Il mio discorso ai politici – Elezioni 2022

Il nostro Paese aspetta una “Nuova Frontiera“, un nuovo orizzonte. I problemi dei suoi cittadini non sono solo i soldi, il lavoro, la casa, ma il progressivo raffreddamento del comune cuore civile, delle nostre anime, del nostro immaginario esistenziale e sociale.
 
Questa era una condizione ideale per la politica, perché parlare a un Paese preoccupato, intristito, spaventato che non aspetta altro che una speranza è l’occasione migliore per farlo vibrare.
 
Eppure nessuno lo ha fatto.
 
Non uno dei candidati a queste elezioni 2022 ha saputo scaldare quel cuore, farlo fremere di rinnovata fiducia. Nessuno ha indicato una meta accessibile, ambiziosa, capace di far rialzare lo sguardo da terra.
 
Ma la via c’è. È un’altra da quella attuale. È affasciante, avventurosa, difficile, eppure ricca di vita. Una grande, necessaria, inesauribile opportunità.
 
Per l’indegnità politica di non averci raccontato nulla di questa via, per la mediocrità ideale con cui ci hanno parlato, per l’inadeguatezza con cui hanno chiesto il nostro voto (tutte premesse certe di una tragica azione politica e governativa domani) io non posso votarli oggi.
 
Il voto è una cosa seria, c’è morta della gente per garantircene il diritto. Non possiamo gettarlo nel fango in questo modo.
 
Auspico quindi un segnale generale: il 95% del Paese che diserta le elezioni.
E poi un nuovo inizio.
 
#laltravia
#discorsoaipolitici

 

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Così, per dignità

Leggo che in autunno si vogliono tenere i riscaldamenti più bassi, e anzi, impedire per legge che si vada oltre una certa soglia di ore e di temperature. Per risparmiare. Perché di gas ce n’è meno, e costa troppo.

Dunque fino a oggi, nonostante l’emergenza ambientale da allarme rosso, nonostante l’evidente bisogno di risparmio di tutti, non si poteva fare. Mentre oggi, costretti dal caro bollette, sì.

Quindici anni fa scrivevo che bisogna mettersi un maglione in più, d’inverno, non alzare il termostato; che è folle avere 28 gradi in una casa, noi ne abbiamo 18, e vicino alla stufa 38; che le fonti energetiche da utilizzare sono altre; che le economie di cui disponiamo sono enormi; che c’è libertà e dignità nella vita “in povertà” (“La povertà che non è miseria” di Goffredo Parise). Non ne scrivevo soltanto, praticavo già questa e cento altre buone metodiche per abbattere l’inquinamento, per ridurre i propri costi, per vivere in modo più sano, naturale, autonomo, svincolato. Libero.
Come già per lo smart-working e per molte altre questioni, di cui ho scritto e praticato da lustri e che ora avvengono in modo coatto, vedo che arriviamo a decisioni molto semplici, di base, ovvie perfino, sempre e solo per necessità.
Cioè non per amore, ma per forza.
Quando la smettiamo di vivere applicando pedissequamente “lo schema”? Quando lo mettiamo in crisi pensando, ragionando, analizzando, scegliendo? Quando ci decidiamo a vivere in modo autentico, libero? Quando prendiamo in mano il timone? È così necessario vivere come il somaro, a testa bassa, che corregge la direzione solo quando riceve una scudisciata sulle orecchie? Possiamo fare qualcosa di meglio? Così, anche solo per dignità.
(nella foto, uno dei ruderi della ghost-town qui sull’isola. Una storia affascinante, tragica, misteriosa, che ha a che fare coi pirati del ‘500, e che prima o dopo vi racconterò)
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Quello a cui le donne non pensano

“Il piacere femminile è un tabù”. Aurora Ramazzotti dixit. (Signore, prendi me, immediately!)

Ma come un tabù…? Sono decenni che non si parla d’altro!
Attendiamo ancora un libro, o qualche testimonianza almeno, sul piacere maschile, di cui invece non si è mai iniziato a parlare. Per primi gli uomini non ne parlano, anche se potrebbero raccontare infinite storie, alcune anche esilaranti (altre piuttosto tristi…).

Delle donne, dei vari punti G, delle anatomie, dei tempi, dei modi, dei diversi piaceri, orgasmici, non orgasmici, vaginali, clitoridei, della sofisticata oscillazione circadiana e mensile dell’eccitazione, della grammatica dell’approccio, di quella durante, di quella susseguente, della fenomenologia sessuale nel suo complesso, sono stati scritti camion di libri, sono stati fatti infiniti simposi, seminari, incontri…. e aggiungo “grazie al cielo”, naturalmente, perché c’era e c’è sempre un enorme bisogno di approfondire per conoscere e per capire la complessità dell’altro. E esiste, come ben sappiamo, una profonda complessità dell’essere donna.
Poi però bisognerebbe sfatare l’immagine che le donne hanno (più precisamente, le femmine, perché riguarda anche le giovanissime) degli uomini, che come si sa è (mediamente…) quella di meccanicistici animaletti tetragoni, monocigliuti, trinariciuti, cioè esseri primordiali, semplici, a cui va bene tutto “basta che…”. Le donne che conoscono l’anatomia del piacere maschile si contano sulle dita di poche mani. Chiedessimo a una donna “sai qual è il punto del piacere del tuo uomo”, avremmo risposte confuse, cincischi, e forse perfino qualcuna discuterebbe la domanda. Le donne che si preoccupano del piacere maschile avendo la capacità di riconoscerne l’intensità, le tipologie, i tempi, gli effetti… sono anche meno.
Io (e con me un esercito di uomini silenziosi, che non hanno ancora capito che bisogna parlare, se si vuole essere percepiti) NON SONO una specie di sex-machine dove metti la moneta e parte la musica. E soprattutto, c’è per me (e per tanti) una differenza abissale tra la musica che piace e quella che fa solo rumore. Abbiamo una complessità vasta e articolata, anche noi, che le donne lo sappiano o lo riconoscano oppure no, e che noi stessi lo sappiamo riconoscere lo sappiamo raccontare oppure no. Dunque siamo, nella migliore delle ipotesi, almeno correi. Anche se, partendo dalla propria complessità, le donne un sospetto di una nostra complessità bisognerebbe che lo avessero. A meno di non essere convinte che donna=ricco/articolato/complesso e uomo=banale/semplice/streotipato. E purtroppo lo dico per paradosso ironico, perché ahimè è proprio così ancora.

A ogni modo, articoli come questo a me fanno l’effetto di leggere la cronaca politica ai tempi di Tanassi. Roba vecchia, di cui si è parlato tantissimo, sostanzialmente trita e ritrita. Mentre c’è molto da dire ancora, in campi sconosciuti, ma a nessuno viene neppure il dubbio che esista.
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La politica ha deluso. Colpa nostra

Oggi grande indignazione: la politica sembra aver deluso, amareggiato, ferito la gran parte del Paese. C’è da preoccuparsi, in effetti, e molto. Solo non vorrei che fraintendessimo l’ordine delle cose, il che sarebbe gravissimo: per quanto stracciona e mediocre, la nostra politica è così perché il Paese è così, perché noi siamo così. Dunque non facciamo troppo gli stupiti, né gli scandalizzati né i delusi: da oltre tre lustri io e tanti altri andiamo dicendo che così non va, ma mai, o quasi mai, ci avete sentito rivolgerci ai politici o a chicchessia. Per me posso dirlo con certezza: ho sempre parlato di me, di noi, a me e a voi.

Le scelte quotidiane non fatte, il non pensare, il preferire divertentismo a senso, denaro a vita, lavoro indefesso e inevitabile a percorso umano, intellettuale, psicologico… ecco cosa ha generato tutto questo.

Cedere ogni giorno sovranità sulla propria vita, lasciando che a decidere per il nostro destino fossero le famiglie d’origine, l’impresa, il giudizio degli altri, il dover essere, invece che il nostro coraggio, le nostre propensioni… ha generato tutto questo.

Rimandare, invece di decidersi, sottovalutare invece di rimettere le cose in ordine, il dire “sì è vero!” senza poi far conseguire azioni… ha generato tutto questo.

Sentir dire “porti chiusi” senza sentire quella affermazione come indecente, mentre la gente moriva per mare…. ha portato a tutto questo.

Capire che avevamo bisogno di iniezioni di metodo e di disciplina senza però applicarci. Sapere benissimo dov’era il punto delle nostre esistenze, senza mettere il dito in quel punto… ha generato tutto questo.

Voltarci dall’altra parte, girare pagina in un giornale, sottovalutare, mentre c’era da restare con lo sguardo dritto su quella pagina, dando il peso dovuto alle cose… ha generato tutto questo.

Vendersi per due monete d’oro inutili, piegarsi alla dittatura del tempo imposto, dei luoghi insensati, tralasciando relazioni, benessere, studio, idee… ha generato tutto questo.

Ascoltare le grandi e tragiche notizie sull’urgenza di cambiamenti comportamentali per evitare la catastrofe climatica, ma senza cambiare di un’unghia le nostre abitudini… ha generato tutto questo.

Rubare, mentre venivamo derubati, dunque assecondare i ladri invece che preoccuparsi di salvaguardare… ha generato tutto questo.

Lasciar correre sui diritti delle persone accanto a noi, attivandoci solo quando toccavano i nostri… ha portato a tutto questo.

La politica rispecchia sempre gli uomini e le donne che la esprimono e questo non è un dato variabile: è sempre così, per sua stessa definizione. Alle cose avremmo potuto e dovuto dire “no”, molto tempo fa, in tanti. Avremmo dovuto dire “Adesso basta” quando era il momento giusto. Non averlo fatto ha portato a questa degenerazione, non altro, e se domani andranno al potere i portabandiera della stessa politica, della stessa cultura che ha reso possibile Bolzaneto… di chi sarà la colpa?

Dunque oggi non indigniamoci troppo, non facciamo quelli che cadono dall’albero della cuccagna stupiti e meravigliati. Sono molti, molti anni che parliamo di queste cose, e tirarsi fuori ora con la scusa che “loro” hanno detto, fatto, tramato, è la più indecente delle deduzioni. Un uomo che cambia, cambia il mondo. Quante volte l’ho scritto, quante volte ne abbiamo discusso?

Ecco, siamo qui. E come in mare, quando ci si accorge di non aver fatto qualcosa che andava fatto prima, la reazione non può mai essere: “è andata…”. Semmai sbrigarsi a fare ora, tardivamente, con maggior solerzia e impegno, quel che andava fatto prima. “Ma ormai è tardi!” dirà qualcuno, compresa la voce in fondo al cuore, il “timoniere della Pinta”. No, era già il tempo, oggi lo è solo di più.

(apparso sul Fatto Quotidiano del 23 luglio 2022)

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Il resto verrà

Un mese e mezzo lontano dall’isola. Una settimana di presentazioni del mio libro, poi a navigare, sostanzialmente. Ma anche per aeroporti, stazioni, qualche passaggio nelle città. Interessante, perfino troppo. Ora, nel ritrovato silenzio e nella sacra quiete dell’Egeo, comincio a ripensare un po’ a tutto.

Troppe persone. Troppo è termine relativo, implica una comparazione. Io la faccio con me stesso, la mia dimensione. Troppa gente. Così tanti, uno accanto all’altro, non riesco. Forse le questioni dentro di me si vanno ancor più radicalizzando. Ci devo riflettere. Sta di fatto che la condizione per me ideale è quella dell’eremita. Laico.

Lo Stato. Assente o eccessivamente presente. Quasi sempre invadente, proteso, estroflesso, abnorme nell’atto di verificare, controllare. Le norme. Quelle che definiscono, misurano, analizzano, sanzionano, approvano… la normalità. Dalla norma non si può uscire. Ma genera un immediato, invincibile desiderio di evadere.

Il denaro. Fuori controllo. Vivere nel consesso umano implica costi folli. E immotivati. Sensazione di essere stato, in questi 45 giorni, al centro di un meccanismo speculativo a spirale. Inevitabile, a aumento progressivo. Il recupero della condizione anacoretica è necessario anche per questo. Nessun costo, solo quelli scelti. Niente di indotto. Un modo per dire “no”. E anche “sì”.

I luoghi di concentrazione: stazioni, aeroporti, porti, quartieri dell’intrattenimento. Lo sciame fa impressione. Le code sembrano marce funebri. Le attese intruppati, il silenzio, o peggio, ascoltare. Prua all’orizzonte, l’unico strumento di difesa. Sarà un caso che su tutti ricordi le 90 miglia in altura tra Gozo e Lampedusa.

Le paure. Vederle permeare così in profondità tra le persone. Un velo che offusca, rende opaco, fa da coperta sul calore. La paura è l’arma più affilata, dalla quale la maggioranza si difende con maggior fatica. E ha effetti chiari. Ha un colore, che li copre tutti.

Il tempo. Sincopato, struggente nella sua velocità. Tempo che termina proprio quando inizia, è già scaduto prima di scorrere. Tempo relegato e recluso. Senza tempo. Senza che vi sia tempo. In questa nostra età il tempo è finito.

Le parole. Pare che restino solo loro. Ma parole dette tanto per dire, a caso. Parole che non implicano alcun accordo, alcuna promessa. Parole che liberano invece di collegare, che si staccano, non riescono a articolare. La dimensione umana residua è contraddistinta da parole colla, parole snodo, parole esoscheletro.

La gabbia. Immagine non chiara questa. Una gabbia dalla quale è non solo impossibile, ma inutile uscire.

Il ritorno. Ritorno dove, di chi, mi chiedo. E dopo essere stati dove? E perché?

Ho la sensazione che ci sia molto altro.
Verrà. Da sé.

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Rispetto. E considerazione

Mesi a lavorare. Lavorare vuol dire: prendersi il tempo dagli impegni, prenotare un aereo low cost che ti porti a Trapani, andare, lavorare, fare da mangiare, lavare i piatti, interagire con gli altri, tornare, stanchi, poi riprendere le proprie cose.
Cinque squadre, per cinque settimane (più Nunzia che ha fatto tutto per tutti, grazie Nunzia), tra gennaio e maggio. Perché tutto questo sbattimento? Per poter ripartire, un altro anno, un anno ancora, con Mediterranea.

Piccolo esempio di cosa c’è dietro qualcosa che da dieci anni va avanti, senza ausili, senza sovvenzioni, senza sponsor, con la tigna, la maledetta convinzione che Mediterraneo “è una gran cosa”, il suo mare (da studiare, analizzare, esperimentare), la sua cultura (organizzare interviste, incontri, scrivere, comunicare), la navigazione (insegnare, parlare, raccontare, spiegare mille e una volta ogni cosa, a tutti) lo stare insieme (in un altro modo, con un nuovo modello di vita, con un altro appoccio, meno io, più noi, meno soldi, più fatica).

E quindi ecco che oggi riparte Mediterranea. Grazie a ragazzi e ragazze di grande tenacia, di grande spessore, gente che ha capito che su Mediterranea siamo noi a dover fare qualcosa per lei, per tutti quelli che ci lavorano, non lei per noi.
Rispetto. Sempre.
Considerazione.
E grande voglia di vivere.

Così si fa con i sogni veri. Altrimenti, solo pugnette.

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Accettare tutto e poi fare finta di incazzarsi è roba da schiavi assuefatti. Irrecuperabili.

Aver accettato per decenni questo modello di sviluppo, senza metterlo in discussione, questo modello economico, averlo sostenuto e interpretato…
E aver accettato di omologarsi a esso, senza rifiutarne l’imposizione dei tempi della vita, la dittatura del denaro, la centralità totalizzante del lavoro…
Aver accettato senza nemmeno stupirsi di andare in vacanza tutti insieme due sole settimane l’anno d’estate, poi una a Natale…
Aver accettato di non studiare ciò che si amava, di non aver praticato ciò che era la propria natura, ma ciò che “andava fatto” per inserirsi in questo schema…
Aver accettato di vivere fuori da ogni comunità di relazioni autentiche, nelle città disumanizzate, nella totale superficialità delle relazioni sociali…
Aver accettato che il cibo diventasse insano, non aver mai messo in dubbio la sua provenienza malata (altro che sospetti su un vaccino!)…
Aver chinato il capo all’egoismo sociale che deriva dalla mancanza di condivisione e aiuto, credendo ciecamente nel racconto del pericolo e della paura…
Aver subito la persuasione occulta della pubblicità, che ha mostrato come normale comprare milioni di bottiglie di plastica che contengono solo acqua…
Aver detto sì ogni giorno all’uso dissennato dell’energia prodotta in modo ormai definibile come criminale, o a usare mezzi di trasporto inquinanti (uno solo per macchina!) tutti nello stesso giorno del “ponte vacanziero”, a comando…

E perfino aver accettato la farsa reiterata del voto, chiamati tutti a vidimare con la propria scheda l’esistenza e il potere di politici che facevano e fanno affari coi dittatori…

e tutto questo, e molto altro… senza mai alzare la testa, senza mai nemmeno sperare di vivere diversamente, senza neppure tentare un’altra via, schiavi della comunicazione, del consumo, dei simboli che modificano perfino l’immaginario…
… senza la dignità e la determinazione di dedicare neppure dieci minuti al giorno alla propria anima, alla propria spiritualità…
… senza il nerbo di rimanere atti all’azione manuale, diventando tutti inabili a qualunque forma di autoproduzione orgogliosa…
… osservando le peggiori nefandezze civili, essendone parte attiva senza neppure rendersene conto… devastando comunità, famiglie con una conduzione insana dei rapporti d’amore, di amicizia, e con se stessi…
… accettando come “non grave” che ogni stimolo culturale, del sapere della ricerca umana venisse marginalizzato, reso inoffensivo verso questo stato delle cose…
e poi, oggi, solo oggi, aver fatto i finti incazzati contro un vaccino, contro una mascherina… che valevano il tempo limitato a un’emergenza… e che a breve diventeranno un ricordo, o peggio un tassello della normalità…
… e già essere tornati (senza neppure un dubbio!) all’identica vita di prima, senza aver nemmeno dedicato un’occasione all’elaborazione di un piano di fuga da questa matrice preordinata… senza il desiderio di vivere diversamente neppure nei sogni…
… Be’, ecco, questo paradosso: accogliere tutto in modo prono, automatico, e pretendere poi di contrabbandare la propria rabbia per ribellione, per rivolta… sperando che chi ha testa non comprenda, e che almeno i distratti o i superficiali vi prendano sul serio… è insostenibile.
Della vostra finta disobbedienza, quella che si attiva sulle cazzate e poi si spegne sulla vita, quella che accetta tutto tranne il dettaglio temporaneo, quella che vede il passo ma non il percorso.. non resterà traccia.
Io non ci ho creduto, fin da principio. Non mi sono bevuto la favoletta del vostro “sì a tutto, ma stavolta no”. Era solo una posa irrazionale, un birvidino. Perché bisognava fare esattamente l’opposto, dire no a un mucchio di cose storte, e trattare tutto questo, oggi, con sufficienza.
Vi siete fatti dettare perfino l’agenda dell’ultimo grammo di orgoglio che avevate.
Chiunque abbia provato soddisfazione o un qualche benessere in questo paradosso, è perduto.
Per le stirpi condannate a cent’anni di obbedienza, questa era l’ultima opportunità sulla terra.

(Per riprenderci un po’… Nella foto: un mezé armeno, mangiato nel quartiere armeno di Aleppo, tanti, tanti anni fa. Limone sul genere “Amalfi”, che ci sono anche qui, tagliato al vivo e fatto a cubetti o fettine appena spesse, ben salato, pepato, con abbondante origano fresco e olio d’oliva dal sapore piccante e amaro. Dopo cinque o sei ore di marinatura, mantiene la sua asprezza, ma è un aperitivo delizioso)

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Un podcast bello lungo. Per voi.

Ecco qui, su Spotify, un lungo podcast (1h e 37′) parte della serie “L’Ultima Domanda“.

Tema complessivo, a ampio raggio, in cui viene fuori un po’ di tutto sui temi più attuali.
Pensavo che qualcosa lo tagliassero, non fosse altro che per stringerlo, e invece no, hanno lasciato proprio tutto… Ma forse è meglio così, restituisce il senso anche del tono.
 
Non devo dirvi io, ancora, quanto questi pensieri siano urgenti, necessari, e come proporsi, sottoporsi, suscitare a se stessi una nuova opzione di vita, sia ormai diventato una necessità (era un’opportunità, ai tempi, ma le cose cambiano).
 
Buon ascolto.
 
#laltravia
 
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Nel caso…

Memorandum per tutti.
Nel caso scoppiasse una guerra, fatta da chi non mi interessa, scoppiata per cosa non mi interessa… verso mezzanotte circa, mi trovate giù al porto.

Scelgo la barca adatta, quella che sembra tenuta meglio, e se quella sera c’è buona meteo, taglio le cime e vado.
Ne porto in salvo fino a capienza.
Poi non mi vedono più.
La guerra non si fa.
Senza gente disposta a farla, non esisterebbe.
La guerra siamo noi. Oppure no.
(nella foto: Faamu-Sami, qualche anno fa. Ottima barca per tagliare la corda)
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A Torino e a milano… ci vediamo

Avviso ai naviganti torinesi e milanesi:

Ci vediamo il 2 (Torino) e il 3 (Milano).

Qui sotto vedete orari, luoghi, tutto.

Non ci incontriamo di persona da un bel po’, e mi piacerebbe ci foste tutti.
Dunque diffondete, condividete, informate, inviate, inoltrate, perché tutti sappiano.
Viene sempre fuori qualcuno che non sa… e io mi dispiaccio.
Vi aspetto.
Facciamo un po’ di casino intorno a “L’Altra Via” e ai nostri pensieri tutti. Mi pare che sia necessario…
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3 marzo – Milano – alle h 19.00 presso l’enosteria sociale EST (Via Pietro Calvi, 31, 20129 Milano), in collaborazione con la libreria VERSO, Simone Perotti presenta il suo ultimo libro “L’Altra Via” (Solferino)
2 marzo – Torino – alle 18.30, alla libreria Ponte sulla Dora, in Via Pisa 46, Simone Perotti presenterà il suo ultimo libro “L’Altra Via” (Solferino)
2 marzo – Torino – alle 17.30, presso laLibreria Gulliver, via Boston 30/b, angolo via Tripoli, Simone Perotti sarà presente per un firmacopie con i lettori.
in generale, qui i miei appuntamenti: https://www.simoneperotti.com/wp/appuntamenti/
(Nella foto, toromaki e ebimaki chez-moi)
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