Non lavatevi…

Scoglio di Daskalia, sud di Antipaxos. Tappa per un bel bagno

C’è M., che ha perso il lavoro, non ha più legami sentimentali, ha avuto un incidente con la moto. Si definisce “il fuggitivo”. E’ arrivato a bordo teso come una corda di violino. Avevamo appena preparato un vassoietto di gamberi crudi marinati. Si è seduto, gliene abbiamo dato uno, ha sfiatato via qualcosa. Dopo tre ore aveva un’altra faccia. C’è P. che ha deciso che ora basta, si occuperà solo della propria felicità. “Ho già perso troppo tempo”. Ha 52 anni e quando è sbarcata le lacrime le rigavano il viso. C’è H. che si è sentita dire cose che nessuno le aveva mai detto. Erano cose evidenti, normali, e mi ha fatto impressione che non fossero mai uscite. C’è G., che sta per cambiare lavoro, ma che il prossimo impiego sarà molto, molto diverso dall’attuale. Ci sono C. e S., che sono venuti a vedere “se era una bufala” e che quando hanno capito che Mediterranea c’è davvero, partirà davvero, metterà la sua prua verso un destino ignoto carica di speranze, mi hanno detto “noi vogliamo esserci. Cosa dobbiamo fare?”. C’è S., ingegnere, che ha un po’ patito certi discorsi, ma che ha capito che togliersi le scarpe aiuta. Il problema semmai è rimettersele. C’è L., un uomo a un bivio. Non so cosa farà ora che torna a casa, ma non vorrei essere chi lo sta aspettando. C’è G. che a un certo punto ha detto tra sé, guardando il mare di Meganisi: “Va bene. E’ definitivo” e l’ha urlato altre volte, sempre più forte, carico di vita e voglia di muoversi. Ci sono M. e A., che vivono la medicina tibetana, il sesso tantrico, e sono altrove, dunque esattamente qui, ora, del tutto. C’è S. che ha lasciato tutto due anni fa, ha denaro ancora per uno, ma non si preoccupa: “qualcosa avverrà. Ho delle idee, ma nessuna ancora chiara.” E naturalmente tutto avverrà. C’è I., che è venuta per farsi dare una spinta, e D., che la spinta se l’è data da sola, e P. che quando è sbarcato è andato a Igoumeniza e, sul molo, ha deciso che tornava a bordo, e la spinta l’ha data lui a me. E poi c’è…

Scorrono i volti, su Mediterranea. Volti e anime che si somigliano, pure se sono diversi. Gente che si è messa in cammino. Facce spesso tese, poi cariche di meraviglia. Molti si interessano alla nostra spedizione. Qualcuno semplicemente vuole godere di un momento di libertà. Con ognuno parliamo, dialoghi intimi, pieni. Esce sempre fuori qualcosa. Per me. Per tutti.

Mi viene un dubbio: che tutto questo abbia a che fare col mare, con la vita sospesa su dieci metri d’acqua trasparente. Forse patiamo troppo la nostra lontananza dal mare. Bisogna pensarci, capire se è vero. Certo, guardando le macchie azzurre e verdi accanto a Mediterranea, ricordando il bordo a vela di qualche giorno fa, o le serate sulle isole interne, capisco che non è un caso. Il mare c’entra eccome. C’entriamo noi, la distanza tra l’albero e la chiglia della nostra barca vitale, tra la prua e la poppa del nostro mondo interiore. Lontani dalla nostra anima liquida, abbiamo le bocche riarse, il cuore impolverato. Uomini e donne senza vento, e senza un mare dove provare a tenere la rotta. 

Il sale che ho sulla pelle mi aiuta molto a vivere. Lo dico a tutti: “non lavatevi. Non con l’acqua dolce, almeno. Lasciate che il sale resti su di voi, vi disinfetti, vi tolga via un po’ di odore di terraferma e di disincanto”. Qualcuno, appena imbarcato, mi guarda con orrore. Poi, dopo due o tre giorni, lo guardo io. Ci sorridiamo…

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