QUANDO SI È CORREI NON SI SCENDE IN PIAZZA

Mi chiedono cosa pensi io delle limitazioni, dei green pass…

Ma cosa ne devo pensare… Assisto alla follia interpretativa, cifra chiara e netta del sovvertimento dell’ordine dei fattori. Siamo nell’illogicità più ampia mai vista, nell’errore più marchiano… Cosa ne dovrei dire…?

Mi guardo intorno. Si sta facendo sera. Avishai Cohen snocciola il suo grammelot di influenze medio orientali e andaluse. Preparerò qualcosa di buono, tra poco. Ora bevo un sorso di vino guardando il mare. E penso…

Di quello che accade ho scritto un anno fa, e varie volte, quando ancora non era chiaro a tutti quel che stava avvenendo. Scrivere dopo significa aver pensato dopo. E da un uomo che pensa questo è l’unico passaggio intollerabile.

Penso che nessuno si lamentava delle illibertà, prima di questo virus. Nessuno andava nella sua piazza (non in piazza) a manifestare contro se stesso per aver accettato tutte (ma dico tutte) le più antiche e moderne schiavitù. Se parlavi di bisogno di lottare interiormente contro l’omologazione del pensiero, il conformismo assoluto sul lavoro, nel tempo, negli spazi abitativi (da troppo tempo non più “i luoghi dove si vive”), nella gestione del denaro, nella conduzione delle relazioni… dopo un istante ti perdevi tutti per strada.
Se accennavi appena alla descrizione del deserto emotivo dilagante, di quello spirituale incipiente, dell’insensatezza delle azioni ripetute maniacalmente… ti prendevano per radicale, oltranzista, perfino folle.

Se cercavi di spiegare il costo esistenziale di questa vita, scelta da ognuno ogni giorno, che nessuno tenta di modificare… se provavi a illustrare l’errore di rotta ambientale, produttivo, delle risorse, o il fuori pista esiziale delle energie… ti additavano come un folle

E adesso, solo adesso, qualcuno impedito a fare la vita precedente, quella assurda vita, parla di violazione delle libertà? Di limitazione anticostituzionale dei diritti? Ma per caso siamo impazziti? O vogliamo prendere per il culo qualcuno?
Nelle vostre lotte per rifare la vita sbagliata che facevamo, non tiratemi dentro. Non coinvolgetemi nella difesa dell’assurdo. Nessuna limitazione che venga da fuori ci può togliere la libertà che non avevamo, non abbiamo, non avremo. Perché quella libertà viene da dentro. Si sceglie. Si combatte per essa. Il suo premio è alto, non ha nulla a che vedere con l’autorizzazione a andare a un concerto al quale non andremmo mai, o in un ristorante dove quasi certamente mangeremmo malissimo al prezzo assurdo della bontà che non avremo.
Dei vostri green pass odiati o amati io non voglio nemmeno sentir parlare. Io sto faticando per la libertà, mia e altrui. E voi dovreste fare altrettanto. Non perdiamo tempo. La vita va. Stasera.
Come la stiamo onorando, adesso?
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L’Altra Via. La nostra.

Questo è ciò che avviene quando si cede millimetro per millimetro, per anni, sui principi e sui valori fondamentali. Questo accade quando si legittima la violenza, quando si transige sull’educazione mediocre, quando si considera possibile reprimere invece che ascoltare, quando si pensa che ogni cosa sia separata dal resto. Non è così. È tutto legato. Genova 2011, oggi.

Il nostro è uno dei tanti paesi del Mediterraneo in pericolo, in decadenza, con tentazioni sempre più autoritarie, sempre più dall’alto, e un popolo rassegnato che si bea di urlare e inveire (le facoltà che il potere adora), che non combatte giorno per giorno contro se stesso (contro SE STESSO…) e la propria tentazione di dire “ma sì, dai… tanto è uguale…”.
Quell’acquisto inutile, che cede al consumismo insensato e grave, non è uguale. Fa differenza.
Quel lavoro inutile e dannoso, a cui non diciamo di no, non è uguale.
Quei simboli, che per ignoranza e pigrizia assumiamo come nostri invece di capire chi siamo (è difficile sforzarsi di capire, si fa fatica…) non sono la stessa cosa. Hanno conseguenze enormi.
Quelle relazioni, di cui non ci domandiamo il senso, e come e quanto ci rappresentino… non sono uguali.
Quel tempo perduto invece di studiare, progettare, costruire, non è uguale.
Niente è uguale, tutto fa la differenza. Perché poi un giorno succede che… E succede per ognuno di quei millimetri perduti.
Ricordiamoci sempre che abbiamo tutti (qui almeno, e non solo qui) una doppia responsabilità: vivere, scegliere, fare la via in salita, che porta da qualche parte… e poi guidare, testimoniare, spiegare, fare domande a chi non se le fa.
La Nuova Élite (per semplificare: tutti coloro che arrivano a leggere la fine di questo post [pensa come siamo messi…]) deve ricordare quel pomeriggio di dieci anni fa, e anche le alluvioni di qualche giorno fa in Germania e Belgio, o le cicliche crisi economiche e finanziarie (a orologeria) che sconvolgono l’ordine mondiale degli schiavi del consumo (e anche nostro) come un tutt’uno legato a doppio filo all’azione che stiamo per fare adesso, stasera, domattina, e al pensiero o all’idea che la determinano biforcando il nostro destino per sempre.
Ricordiamo sempre.
Colleghiamo sempre i fatti.
Prendiamo sempre le distanze dalla via che tutti invocano.
Pensiamo altre cose, lontane dalla tundra emotiva dell’epoca.
Progettiamo quando tutti disperano.
Agiamo quando tutti sono distratti dalle mentite spoglie della vita.
Preoccupiamoci della nostra energia.
Cambiamo la nostra vita, e il mondo, nel raggio più ampio che possiamo. Un essere straordinario cambierà migliaia di chilometri quadrati intorno a lui, noi cambieremo qualche centinaio di metri appena. Non importa. Se quello è il raggio massimo, avremo compiuto il nostro scopo come esseri umani.
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Non da morenti

Nel caso circolasse una sensazione di instabilità, e forse di grande vuoto interno ed esterno, non preoccupiamoci troppo.
È normale. Per dure ragioni.
La prima è che la vita è fatta in modo davvero approssimativo. L’avessi fatta io l’avrei fatta decisamente meglio. E tanti che conosco l’avrebbero organizzata anche meglio di me.
La seconda è che oggi si paga tutto ciò che non è stato fatto prima. Troppo tempo buttato via. Troppe occasioni mancate. Troppo trascinarsi senza rotta di qua e di là. Naturale sentirsi perduti quando servirebbe aggrapparsi a ciò che si doveva costruire.
Se ne deduce (per piana logica) che l’opportunità, oggi, è duplice:
– da un lato, come antidoto al vuoto, bisogna mettersi a costruire qualcosa che serva. Un modello, uno schema, ciò che è necessario per parare i colpi. E da fare, come sappiamo, ce n’è tantissimo.
– da un altro, costruendo oggi, lavorando con impegno a consolidare, modificare, cambiare, non ci troveremo più, già domani o dopodomani, con questa rinnovata e aggiornata sensazione di spaesamento.
Ma c’è dell’altro.
Comprendere questo è già passare dal vuoto al pieno.
Dunque, prima ancora dell’azione, il pensiero di essa è già una salvezza.
Va da sé che questo schema e questa progettualità, andranno poi abbandonati. Prevengo l’obiezione. Non si vive bene nel dualismo dialettico basato solo sulla volontà.
E tuttavia, prima di abbandonare, bisogna acquisire. Prima di cambiare bisogna scegliere. Mentre mi pare che la maggior parte delle persone sia ferma sulla soglia del luogo da cui dovrebbe evadere. E questo non va bene.Serve dunque conoscenza del proprio perimetro, prima di ogni altra cosa. Serve aver fatto passi (soprattutto uno: il primo), serve aver capito limiti e possibilità di cui possiamo disporre e che dobbiamo temere. Serve aver attivato un circuito d’energia e di concatenazione tra desideri, progettualità, possibilità… prima di avere la forza di accettare, di convivere, di rifiutare.
Non si convive con l’assurdo (né lo si abbandona) da morenti.
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La Faccia

Ho dato una scorsa ai giornali anglosassoni, stamattina. L’antico vizio della “rassegna stampa”, per una volta, me lo sono goduto.

Con una considerazione, che mi è parsa evidente: non si va mai troppo lontano se si mantiene lo sguardo rivolto solo a se stessi.
Ricordo che un tempo, analizzando una partita di calcio (o qualunque altra cosa) uno dei miei maestri mi invitava a guardare sempre prima le cose da un altro punto di vista, poi semmai dal mio. Io non capivo bene, ma nel tempo ho compreso.
Ieri in campo s’è visto bene tutto, e anche durante questo Campionato d’Europa. Ma per comprenderlo bisogna 1) sapere di calcio 2) essere obiettivi… e poi, solo dopo, 3) gioire o patire (a seconda dei punti di vista). Rigorosamente nell’ordine.
Ieri lo sterile e semplicistico calcio inglese è stato inferiore sempre (salvo i primi 15 minuti della partita) al calcio qualitativo, di supremazia territoriale, di tecnica, di tensione morale, di fraseggio, di voglia di giocare, praticato da una giovane squadra di talenti italiani. I quali, tra l’altro, giocavano in uno stadio tutto o quasi a favore dell’avversario (chi sa di calcio può confermare quanto il fattore campo conti in questo sport).
E tuttavia i giornali inglesi, stamani, non spendono un titolo per l’avversario che li ha chiaramente sovrastati. Nemmeno una maglia azzurra nelle foto. Come se il vincitore non esistesse…
Molto male.
Ma se il calcio (come ogni fenomeno di massa) va analizzato perché rivela anche “altro”… be’, allora vale la considerazione che prima bisogna dare meriti a chi ci è stato superiore, dunque guardare oltre il proprio ombelico, non solo al ventre molle della propria vita, e poi, soltanto dopo, fare considerazioni personali. Altrimenti il mondo rimane un mistero. Un po’ come pensare che “c’è nebbia nella Manica, il continente è isolato”. Oppure che staccarsi dall’EU sia solo uno svantaggio per l’EU.
Io, fossi stato il Direttore di un giornale inglese, avrei rispolverato Fair-Play e capacità di analisi, e intitolato così: “Italia campione con merito. Leoni sconfitti da una grande squadra”. E avrei messo una foto di Mancini in lacrime. Non fosse altro, dopo aver perso tutto, per salvare almeno la faccia dopo il brutto gesto dei giocatori di togliersi la medaglia.
Nel noto film di Ridley Scott, uno dei comandanti della Legio Felix dice con snobismo sprezzante “I popoli dovrebbero capire quando sono stati battuti”. E il Generale supremo gli risponde saggiamente: “Tu lo capiresti? Io lo capirei?”.
Interessante considerazione.
Dunque anche i media britannici, tutto sommato, vanno capiti.
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Da Alessandro Milan su “L’Altra Via”

Intervista di Alessandro Milan, nella sua bella trasmissione “Uno, Nessuno, 100Milan” su Radio24, in margine all’uscita del mio ultimo libro “L’Altra Via” (Solferino)

Buon ascolto!

 

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Un anno. Il primo

Buon compleanno alla Bandiera del Mediterraneo.
Un anno. Mica poco…
Uno è il primo passo di tutto. Anche delle grandi marce destinate a giungere chissà dove.
Oggi alle 18.30 ora italiana invitiamo tutto il Mediterraneo a issare la bandiera. A fare foto ma soprattutto video dell’atto di apporla, fissarla, issarla da qualche parte, dovunque.
Poi invitiamo tutti a pubblicare il video, le foto, etc… e a segnalarci tutto, così da consentire a Progetto Mediterranea di montare un video complessivo. Video e foto mandatele qui: fotovideo-mediterranea@googlegroups.com.

Io sono pronto.
Qui sull’isola saranno le 19.30, ora greca.
Alzeremo un bicchiere di vino vedendola lassù. Con grande gioia.
Una bandiera bella, nata dall’ingegno di tre ragazzi, votata da migliaia di persone desiderose di vederla sventolare. La Bandiera del Mediterraneo, che prima o dopo non sarà più solo un continente de facto, ma anche un Paese unito e reso ricco e consapevole dalle proprie preziose diversità.
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Su ELLE (settimanale del Gruppo Hearst)

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TUTTO TRANQUILLO SUL FRONTE ORIENTALE

Bilancio della giornata campale di ieri…

Una marea di aggressioni sui social. Risposto a tutti o quasi. Stima: un migliaio di risposte. Tempo impiegato, un po’ di ore. Convinti, pochi.
Io li capisco. Deve far incazzare da mo

 

rire che ci sia qualcosa di fattibile senza segreti o frodi o amici-degli-amici. Perché se è possibile allora “io non to tentando, mentre forse dovrei”. Solo che “se tento mi devo fare un culo quadrato per la fatica”. Allora meglio dire “che lui è un impostore”, così evito tutta quella fatica.
Conosco bene questa dinamica. Perfino la comprendo. Mi fa anche tenerezza, perché è una difesa, è umana, sa di paure, debolezze, e noi siamo anche questo.
Ma non la posso accettare. Per mestiere, per missione, per scelta, per dignità, per orgoglio perché no… la devo contrastare. E così ho fatto. Tempo e verve ne ho, dunque nessun problema a farlo.
——–
Poi le telefonate.
Gente che non sentivo da una vita. Dagospia+Corriere nel linguaggio del mondo dove stavo 13 anni fa significa: “occhio…”.
E “Occhio…” vuol dire: “se questo fa parlare di sé in questo modo potrebbe essermi utile. Una telefonata non costa niente. Meglio farla adesso”.
Bravi. Quel mestiere si fa così.
Solo che con me non è facile, perché vi conosco, so cosa fate ogni giorno, come lo fate, perché lo fate, e lo so perché lo facevo anch’io, e anche bene.
Dunque so tutto prima ancora di rispondervi al telefono.
Difficile con me, almeno su questo terreno…
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Poi le richieste di interviste, tv, radio etc.
Quelle, vedremo. Il motto hollywoodiano “niente fa bene al successo come il successo” è sempre lì, validissimo. A me però non me ne frega niente. Questa roba arriva, fa il suo giochetto, poi scappa via. Se posso la uso, naturalmente. C’è la mia carne e il mio sangue nei miei libri, e poi ci campo, dunque se portano qualcosa, ben vengano. Però non dovunque e comunque.
Io ho il mio passo, non lo cambio di un millimetro. Ci ho messo tanto impegno a trovarlo, è il mio, mi serve, non cedo di una virgola.
Grazie al cielo sto sull’isola e dunque negli studi televisivi dove mi invitano non ci posso andare.
Meglio così. In un lampo lasceranno perdere.
Vi conosco troppo bene, amici miei… Voi invece non conoscete più me.
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Poi le paure. In tanti hanno arricciato il naso: “oddio adesso cambierà” “oddio tutto questo è in contrasto con quello che…”.
Ma voi davvero pensate che basti questo per mutare una scelta? Pensate davvero che per un boccone si possa cambiare strada? Strada si cambia quando si vuole cambiarla. E quando si vuole non serve nemmeno il boccone.
Vi rassicuro così:
oggi taglio fieno per ore.
All’orto alle 6 ci sono già stato.
Devo aggiornare lista di lavori qui: il muretto di pietra da costruire, la terra da spostare, le piante da interrare, le mensole da fare che F. non sa più dove appoggiare la roba.
E poi dobbiamo fare il pane, le focacce, c’è da iniziare a ristrutturare quei quattro sassi, vedremo…
Col mal di schiena, naturalmente (quello che da una pagina facebook non si comunica, non si avverte, e nemmeno su un quotidiano nazionale..) e male alla mano, che un poco è migliorata, grazie al cielo.
E tutto avverrà dopo la sessione di studio e di scrittura, come ogni mattino. Cioè sarà il solito giorno della mia vita, quello non casuale, semmai terminale di decisioni grosse (per me), cioè quello scelto, voluto, a cui tengo fede perché “tener fede alle scelte vere rende vere le scelte”.
Il marinaio o è per rotta o è fuori rotta.
Se ha coscienza della meta, se davvero vuole portare la prua laggiù, proseguirà….
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In sintesi.
Tutto tranquillo sul fronte orientale.
Il Mediterraneo se la ride delle frivolezze. L’isola sogghigna. Oggi il sole sarà alto e forte, dopo il passaggio depressionario d ieri. Un’altro lento, assoluto, ruvido e incredibile giorno del mediterraneo. Vedete nella foto come sta nascendo. Potete immaginare come finirà.
E io qui sto. Ringrazio quel che arriva. Ci giocherello te
E tutto, sempre, diventa ciò che è. Cioè quello che, visibile o meno che fosse, è sempre stato. Perché se lo diventa, vuol dire che era così, e dunque ora lo diventerà.nendolo tra le dita. Poi lo poso sul tavolo azzurro. Mi distraggo. Me ne dimentico.
Conta sempre la realtà.
Questa.

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Qui sotto il pezzo sul Corriere di ieri, quello che ha scatenato l’inferno…

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NON ANDATE IN VACANZA. MI RACCOMANDO…

Non andate in vacanza.
Cioè non mettetevi in una condizione di “vuoto” (/va’kantsa/ s. f. [dal lat. vacantia, neutro pl. sost. di vacans vacantis​, part. pres. di vacare “esser vuoto”]). Nel vuoto ci vivete già.
Nel vuoto ci avete passato questo anno.
 
Semmai fate il contrario: entrate in uno stato di “pieno”.
Non vi garba il lavoro che fate, la casa dove abitate? Non vi soddisfano le persone che frequentate, i luoghi in cui vivete? Non vi dà nulla, o troppo poco, lo schema nel quale siete immersi, i suoi rituali, la gimcana quotidiana per partire da nulla e ritornarci? Non trovate il senso, ciò che attiverebbe le vostre migliori energie, l’antidoto alla vita?
 
Ma se avete queste urgenze… che vuoto, che “vacantia” dovete fare?
Di cosa dovreste dimenticarvi, cosa dovreste mettere in stand by?
Reduci da un collasso che ha rivelato ogni fragilità delle nostre vite, non correte a occuparvi di come cambiare ciò che non va? Non è tempo di riposarvi. Semmai, di riempirvi di impegni, di lavoro, proprio ora che forse avrete un po’ di giorni a disposizione.
 
Andate. Cercate. Studiate. Adoperatevi per verificare la vita.
 
Andate a fare ciò che dite di amare, per cimentarvi, per impararlo meglio, e se vi parrà davvero così vostro, pensate a come farne la quotidianità, un lavoro;
andate alla ricerca dei luoghi delle vostre risonanze, delle vostre latitudini, dei vostri paesi, delle vostre montagne, dei vostri mari, ma non per dormirci, non per dire “aahh…”, ma per testare se sono proprio loro, o uno più in là, e se davvero sono i posti dove dovreste vivere;
andate a cercare le persone con cui potrebbe avere senso che passaste il tempo, facendo il vuoto di quei rapporti dai quali vi allontanate motivatamente. L’amicizia, l’amore, il dialogo, la solidarietà, cercatele tra loro;
cercate la finestra da cui amereste affacciarvi, spremetevi le meningi per escogitare ogni idea per fare di quella finestra occasionale il vostro balcone perenne;
andate nei posti dove vivere sarebbe una festa, o una minor pena, e verificate se esistono, per sperarli autenticamente o cancellarli per sempre;
svegliatevi nei letti per capire se potreste dormirci, mangiate il cibo che potreste digerire, aprite le porte che potreste chiudere col sorriso, guardate da lontano la casa che vorreste fosse casa vostra.
 
La vita non sarà meno dura, ve lo assicuro. Anche in quei luoghi. Ma cercarli, come il bracco segue e punta un fagiano, sarà già una metafora di come vorreste vivere.
Lavorate davvero, ora che avrete del tempo. Lavorate per voi. Incaricatevi. Pretendete. Verificate. Poi fate un bilancio. Approvatelo. O rifatelo. Poi date atto a quel che avete previsto.
 
Che chi vi cerca, non vi trovi mai vuoti: in… vacanza.
Che chi vi cerca o vi incontra per caso, vi trovi intenti, posseduti di voi, pieni di programmi.
Buoni giorni di lavoro intenso, dunque. Non buone… vacanze.
Buoni giorni in rotta. Utili. Veri.
 
“Abitare non è una funzione accessoria del vivere. Habitare, in latino, era il frequentativo di habere, implicava la consuetudine dell’uomo, nel tempo, verso la sua dimora (cum-suescere: «come qualcosa di proprio»).
E demorari indicava l’abitudine di attardarsi in un posto, di indugiarvi volontariamente e a lungo. Tutti aspetti del sentimento di appartenenza, quello che definisce un legame tra casa, territorio e uomo. Seguendo l’etimo, si vive dunque in uno spazio che si sente proprio, dove si sta volentieri, il più possibile, per una corrispondenza.
Abitare non è un fatto occasionale, temporaneo, dettato dall’esigenza strumentale di stare lì perché l’ufficio è vicino, o perché c’è la fermata del metrò. Questo accade nelle città, è normale nel nostro alienato sistema di vita, dove abitare non è più una funzione del vivere. Si vive dove si abita, mentre dovrebbe essere il contrario.”
 
(“L’Altra Via”, Solferino)
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Pagina intera sul Corriere della sera di ieri

Ieri sul Corriere della sera /
è apparsa una pagina intera /

Giunta fino a qui, in quest’isola che si chiama….

(Tu che sai quel nome, non dirlo. Nel libro c’è il piccolo gioco di non citare l’isola, dando, a tutti, gli spunti per poterla trovare da sé. Lasciamo che ognuno, se vuole, si diverta a cercare…)
Il fatto è che in tanti mi scrivono, vogliono sapere “dove“.
L’isola del tesoro bisogna sempre capire dov’è.

Invece la questione centrale è “cosa“, e poi, parallelamente, “come“. Non esiste “quel luogo”, o meglio, è potenzialmente dovunque. Dipende. Ma c’è solo un “cosa” per ognuno di noi. E soprattutto un solo “come“.

L’ha capito chi non chiede, legge, poi mi scrive del suo “cosa“, del suo “come“, di come funzionino in sintonia, o in distonia.
Non l’ha capito chi si prende subito la briga di giocare a “trova l’errore” (ieri addirittura il fatto che in una foto avessi una lattina di birra in mano) per essere sicuro non tanto del suo cosa/come, ma che “il mio” non sia vero, sia sbagliato, sia una bufala.
Stesso meccanismo appena vissuto con l’emergenza. Chi si è fissato su Wuhan, su Bill Gates, sul colpo di Stato, e ha perso il filo della sua vita, ha dilapidato energie, ha frainteso.
Concentràti, sempre, soprattutto quando si è sotto schiaffo. Ecco dove comincia il “cosa”, in quella presenza a se stessi, in quella focalizzazione. Ecco dove si inizia a delineare il “come”. Ed ecco, anche, dove si passa dalle chiacchiere generiche su “salvare il pianeta”, all’azione.
Poi, il “dove“, quello naturalmente, prima o dopo, verrà…
A furia di cercare (se davvero si vuole trovare, non per finta…) finisce che si trova sempre tutto.
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