Non sono io…

Mi arrivano i primi commenti a “Uomini Senza Vento“, uscito qualche giorno fa. E’ sconcertante che un romanzo ci voglia così tanto a scriverlo e così poco a leggerlo…

Comunque, una precisazione: il protagonista non sono io. Non mi somiglia per nulla (se non per cose esteriori come il lavoro, Milano, Ponza…) e condivide con me, dentro, solo la passione per il mare e la navigazione. Renato è indeciso, ipocondriaco, si fa trascinare dagli eventi, si trova in posti cruciali casualmente, osserva l’architettura della sua vita crollare quasi senza reazione. Renato è un uomo senza vento, simbolo di una generazione, eternamente in bilico tra progetto e azione, colpe non commesse e atti mancati. Io direi che sono diverso, almeno lo spero.

Anche il percorso che compie durante il romanzo non è il mio, anzi, ne è l’opposto. Renato sceglie suo malgrado, forse si fa spingere inconsciamente, e la sua vita muta per un ordine naturale degli eventi. Solo alla fine diventa scelta, quando si è ormai compiuta. Se uno scrittore descrive se stesso fa il minimo del suo lavoro. L’ambizione, qui, come in ogni romanzo, è descrivere chiunque, dunque la vita.

La barca è un First 36.7, che effettivamente somiglia assai alla mia. Oreste e Antonio sono proprio loro, amici veri e in carne ed ossa. Se andate a Ponza ci parlate. Sara, l’ex moglie del protagonista, gli ufficiali della capitaneria, Luigi, Vittorio, etc, somigliano a gente che conosco ma non hanno collegamenti con personaggi reali. Non direttamente almeno.

Inoltre, solo per completezza, questo romanzo è stato scritto poco prima di Adesso Basta. Molte parti di AB sono state prese da qui tanto che, al momento della lavorazione del romanzo, ho dovuto riscriverle o toglierle. Soprattutto le pagine in cui si discetta sulla generazione dei quarantenni.

Buona lettura.

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17 thoughts on “Non sono io…

  1. Ciao a tutti,
    oggi ho capito da cosa deriva la parola ufficio, dal fatto che le persone che ci si trovano dicono spesso ‘uffa’, da qui ufficio ovvero un generatore di uffa!
    ‘Uffa’ è la parola più di frequente si sente nei posti di lavoro, in particolare gli uffici.
    Non è un caso che la maggior parte dei frequentatori del tuo blog siano impiegati; persone che svolgono un lavoro innaturale,contro la struttura fisica e l’animalità intriseca dell’uomo.
    La civiltà odierna ci promette benessere,affrancamento dai lavori pesanti,facilità di movimento,cibo,informazione,salute, ma ci nega il bisogno ancestrale della libertà dell’essere.Ce lo nega in maniera subdola, distogliendoci dalle attività pratiche;quelle in cui ci si sporca le mani,si suda , ci si fa’ male.
    Il denaro è divenuta la cosa più importante,qualuque settore della vita viene misurato sulla base dell’avere o del dare. La ricchezza degli Stati viene misurata attraverso il PIL , i debiti, il tasso di disoccupazione, mai sull’efficienza della sanità,dell’istruzione,dei trasporti,dell’informazione,dei servizi sociali.
    E’ un atteggiamento distorto,che non serve all’uomo,serve alle cose.

    ‘Uffa’ sento dire qui in ufficio ! 🙂 🙂

  2. …scusate, mi è scappato il pulsante, volevo dire anche

    Buona giornata a tutti i lavoratori!

    ci stà

    Grazia

  3. Quando la mattina vado al bar per rifocillarmi – ma anche no – per vedere sorgere il sole dietro al bancone incontrando la mia Amica barista verso la quale nutro profondo rispetto e ammirazione, e anche un pò di simpatica invidia, per la destrezza e capacità con cui a fronte delle pressanti richieste di una clientela sempre più affamata di vacanza nell’arco impiegatizio della giornata, riesce a memorizzare, tra il tintinnio delle suppellettili, le molteplici ordinazioni da rompicapo del tipo “caffè lungo in vetro, decaffeinato e appena macchiato, con poca schiuma e dolcificante a parte” o “cappuccino basso in tazza larga ma non troppo con cacao alla cannella e chiodi di garofano” e poi, in un batter d’occhio ad evaderle con la maestria di un vero professionista del settore, riservando pure a tutti, sempre, un sorriso smagliante, penso che senza il prezioso lavoro manuale la materia non prenderebbe forma, ma penso anche che senza gli intellettuali la forma rimarrebbe priva di contenuto, inanimata, come i manichini nelle vetrine dei centri commerciali.

  4. PS:
    non per sminuire nulla verso chi lavora in ufficio (io stesso ci ho lavorato per 4-5 anni..) , ma noto sempre piu’ spesso che quando si parla di lavoro, di stipendi, di DS, si fa sempre riferimento alla figura impiegatizia.
    Cercate di notare che ci sono anche gli altri tipi di lavori, e altri tipologie di dipendenti , perche’ se c’e’ chi sta in ufficio 12 o piu’ ore al giorno, c’e’ chi sta in negozio a scaricare e a sistemare per lo stesso numero di ore, e anche queste persone rientrano nella categoria dei dipendenti.
    So che una volta si guardava alla figura del negoziante con ammirazione, come se fosse un privilegiato, e probabilmente lo era, visto che i negozi erano quasi tutti a conduzione familiare, e quindi si lavorava per se e per la propria famiglia.. beh, oggi con l’avvento delle grosse multinazionali, vi garantisco che non e’ piu’ cosi, e che lavorare come dipendente in un negozio, e’ tuttaltro che rilassante..
    Rendiamoci conto che un paese va avanti prima di tutto per il lavoro svolto dalla classe operaia, da chi ‘sballotta pesi e si spacca la schiena’, poi anche per quello svolto da chi sta in ufficio.. perdonatemi, non e’ una critica, ma noto spesso che ormai chi lavora ‘con le mani’ viene considerato quasi nulla, invece e’ proprio grazie al suo lavoro che alla mattina possiamo andare al bar a fare colazione, a far spesa al supermercato, e mangiare qualcosa di buono, ecc. ecc.
    Solo quando si ritornera’ a dare il giusto peso alle cose, si potra’ sperare di ricominciare a vedere un paese in sviluppo, invece da molti anni a questa parte, si bada molto all’apparenza e poco alla sostanza.
    Scusate, ma mi sentivo di doverlo dire …

    Buona vita..

  5. @Stefano:
    mi permetto, nel mio piccolo, di commentare il discorso dell’orario di lavoro in Italia. Ne parlavo con amici stranieri, olandesi e giapponesi in primis.
    In Italia prima di tutto c’e’ chi lavora molto di piu’ per prendere qualcosa in piu’ come stipendio (straordinario) visto che a parita’ di mansioni e livelli, nel nostro paese gli stipendi sono sensibilmente piu’ bassi rispetto ai paesi ‘evoluti’ europei.
    Secondo, gia’ la settimana lavorativa full-time, a 38 (quando non 40) ore e’ piu’ lunga rispetto ad altri paesi dove sono giusti a 35 ore settimanali.
    Terzo: il lavoro in Italia non e’ tutelato , o meglio, si le leggi ci sono, ma poi chi controlla? chi le fa rispettare? Ti posso dire dalle mie esperienze pregresse, che specialmente in lavori come commercio, terziario e servizi, e’ quasi la normalita’ fare ore extra, (e a volte anche gratuitamente..) perche’ ormai nessuno controlla piu’ e le aziende fanno un po’ quel che vogliono.
    Soprattutto si e’ diffusa la pessima abitudine di assumere poco personale perche’ ‘c’e’ poco lavoro’, e poi queste poche persone, devono sostenere ritmi ed orari allucinanti , perche’ ovviamente il lavoro c’e’,l’azienda vuole guadagnare, e cosi ci si ritrova spesso e volentieri a fare 50-60 ore al posto delle 38 contrattuali, e senza poter dire ‘bau’, pena mobbing, allontanamenti, emarginazione… e’ dura doverlo dire, ma e’ cosi, e’ inutile girarci attorno, le leggi ci saranno anche, ma se nessuno controlla, se nessuno denuncia, si va poco lontano..
    Provate ad entrare in un discount alimentari, quante persone addette vedete? Due, forse tre, magari 4-5 se proprio il negozio e’ grande. Ora, secondo voi, con orari di apertura che vanno dalla mattina alla sera, questi 4 gatti quante ore si faranno ??
    C’e’ ancora da lavorare in Italia su queste cose, e purtroppo stiamo sempre piu’ tornando indietro…

  6. Scusa la versione corretta, non mi ha preso il virgolettato:

    Dopo una lunga pausa di riflessione l’alter ego, per gli amici Alter, con voce bassa aggiunge, come a rivelare un segreto per troppo tempo tenuto nascosto: “Sai, amica galleggiante, che ami stare in superficie e giudicare dalle apparenze, che preferisci per comodità essere ammaliata dai discordi delle vipere piuttosto che ascoltare i racconti dei pesci, che devono essere però prima pescati e questo richiede sforzo, facoltà sconosciuta alla tua indole dolente e pigra, te che sei sempre pronta ad emanare sentenze senza neanche esserci presentati, tanto da arrivare a dire, non so con quale coraggio, non certo con quello dei giusti, in un autentico paradiso in terra con fusti d’albero fieri dall’acqua, con volto d’angelo biondocchiazzurri”… “ Non so se te ne sei accorto, ma la tua presenza QUI non è gradita, non so se…ma io non c’ero“ e con una chiusa frettolosa, come a sbarazzarsi di un incipiente imbarazzo “Ciao”.
    Allora l’Alter non po’ spiazzato ma non più di tanto: “No, non me ne sono accorto e a maggior ragione se non c’eri perché parli?? Forse ti hanno mandata come interposta persona perché è più facile far parlare uno che non c’era piuttosto che il contrario…parlare senza essere presenti, neanche a se stessi, questa poi mi risulta difficile da capire, salvo poi ritrovarsi quando meno te l’aspetti in un altro porto, crocevia di arrivi e partenze, potente metafora prefigurante l’estrema transizione, passare ad una spanna, sfiorarsi appena e far finta di niente, non certo per indifferenza ma per non aver voluto MAI ascoltare”.
    Nooo…non poteva accorgersene, quelle parole stonavano con tutto, con chi confuso le diceva, con chi attonita ascoltava, stridevano con l’amenità e la bellezza di un luogo fatato, con la pace e la serenità da ogni pietra emanata, con la felicità negli occhi dei bambini, con la placida attesa del vecchio sulla panca a picco sul mare; faceva persino a pugni con la gioia incontenibile per l’arrivo del cargo col suo carico di umane speranze, dopo giorni e notti di scomoda ed edificate attesa.
    A ben guardare però, con l’attitudine alla focalizzazione propria dei miopi cui manca sempre qualcosa, in questo caso un bel po’ di diottrie, ma con acume da psicologo senior per effetto della compensazione, le persone che aveva visto a Lankade per il tramite degli occhi gentilmente messi a disposizione senza filtri dall’amica Boa, e che si erano date un gran da fare per la captatio benevolentiae come si conviene ad ogni presentazione, quelle stesse persone avevano ora in viso a Picos de la Mer un’espressione totalmente diversa fatta di diffidenza mista a sconcerto; perfino l’amica vien dall’umbra, dei quali saluti notturni si era fatta prontamente latrice presso l’oracolo di delfino, a Picos aveva perso lo smalto iniziale, ma quello verde, se poteva essere di magra consolazione, sull’unghia del delfino era rimasto per intero.
    “Eppure abito dentro di te, da anni” prosegue l’Alter con mani salde al timone tra flutti divenuti indomabili “non so se te ne sei accorta, a stretto contatto con le tue fottute paure, le stesse che trovano mille e un alibi pur di non farti volare, correre veloce come il vento, farti immergere nel flusso incontrollabile della vita, piena di contraddizioni, di fraintendimenti, di pericoli di ogni sorta… eppure così divertente, nonostante i problemi di comunicazione per la distanza che intercorre tra gli atolli, in cui han man bassa le interferenze a distorcere il messaggio originario, il codice segreto, l’indicibile, come la distanza che intercorre tra poppa e prua, a voce, sottovento.
    Sono le stesse paure grazie alle quali tuttavia intravedi la linea d’ombra all’orizzonte…verso la quale nutri un gran desiderio di superamento da superonismo, varcata la quale finalmente poter danzare liberi nella stagione degli amori, a latitudini inusitate per piroette simili”.
    Soprattutto l’espressione di un tale, alto, smilzo, con occhiali un po’ demodè, dall’aria tremendamente simpatica e irresistibilmente curiosa, perfino al saggio, pacato, imperturbabile Alter aveva fatto paura, impressione…figuriamoci alla sprovveduta amica Boa! alle prese con gli elementi oramai sfuggiti al controllo delle sue intenzioni originarie, come l’opera sfuggita dalle mani dell’autore, in piena caduta libera interpretativo-semantica, alla quale ora l’Alter si rivolge nel tentativo di lenire così tanto dolore, riprendendo un po’ il filo del discorso, questa volta con tono impostato e serioso: “ Dicevo…cara amica galleggiante, ti dona quel rosso sgargiante, forse per essere notata dagli amici natanti al fine di scongiurare improvvise collisioni; in quelle ore di lavoro, tante quanto occorrono per acquistare prodotti che a ben vedere non sono così necessari alla nostra traballante sussistenza, vanno a confluire come in un gorgo senza fine anche quelle ore non funzionali alla tanto decantata produttività, e che anzi sono a detrimento della stessa.
    A determinate latitudini come le nostre, con l’avanzata tecnologia a disposizione pressocchè illimitata, a quantità non necessariamente corrisponde qualità”.
    A tali parole sensate giunge spontanea una riflessione alla boa divenuta ora color verde smeraldo:
    “Ma vuoi vedere che l’alter ego, tomo tomo, senza dare troppo nell’occhio, ancora una volta ha detto una grande verità?”
    Alla centrale del potere, secondo Alter e il suo contraltare questa volta all’unisono affratellati dalla comune esperienza – la vita – alla stanza dei bottoni, che sia NOI, voi, loro, essi, totem da non erigere, sale riunioni vetrate di altissimi e inaccessibili grattacieli da abbattere, o peggio registi occulti con trame spaventose da far interpretare alle comuni comparse di backgammon senza regole, al servizio del nulla, alla centrale del potere, che sia un’illusione, un’invenzione o una realtà, non interessa tanto il discorso sulla produttività quanto il dominio esercitato sulle persone derivante dalla mancanza di tempo. Se i tempi sono compressi è più facile “addomesticare” le persone ad uso e consumo dei propri loschi e oscuri disegni, condurle verso sentieri già battuti con lo spauracchio dell’uscita dal seminato solo per tenerle sul pezzo, lungo i quali spontaneamente crescono verdure già confezionate, perché non si ha il tempo di lavarle, men che meno coltivarle, spuntano come funghi pacchetti vacanza in tutte le salse che guarda caso costano il quadruplo rispetto a una vacanza fai da te e che Dio ti accompagni, dove, come e soprattutto quando vuoi te; dove la parola stress, geniale invenzione tutta moderna, apparsa sulla scena della storia evolutiva dell’uomo da Ford in avanti, serve solo a vendere a caro prezzo la beauty farm rilassante e dove, a fine giornata o al capolinea di una vita a questo punto non fa alcuna differenza, si preferisce spegnere il cervello e ammutolire il cuore al posto dei maxischermi, dei giochi elettronici, dei cellulari e delle suonerie a pagamento.
    Tempo in cambio di soldi: il miglior modo per cadere ostaggi di se stessi o del potere, a questo punto non fa differenza, sotto un manto dorato di finto benessere.
    Dietro la promessa di felicità di una macchina ultimo modello, di un vestito alla moda, di un gadget ad ornamento dei pr perennemente in allarme, seduti ad una scrivania di giorno e di notte in piedi all’uscita del lolale più in della città, dietro le tante, troppe, facce tirate ad ostentare un sorriso che si vorrebbe celare, dietro tutto questo, cioè il nulla, c’è solo solitudine, depressione, disperazione e tanta voglia di evasione. Ma tant’è.
    Ragazzi, non so voi ma mi sono tremendamente divertita questa estate con Simone & Co., ho avuto anche delle apparizioni: di fronte all’immensità, il mare, è venuto a farmi visita il teorizzatore della poetica del vago seduto ingobbito sull’ermo colle in sembianza di tambuccio, poi in ordine sparso l’incarnazione del mito della ricerca con secchiate gelate d’acqua salata in faccia, tremante per il freddo non certo per la paura, perfino il Sommo Poeta col Paradiso e tutto il firmamento; per un attimo anche Polifemo col dardo nell’occhio.
    Intanto nuvolette plumbee continuano a puntellare i miei cieli perdendosi nelle mille e una storia infinita, il blu cobalto brillante col suo fascino regale sottocoperta e sotto copertina finalmente presente alla tavolozza cromatica mentale e la lettura del libro, cominciata lì e terminata qui l’altro ieri che mi ha tenuto compagnia in queste uggiose serate settembrine, facendomi rivivere in Makaia e nei personaggi che da essa traggono linfa, ogni centimetro quadro della barca alata su cui sono stata fino a perdermi, a dissolvermi nella vana impresa di distinguere la finzione dalla realtà.
    Argonautiche, Telemachia o semplice crociera?
    Vorrei ora sottolineare alcuni punti derivanti dalla lettura del libro.
    Un tema ben presente lungo l’arco narrativo del romanzo e a noi caro, frequentatori di questo blog: la correlazione secondo me dialettica tra significante e significato, e la comunicazione in tutte le sue nuance, dalla forma epistolare, al telegramma, al comunicato stampa. Il telegramma poi, secondo me, vero motore della vicenda di “Adesso Basta” di cui si sospettava l’esistenza, esplicitato in parallelo nella finzione letteraria di “Uomini senza vento”.
    Il dialogo tra Makaia e il protagonista e tra questi e Silvia, preferisco chiamarla così, e i vari personaggi fortemente caratterizzati, parlanti a loro modo, ciascuno nella forma alla propria indole più consona; la comunicazione non verbale che trasuda dai loro panni, dalle pose e dai tic con i quali abbiamo imparato gradualmente a familiarizzare.
    Il dialogo interiore del protagonista senza vento nelle vele, quello surreale al cospetto del capo dotato di gran senso della realtà, il suo sguardo appannato come bolla d’acqua nella livella; quello dell’Uomo Invisibile in rimando pindarico al cetaceo liberatosi (?), non si sa, dal controllo della civiltà.
    Le dettagliate descrizioni gastronomiche da far venire l’acquolina in bocca, da manuale di ricette originali (anche questa è una forma di comunicazione, la più alta a mio avviso).
    Il respiro del mare, i paesaggi, la natura incontrastata, tutto parla in una lingua ancestrale, vicina alla sede deputata all’ascolto e alla creazione nel senso poetico del termine: il cuore
    E poi come non ricordare le traiettorie ideali descritte nell’aria dallo sguardo tagliente, altra modalità comunicativa, da un oggetto all’altro, da un luogo a un personaggio e così via, in una serie di rimandi in rapida successione, carica di suspance, come mai l’avrebbe rappresentata su schermo uno dei migliori Sergio Leone.
    Il tono umoristico che avvolge l’invenzione letteraria del tentennante, insicuro, tremante Renato, icona di una generazione nata dai fasti inceneriti del ’68, imbottito di Tavor, poi risorto a nuova vita nel riscatto finale. Molti negli asettici e anonimi uffici con aria condizionata a palla si immedesimeranno nell’antieroe senza vento nelle vele, quando al largo della vita si ritroveranno nella bonaccia a non avanzare di un passo.
    Infine, il dialogo infinito coi lettori.
    Oltre questa, c’è un’altra comunicazione, quella che sfugge all’umana comprensione e che può riguardare l’esperienza del singolo. Si dispiega nelle innumerevoli corrispondenze che vanno al di là delle intenzioni degli ATTORI della comunicazione, tra emittente, ricevente e ritorno, in una conversazione divenuta corale per le possibilità offerte dalla tecnologia e per l’apertura ad ogni possibile contributo benché rispettoso dell’altrui pensiero, in un dialogo questa volta fatto di segni, collegamenti nascosti a rimando di senso, soggetti un po’ a forzature per la verità, per la volontà un po’ fanatica di trovare delle corrispondenze a tutti i costi, come la “stretta di mano che all’indomani dell’incontro con noi stessi sicuramente ci sorprenderà” scritta nel mio libro mentale parallelo e dall’oscuro significato perfino agli occhi di l’aveva pensata, ma poi avveratasi a distanza di tempo secondo modalità, motivazioni e in scenari che mai si sarebbero immaginati, e che veramente mi ha sorpreso. La canzone “Buon compleanno” in inglese, all’improvviso sul pontile dell’ultima cena, o anche no, penultima, rimandava per strana assonanza a biglietti d’auguri che si scambiano nelle transazioni commerciali di qualche post fa.
    La bussola dello zainetto poi ritrovata nel lato b del libro, il colore dei caratteri di stampa sul dorso, l’idea personale di linea immaginaria perfettamente coincidente con quella citata nel finale del libro.
    Ma il libro, non l’avevo ancora letto.
    Della bussola poi ho scoperto che non si ha poi un così gran bisogno, come del progetto, della mappa e della clessidra se si è totalmente padroni del proprio tempo; per cui nelle ultime pagine del libro di colpo ho visto il mio zainetto vuotarsi. In fondo era quello che volevo, quello per cui stavo lavorando, la riduzione delle dimensioni del bagaglio. Rimaneva solo la consapevolezza di esseri umani, ergo, per partire basta solo quella.
    Angela sul molo, il cambio d’abito… mentre leggevo mi sembrava di rivivere una scena già vissuta in anticipo rispetto ai tempi della finzione letteraria, come dejà vu al contrario, quanto la scena della volontà e propensione dimostrata dalla disposizione apparentemente casuale dei commensali a tavola.
    Fantomas sulle pietre, le sue apparizioni in tempi diversi e luoghi distanti tra loro, anche se non tutte perfettamente riuscite, alcune in anticipo di due settimane rispetto alla tabella di marcia, secondo traiettorie disegnate per caso dal primo traghetto in partenza.
    L’avvento di Luigi sulla scena davanti Makaia, non so perché mi ricorda l’arrivo del Messaggero di Montecarlo sotto una luce radente di un tardo pomeriggio che difficilmente dimenticherò, nel quadrato come un ring, alle prese con una comunicazione che faceva acqua da tutte le parti, quando un traduttore simultaneo incorporato prendeva le parole dal fondo, le aggrovigliava e le faceva riemergere secondo un significato completamente diverso rispetto al messaggio originario.
    Sullo sfondo in tono minore gli altri, andati a fare shopping in esclusiva, nel tentativo, riuscito, di giocare a nascondino seminando il debitore di sonno.
    Il rito della preparazione del caffè, lì come qui tra le pagine del libro, e la sua importanza per chi lo riceve.
    Dell’unico libro che portato a bordo e che ho avuto modo di leggere in qualche frazione d’ora per le incessanti attività di tenuta barca senza prezioso apporto del caro coskipper, il protagonista aveva molto a che fare, nel cognome, con il protagonista senza vento nelle vele.
    E poi i sonnellini pomeridiani funzionali alla vigilanza in mare, inefficaci per le membra ma utili per il recupero mentale, così come è scritto nel romanzo e provati in diretta.
    Anche nella necessità per ogni abitante che si affaccia sul Mediterraneo di un’isola- scoglio a cui appigliarsi per non andare alla deriva, mi sono ritrovata, così come nel pontile “a picco sul nulla, o al centro di un sogno” in analogia con lo slancio elegante della prua di questa estate, dove a turno ci si rifugiava, chi con un cellulare, chi con un taccuino, chi con occhi chiusi, in apparente stato di torpore, contemplato poi tra i reati più nefandi nel codice della marineria d’assalto, a rivelare al mare i segreti più inconfessabili, a favorire il fenomeno dell’alta marea o, in senso più pratico, a tenere colloqui di lavoro.
    La festa vissuta in tono minore, completamente abbandonata nei sensi e nel corpo, del cui perché non riuscivo a darmi spiegazione finchè non ho letto il libro: in quel luogo incontaminato infatti non vi era alcuna gerarchia da sovvertire, seppur temporaneamente, secondo la singolare logica rivoluzionaria della t.a.z. In quella condizione di democrazia imposta dal mare, eravamo tutti alla pari, tutti sulla stessa barca, anche i membri dell’equipaggio della barca gemella, per cui l’unica taz possibile per me era quella del caffè. D’altronde non tutti possono permettersi o hanno il diritto a ballare senza aver prima superato la linea d’ombra, ciascuno la propria, e quella per me era ancora di là da venire.
    Il tema dell’impegno, il gioco delle apparenze, la perdita dello sguardo di meraviglia a vittoria dell’uomo sulle proprie paure all’origine di tutte le tragedie contemporanee.
    Mentre leggevo tutte queste cose, in contemporanea scorrevano le pagine del mio libro mentale parallelo nel quale si stagliavano dal fondo della memoria non troppo remota, in caratteri cubitali, frasi del tipo “Niente è come sembra”, “non ti aspettare nulla”, “ogni situazione sarà sempre diversa da quella dipinta nella tua immaginazione”. Pillole di saggezza in luogo di travelgum. Fino a giungere alla folgorante verità palesatasi nelle acque di Itaca sotto forma di magistrale lezione impartita dal mare, il vero protagonista del romanzo – di quale romanzo si tratti per me è difficile capire, tale è il gioco di immedesimazioni, incursioni nel reale, rimandi misteriosi e magiche corrispondenze – il Mare, che tra l’altro, come si legge, occupa i tre quarti dell’intero globo, a sua volta, aggiungo, un puntino nell’universo.
    A sentire tali parole, accompagnate da rapido gesto delle mani a mezz’aria quasi a indicare dispersione e dissolvimento, proprio allora mi son fatta piccola piccola fino a scomparire come puntino nell’infinito “Cara lei, dei tuoi pensieri il mare ne fa coriandoli”.

    Grazia

  7. Caro Roberto
    sottoscrivo integralmente il tuo post. Hai fatto centro. La mia ad esempio è una fuga dalle persone, perlomeno dalla maggioranza delle persone. I nostri connazionali stanno attraversando una fase involutiva, un peggioramento in tutti gli aspetti del vivere comune. In molti paesi esteri si respira un’aria completamente diversa, il contesto è diverso e fa la DIFFERENZA nella qualità della vita. Mi ritrovo molto nella descrizione che hai fatto di Londra, ci sono posti ancora più vivibili e con contesti migliori (Oslo, Sydney ad esempio). E’ fondamentale aver raggiunto un equilibrio interiore, il benessere parte da dentro, ma ci deve essere anche un contesto favorevole fuori, nella realtà esterna, il nostro paese in questo momento è in uno dei suoi punti più bassi.

  8. ciao Simone, ho finito di leggere “Uomini senza vento”. Mi è piaciuto molto, mi ha coinvolta nonostante le mie difficotà di comprensione del gergo nautico. Mi sono riconosciuta in Renato, ma anche tanto in Sara soprattutto quando è diventata Silvia (perchè con Silvia ho capito Sara ;-)). Sara è un guerriero che combatte soprattutto la rabbia ed il dolore che ha dentro. La “causa” è soltanto una modalità che utilizza per affermare la sua dignità di essere umano, per espiare i suoi assurdi sensi di colpa per essere nata donna, ma è soprattutto l’opportunità di proteggere se stessa attraverso la difesa di altri esseri innocenti. La passione per il mare , per lei, è la fiamma pilota. Probabilmente quella che l’ha aiutata a non sprofondare quando c’erano tutti i motivi per farlo. La passione è energia, diventa reazione anche per la sopravvivenza. Sara graffia per difendere la sua libertà. Renato è razionale, è un introspettivo, uno che sembra soggiogato dal sistema, ma che non lo è affatto. Lui si fa un sacco domande. Renato non ha le unghie per graffiare, non gli sono mai servite. A volte fare un percorso in pianura ci fa arrivare a scoprire la nostra vera natura in ritardo o, in molti casi, anche mai. Renato, per come è fatto, nonostante non abbia preso troppi schiaffi dalla vita, si è messo a cercare. Lui è in contrasto con il suo sè, vuole cambiare il suo stato, ma a differenza di Sara, per lui, è anche più difficile, in un certo senso, perchè andare toccare il certo per l’incerto ,ci hanno insegnato, è troppo rischioso. Così si può restare intrappolati nella paura e viverci una vita intera. Ma Renato no. Anche lui ha trovato la spinta, come Sara, nella passione per il mare per quindi approdare ad una nuova conoscenza di se stesso. Due diversi percorsi alla ricerca della libertà che hanno in comune la stessa passione per il mare. Grazie davvero bello.

  9. Abbiamo toccato una nota dolente. Credo di interpretare il comun sentimento, a detta dei post dell’ultim’ora, se dico che la prima reazione a questo status quo, di fronte al quale è già tanto se ce ne rendiamo conto, è un atteggiamento critico nei confronti del CONSUMO. Quando si parla di produzione non possiamo non considerare il risvolto della medaglia. Almeno per me, quando entro in un negozio non sono così entusiasta come un tempo. Anzi, afferro un oggetto, lo guardo, leggo l’etichetta, passa ai raggi X, sono in procinto di riporlo nel carrellino ma qualcosa, o qualcuno, come entità nascosta mi fa desistere dal compiere l’insano gesto. Ho imparato a riconoscere il mio alter ego e devo dire che mi sta diventando simpatico. Subito mi assale una riflessione tanto da farmi esclamare “Ma quanto mi costi!”, quante ore di lavoro occorrono per impossessarsi dell’agognato oggetto del desiderio? “Tante” risponde pacato l’alter e io lo guardo e dico “hai ragione tu”.
    Tanto nel famoso zainetto già ho tutto ciò che mi occorre.
    Tutta la vita ho lavorato alla riduzione delle dimensioni del bagaglio. Ci sono quasi, ma sono ancora sul pezzo.
    Grazia

  10. Credo che, parlando di vita professionale, l’Italia si distingua da altri Paesi europei per un elemento che penalizza molto chi aspira ad avere propri spazi di vita: l’incredibile prolungamento della giornata lavorativa. Nelle Aziende italiane, soprattutto in città come Roma e Milano, stare in ufficio 12 ore al giorno è assolutamente normale. Alcuni dirigenti arrivano anche alle 14 ore, tutti i giorni compreso il sabato. Senza considerare che Blackberry e portatile ti permettono, in pratica, di lavorare sempre. In altri paese europei non funziona così, a quanto so. C’è un orario a cui tutti si adeguano. E’ tipico a Londra, ad esempio, vedere impiegati della City al pub già alle 17.30/18. Perché in Italia funziona così? Per me rimane un mistero, ma partendo dalla mia esperienza mi sembra di poter dire che chi rimane 14 ore in ufficio lo fa: a) per dimostrare la sua fedeltà all’Azienda; b) per dimostrare che ama il suo lavoro ed essere ripagato; c) per carpire informazioni di corridoio; d) perché non vuole tornare dalla sua famiglia, in cui vive male; e) perché è così limitato da non aver nulla da fare. Insomma, non certo perché la mole di lavoro è tale da giustificare 14 ore di presenza in ufficio quotidiane. E’ chiaro che se un capo sta in ufficio 14 ore, i sottoposti si sentono in dovere di starci almeno 12. E, per esperienza personale, so che le ora superflue vengono utilizzate per navigare su FB. Insomma, ciò che conta è far vedere che stai in ufficio, anche se non stai facendo nulla di produttivo. E’ un fenomeno pazzesco, tipico dell’Italia, che secondo me acuisce il desiderio di fuggire.
    P.S.: naturalmente la donna difficilmente può permettersi di stare 14 ore in ufficio a fare team building con gli altri dirigenti. E per questo spesso alle donne sono preclusi i ruoli apicali. Ma questo è ancora un altro discorso…

  11. per Roberto:
    ti scrivo il mio parere:
    non esiste in Italia un problema “di convivenza” , dipende dai posti e dalle persone. Ma e’ cosi’ ovunque….
    E’ un fatto che molti stranieri vengono in italia per vivere meglio. se non possono prima , lo fanno nell’eta’ della pensione. Piemonte, toscana, umbria….adesso iniziano nelle marche…. un motivo ci sara’ e non puo’ trattarsi solo di sole, caldo, mare e cibo…. per fare una scelta cosi’ importante valuteranno anche gli italiani e la loro mentalita’, la loro cultura, il loro carattere. Quindi non sono assolutamente d’accordo con chi si dimostra esterofilo per principio….
    e resta vero il fatto (ed e’ un fatto) che non e’ mai il posto a permettere di essere felici e stare bene. Siamo noi. Il luogo dove viviamo certo influenza noi e quindi il nostro stato d’animo, ma non e’ la chiave d’entrata per trovare la porta della felicita’, per realizzarci.
    Io sono napoletano, vorrei vivere in una citta’ di mare , vorrei riavvicinarmi al sud ….. ma sono cresciuto nella grigia Torino proletaria di 20 anni fa’ e ci sono stato bene, oggi vivo a milano che non mi piace troppo come citta’ ma dove sono felice.
    Perche’ qui ho la mia famiglia e questa rappresenta la mia felicita’.
    mf
    p.s. se poi riusciro’ a portarmela in futuro in un posto di mare…. bingo!

  12. Sto ascoltando “sono solo canzonette” di Bennato e sorrido. Resta sempre una bella canzone. Profetica.
    Complimenti per il libro. Un saluto.

  13. Salve Simone….sono un ragazzo di 28 anni che ti scrive da Torino (anche se non sono nato qui), e volevo chiederti un parere personale su ciò che ritengo il vero e proprio cardine di lavoro su cui far ruotare le porte del proprio cambiamento di vita personale….
    Quello che scrivo e penso è sicuramente, e faccio da subito ammenda, dovuto alla mia giovane età…ma durante la lettura del tuo saggio, che finora ho completato fino a metà circa, la mia mente ed i miei occhi hanno idealmente evidenziato tutti quei passaggi in cui tu citi degli aneddoti, anche piuttosto divertenti alle volte, riguardanti le persone che ti hanno, per così dire, “ispirato” al downshifting….e mi riferisco sia agli incontri che agli scontri (come ad esempio la ragazza che stranita ricordi che ti chiese “ma come, non hai l’auto?!?”)…
    Ecco, e qui la mia opinione-domanda, io ho vissuto e lavorato per quasi 3 anni in quel di Londra, una città che ti stressa e ti riempie al contempo, e nonostante tutto il tempo libero che mi rimaneva lo usavo semplicemente per dormire, ricordo e ricorderò sempre quel periodo come il più appagante, sinora della mia vita…e non mi riferisco solamente, ed ovviamente, alla frenezia ed al piacere che nasce dallo “studio” di una cultura altra e diversa da quella in cui si è sempre vissuti, lingua compresa….mi riferisco, invece, al vero e proprio valore umano delle persone che ho incontrato “in loco”, e con le quali ho stretto profondi rapporti di amicizia, nonostante all’inizio,alle volte, non ci si capiva l’un l’altro…il lavoro, cioè (lavoravo in un piccolo studio tecnico) era, stranamente ed incredibilmente, PIACEVOLE, semplicemente piacevole..ed erano le persone stesse che incrociavo ogni giorno a renderlo talmente piacevole….
    Quindi la mia domanda è questa…secondo te, in Italia il problema di “convivenza” è più o meno difficile da risolvere? Lungi da sacralizzare le parole di chiunque, e renderlo per l’appunto un “guru”, come ti hanno più volte definito, Ma io sinceramente credo che la voglia di cambiamento e di fuga che ha contaminato ben più di una generazione di italiana, ed includo anche la mia, sia nata proprio dalla cattiva convivenza tra i connazionali di questo paese….insomma, qui secondo me la fuga non è solo dallo stress e dalla paura delle passioni perdute, ma anche e soprattutto dalle persone, per quanto azzardato possa sembrare quello che scrivo…..
    Nella città di Londra ho conosciuto praticamente il mondo intero, e per quanto sia un luogo comune, gli italiani rimangono sempre quelli meno propensi alla contaminazione ed al confronto, che in una città come la capitale inglese, capirai crea non poche contraddizioni….il luogo comune degli italiani che si muovono ingruppo e non appena atterrati cercano un ristorante per una buona spaghettata, è vero e reale……
    A mio avviso questa incapacità al confronto crea in Italia quella “leggera avversione” che tu hai citato in un tuo precedente post, intitolato “L’altro”…cambiar vita, più o meno drasticamente, credo davvero che sia molto molto più difficile in Italia che nel resto d’Europa, dove vigono già certe regole comportamentali di convivenza moderne, grazie alle quali i tuoi vicini di casa, magari, non ti daranno noia perchè, a quasi 30 anni (e scusami l’esempio, qui mi riferisco a me) non è “ancora sposato”…
    Tu, ad esempio, hai sentito il bisogno di allontanarti dalla città anche per questo? io credo davvero che uno stile di vita più parco possa esser vissuto e mantenuto anche in una metropoli moderna..a Londra ho conosciuto diverse persone che lo fanno, e senza il fastidio dei giudizi altrui…certo, magari la provincia inglese poi scoprirei che non è tanto diversa da quella italiana….ma di certo le grandi città italiane mi sono sempre e comunque sembrate culturalmente anni luce lontane dalle altre metropoli europee…
    In Italia quindi il lavoro è maggiore, la fatica raddoppia o triplica, perchè oltre a riorganizzare abitudini ed economie personali, bisogna anche confrontarsi spesso col giudizio della gente più pressante ed invadente….fare downshifting credo sia molto più facile in un paese più alfabetizzato e scolarizzato….Tu, ed i lettori di questo blog, cosa ne pensate? Avete esperienze personali da citare e raccontare come ho fatto io? Anche contraddicendomi, beninteso….anzi, i confronti migliori spesso nascono dalle opinioni contrastanti…
    Buona serata/giornata a tutti….

    • roberto, grazie per la tua comunicazione.

      per certi versi hai ragione, l’italia è a volte provinciale, ancora legata a schemi culturali che non tengono conto dell’evoluzione del mondo. Conosco abbastanza bene Londra, e quel che dici è certamente vero. Come è vero il contrario, del resto. Conosco uffici di Londra dove tu ti sentiresti morire dopo qualche giorno appena di lavoro.

      Intendo dire, anzi, ribadire, quel che sostengo da sempre: il benessere, come il malessere, vengono da dentro, non da fuori. Se vivere a Londra bastasse per essere felici, tutti quelli che ci vivono sorriderebbero. Il che non è. Considera anche che non risulta di gente che vada a vivere in Inghilterra mentre risulta di tanta gente che viene a vivere in Italia. Vuol dire che, overall, qui è meglio di lì.

      Nel Vangelo di Matteo (io che cito il Vangelo… ma in fondo, se ci pensate, è un grande romanzo) si dice una cosa molto vera: “nulla di quello che ci intossica viene da fuori”. Io ne sono convinto. Ho l’impressione che le scelte, come le mancate scelte, che ci aiutano o ci ostacolano, siano partorite dentro di noi, abbiano radici in quello che siamo, e che saremo sempre se non interveniamo con forza, e non in ciò che sono gli altri, o in ciò che ci circonda. Ho visto uomini essere felici in posti infernali e uomini soffrire in autentici paradisi.

      Su questo non credo sia utile derogare, fare distinguo, cercare nuance o aggiustamenti. Ogni gradualità impedisce l’azione, ogni sconto perdona le nostre indolenze. Invece qui c’è da lavorare, e tanto, per rendere il nostro animo, la nostra psiche, la nostra cultura di individui, più responsabile, più solida e forte, in modo che il luogo dove vivere non sia così importante, in modo che la gente e la politica non possano poi così tanto contro il nostro benessere.

      Complimenti per la giovane età. Nonostante l’anagrafe si vede che di strada ne hai fatta parecchia. ciao.

  14. ahahah tu Renatoooo??!! Carino!! E chi lo ha pensato magari si sarà pure preoccupato per te…con tutta la dose di ansiolitici che gli fai prendere, poveraccio!!! Poi ti scrivo biondo! :-)) Baci

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