittatura (lo dico solo per esempio, non vi arrabbiate); c’è chi la sa lunghissima, ma sta accanto a chi non ne sa nulla, perché sul web “uno vale uno”, solo che la loro è una “media a due”.

Ma c’è dell’altro. Si è saputo che ci sono scrittori che comprano like, stelle, commenti, e finiscono primi in classifica. Poi ristoratori che organizzano decine di recensioni negative per il concorrente che hanno accanto. Poi negozianti che fanno sconti se fai la recensione. Poi alberghi che ti ridanno la caparra solo se gli “dai” cinque stelle. E poi recensioni di posti mai visti, da non viaggiatori, di alberghi mai frequentati, libri mai letti, prodotti mai acquistati, solo per denaro, sempre per interesse. “In quel ristorante si mangia male” detto da uno che non sa fare due uova al tegamino.
Insomma, diciamocelo francamente: la “vox populi” è un disastro. Pessima e basta, quando va bene, fuorviante per dolo quando va male, dannosa e truffaldina in numero crescente. Perché coi like si fanno i soldi: li fanno le aziende, i clienti, e anche chi stava solo passando di là. Influencer prezzolati dai produttori, clienti non lucidi o che razzolano centesimi di euro. E tu, che stai solo cercando un phon, o una spillatrice, o una motosega, o un romanzo… costretto a passare ore a leggere banalità, o falsità fuori controllo, opinioni mitizzate dalla tecnocrazia, e finirai col prendere qualcosa di sbagliato seguendo il giudizio sbagliato di un sistema sbagliato.

In tutto ciò va messa anche la sottile coercizione dei “tutorial”. Pagati anche loro, ormai in larga misura; o frutto del narcisismo di incapaci, che non mostrano tutto il video, solo quello che funziona; oppure di improvvisati, quelli dei sentito dire, più bisognosi di te che hai bisogno di loro. Il web esprime expertise generalizzate, ormai, e non in quanto expertise, ma in quanto web. Se mostri “come si fa” su qualche sito o social… sei un maestro. Tanti proveranno, e attribuiranno a loro stessi il fallimento, a te i meriti. Una deregulation dell’autostima che non genera techné, cioè che lascia ignoranti, un po’ come quando raggiungi una località seguendo il gps: sei arrivato, è vero, ma non sapresti mai rifare quella strada. Perché non l’hai scovata, l’hai solo eseguita. Non l’hai cercata, te l’hanno mostrata. Non hai deciso, hai obbedito.

C’era una volta (come nelle favole) l’uomo che doveva costruire una propria opinione usando segnali deboli, cercando di immaginare, facendo scommesse senza rete, o dando credito solo a Mario, l’artigiano che ha la bottega in fondo al paese. Lui sì che si sapeva per certo quanto fosse bravo. Altrimenti si rischiava. Che brivido questa parola: rischiare. Si rischiava un’idea, una visione-delle-cose, perché ti eri convinto che fosse proprio così, lo “volevi”. Ci si struggeva per capire non “com’è lui” (il prodotto) ma chi sei tu che lo vuoi, cosa devi fare per usarlo, cosa ti serve per il tuo lavoro, sperando di trovare qualcosa in una giungla tua, quella dei dubbi e delle certezze, sbagliando da solo, perché per farlo non c’era bisogno di alcun aiuto, eravamo già bravi abbastanza. Tempi in cui bisognava “sapere in una stanza dov’è il nord”, e che uomo si stava girando su se stesso per indicarlo. E erano bei tempi, oh sì, perché chi sbagliava aveva comunque fatto un passo avanti. Aveva capito se non altro se stesso, cioè chi era “l’uomo della scelta”, magari sbagliata ma propria. Quell’uomo si era sforzato di “farsi un’idea originale” ad alto tasso di immaginazione, e quando ci azzeccava, provava orgoglio vero.
Non come la sensazione di essere tutti inevitabilmente dei coglioni… cioè quella che ci pervade, quasi sempre, oggi.

Share Button

Pericle, Marco Aurelio e il modello di sviluppo

Ho scritto un articolo e l’ho proposto a “La Repubblica” greca, per capirci, cioè l’importante giornale Efimeryda ton Syntaktion. E loro, che hanno poco o nullo provincialismo, lo hanno subito letto e poi pubblicato. Mi hanno perfino intervistato…

Io il Mediterraneo “un po’ lo conosco”, credo di avere diritto a una mia opinione sul tema. Soprattutto sotto il profilo ambientale. E dunque ecco l’articolo. E soprattutto la sua traduzione.

Buona lettura.

 

Pericle, Marco Aurelio e il Modello d sviluppo
di Simone Perotti

Ha destato molto interesse, in Italia, la notizia dell’autosufficienza energetica raggiunta dall’isola di Tilos. Un impianto solare e eolico pagato per più di tre quarti dall’UE, in grado di dare ai 500 cittadini dell’isola (3000 d’estate) sia continuità di rete che autosufficienza energetica. 500 tonnellate di carburanti fossili risparmiati all’ambiente ogni anno. Un segno di speranza.
Poi però sono arrivate altre notizie. Come quella di un piano energetico con l’obiettivo di disseminare su molte isole greche migliaia di pale eoliche gigantesche, e sono circolati video di attivisti che mostravano l’enorme impatto di strade, sbancamenti di terra necessari ai lavori, pale in vetroresina abbandonate, rifiuti di ogni sorta, il tutto in uno dei paradisi terracquei del Mediterraneo, dunque del mondo.

Cosa diventerà la Grecia domani? Qual è il modello di sviluppo che ha scelto? La domanda si associa a quale sia quello scelto dall’Italia (e da tutti gli altri Paesi dell’area) che nel settore delle rinnovabili ha visto sì una forte crescita (un quarto del fabbisogno nazionale) ma anche la pesante irruzione delle mafie, e una situazione ancora molto bisognosa di una chiara visione.
Paesi accomunati da un dilemma: qualcuno, nel mondo politico nazionale e europeo, ha capito bene cosa stiamo vivendo? L’autentica emergenza del momento non è la pandemia, ma il velocissimo superamento di ogni soglia del riscaldamento globale. Tra non molto tempo la crisi ambientale, ormai in fase acuta, farà più morti in una settimana (tra incendi, inondazioni, tornado inusitati, dissesti idrogeologici) di quanto la pandemia non ne abbia fatti in molti mesi. Basta verificare gli ettari andati a fuoco poche settimane fa tra Peloponneso, Eubea, Attica, Meridione d’Italia, Balcani, Maghreb e Anatolia. Eppure la domanda non si riferisce solo a questo, che i politici sembrano ignorare.
Qual è il modello di sviluppo che devono tentare di realizzare i Paesi del Mediterraneo? Vorremmo dire tutti i Paesi del mondo, per onestà, ma il Mediterraneo ha una storia e un ruolo culturale, morale, che oggi tornano alla ribalta.
Pericle, come Marco Aurelio, avevano un’idea del loro mondo ideale, e in prima persona tentarono di realizzarlo. Ecco cosa ci manca, oggi. Una visione. Come possiamo contrastare il degrado ambientale realizzando però anche benessere diffuso?
Quando si apprende che un’isola come Citera, miracolosamente sfuggita alle devastazioni edilizie negli Anni ’80 e ’90, allo sfruttamento commerciale, all’omologazione dell’offerta turistica, viene individuata come sito adatto per l’installazione di centinaia di pale eoliche di enormi dimensioni (tanto che al tramonto saranno visibili perfino da Milos) capiamo bene che gli errori conseguenti alla mancata visione sono enormi. E gravi, si badi bene, non solo sotto il profilo ambientale, ma anche economico.
In un mondo sempre più massificato, l’offerta economica turistica sarà

sempre più al ribasso dei costi. Dunque i luoghi naturali, protetti, dov’è ancora possibile la quiete, l’assenza di turismo massificato, dove il mare e la costa vengono tenuti puliti, dove non tutto è diventato merce, commercio, cultura mercantile massificata, avranno un valore enorme. Non preservare isole come Citera e le centinaia di paradisi greci, è dunque prendere il valore che si ha e buttarlo via. Qualunque esperto di marketing potrà confermarlo. L’Italia ne è l’esempio più tragico: non ha saputo curare il proprio ambiente, non ci ha visto l’enorme risorsa, non ha scelto di posizionarsi come l’ultimo Paradiso di bellezza, abitato e gestito in modo umano, senza sfruttamento sfrenato, non ha investito nell’impatto zero e semmai ha consentito speculazioni, rincorso i modelli turistici nordeuropei e anglosassoni, quelli del low cost, del “c’è posto per tutti”. E oggi si trova depauperata, le sue coste sono sempre più sporche, l’impatto antropico è fuori controllo. L’Italia di un tempo non esiste più, almeno nei quattro mesi estivi, quelli del 90% del turismo. Un Paese che era simbolo della bellezza, del viaggio sereno, tra gente aperta e sorridente, lontano dal caos delle città, fuori dal rumore… è diventato un “divertificio”, una macchina sbilenca che tenta di ingoiare il maggior numero di turisti possibile. I migliori turisti, e perfino coloro che vogliono vivere in pace, fuggono.

Fuggiranno presto anche dalla Grecia? Questo vuole la Grecia?La Grecia dovrebbe dotare tutte le isole di sistemi micro-rinnovabili capaci di renderle autonome sotto ogni profilo energetico. Diventerebbe il luogo più virtuoso del Mondo, simbolo di una élite culturale. E questo sì che sarebbe un “brand di valore”, capace di attirare il giusto pubblico, denaro pubblico buono, dove ci sarebbe sviluppo per tutti. Un Paese così sarebbe di esempio, e non avrebbe concorrenti! Soprattutto se la Grecia si impegnasse oggi più di altri nella pulizia e tutela del mare, delle coste, magari bandendo la plastica dalle isole e dai litorali più pregiati della terraferma. Serve una grande campagna di sensibilizzazione ambientale in Francia, ad esempio, dove a Marsiglia è quasi impossibile fare “la differenziata”, come in molti luoghi d’Italia e Spagna, e non nel 1980, ma nel 2021! E così in Grecia, che dovrebbe mantenere e aumentare il proprio valore unico, non certo farne una mega centrale per raccattare incentivi europei. Quegli incentivi arricchiranno qualcuno, forse i soliti imprenditori e politici di sempre, ma impoveriranno il Paese. L’Italia ha già fatto questo errore mettendo centrali a Porto Torres, a La Spezia, o acciaierie a Taranto. Perché la Grecia, che può diventare un leader creando benessere, vuole svendere la sua ricchezza?
Quando si distrugge la propria bellezza, il futuro è segnato. Pericle, Marco Aurelio, non lo avrebbero mai consentito.

Share Button

Da Gino Strada, dalla sua azione, ho imparato

Ai margini del campo profughi del Darfour, dove siamo andati a visionare la situazione

In Sudan sono stato perché mio cugino fu assunto come logista volontario in Emergency e andò per molti mesi a Khartoum. Andai a trovarlo, naturalmente, e conobbi lì, toccandolo con mano, quel che faceva l’associazione di Gino Strada. Poi ne scrissi anche, sul Fatto Quotidiano e sul mio blog.
Mi colpirono tante cose. Ma una di più delle altre: dovunque mi girassi per la città c’erano SUV bianchi delle Nazioni Unite, puliti, perfetti, nuovi, in un posto dove di nuovo e perfetto non c’era niente, nemmeno l’aria. Rimasi impressionato.
C’erano tutti, qualunque sigla con davanti le lettere “UN”, nazioni unite. Mi spiegarono che quel Paese era un buon trampolino di lancio anche per le carriere diplomatiche di vario genere. Una specie di gavetta, di campo base, per i giovani rampolli di belle speranze.
C’erano tanti soldi che giravano, evidentemente. E me ne accorsi soprattutto quando ci invitarono (chissà perché) a una festa,in una villa di un’ambasciata. Un’ora di fila indiana per tutti i SUV, tutti da controllare uno a uno con gli specchi sotto la macchina, i cani, per essere certi che non avessero esplosivi applicati e nascosti da qualche parte. Dentro, a dispetto del clima e della desolazione circostanti, prato all’inglese, buffet, alberi, alcolici che scorrevano impetuosi (in un paese in cui l’alcool è proibito).
Mi spiegarono che il campo profughi del Darfour, che vedete nelle foto “rubate” (andammo a visitarlo solo perché “eravamo” di Emergency, accompagnati da loro, altrimenti entrare in quel campo sarebbe stato troppo pericoloso) era così da vent’anni e oltre, e che il denaro stanziato ogni anno (una ventina di miliardi di vecchie lire) per rimpatriare quelle povere persone, non si sa dove finisse. Forse a tenere in piedi le grandi strutture dell’ONU, uffici, scrivanie, carriere. E feste.
Poi però c’era Emergency, che quei denari non prendeva. E anzi, che era sempre al limite per trovare quelli che gli servivano a operare. Anche perché oltre all’ospedale nel campo profughi (ultimo baluardo rimasto a occuparsi dei dannati della terra), l’associazione di Gino Strada aveva appena aperto un centro ospedaliero d’eccellenza per le malattie cardiache (una delle foto sotto). Un posto meraviglioso. Gino Strada lo aveva voluto non solo funzionale al bisogno, ma anche bellissimo e attrezzatissimo. La sua filosofia era quella del fare ma anche del testimoniare: “Perché in Sudan devono accontentarsi di un piccolo ospedale che fa quello che può? Perché non devono avere il meglio, le sale migliori, le macchine più avanzate, e fuori giardini verdi, panchine all’ombra, esattamente come noi?”.
Imparai molto da quello che vidi e dalle parole che ascoltai. Imparai che non basta fare. Bisogna anche fare politica, cioè testimoniare. E bisogna mirare alto, fare cose emblematiche, provocare, se necessario, per incidere non solo con quello che si fa, ma anche con significati e concetti taglienti come bisturi.
Imparai soprattutto che si poteva andare controcorrente, pensarla diversamente, fare diversamente, parlare diversamente. In ogni caso: fare e raccontare. Fare cose grosse, diverse, controcorrente, e poi parlare diversamente, con parole nuove, nuovo coraggio, nuova visione.
Ecco perché sono così triste della scomparsa di Gino Strada, ma al contempo molto sereno sulla sua eredità ideale, intellettuale, valoriale, dunque operativa ma anche politica. Uomini e donne come lui lasciano orme profonde. E quando ci sono le orme, basta seguirle, la strada è aperta, basta incamminarsi. E non “facendo come lui” necessariamente. Ma comportandosi secondo la sua ispirazione. Ognuno a suo modo, ognuno con i suoi mezzi e le sue gambe, ma tutti nella stessa direzione.

Qui ho fotografato il campo profughi del Darfour. Un inferno tra i viventi…

Share Button

Ciao Gino

A Kartoum ci sono andato perché mio cugino era lì da mesi a lavorare con Emergency. E mi sono commosso. La bandiera italiana all’entrata dell’inferno del campo profughi del Darfour, di fronte all’unico presidio sanitario rimasto (erano andati via tutti, anche Medici senza frontiere, tranne Emergency) è stata un colpo al cuore. Di commozione, di sconcerto, di orgoglio, di sgomento. Solo quel piccolo ospedale in un campo che da decenni tiene segregate migliaia di persone. Ragazzi di vent’anni sono nati lì, e non sono mai usciti in tutta la loro vita.
Ogni anno, naturalmente, l’ONU stanzia 11 milioni di dollari per il rimpatrio di quelle persone. Ma ogni anno loro restano lì. Una vergogna per il genere umano.
Be’, lì Gino c’era, contravvenendo alle norme interne di Emergency, che vuole interventi solo in zone di guerra. “Ma come facevamo ad andarcene? Via noi, nessuno si sarebbe occupato di loro”.
I volti preoccupati delle madri con i bambini in braccio, in fila per ricevere visite o medicine, parlavano un’altra lingua da quella dell’uomo.

A Venezia si è commosso lui, durante l’intervista che gli feci. Si parlava di scelte, di coraggio, quello era il tema della puntata del mio programma “Un’Altra Vita” (Rai5). Toccammo il tasto dolente di Teresa, la moglie da poco scomparsa, compagna di una vita di impegno, rischio, generosità. Gli occhi di Gino si riempirono di lacrime, ma non vollero sgorgare. E di quel pomeriggio ricordo anche l’ironia nelle pause delle riprese, la pronta lucidità nel cogliere temi importanti, da punti di vista logici, inoppugnabili: “Cominciamo col non fare questa guerra, oggi, poi penseremo a quella dopo“.

Una delle sue frasi migliori: “io non sono pacifista. Io sono contro la guerra“.
Così si ragiona. Almeno se si è normali. E Gino è l’essere umano più normale che ho incontrato in vita mia.
E come sempre accade, dalle persone normali si impara molto. Soprattutto una cosa: a esserci, a impegnarsi, a fare ognuno le proprie battaglie. Non quelle assolute e totali, come Gino. Per quelle servono eroi. Com’era lui. Ma quelle che possiamo fare con i nostri mezzi. Poter fare uno e non farlo è il 100% del fallimento. Farlo, il 100% del successo.
Questo insegnava Gino Strada.

Clicca qui per vedere l’intervista

Share Button

Farsi le canne da soli

L’incannicciata costa tanto. Troppo. Allora penso; me la faccio da me. Chiedo sull’isola: “dove si comprano le canne?” . Risposta: “ma mica si comprano. Stanno in molti punti, lungo i rivi, andiamo tutti lì quando ci servono, e le prendiamo. Sono di tutti.”

E allora vado con la fida F. Un culo immane. Le canne sono enormi, sembrano bamboo. Dure, alte tra i 4 e i 6 metri. Quelle al Fienile sembrano stuzzicadenti in confronto. Ma non basta. Le canne dritte sostanzialmente non esistono. Sono una proiezione iperurania, o una promessa commerciale. Dunque allestire un’incannicciata diventa un’opera di meccanica quantistica: “la canna dritta non esiste ma in determinate condizioni può diventarlo”. Cinema…

Morale: dita le cui falangi superiori non sento praticamente più. Epicondilite a nastro. Schiena. Tempo. E pensieri… Ma enorme orgoglio. Sotto questa Pergola, che copre la cucina esterna con ipnotica vista sul mare, avverranno cose. Mente a quelle cose, non al progetto, mentre si lavora, mi raccomando. Chi fa le cose precisine e non pensa “a quelle cose” è un maniaco. Prima o poi entra in un Eurospin con un kalashnikov. Le cose “servono a”, oppure sono fatica sprecata, e gesto nevrotico. (Per chi ha letto Stojan Decu: “occasioni per le emozioni“).

Ora bevo un sorso di vino. Stanco. Seduto. E guardo F che si incaponisce su un restauro. Quel portellone dice cose sul tempo. E lei le sta cercando. Le troverà? Io la guardo. Non so se riesco a capire. Però qualcosa sento. Dunque forse sì.

Share Button

αντίθεση (antitesi)

Ho scritto due brevi brani in questi giorni. Senza un progetto, lo giuro.
Ne è nato uno specchio che rimanda infiniti riflessi, antitetici e dunque in grado di rivelare molte cose. Avvicino qui i due brevi brani. Credo siano utili.


Stare

Bisogna stare fermi. Smetterla di ronzare. Smettere l’abitudine di scendere, salire, lamentarsi perché il pullman non arriva, perché l’aereo è in ritardo. Quell’aereo non porta da nessuna parte.
Andiamo, certo. Andare è bello, ci mancherebbe… Ma poi stiamo là. Se ci siamo andati un motivo c’è. Cerchiamolo.
Succhiamo, lecchiamo, digeriamo, facciamoci rivenire fame quando tutto ci ha saziati. Aspettiamo. Stiamo mesi, non ore, non poveri sterili inutili giorni. La temporaneità si acquisisce stando. Comprendendo. Perché quel primo giudizio non vale niente. Lo dà un uomo ancora altrove, ancora “non giunto”. Invece per capire bisogna cambiare quanto basta per assumere le categorie di sé in un luogo che non è più noi. Non è ancora noi.
L’irrequietezza mi è sempre stata amica. Ma è una pratica affilata, pericolosa per chi non sa maneggiarla. Con l’irrequietezza si fanno un mucchio di cose belle, ma non è roba da dilettanti, o da equilibristi. Per andarsene bisogna esercitarsi. Bisogna aver letto, capito, sentito. Si parla dopo i silenzi, non durante.

Bisogna smettere. Stare fermi. Solo da fermi si va.

Muoversi

Fermi non vuole dire immobili. Vuol dire profondi, dentro, in contatto. Ecco perché bisogna muoversi.
Muoversi non è sciamare, semmai vedere. Osservare come fosse lì qualcosa che ancora non c’è: ecco l’essenza del moto. La sua causa. Andare perché si è già visto, figurandosi ancora e ancora; fare perché abbiamo già messo insieme pezzi, con le mani della fantasia; dire qualcosa che abbiamo studiato e ristudiato come pronunciare, con le ali precise del silenzio e del cuore.
In movimento non è andare continuamente, da qui a lì. Non è alzarsi dopo poco che ci si è seduti, non è arrivare, ripartire, riandare. Muoversi non è fare mille cose inutili, semmai fare fino in fondo e costantemente e onestamente e quotidianamente qualcosa che abbia un valore.
Muoversi, dunque, è iniziare. Muoversi è esserci, prima di arrivare, scomparire prima di essere partiti. È avere pensiero lungo per la grande rotta, medio per ciò che ce la impedirà, breve per il primo salto.
Muoversi è sapere che la vita si suona a dieci dita, non solo con due indici tremanti, ingredienti tutti, non soltanto uno. Muoversi è percepire il tempo come una misura di valore, come l’acqua, come il cibo, come l’aria, qualcosa da salvaguardare. Muoversi è rispetto e considerazione per l’energia, da produrre, da rigenerare.
Muoversi è non cedere alla malattia del tempo, l’ignavia accidiosa della noia.
Muoversi è non avere per faro la comodità, ma la vita. Muoversi è adorare l’atto di pagare con la moneta della vita.
Muoversi è sentire che arriva il giorno in cui bisogna partire per andare là dove qualcosa risuona. Dove potremo ridurre raggio e circonferenza per stare e operare.
Muoversi è il nemico giurato del falso movimento, quello che disprezza il senso, che non ha la religione dell’economia delle energie, che arriva distrutto la sera non per aver fatto, ma per aver sprecato.Muoversi è colorare il disegno, prima crearlo, prima sentirlo.
Muoversi è farsi trovare intenti, applicati, concentrati. Muoversi è essere attratti, quindi è essenzialmente vedere, notare, cogliere. Muoversi è sempre dettaglio, dunque occhi, dunque cura. Dunque sentimento.
Muoversi è curiosità. Muoversi è ipotesi. Curiosità più ipotesi è cambiare.
Muoversi è fuggire l’alibi della comprensione non di ciò che viene detto, ma di ciò che vogliamo capire. Per questo muoversi non ha per opposto l’immobilità, ma l’onestà. E allora muoversi è partecipare, spendersi, senza mentire, senza raccontarsi che siamo quello che non siamo. Essere qualcosa è il movimento che facciamo veramente per diventarlo, prima ancora di esserlo.
Muoversi, per queste ragioni, è assumersi la responsabilità del vero, quello che sappiamo solo noi.
E viverlo.
Share Button

QUANDO SI È CORREI NON SI SCENDE IN PIAZZA

Mi chiedono cosa pensi io delle limitazioni, dei green pass…

Ma cosa ne devo pensare… Assisto alla follia interpretativa, cifra chiara e netta del sovvertimento dell’ordine dei fattori. Siamo nell’illogicità più ampia mai vista, nell’errore più marchiano… Cosa ne dovrei dire…?

Mi guardo intorno. Si sta facendo sera. Avishai Cohen snocciola il suo grammelot di influenze medio orientali e andaluse. Preparerò qualcosa di buono, tra poco. Ora bevo un sorso di vino guardando il mare. E penso…

Di quello che accade ho scritto un anno fa, e varie volte, quando ancora non era chiaro a tutti quel che stava avvenendo. Scrivere dopo significa aver pensato dopo. E da un uomo che pensa questo è l’unico passaggio intollerabile.

Penso che nessuno si lamentava delle illibertà, prima di questo virus. Nessuno andava nella sua piazza (non in piazza) a manifestare contro se stesso per aver accettato tutte (ma dico tutte) le più antiche e moderne schiavitù. Se parlavi di bisogno di lottare interiormente contro l’omologazione del pensiero, il conformismo assoluto sul lavoro, nel tempo, negli spazi abitativi (da troppo tempo non più “i luoghi dove si vive”), nella gestione del denaro, nella conduzione delle relazioni… dopo un istante ti perdevi tutti per strada.
Se accennavi appena alla descrizione del deserto emotivo dilagante, di quello spirituale incipiente, dell’insensatezza delle azioni ripetute maniacalmente… ti prendevano per radicale, oltranzista, perfino folle.

Se cercavi di spiegare il costo esistenziale di questa vita, scelta da ognuno ogni giorno, che nessuno tenta di modificare… se provavi a illustrare l’errore di rotta ambientale, produttivo, delle risorse, o il fuori pista esiziale delle energie… ti additavano come un folle

E adesso, solo adesso, qualcuno impedito a fare la vita precedente, quella assurda vita, parla di violazione delle libertà? Di limitazione anticostituzionale dei diritti? Ma per caso siamo impazziti? O vogliamo prendere per il culo qualcuno?
Nelle vostre lotte per rifare la vita sbagliata che facevamo, non tiratemi dentro. Non coinvolgetemi nella difesa dell’assurdo. Nessuna limitazione che venga da fuori ci può togliere la libertà che non avevamo, non abbiamo, non avremo. Perché quella libertà viene da dentro. Si sceglie. Si combatte per essa. Il suo premio è alto, non ha nulla a che vedere con l’autorizzazione a andare a un concerto al quale non andremmo mai, o in un ristorante dove quasi certamente mangeremmo malissimo al prezzo assurdo della bontà che non avremo.
Dei vostri green pass odiati o amati io non voglio nemmeno sentir parlare. Io sto faticando per la libertà, mia e altrui. E voi dovreste fare altrettanto. Non perdiamo tempo. La vita va. Stasera.
Come la stiamo onorando, adesso?
Share Button

L’Altra Via. La nostra.

Questo è ciò che avviene quando si cede millimetro per millimetro, per anni, sui principi e sui valori fondamentali. Questo accade quando si legittima la violenza, quando si transige sull’educazione mediocre, quando si considera possibile reprimere invece che ascoltare, quando si pensa che ogni cosa sia separata dal resto. Non è così. È tutto legato. Genova 2011, oggi.

Il nostro è uno dei tanti paesi del Mediterraneo in pericolo, in decadenza, con tentazioni sempre più autoritarie, sempre più dall’alto, e un popolo rassegnato che si bea di urlare e inveire (le facoltà che il potere adora), che non combatte giorno per giorno contro se stesso (contro SE STESSO…) e la propria tentazione di dire “ma sì, dai… tanto è uguale…”.
Quell’acquisto inutile, che cede al consumismo insensato e grave, non è uguale. Fa differenza.
Quel lavoro inutile e dannoso, a cui non diciamo di no, non è uguale.
Quei simboli, che per ignoranza e pigrizia assumiamo come nostri invece di capire chi siamo (è difficile sforzarsi di capire, si fa fatica…) non sono la stessa cosa. Hanno conseguenze enormi.
Quelle relazioni, di cui non ci domandiamo il senso, e come e quanto ci rappresentino… non sono uguali.
Quel tempo perduto invece di studiare, progettare, costruire, non è uguale.
Niente è uguale, tutto fa la differenza. Perché poi un giorno succede che… E succede per ognuno di quei millimetri perduti.
Ricordiamoci sempre che abbiamo tutti (qui almeno, e non solo qui) una doppia responsabilità: vivere, scegliere, fare la via in salita, che porta da qualche parte… e poi guidare, testimoniare, spiegare, fare domande a chi non se le fa.
La Nuova Élite (per semplificare: tutti coloro che arrivano a leggere la fine di questo post [pensa come siamo messi…]) deve ricordare quel pomeriggio di dieci anni fa, e anche le alluvioni di qualche giorno fa in Germania e Belgio, o le cicliche crisi economiche e finanziarie (a orologeria) che sconvolgono l’ordine mondiale degli schiavi del consumo (e anche nostro) come un tutt’uno legato a doppio filo all’azione che stiamo per fare adesso, stasera, domattina, e al pensiero o all’idea che la determinano biforcando il nostro destino per sempre.
Ricordiamo sempre.
Colleghiamo sempre i fatti.
Prendiamo sempre le distanze dalla via che tutti invocano.
Pensiamo altre cose, lontane dalla tundra emotiva dell’epoca.
Progettiamo quando tutti disperano.
Agiamo quando tutti sono distratti dalle mentite spoglie della vita.
Preoccupiamoci della nostra energia.
Cambiamo la nostra vita, e il mondo, nel raggio più ampio che possiamo. Un essere straordinario cambierà migliaia di chilometri quadrati intorno a lui, noi cambieremo qualche centinaio di metri appena. Non importa. Se quello è il raggio massimo, avremo compiuto il nostro scopo come esseri umani.
Share Button

Non da morenti

Nel caso circolasse una sensazione di instabilità, e forse di grande vuoto interno ed esterno, non preoccupiamoci troppo.
È normale. Per dure ragioni.
La prima è che la vita è fatta in modo davvero approssimativo. L’avessi fatta io l’avrei fatta decisamente meglio. E tanti che conosco l’avrebbero organizzata anche meglio di me.
La seconda è che oggi si paga tutto ciò che non è stato fatto prima. Troppo tempo buttato via. Troppe occasioni mancate. Troppo trascinarsi senza rotta di qua e di là. Naturale sentirsi perduti quando servirebbe aggrapparsi a ciò che si doveva costruire.
Se ne deduce (per piana logica) che l’opportunità, oggi, è duplice:
– da un lato, come antidoto al vuoto, bisogna mettersi a costruire qualcosa che serva. Un modello, uno schema, ciò che è necessario per parare i colpi. E da fare, come sappiamo, ce n’è tantissimo.
– da un altro, costruendo oggi, lavorando con impegno a consolidare, modificare, cambiare, non ci troveremo più, già domani o dopodomani, con questa rinnovata e aggiornata sensazione di spaesamento.
Ma c’è dell’altro.
Comprendere questo è già passare dal vuoto al pieno.
Dunque, prima ancora dell’azione, il pensiero di essa è già una salvezza.
Va da sé che questo schema e questa progettualità, andranno poi abbandonati. Prevengo l’obiezione. Non si vive bene nel dualismo dialettico basato solo sulla volontà.
E tuttavia, prima di abbandonare, bisogna acquisire. Prima di cambiare bisogna scegliere. Mentre mi pare che la maggior parte delle persone sia ferma sulla soglia del luogo da cui dovrebbe evadere. E questo non va bene.Serve dunque conoscenza del proprio perimetro, prima di ogni altra cosa. Serve aver fatto passi (soprattutto uno: il primo), serve aver capito limiti e possibilità di cui possiamo disporre e che dobbiamo temere. Serve aver attivato un circuito d’energia e di concatenazione tra desideri, progettualità, possibilità… prima di avere la forza di accettare, di convivere, di rifiutare.
Non si convive con l’assurdo (né lo si abbandona) da morenti.
Share Button